A Ponzana sono stata spesso in questi 21 anni di lavoro (ho iniziato questa professione solo un anno prima che Casa Shalom, la struttura che nelle campagne novaresi segue i malati di Aids, aprisse). Sono stata in visita per le tradizionali feste dell’Associazione Amici di Casa Shalom, gruppo di volontari che aiuta nella gestione della casa don Dino Campiotti, cui si deve la nascita di questa splendida realtà della solidarietà, e per alcune ricorrenze, come gli anniversari. L’ultimo solo qualche settimana fa, quando sono stati celebrati i primi vent’anni della struttura, aperta nell’aprile del 2002, ma con una genesi che risale sino al 1996.

Le occasioni che ho più amato, però, e che mi hanno dato tanto, a livello emotivo e poi di parole da trascrivere sui giornali per cui ho lavorato, sono state le due volte in cui ho proprio conosciuto alcuni ragazzi, uomini e donne dalla vita difficile, ‘tribolata’ e con mille tentativi per riprendersi, e parlato con loro. Alcuni, in particolare quelli che ho intervistato la prima volta, per “Il periodico novarese”, nella calda estate del 2006, con in sottofondo la tv che raccontava i gol della nostra nazionale, che vincerà poi quei mondiali, purtroppo non ci sono più, altri sono riusciti a farcela e sono ripartiti con il piede giusto con la vita. A quei ragazzi mi ero affezionata, mi aveva colpito molto Cri (Cristina), uno scricciolo (assieme non facevamo credo neanche 80 chili), ma con una grande forza di volontà, perché voleva farcela, pur se sapeva che era tutto molto difficile, che era caduta troppe volte e che ogni volta rialzarsi, come mi aveva detto, era sempre più dura. La seconda volta è stata più recente, era il 2017, e quegli uomini e quelle donne, quei ‘ragazzi’ che un po’ avevano perso la strada, sono ancora qui e si sono ripresi.

L’ultima volta ho incontrato anche Claudia, poco più di 50 anni, che ha iniziato con gli stupefacenti a 13 anni, «per trasgressione», mi aveva raccontato. «Ho capito che era un problema quando aspettavo mia figlia, che ora ha 15 anni e che spesso viene a trovarmi. Vorrei vederla di più, avere una casa mia dove stare con lei. La amo più di me stessa, è una brava ragazza. Quando l’ho avuta, ho smesso di farmi e ho cercato di crescerla, ma ho dovuto darla in affido. Qualcosa che mi ha spinto sino al farmi del male da sola – ha poi aggiunto – Vorrei anche recuperare il rapporto con mio figlio più grande, che da poco mi ha reso nonna. Ho l’Aids, ma a Ponzana sto bene». E con Claudia, Pietro, che non ha l’Aids, ma ben ha compreso il significato e quanto vuole portare avanti Casa Shalom.
«Se sono qua – mi aveva raccontato, tra un sorriso e l’altro – devo ringraziare don Dino Campiotti. Lui mi ha fatto uscire dal carcere, consentendomi di trascorrere a Ponzana i domiciliari. Ero disperato. Se non ci fosse stato don Dino, non sarei più qui. Quello che vorrei far capire a chi sta fuori è che dovrebbero venire nella casa a fare i volontari. Dovrebbero vedere quello che si vive qui. Ci sono un calore e una luce straordinaria. Si sta bene e ci si aiuta».
Per tutte queste ragioni, per questo cuore che si riempie ad ascoltare e raccogliere queste storie di vita, non ho voluto mancare in alcun modo alla festa per i vent’anni della Casa, dove, come al solito, il quadriportico della struttura, come la cappella di San Martino, la serra, tutto quanto si trova accanto a Casa Shalom, mi hanno subito fatto dimenticare ogni minima preoccupazione che potessi avere prima di arrivare a Ponzana. In questo spazio si respira serenità o, come dice la parola stessa ‘Shalom’, pace. Una tappa a Casa Shalom che, questa volta, ha avuto anche il merito di rinsaldare un’amicizia. Sì, perché sono andata a Ponzana in compagnia di un’amica che non vedevo da tempo, quella che, quando si è bambini, si definisce ‘migliore amica’ o ‘amica del cuore’. Gli anni e le vicissitudini della vita ci avevano allontanato un po’, ma questa tappa insieme nelle campagne novaresi ha avuto il merito, oltre a darmi un sacco di serenità, di rinsaldare quell’amicizia. E non solo. Ho anche ritrovato Pietro, che, ora, vive da solo, ma non ha dimenticato l’aiuto di Casa Shalom, e continua a recarsi a Ponzana per dare una mano ai volontari, per dare il suo contributo.

Comunque eccoci a Ponzana, dove, a fare gli onori di casa, con operatori, educatori e volontari, è don Campiotti, che, subito, ha voluto raccontare di chi non c’è più. Tra loro «Angelo, accolto dal dio dei drogati, espressione che gli era familiare e che aveva preso a prestito dal mitico Fabrizio De André; Cricri, che aveva scelto il paradiso nella grande piantagione di ciliegi in fiore sulla collina. E poi… Maria, l’africana, ossessionata dal desiderio di tornare a casa; Alberto, ‘il veggente cieco’, che si illuminava per avere riscoperto la bellezza della vita e ancora Sergio, finissimo animatore di piano-bar, che sognava un concerto in cielo con tutti i suoi compagni di strada». Uomini e donne che non ci sono più, ma che continuano a vivere tra chi, operatori e volontari, non smette di lottare per ricordare che l’Aids, nonostante il silenzio che sembra essere calato sulla patologia, è ancora tra noi. Ben presente. Ha cambiato le sue modalità, ma c’è ancora, le persone continuano a infettarsi.
Questo il messaggio che il fondatore ha voluto lanciare nell’importante anniversario, «il problema c’è ancora e troppi ragazzi sono morti per un silenzio colpevole che continua, purtroppo, anche oggi». Si parla ancora troppo poco di Aids: «In tanti, nelle tv e nelle radio, faticano a raccontarlo, a ricordare anche solo la Giornata Mondiale contro un problema che non tocca solo le regioni subsahariane, ma anche l’Italia. Non è sufficiente, tra l’altro – aggiunge don Campiotti – ricordarsene solo il primo di dicembre, Giornata Mondiale contro l’Aids. Abbiamo a che fare con un silenzio ostinato, che coinvolge anche educatori e adulti, cui occorre opporsi, perché serve avere consapevolezza che l’Hiv-Aids è ancora presente e ogni anno migliaia di persone si infettano senza rendersene conto. Non sono più tossicodipendenti o omosessuali come all’inizio. Ora, a infettarsi, sono per lo più eterosessuali, tra i 15 e i 30 anni. Occorre, quindi – conclude don Dino – intervenire, sensibilizzare, parlarne».

Nel pomeriggio anche la possibilità di visitare la Cappella di San Martino di Ponzana, presente negli spazi di Casa Shalom e che vanta al suo interno straordinari affreschi risalenti al XIV secolo. A fare da ‘cicerone’ proprio don Campiotti. Per l’occasione, tra l’altro, è stato stampato il volume “Ponzana e il suo S. Martino” (Edizioni Shalom), a
cura di don Campiotti e con interventi di don Paolo Milani, direttore dell’Archivio diocesano e di Giovanna Mastrotisi, responsabile della Novaria restauri, che si è occupata dell’intervento nella cappella. C’è stato poi spazio per l’associazione Amici di Shalom, che, nata nel 2003, conta 150 iscritti ed è guidata da Elsa Occhetta. Una trentina i volontari attivi in aiuto della Casa. Durante il pomeriggio sono state raccolte donazioni a favore delle attività del gruppo e chi ha voluto ha potuto iscriversi all’associazione.

La casa-alloggio Shalom è stata inaugurata il 6 aprile 2002 dall’allora vescovo, monsignor Renato Corti. Una storia che risale sino al 1996, quando la Diocesi e l’Istituto di sostentamento del Clero, ciascuno per la propria parte, hanno deciso di cedere in comodato d’uso gli edifici e l’area circostante l’attuale casa all’associazione Comunità Villa Segù, realtà che, all’epoca, a Olengo, già si occupava di persone con problemi di tossicodipendenza e altra realtà il cui motore era don Dino Campiotti. «Da allora – spiega il sacerdote – sono un centinaio le persone che sono passate nella casa, fruendo dell’ospitalità e delle cure per riprendere il cammino della vita. Molte non sono più tra noi, ma ci hanno insegnato a non fingere indifferenza, a continuare l’impegno per i malati e per sensibilizzare sull’Hiv/Aids».
La Casa è diventata uno strumento dove il sostegno alla terapia, l’attenzione ai problemi psicologici individuali e la prospettiva di una ‘ripartenza’ per la vita hanno costituito i pilastri del cammino comunitario e del progetto educativo. «Gli ospiti ci sono indicati dalle Asl piemontesi. C’è chi è riuscito a ripartire nella vita, chi a trovare un lavoro. Chi non c’è più». Ci sono tanti ragazzi al cimitero di Novara, a quello di Casalino. A disposizione ci sono una decina di camere singole con servizi. Nel 2006, accanto alla casa madre, è sorta Casa Betania, che accoglie ospiti speciali, ossia persone che, concluso il cammino di base, stanno preparandosi a un inserimento nella vita regolare.
Monica Curino