Criminalità organizzata: nessun territorio ne è esente. Intervista al capo della Dda di Milano

Nessun territorio dell’Italia è esente dalla criminalità organizzata. A riferirlo, in maniera chiara, è il procuratore aggiunto Alessandra Dolci, capo della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano da fine 2017, erede di Ilda Boccassini, con cui ha a lungo lavorato. Il magistrato, nelle scorse settimane, è stato ospite a Novara di un incontro promosso dall’associazione La Torre-Mattarella con Libera, per le iniziative in programma per la Giornata del 21 marzo, Giornata della Memoria in ricordo delle vittime innocenti delle mafie (proprio Novara ha ospitato l’evento regionale per il Piemonte, con l’arrivo di 8mila giovani in città da tutti i territori piemontesi).

Il magistrato milanese è giunta nel capoluogo novarese proprio a ridosso di un’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, da lei diretta, che è arrivata a toccare anche la provincia di Novara con quattro arresti tra Borgomanerese e Aronese e la scoperta che da Cureggio, nel Medio Novarese, stando a quanto emergerebbe, prendeva il via il business dei rifiuti scoperto dopo le indagini avviate sul rogo di un capannone pieno di rifiuti a Milano, in via Chiasserini, lo scorso ottobre. Un incendio che ha interamente distrutto il capannone e, per il cui spegnimento, hanno lavorato 172 equipaggi dei Vigili del fuoco e sono stati impiegati una decina di automezzi.
A condurre le indagini che hanno portato all’arresto complessivamente di 15 persone e a scoprire come il gruppo di personaggi coinvolti avrebbe gestito 37mila tonnellate di rifiuti indifferenziati urbani smaltiti illegalmente (una buona parte proveniente dalla Campania) – la stessa Dolci con il pm Donata Costa.

In vista dell’appuntamento promosso dalle due associazioni novaresi e poi ospitato alla Barriera Albertina, la sera stessa degli arresti, lo scorso 27 febbraio, l’abbiamo raggiunta telefonicamente e intervistata.

Il suo impegno nel contrasto alla criminalità organizzata è trentennale. Come si è evoluto il fenomeno in questi anni?
«Parlo di quella che conosco meglio, di stampo ‘ndranghetista, che è cambiata molto in questi 30 anni. Se 30 anni fa gestiva prevalentemente traffici illeciti, primo fra tutti il traffico di stupefacenti, ora si è data una veste imprenditoriale e si è inserita in una serie di settori economici: l’edilizia, ma anche la ristorazione, la logistica dei trasporti, i rifiuti, i videopoker. E’ diventata sostanzialmente una criminalità organizzata che riesce a mimetizzarsi nella società civile».

Le recenti inchieste, condotte sia in Lombardia sia in Piemonte, segnalano un ‘legame’ sempre più forte tra criminalità organizzata e imprenditoria, da quanto si evidenzia questo ‘trend’?
«Ci sono servizi di vario tipo, anche formalmente legali, ma condotti poi da alcuni con metodi illegali. Si tratta di servizi appetibili da un certo tipo di imprenditore. Ne è un esempio il recupero crediti. A volte assistiamo a qualcosa che mai avremmo immaginato: l’imprenditore che va alla ricerca dei servizi della ‘ndrangheta e non viceversa. Il primo processo di questo tipo, di commistione tra criminalità organizzata e imprenditoria, di cui mi sono occupata e che riguardava l’infiltrazione nel settore del movimento terra della ‘ndrangheta è “Cerberus”: i fatti sono del 2003-2004. Concerneva l’infiltrazione della ‘ndrangheta nei territori di Buccinasco e Corsico. Recentemente la Cassazione (gennaio scorso, ndr) ha messo la parola fine, condannando in via definitiva un imprenditore lombardo per 416 bis, ossia associazione di tipo mafioso».

Criminalità e imprenditoria è un fenomeno che si registra solo al Nord o riguarda anche il resto d’Italia?
«Nei settori di insediamento tradizionale, parlo della Calabria, delle mafie esiste ancora un duro controllo del territorio. Qui, al Nord, invece, diciamo che sono alla ricerca del consenso, cercano di creare reti relazionali che possano tornare utili, cercano rapporti con la classe imprenditoriale, con i politici e, tra virgolette, mostrano la ‘faccia buona’. A tal punto che in recenti vicende del processo Aemilia alcuni cittadini di Brescello hanno dichiarato che “comunque la ‘ndrangheta è una mafia buona”, un messaggio che non deve assolutamente passare. Non esiste una mafia o una ‘ndrangheta buona».

La criminalità organizzata è quindi giunta anche nel Nord Ovest. E il Novarese?
«A proposito di novaresi, in occasione del processo “Crimine infinito”, era stato arrestato un novarese, esponente della ‘ndrangheta. Avevamo trovato anche documentazione che attestava la sua appartenenza alla massoneria. Noi abbiamo poi proceduto, in suo riferimento, per fatti più strettamente legati a noi, al territorio lombardo. Nel Novarese avete, come noi in Lombardia, un problema legato alla criminalità nel settore rifiuti, con le cave, il movimento terra, e abbiamo registrato alcuni ‘incroci’ con una serie di nostre indagini con personaggi che risiedevano in Piemonte e precisamente anche nel Novarese. Ricordo anche, ma non conosco l’evoluzione processuale della vicenda, un omicidio di un imprenditore, da voi, nelle cave di Romentino».

A Cantù si è appena concluso con nove condanne per complessivi 113 anni di carcere (la sentenza è di venerdì 19 aprile) un processo per ‘ndrangheta (per un presunto controllo della ‘ndrangheta su bar e locali del centro canturino, ndr), che ha visto il Comune non costituirsi parte civile e i testi impauriti in aula per l’atteggiamento tenuto da amici e parenti degli imputati. Lo scorso febbraio, a processo ancora in corso, avevamo chiesto cosa pensasse di questa situazione al magistrato Dolci.

«La scelta di non costituirsi parte civile compiuta dal Comune, che ha definito quegli episodi come bullismo, non è per nulla un segnale positivo. Sinceramente non mi stupisce che poi coloro che sono stati vittime di aggressioni siano poi intimoriti nel testimoniare. Se ci fosse stata una società più vicina i testi sarebbero stati reticenti? Non credo. Avrebbero sentito il sostegno della comunità e avrebbero parlato. Questo, invece, è mancato».

Come può un cittadino riconoscere la presenza della criminalità organizzata, in modo poi da denunciare i fatti alle autorità?
«La criminalità organizzata è insediata soprattutto in contesti medio-piccoli. Sono nata in provincia e so che, in realtà di questo tipo, si sa tutto di tutti. La questione è se dobbiamo essere indifferenti e far finta di niente o essere cittadini e, come va fatto, segnalare alle autorità».

Come intervenire, dunque, per coltivare una cultura della legalità, del rispetto delle leggi?
«Non è sufficiente parlare di legalità, occorre anche essere operativi, fare scelte consapevoli. Se devo scegliere di andare in un locale in cui i titolari sono ‘discussi’ o in uno con titolari regolari, vado nel secondo, vado in locali che so puliti. Molto stanno facendo i giovani, con le associazioni, con Libera, presente anche in molte scuole. Mi si apre il cuore quando vedo i ragazzi gestire un bene confiscato. Da parte della magistratura speriamo di darvi altro materiale per il futuro. Io lavoro con passione, come tutti i colleghi che lavorano con me, parliamo con le associazioni, incontriamo i ragazzi nelle scuole».

Sul tema dell’interessamento della ‘ndrangheta ai locali, Dolci ne ha spiegato le ragioni nel convegno di qualche giorno dopo alla Barriera Albertina: «Sono interessati alla ristorazione per intessere rapporti che possano poi tornare utili». Non va dimenticato «che molte riunioni della ‘ndrangheta si sono svolte in locali pubblici. Quella più nota, quella di Paderno Dugnano del 2009, in un centro culturale dedicato a Falcone e Borsellino. Mentre questi parlavano – ha aggiunto Dolci, con commozione – alle spalle c’era la foto dei miei due colleghi. Un segnale di come la ‘ndrangheta non tema nulla».

Infine, la sera del convegno, anche un accenno a uno dei settori in cui più si è inserita la criminalità organizzata, quello del business dei rifiuti illeciti. «Quello che ci preoccupa è come nessuno segnali anomalie. Per la vicenda di Corteolona, dove in un capannone venivano stoccati illecitamente rifiuti, c’era sicuramente un gran viavai di camion, ma nessuno si è accorto. Serve la massima attenzione di tutti. Se vedete qualcosa, dovete segnalare subito. Spesso – ha aggiunto il magistrato – i capannoni usati e poi dati a fuoco fanno riferimento a società fallite e, così, le spese ricadono sulla collettività. Occorre interagire, lavorare tutti insieme, segnalare».

 

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