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“La vita non si beve”, va preservata: campagna per una guida sicura e consapevole

Questo mio spazio, a volte intimo – di riflessione, di approfondimento – a volte anche di racconto di esperienze positive e ‘divertenti’, langue da un po’.

L’ultimo articolo risale a gennaio. Anche se, curiosando nelle ‘bozze’, sono tanti gli approfondimenti che ho provato a iniziare, perché c’era tanta voglia di raccontare alcune esperienze che mi hanno lasciato tanto. In emozioni, in sentimenti, in nuove conoscenze apprese.

O alcuni fatti, momenti, di vita, che mi portavano a scandagliare un argomento e – sovente – a scandagliarmi. E’ il caso – e chi dice che non lo riprenderò in mano? – di una bozza dal titolo “Riflessione sulle parole”.

Articoli per i quali mai mi è bastato lo spazio del giornale per cui lavoro o anche uno o più post sulla pagina che ho creato 10 anni fa e in cui credo molto, “La Novara del Bene”. Che, da quest’estate, è anche su Instagram e non più solo su Facebook. Un nome che racchiude anche un progetto editoriale: libri che raccontano le belle associazioni di volontariato di Novara.

Quindi oggi si riprende e lo si fa raccontando di una mattinata che, lunedì 27 ottobre, nell’Aula Magna del Convitto Carlo Alberto, mi ha lasciato molto.

Era l’avvio della quarta annualità del progetto “La vita non si beve”, iniziativa che – con testimonianze dirette di famigliari di vittime della strada, ma anche di personale del 118, di Polizia stradale e Carabinieri, come anche del Servizio per le dipendenze dell’Asl – vuole far riflettere gli studenti di quinta superiore sull’importanza del rispetto delle regole quando ci si mette alla guida. Un progetto promosso dalla Prefettura con tutti gli Enti appena nominati.

Non era la prima volta che partecipavo a uno di questi incontri come giornalista. A memoria credo di averne seguiti altri due.

Il primo, al Ravizza, nel 2023, giunta ‘sfullarmata’ come al solito e con un ‘vizietto’ – molto forte – che avevo all’epoca. La ‘dipendenza’ dal telefonino. Tant’è che, a chi – tra i relatori – mi cercava con “Monica, quando arrivi? A breve inizia la parte delle testimonianze” – risposi con un vocale guidando. La persona in questione l’ascoltò dopo e non vi dico la reazione.

Per quella reazione e per quanto ascoltai in quell’incontro, ricordo ancora oggi dove avevo fatto quel vocale: la strada precisa, l’incrocio, in una vita sempre di corsa e da agitata.

E da allora, per un lunghissimo periodo, il telefonino è sparito dalla mia vista alla guida. Lo ponevo in una tasca lontana dello zaino o lo allontanavo da me quando ne avevo la tentazione.

Ora capita di utilizzarlo, non voglio certo mentire, ma subito con le cuffiette nelle orecchie e senza impugnarlo, meglio le mie mani siano entrambe ben salde sul volante.

Una dipendenza in cui certamente aveva influenzato il mio lavoro, dove tutto arriva sul filo del cellulare: notizie di cronaca in anteprima quando mi occupavo di ‘nera’, curiosità, chicche. Ma che – piano piano – ho scoperto essere diventata una dipendenza seria. A cui dedicavo tantissimo tempo. A volte mi aiutava, con l’invio di un messaggio, a velocizzare incontri da fissare per il lavoro, ma poi, tra stati, vocali ad amici su quanto accadeva, era davvero una dipendenza. Forte. Sulla quale – come anticipato – da allora ho lavorato con forza.

La seconda volta, al Castello, in un pomeriggio in cui non ero riuscita a restare ad ascoltare tutto, anche se alcune testimonianze, pur se in video e non in presenza, di una mamma milanese e di un ragazzo che sottovalutava il rischio del mettersi in auto bevuto o drogato, mi avevano colpito e lasciato senza parole.

E questo è successo ancora di più l’altro lunedì.

A volte mi chiedo se a toccarmi così tanto, a sentirmi smossa forte dentro, a portarmi a volte quasi al pianto, certo sì a commuovermi e a ripetermi ogni volta di rallentare col telefonino, di stare attenta, sia l’esperienza vissuta 32 anni fa, quando ho perso un compagno di liceo in un incidente stradale lungo la strada della Lomellina.

Non ricordo quale fu la causa di quel sinistro – anche se anni dopo trovai un articolo di qualcuno che poi diventò un mio collega – ma anche Renato non riportava la causa, solo che quell’auto sbandò, finendo contro un cancello di una villetta. E poi il bilancio: un morto, il mio quasi compagno di banco, e un ferito grave, il conducente.

Tra l’altro, proprio al convegno, dai relatori, la scoperta che il più delle volte a perdere la vita in un incidente è il passeggero posteriore, che siede dietro. Ecco come il nostro B. della V B di allora.

Ricordo quella domenica mattina come fosse oggi (era successo nella notte). Una domenica in cui la notizia si diffuse nelle case di noi compagni ancora sul filo del telefono di casa. Non dico quelli a rotella, ma quelli a tasti, ma insomma nessun telefonino. Di questi apparecchi moderni all’epoca, era il 1993, ancora nessuna traccia. A me giunse dalla mia amica e compagna di banco di Cameri: quello era stato il giro quella maledetta mattina di dicembre di quinta liceo.

L’indomani le insegnanti non fecero lezione, cercarono solo di starci accanto, di parlare, ascoltare i nostri pensieri.

Noi le ascoltavamo, ma ancora non credevamo a quanto accaduto. Ricordo solo occhi lucidi e noi ragazzi di 18-19 anni, all’epoca ancora davvero dei ragazzini, spaesati.

Io guardavo quel banco vuoto. Quell’anno ero anch’io in fondo, all’ultima fila, pur se già un po’ con la vista che andava a calare. Io sulla fila di sinistra, B. sulla destra. Che sguardi quando doveva interrogare la prof più temuta di quegli anni, ma anche che gioia quando si tornava al posto con la restituzione di un compito in classe con un bel voto inatteso: ci si guardava e si sorrideva.

E poi a parlare di calcio, lui della Juve, io – si sa, è arci-noto – dell’Inter. E la sua immancabile musica, gli inossidabili Pink Floyd. Ancora oggi, quando parte un loro brano in radio o in un supermercato, soprattutto “Wish you were here” e “Another brick in the wall”, il mio pensiero va a lui. Che trovo anche al cimitero dai miei nonni, perché originario dello stesso paese della mia nonna materna.

Ecco, dicevo, non so se questo mi influenza tanto. So solo che, quando – per lavoro – ho dovuto iniziare a raccontare di gravi incidenti, ovviamente anche mortali, B. mi tornava sempre in mente e ho sempre cercato di mettere cuore in quei pezzi, pur con l’oggettività del giornalista.

E – come scrissi in un libro collettivo con altri giornalisti – mai son andata a cercare i genitori, i famigliari. Lo ritenevo e lo ritengo ancora, sempre più convinta, una cosa sbagliata. Quei ragazzi persi sulla strada si potevano e possono raccontare e ricordare, con passioni e sentimenti, anche attraverso qualche amico che avesse voluto dare un ricordo. Andare a cercare qualcosa in una casa dove si viveva il più assoluto dolore di una mamma e di un papà non l’avrei mai fatto. E, devo dire che, in 23 anni di cronaca, mai l’ho fatto.

Se non una volta a una nonna e a una mamma, ma perché in quell’occasione la giovane scomparsa era una mia amica dei tempi delle scuole elementari e medie. E quindi la chiamata è stata per esprimere vicinanza e chiedere se avessero avuto bisogno di qualcosa. Furono loro poi a raccontarmi dei progetti che aveva ancora T. , che si stava per sposare.

Ricordo anche la visita ai genitori di B. con le mie compagne di banco cameresi. Un pomeriggio che mi ha lasciato tanto, all’epoca ragazzina ancora comunque da formarsi, soprattutto per la professione che poi mi sono scelta.

Ossia che ci sono alcune cose che possono anche non essere scritte, come anche telefonate che si possono evitare. L’articolo si potrà fare comunque e nel rispetto di chi sta vivendo e vivrà per sempre un dolore indicibile.

Sto uscendo dal centro del post o, quantomeno, altra mia caratteristica, sto scrivendo un romanzo.

Torniamo alla mattinata al Convitto, occasione in cui ho visto i ragazzi davvero colpiti da quanto ascoltavano. E, soprattutto, coinvolti, interessati. Questo è importante.

Un convegno che, a causa di un altro impegno legato al giornale, ho seguito in due tranche, perdendomi la parte legata al 118, anche se non del tutto. Sono cioè andata, sono poi ‘scappata’ e sono quindi ritornata.

Hanno parlato in tanti e tutti hanno posto l’attenzione sull’importanza di stare attenti quando si è in strada, di mettersi al volante in perfette condizioni psicofisiche e di non farsi distrarre da nulla. Né da un telefonino, né – tantomeno – dallo scherzo di un amico. Quante volte per uno scherzo di chi si ha a fianco si perde il controllo dell’auto. Capita di risistemare e riprendere l’auto ma altre volte, purtroppo, no.

Lo ha ben evidenziato Jonathan Lorusso, agente della Polizia stradale di Novara: «Ogni giorno ha detto – la strada porta via vite per una stupidaggine, per una scelta sbagliata. Per non aver indossato il casco, per aver usato il telefonino alla guida, per aver bevuto un bicchiere in più. Basta non rispettare una regola per avere conseguenze gravi e perdere la vita».

Poco dopo ha illustrato le conseguenze di non rispettare le norme della strada, delle sanzioni e delle decurtazioni di punti previste quando non si rispetta una regola.

Obiettivo della giornata rafforzare la cultura della legalità, della sicurezza e della prevenzione, parlando direttamente con i ragazzi. Soprattutto con chi è prossimo a fare la patente o è da poco patentato. Ecco perché il progetto è rivolto ai ragazzi delle quinte superiori.


Una mattinata intensa e che ha lasciato il segno negli studenti.
Perché, oltre ad ascoltare gli interventi dei rappresentanti delle Forze dell’Ordine e del 118, hanno potuto confrontarsi con chi un figlio o una figlia sulla strada l’ha perso.

Mamme e papà che, ora, hanno deciso di trasformare il dolore in testimonianza, affinché i più giovani pongano massima attenzione alla guida e capiscano come «la vita sia una sola e vada preservata. In tutti i modi».

A parlare con gli studenti sono stati Franco e Lucia Cibo Ottone, genitori di Isabella, 25 anni, di Cameri, vittima di un incidente nel marzo del 2017 a Lumellogno mentre era in auto con il fidanzato; Raffaella, mamma di Fabio Gallesi, 27 anni, deceduto nell’ottobre 2014 a Olengo, quando la sua auto si è scontrata con un camion. E poi Silvio e Roberta Buttazzoni, papà e mamma di Giulia, investita sulle strisce pedonali a Trieste 9 anni fa. Lui è ispettore della Polizia stradale ora in pensione e testimonial della campagna di prevenzione 2024 “Fermiamo questa strage”.


«Era un venerdì sera. Ci ha salutato come sempre con un bacio ed è uscita – hanno raccontato Franco e Lucia – Sembra che al momento dell’incidente stesse dormendo. Stando ai medici non si sarebbe accorta di nulla». Questa è la speranza di Franco, che ha aggiunto: «Volevo vederla crescere con le sue tante passioni. Con il suo sorriso, che non mancava mai. Volevo portarla all’altare. La vita è una sola. Se dovete guidare, ragazzi, non bevete. Se avete sonno o siete stanchi fatevi venire a prendere, chiamando qualche amico o i genitori. Pensate a chi vi vuole bene ed è a casa che vi aspetta».


Raffaella, mamma di Fabio: «Abbiate la forza di dire ‘no’ al mettervi alla guida in condizioni non ottimali. Noi che rimaniamo lottiamo con un dolore infinito, che porta anche a conseguenze fisiche. Io sono arrivata a pesare 33 chili. Per quasi due anni non ho più dormito. Ci si sente in colpa per essere ancora vivi. Si cercano ragioni per andare avanti. Non ho altri figli e ora la mia ragione è quella di rendermi utile e parlare a voi di Fabio, che era un musicista, della sua empatia. E spingervi a scelte consapevoli quando guidate, a scelte pensate».

Buttazzoni ha ricordato come spesso «l’abitudine a un medesimo percorso fa sbagliare. Occorre sempre prestare molta attenzione a quanto accade in strada, davanti come anche tutto intorno al veicolo di cui siamo alla guida».

In precedenza 118 e Forze dell’Ordine, coordinati dal viceprefetto aggiunto Giulia Pace, hanno mostrato le modalità di intervento in un incidente e le sanzioni se viene accertata una responsabilità. Presenti alla mattinata anche il comandante della Polizia stradale Alessandro Grattarola, Paolo Lo Manto, dirigente della Divisione Anticrimine della Questura, Alessandra Lazzati per il 118, Sara Vecchio, direttrice del Servizio dipendenze Asl (l’ex Sert) e Diego Dalla Verde, vicario del prefetto.

L’ultimo appello ai ragazzi è giunto da Michela Agnesina del 118: «è fondamentale che pensiate a chi vi ama prima di alzare quel bicchiere e mettervi alla guida. Pensate ai vostri genitori, ai vostri amici. Non lasciateli soli». Sono genitori, «quelli che avete ascoltato questa mattina, che non sono arrabbiati con chi ha determinato l’incidente dei loro figli. Ho avuto modo di ascoltarli cenando con loro. Vogliono solo aiutare voi e tanti altri giovani a capire che la vita non si beve. Sono i vostri migliori anni questi, guidate con attenzione».

Infine: «Non guardate Polizia e Carabinieri come a nemici. Sulla strada sono i vostri migliori amici. È meglio che vi riportino a casa senza patente, ma che state bene, anziché riportino le patenti senza di voi».

Ecco, sì, ragazzi. Chi scrive non ha figli, ma ha perso altri amici sulla strada. Oltre al compagno di scuola di 32 anni fa. Mai dimenticato. E quindi sì non bevete alcol, non assumete sostanze e non telefonate, se siete alla guida.
Monica Curino

Il volontariato: un’esperienza che fa crescere

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Sono giorni che la voglia di scrivere – intendendo quella scrittura diversa da quella abituale per me per i giornali – preme con forza. Come un’urgenza. Gianna Nannini canterebbe, dalla sua struggente e significativa “Notti senza cuore”, “un’urgenza di vivere”. E io, parafrasandola, direi “un’urgenza di scrivere”. Di mettere giù pensieri, di riflettere, di scrivere per ricordarmi momenti belli, per imprimerli nella mente, ma anche lasciarli in qualcosa che, grazie a questo blog, mi rimarrà anche, chissà, tra decenni. Voglia anche di scrivere per riflettere sulle difficoltà, sugli errori che si compiono anche quando si cerca con tutto se stessi di non farli, quando la paura – che bisognerebbe mai avere o averla solo quando ha senso – porta a compiere stupidate e a dire o fare cose sbagliate. Soprattutto a chi si Ama. Amici, amiche, compagni, genitori, tutti.

Foto di Jerzy Górecki da Pixabay

Quindi quale sarà il tema di questo nuovo articolo del blog? Non so spiegarlo neppure io ora che lo sto avviando. Forse raccontare di un anno colmo di gioia e di bellissime esperienze. Questo, almeno, a partire da poco prima dello scorso Natale. Quando, per la prima volta, anche se all’epoca non ero ancora concretamente una volontaria, ho iniziato un’esperienza che da tempo volevo fare, il volontariato. Non raccontandolo, come ho sempre fatto, incontrando persone straordinarie, alcune che non ci sono più e che serbo nel cuore, ma ‘praticandolo’.

All’epoca, erano i Mercatini in Castello a Galliate, ero solo un’aiutante – manco tanto abile, mi cadevano i sacchetti con cui impacchettare, i resti, tutto – poi ho vissuto mesi in cui ogni esperienza mi ha portato tanti istanti, tanti momenti da tenere stretti nel cuore e nella mente. E che soprattutto mi hanno arricchito umanamente e cambiato anche. Umanamente è sufficiente vivere anche mezz’ora nello stare con gli altri, con le altre volontarie, a spiegare cosa fa l’associazione nella quale sei riuscita finalmente a impegnarti, e lo capisci.

Le persone che si avvicinano, tu che cerchi di vincere la tua timidezza e spieghi quanto fanno le educatrici, le psicologhe con i bambini e i ragazzi nelle scuole, un lavoro straordinario.

Mercatino al Castello di Galliate-Foto per gentilezza di Clarissa Brusati-Gianmaria Balboni

Anche cambiare? Sì, il volontariato ti cambia, profondamente. Dentro, fuori. In ogni poro della tua pelle. Comprendi meglio tante cose. E a me ha cambiato perché – anche se c’è chi dice che non sembra, che paio sicura di me stessa – io, in realtà, sono sempre stata in primis timida e poi piena, anzi stra-colma, proprio in maniera scandalosa, di paure. Provate a chiedere a chi mi conosce davvero, ma davvero in ogni mio dettaglio. Alcune paure sono davvero stupide, direi pazzesche, ma sono timori su cui io sovente mi perdevo e ancora mi perdo, meno, ma mi perdo, combinando disastri emozionali, sono i due termini più giusti da usare. La paura più grande? Deludere chi si vuole bene, ma tanto eh, quelle persone che arrivano nella tua vita e la stravolgono positivamente. E che tu ringrazieresti a vita e le abbracceresti un giorno sì e un giorno sì, proprio come quando da piccola, per la paura del buio prima di addormentarsi, magari abbracciavate il vostro peluche. Ma sono persone vere e che esistono e che si è fortunati ad avere accanto.

Io, non dico da quel giorno, ma man mano, innanzitutto ho stretto nuove amicizie, anche importanti ritengo, all’interno del gruppo dell’associazione. E poi ho preso un po’ più coscienza di me. E, ad esempio in quei giorni, un fine settimana, pur avendo timore a uscire dalla casetta a fermare e a raccontare dell’associazione, che poi è “Sbulloniamo Insieme”, l’ho fatto. Balbettavo un po’, eh, ma sono riuscita a spiegare e, insieme al resto del team – perché il volontariato è un lavoro di squadra, dove ogni componente è fondamentale, nessuno escluso, dal primo all’ultimo arrivato – ad avvicinare nuove persone all’associazione, portando qualche donazione, che sono ciò di più importante per consentire a una realtà del volontariato di andare avanti, di vivere e realizzare le proprie attività.

In questo caso attività a contrasto di bullismo, cyberbullismo, disagio giovanile nelle scuole, ma anche con eventi su tutto il territorio. Spesso con le Forze dell’Ordine, il 118 e anche altre associazioni. Mi sono vista diversa. Una delle mie amiche l’ha notato e me l’ha detto. Io non lo so, ma era vero, ce l’avevo fatta un po’ a smussare ulteriormente la mia timidezza, a sentirmi più sicura, ad avere più fiducia in me stessa.

Ma il bello è poi stato con le attività coi ragazzi. Prima c’è stato un altro mercatino, quello della Solidarietà a Novara, con temperature sempre più rigide – si sa è a ridosso del Natale – e con accanto altre associazioni con tanti amici. Conosciuti o per le interviste di questi 23 anni di giornalismo … sì sono vecchia e occorre crescere sempre … o perché composte da amici conosciuti nei miei anni a scuola, a partire dalla storica professoressa di matematica delle medie impegnata nell’associazione Bruna Delsignore, a tanti altri, all’amico poliziotto in pensione a Giovanni di Sos Antiplagio.

Immagine d’insieme del Mercatino della Solidarietà dicembre 2023

Ma coi ragazzi, normodotati e speciali, il cuore si è riempito di gioia, immensa. Vederli modellare con la creta, dipingere, proporre per i lavoretti, impegnarsi, è stata una lezione di vita. Spesso noi, cosiddetti normali, che poi cosa significa normalità?, ci si abbatte sul nulla, direi proprio sul nulla cosmico (a me è capitato in questi scorsi giorni, finendo in un black out da cui sto riemergendo forse ora), loro no. Avanti, sempre, e con forza. Da Paolo a Francesca, da Emily a Federico a tanti altri. E che lavoretti, e che creazioni. Coloratissime e super originali. Un’attività che Sbulloniamo porta avanti con Concentrici grazie all’iniziativa “All inclusive. Tutti uguali tutti diversi. A Novara e dintorni”.

Laboratorio di creta

E poi l’attività di pet-therapy, con la simpatica cagnolona Cloe. I bambini scatenati nell’accarezzarla e nel seguire i consigli dell’educatrice, ma anche noi adulti in estasi dal vedere i giochi della cagnolona e come i ragazzi fossero felici, contenti, superando ostacoli, imparando a relazionarsi con l’altro, a giocare, a gestire autonomie e molto altro. Un’emozione che trovo difficile da spiegare. Strano visto il mio lavoro, eh? Restare senza parole. Ma succede a volte. E significa che assistere a questa attività è stato qualcosa di incredibile, di grandissimo.

Non sono mancati i laboratori di lettura con il racconto di un elefantino dai mille colori, che si sentiva diverso dagli altri, ma che in realtà era come loro e anche più bello, molto più bello direi io che amo il patchwork di colori. Perché la diversità è una ricchezza. Altro elemento che noi grandi spesso dimentichiamo. Dovremmo forse tutti tornare bambini. L’altro, il diverso, è sempre in grado di arricchirti, di insegnarti molto. A me è capitato parlando con molti dei ragazzi. Con Paolo, e la nostra comune passione per l’Inter, nei nostri ‘improbabili’ duetti canori nelle prove per l’evento finale di “All inclusive” e anche nel pranzo tutti insieme, quando – di fronte a me e accanto alla presidente dell’associazione – si è messo a intonare tutti i brani degli 883 e a raccontare di cadute in terra che “nulla mi hanno fatto”.

Con Fede, riaccompagnato a casa in auto, occasione in cui abbiamo parlato delle rispettive difficoltà a chiedere aiuto, con Manuel, con Francesca, con cui siamo state ore assieme al banchetto dell’associazione a Boom. Ragazzi splendidi e che mi hanno dato tanto.

Per questo, anche col lavoro sempre presente, ho sempre cercato di organizzare in modo che potessi stare con loro, a volte anche facendo notte a scrivere. Ma non sentivo la stanchezza dopo essere stata con loro alle prove. Avevo sempre delle nuove energie, pur con tutta la giornata in giro in ufficio e per conferenze.

E poi? Manca il baskin, che è credo uno dei momenti più belli vissuti quest’anno, comprensivo di iper sederata della Moni…, che si è buttata su una palla come se avesse ancora solo vent’anni. Parliamo della pallacanestro che fa giocare insieme ragazzi speciali e normodotati. E vi posso assicurare che non è meno entusiasmante del basket tradizionale. Appassiona moltissimo anche il baskin, direi molto di più. Altro che i Chicago Bulls, i Boston Celtics e i Los Angeles Lakers.. Ma esistono ancora? Erano le squadre del basket americano di quando ero appassionata io, tifavo i Celtics. E qui due menzioni speciali, a Emily, che ogni volta che le si passa la palla fa canestro come neppure Magic Johnson o Larry Bird (l’ho detto sono d’antan, sono i campioni americani di quando ero tifosa io) e a Manuel, scatenatissimo pur di portare punti alla propria squadra, divertendosi.

E grande chiusura un evento che è stato capace di tenermi fuori casa dalle 16 all’una di notte di un sabato di ormai un mese fa, ossia “All inclusive-Il gran finale”, in cui tutti temevamo la pioggia, questo meteo ballerino di questa estate anomala. E invece, perché c’era il bello a cui assistere, direi il bellissimo, l’emozione allo stato puro, ha piovuto tutto intorno e a Novara e nel cortile del Broletto, no. Ha guardato giù una ragazza speciale, Isabella, che ha fatto un enorme regalo, mantenendo il meteo clemente, ai suoi genitori e alla sua Amica super.

Che bello dare una mano, anche piccola, vedere tutti collaborare a una super riuscita dell’evento, sentirsi parte di qualcosa di unico e straordinario. E poi i ragazzi a sera, sul palco, e prima in piazza Duomo con lo show di baskin. A sera a suonare “Bolero”, “Another brick in the wall” dei Pink Floyd, altri a ballare. Semplicemente qualcosa che resta dentro, nel più profondo (ancora di più avendo potuto avere il privilegio di assistere alle loro prove, alla preparazione).

Ecco per me un anno, soprattutto a partire dai primi di novembre – prima ero, come dico io, caduta, che non credevo più in me per tante cose, per timori, paure, errori – fantastico, dove, ma non c’entra nulla il volontariato, ho anche potuto assistere in diretta a una serata del Festival di Sanremo, ritengo quella più bella, quella dei duetti. E anche qui, comunque, le persone importanti contano. Non sarei andata e non avrei accettato l’invito di un amico storico se non mi avesse spinto, ribaltandomi anche, qualcuna di quelle persone, si parla sempre di Amici, di cui parlo sopra, che ti stravolgono la vita e hai solo il timore di perdere. E anche in questo caso il volontariato mi ha accompagnato nel viaggio di andata e ritorno, perché ero stata coinvolta in un incontro con associazioni al mio ritorno, dove, appena scesa dal treno e con un panino al volo, avrei dovuto moderare e introdurre l’incontro, quindi dovevo prepararmi. Su tutto occorre prepararsi. L’ho imparato quest’anno sempre dalle persone che ti stravolgono. Senza dimenticare il ‘mio’ Santa Lucia, la Comunità per Minori di via Azario, sempre a Novara: quest’anno ancora altre presentazioni del libro e ho rivarcato la soglia di una realtà che amo da sempre per una grande festa all’immensa suor Carla Miloni organizzata dalla presidente e da tutto lo staff e dai ragazzi della Comunità. Spero di rivarcarla ancora, perché il mio volontariato vorrei ampliarlo.

Come poter chiudere questo post? Dedicato al volontariato ma anche alle difficoltà della vita? So solo che a me ha fatto bene, anche se negli ultimi giorni mi sono persa. Ecco forse qui una riflessione che c’entra poco. Se ci tenete a una persona e avete paura di sbagliare con lei, aspettate mille volte, miliardi di volte, prima di scrivere una stupidata. La potreste ferire, anche senza volerlo. O farla arrabbiare seriamente. Prima, soprattutto, di dire una bugia. Anche piccola che possa essere (e io ho imparato che, con un Amico o un’Amica, mai sarà piccola, sembrerà che la prendiate in giro. Okay non era il vostro intento, ma credetemi chi la riceverà, se vi vuole bene, tanto, la penserà così e poi sarà dura), creerà un danno, un cortocircuito. Speriamo risanabile. Ma dopo occorre mai più sbagliare. Se avete, se abbiamo, se ho, spesso tanta, paura, fermatevi un giro. Pensateci e non rispondete, non scrivete nulla. E se vi pentite di cosa avete scritto perché non eravate in forma, perché eravate in crisi, migliorate il messaggio successivo, non cancellate dicendo una bugia. E’ un monito che faccio soprattutto a me, che di amici importanti ne ho. Due sicuramente, direi quattro, ma per come ce l’ho fatta negli ultimi anni sono due gli Amici da ringraziare e rispettare, quindi non mandando messaggi sconclusionati o cancellazioni o troppi messaggi o ecco dicendo bugie. Se li perdessi, non saprei farmene una ragione. Dobbiamo metterci nei panni degli altri, quindi aspettiamo un giro, rileggiamo bene, contiamo fino a 10, se serve anche a mille miliardi. Potrebbero essere anche loro in un momento di difficoltà, che magari non conosciamo. Bisogna saper leggere i messaggi, ascoltare le parole, non far che scrivere i propri o dire a voce i propri. Così si perde ciò che dicono gli altri e l’empatia, così tanto importante, non la metterete in pratica, mandandola solo a farsi friggere. Io credo tanto all’empatia, ma mi accorgo che spesso non la metto in pratica. E questo mi fa male.

Gli Amici sono importanti, sono la parte più intima e importante di una vita. Io ne ho trovati così, non me lo perdonerei mai se li ferissi e li perdessi. Vorrei sempre poterli aiutare anche io, pur se così ‘paurosa’. Forse un po’ il volontariato ha aiutato in questo. Se si ha sbagliato, accettate il colpo e cercate di rimediare, con forza e assumendosi le proprie responsabilità. E sì viva il volontariato e le splendide persone che ho potuto conoscere in questo annetto.

Monica Curino

Enrico “Ricu” Tacchini: attore e storico Re Biscottino, la maschera novarese per eccellenza

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“Luglio, col bene che ti voglio, vedrai non finirà, ai, ai, ai, ai” recitava una canzone degli anni ’60. Oggi potrei dire “Luglio, finalmente un pomeriggio bello ai ai ai ai”. Bello, per me, vuol significare un pomeriggio in cui dedicarmi a quanto amo, quindi alla scrittura ‘creativa’, libera. Per me quella del mio blog e – perché no – di quello che, entro fine 2024-inizi 2025, vuole diventare il mio terzo libro. Iniziamo con il blog e con un articolo-approfondimento che volevo pubblicare da tempo. Se riuscirò a dedicar un po’ più di pomeriggi o anche solo di ore a questo mio spazio, credo creerò due nuove categorie, ‘personaggi’ e ‘gite’.

Oggi voglio dare il la alla prima categoria con un personaggio che, qualora fosse stato ancora in vita, lo scorso febbraio avrebbe compiuto 100 anni. Una figura della nostra città a cui io, santagabiese doc, Sant’Agabio è il quartiere dove lui ha vissuto a lungo, sono molto legata. L’ho conosciuto da bambina, quando nonna e mamma si recavano nel suo negozio di casalinghi in via Negri. Anzi, sino a qualche anno fa, avevo ancora un bicchiere che mi aveva regalato e sul quale aveva inciso il mio nome.

La chiesa di Sant’Agabio-Novara

Lui è Enrico “Ricu” Tacchini, a cui – notizia di qualche mese fa – l’Amministrazione comunale di Novara vuol intitolare una strada della città. Sarà la passeggiata verde posta tra largo Piemonte e via Umbria. La targa indicherà ‘Enrico Tacchini, attore e maschera novarese’.

Una bella immagine di Enrico ‘Ricu’ Tacchini nelle vesti di Re BIscottino (foto Il Gile)

Il “Ricu” è colui che, negli anni Ottanta del secolo scorso, ha rilanciato il Carnevale, impersonandone la maschera, Re Biscottino, per 21 anni. Dal febbraio 1981 allo stesso periodo del 2001. Enrico non è stato solo questo. Ma anche molto altro. In particolare attore dialettale di talento – a lui e a Mario Rossi si deve la nascita, nel 1974, della Compagnia del Gelindo – e ancora giocatore e allenatore dello Sparta Novara.

Ecco, il 1974. Un anno al quale, chissà perché, io sono molto legata. E altro elemento che mi fa sentire ancora più vicino un personaggio come il “Ricu”.

Uno spettacolo recente della Compagnia del Gelindo (foto Il Gile)

Qui lo raccontiamo grazie a un approfondimento che ho realizzato per il settimanale L’Azione lo scorso febbraio, raccontando l’evento “Il teatro e la maschera”, ospitato all’Albergo Italia e promosso per i 100 anni del Re Biscottino ‘per eccellenza’. Non ce ne vorrà chi è cresciuto con Sandrino Berutti nel ruolo della nostra maschera (per ben 16 anni, dal 2002 al 2017), e persona che ho potuto conoscere anch’io, che ormai già lavoravo come giornalista. Anche lui un personaggio che andrebbe raccontato in questo mio blog. Simbolo di novaresità e grande amante della musica jazz. Con caratteristiche diverse, ma anche lui un personaggio significativo di Novara. Ci proverò.

Qui, in questo pezzo, ci sono diverse ‘chicche’, che, a febbraio, non ero riuscita a far stare sul giornale cartaceo.
A promuovere l’evento per i 100 anni del ‘Ricu’, Pro Loco, Academia dal Rison e Associazione Culturale Novarese con il patrocinio di Comune, Provincia e Centro servizi per il territorio.

Foto di gruppo dei promotori e partecipanti del pomeriggio per i 100 anni del Ricu (foto Visconti)

Caterina Zadra e Gabrio Mambrini, rispettivamente presidente e segretario Pro Loco, il secondo anche attore con al “Ricu” 50 anni fa, hanno introdotto l’appuntamento. «L’evento è nato in pochi giorni, parlando con Gianfranco Pavesi, dell’Academia dal Rison, che voleva celebrare Tacchini per i suoi 100 anni, il 28 febbraio. Un’occasione – hanno detto – per ricordare quanto il personaggio sia stato importante per la città. Un pomeriggio per guardare gli aspetti belli, del ricordo, ma anche i lati storici. Siamo contenti – hanno concluso – della partecipazione delle due figlie di Tacchini, Elena e Patrizia».

Gianfranco Pavesi (il Gile)


«Il mio obiettivo – ha aggiunto Pavesi – con questo convegno e altre iniziative, è quello di riaccendere un faro su Tacchini, la cui leggenda narra sia nato il 29 febbraio, ma registrato in Comune con la data del 28. Non so quanto ci sia di vero, ma ricordo a un ballo dei bambini di Carnevale, ancora al Pala Dal Lago, che diceva “faccio il compleanno ogni 4 anni e resto giovane”. Quello che è certo è che nella sua nascita c’è un segno. Il 28 febbraio del 1924, indovinate?, era giovedì grasso». Il “Ricu” «è stato l’uomo della svolta, tanto per il teatro quanto per la maschera. A me piacerebbe allestire un corso scolastico di tre, quattro lezioni, dal titolo “Quàtar ciciaradi sül Ricu Tacchini”».

Il pomeriggio è proseguito tra una carrellata di ricordi e aneddoti e la lettura (a cura di Silvana Danesi e Livio Rossetti) di poesie che hanno raccontato la figura dell’attore. Rendendo perfettamente l’unicità del personaggio. Vanni Vallino: «ho conosciuto Enrico a una rappresentazione al Borsa e siamo diventati amici. L’ho così coinvolto nei miei film, come ne “Gli aironi volano ancora” o in “Nando dell’Andromeda”. Nel primo aveva una ventina di minuti fuori campo e non trovavamo un luogo dove registrare questa parte. A lui venne in mente di provare nel suo negozio di Sant’Agabio. Per quei 20 minuti impiegammo 7 notti… L’acustica, tra pentole e bicchieri, non era delle migliori». Il regista ricorda Tacchini anche nel “Nando”: «impersonava un sacerdote e doveva solo dire ‘Ita missa est’ con un volto triste. L’abbiamo rifatta 12 volte. Per lui era impossibile non sorridere. Enrico portava la cultura nel cuore e negli occhi per via del suo sorriso. Svolgeva il suo ruolo di attore né per soldi né per apparire, ma perché l’aveva proprio nel suo Dna».
Mambrini: «quando giravamo si rideva sempre e non tornavamo mai a casa. Mangiavamo insieme e poi lavoravamo al film». Questo suo essere sempre positivo e con la battuta pronta è stato ricordato anche dalle figlie. «Anche durante la malattia – hanno riferito – non dimenticava lo scherzo, le battute, anche in ospedale, proprio all’ultimo».

Elena e Patrizia Tacchini, figlie del Ricu (foto Visconti)


L’esperienza della Compagnia del Gelindo, avviata 50 anni fa e conclusa nel 2016, è stata raccontata da Ernesto Cravino e Franca Bacchetta, che hanno recitato col “Ricu”. Una compagnia di successo, che, come riferito da Pavesi, tra la fine del 1974 e l’inizio del ‘75, è stata in grado di mettere in scena 11 rappresentazioni proprio del “Gelindo”. «Ricordo – ha detto Bacchetta – che ero preoccupata dal mio dialetto di Biandrate, che è diverso dal novarese. E lui ‘biandrina dla malura, an ta preòcupàt mia. Anduma a brasc’». Cravino: «facevamo le prove al Convivio di Sant’Agabio. Enrico era di una fantasia inenarrabile nello scrivere i testi». Tra le commedie della Compagnia, “Tüta culpa da Stangalin”, “Che gati da pelà pasà par inamurà”, “Vigliaca la paniscia”, “Parent in ca’ pustin furtüna”, “Vita cun al Pedar”, “Secund d’la lüna Giuann Magaté” e, ovviamente, a partire dal 1974, “Gelindo”.

Per la prima una ‘chicca’, la spiegazione della sua nascita dallo stesso Tacchini in rigoroso dialetto da un giornale dell’epoca. “L’è n’idea che m’ha gnǜ e gh’l’ho dìj al rèst dla cumpagnìa. L’è piasǜ sǜbit e s’uma miss dré a fà i provi. Taja da chì, giunta da là, suma rivà in fund al cupión e speruma che sàbat sera tüt al vaga ben se no disaruma anca nün: l’è tüta culpa da Stangalin!”.
La carrellata non poteva concludersi senza la parte avuta dal “Ricu” nel rilancio del Carnevale, raccontata da Marco Faccioretti, all’epoca promotore, con la cooperativa Manifestazioni Novaresi, dell’evento. Proprio quest’ultimo riprovò un Carnevale in città nel 1980, ma senza la maschera. «La risposta fu positiva e, per l’anno successivo – ha spiegato – chiesi a Enrico se avesse voluto interpretare Re Biscottino. Dopo un iniziale rifiuto, accettò e poi è storia».

Molte altre le curiosità emerse nel corso del pomeriggio, durante il quale Pavesi ha anche mostrato una fotografia con Ricu e Giuseppe Tencaioli, grande cultore del dialetto e della poesia. In questo scatto Tencaioli consegna a Tacchini un diploma con cui lo nomina “Duca dla Bicoca”.

Tra gli aneddoti emersi anche l’episodio in cui Giulio Genocchio, ultimo Re Biscottino prima che la maschera e il Carnevale, a Novara, perdessero importanza (lo impersonò nel 1956), visto che lui non era stato bruciato per il maltempo, dà dell’usurpatore davanti alla folla al nuovo sovrano di Biscottinopoli, Tacchini appunto. E al “Ricu”: “ohhh, l’è vera… ma ti sè… l’è tantu temp ca ti sè mort…!”. L’ultimo carnevalón cittadino si era fatto appunto nel 1956, chiudendo con un incredibile passivo. Tacchini chiude l’incidente nominando Genocchio Principe del Terdoppio.

O anche quello per cui la Compagnia del Gelindo, di cui Tacchini è stato uno dei fondatori, è riuscita a mettere in scena, tra la fine del 1974 e l’inizio del 1975, ben undici rappresentazioni del Gelindo. Un record. E ancora la volta in cui Tacchini, che amava arrivare con i mezzi più fantasiosi, aprì la folla del Carnevale a tre metri d’altezza, su un trono portato da un carrello elevatore. Così quando annunciò che sarebbe arrivato in piazza Martiri “con l’elicottero” qualcuno gli credette e lui si presentò con un modellino di elicottero in mano.

Ecco un grande personaggio della nostra Novara.

Monica Curino

Due morti e 5 feriti sulle strade del Novarese

In evidenza

Due gravi incidenti stradali si sono verificati nella giornata di oggi, sabato 23 marzo, sulle strade del Novarese. Il bilancio vede due morti, una coppia originaria di Domodossola, Roberto Quaglieri e Armandina Lunghi, rispettivamente di 60 e 58 anni, quattro persone con ferite di media gravità e una con un codice rosso, ossia con ferite gravi.

Il primo incidente è avvenuto poco dopo le 13 lungo la strada provinciale 229 del lago d’Orta nella zona della Baraggia di Suno.

Qui, per cause in fase di ricostruzione da parte dei Carabinieri di Momo, un’autovettura e una moto si sono scontrate frontalmente. A perdere la vita i coniugi a bordo della motocicletta.

Nell’auto una famiglia composta da madre, padre e due bimbi piccoli. Per tutti loro codici gialli. Sono stati trasportati dal personale del 118 all’ospedale Maggiore di Novara.

Per consentire di rimuovere i mezzi coinvolti la strada è stata chiusa al traffico per qualche tempo.

Altro grave incidente, nel tardo pomeriggio, nell’Ovest Ticino, a Cerano. Qui, la dinamica è tutt’ora al vaglio delle Forze dell’Ordine intervenute sul posto, un motociclista è finito contro il guard rail. Soccorso dal personale del 118, ha riportato ferite gravi.

“All inclusive a Novara e dintorni, tutti uguali tutti diversi”, un progetto di vera inclusione

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Oggi il nuovo articolo è dedicato alle associazioni di volontariato e ai numerosi progetti a cui danno vita e che portano avanti ogni giorno dell’anno con tenacia e impegno. Con l’obiettivo di aiutare sempre chi è in difficoltà, chi attraversa un momento, un periodo, critico.

Tra i temi che sento di più c’è quello del contrasto al bullismo, un fenomeno che riguarda non solo i ragazzi, ma anche gli adulti. Un fenomeno che, negli anni, è mutato, si è evoluto, andando a toccare anche internet, la rete, con l'”avvento” del cyber-bullismo.

Uno scatto di Ballincantiamoci al Broletto

Ecco perché quanto racconterò in questo nuovo articolo è un progetto che coinvolge un’associazione che ha fatto della sua mission il contrasto a bullismo e cyberbullismo, Sbulloniamo Insieme, nata nel 2019 come sportello d’ascolto e poi, dopo qualche anno, diventata vera associazione. Un’importante realtà, molto attiva nelle scuole di Novara e del Novarese. Da Romentino a, tra non molto, a Invorio. Ma non solo Sbulloniamo. Con l’associazione guidata da Michela Agnesina in questo nuovo progetto ci sarà anche Concentrici, presieduta da Simonetta Foglia, una realtà che, da quando è nata, si dedica a progetti e iniziative di inclusione.

E questo è quello a cui punta il progetto “All inclusive a Novara e dintorni, tutti uguali tutti diversi”.

A portare a questa nuova iniziativa l’onda lunga di Ballincantiamoci, l’evento che il 17 giugno dello scorso anno ha incantato l’intero Broletto, a Novara, con un grande spettacolo con ragazzi normodotati e diversamente abili insieme. Dal desiderio dei ragazzi che quanto accaduto quella sera, qualcosa che ha letteralmente rapito tutti i presenti, non si fermasse, è nato “All inclusive”.

Il pubblico a Ballincantiamoci

Con Sbulloniamo e Concentrici tante realtà del territorio. “All inclusive” porterà, per tutto l’anno scolastico 2023-2024, laboratori creativi, di lettura, pittura e cucito, esperienze sportive come il baskin, che consente di giocare insieme a pallacanestro ragazzi disabili e normodotati, realizzando un esempio perfetto di inclusione.

Ci saranno anche esperienze a contatto con la natura, incontri nelle scuole con 118, Forze dell’Ordine, Aeronautica, Vigili del fuoco e istituzioni, senza dimenticare la musica, con la futura orchestra “Sbullonati”, che nascerà alla Scuola di Musica Dedalo. E ancora i laboratori di pasticceria, alcuni si sono già svolti nelle scorse settimane, e il progetto “Tu chiamale se vuoi emozioni”, che nelle scuole educa a riconoscere le emozioni.

Obiettivo del progetto costruire, con incontri nelle scuole e sul territorio, una vera inclusione. Le due associazioni, con i rispettivi volontari e le presidenti, hanno saputo coinvolgere scuole (Vco Formazione, Immacolata e Levi Montalcini), istituzioni (Comune, Provincia e Centro servizi per il territorio Cst) e Forze dell’Ordine.

“Ballincantiamoci”, con l’esibizione di ragazzi con disabilità e normodotati, aveva letteralmente gremito il cortile del Broletto, entusiasmando il pubblico, che non ha smesso un attimo di applaudire. «Dopo quella serata – rileva Agnesina – i ragazzi ci hanno chiesto di non fermarci, di non lasciare quell’appuntamento come qualcosa di isolato. Ci siamo messi tutti subito al lavoro, pensando a un progetto educativo, di supporto e che potesse consentire loro di fare nuove esperienze e di crescere. Così è nato “All inclusive”».

Ancora Ballincantiamoci 2023

Laboratori e attività, dunque, affinché normodotati e disabili possano trascorrere momenti di condivisione, amicizia e sensibilizzazione, conoscendo anche le istituzioni e il lavoro e i compiti di realtà come 118, Polizia, Carabinieri e Aeronautica.
«Importante in questo progetto – aggiunge Lina Letizia di Concentrici – è la rete che si è costruita. Sono già state realizzate iniziative con il baskin e con i laboratori di pasticceria».

E i laboratori riprenderanno a breve, come potete apprendere anche dalle pagine social delle due associazioni. Obiettivo, come ha detto al momento della presentazione all’Arengo del Broletto Daniele Giaime, presidente del Centro servizi per il territorio (che sostiene “All inclusive”), «è facilitare la socializzazione e il benessere psico-fisico dei partecipanti, ma anche rafforzare le capacità relazionali e di comunicazione tra ragazzi», imparando il rispetto reciproco, la condivisione e l’attenzione a temi come disabilità e volontariato.

Un progetto che ha anche il sostegno di Comune e Provincia. «La fragilità riguarda tutti – commenta Marianna Condito, giovane di Concentrici – La diversità è ricchezza ed è bello mettere a frutto le potenzialità di tutti».

Chi volesse può sostenere il progetto con una donazione. Anche una piccola donazione può fare tanto e consentire di realizzare progetti e iniziative importanti per i nostri giovani come “All Inclusive”. Qui sotto dove poter donare.

Qui le modalità per sostenere “All Inclusive” e altri progetti per i bambini e i ragazzi

Un libro antico, un ‘incunabolo’, racconta la sua vita lunga 400 anni e come è giunto a Novara

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L’articolo che pubblicherò oggi, giorno di Epifania del 2024, esula un po’ dalle tematiche che solitamente tocco e condivido in questo mio spazio libero e privato. Non è una storia bella di volontariato, una storia che tocca i cuori e neppure, dall’altro canto, una vicenda di cronaca nera, l’altro settore che, nel mio lavoro, per venti e più anni, ho seguito.

E’ invece un approfondimento di cultura pubblicato su L’Azione qualche mese fa, in occasione di una mostra ospitata alla biblioteca civica Negroni e che, prima di digitarlo, elaborarlo, scriverlo, sono stata a lungo in difficoltà, in ambasce davvero. Sì, perché il giornale mi aveva detto di produrre qualcosa di originale e di far parlare un libro.

Teseo, CC BY-SA 4.0 , attraverso Wikimedia Commons

Non un libro qualsiasi eh, che comunque è ugualmente difficile ‘far parlare’, ma un incunabolo. Ossia uno dei primi libri stampati, un volume stampato con la tecnica della stampa a caratteri mobili, ideata da Johannes Gutenberg, prima del 1501. Libri definiti anche quattrocentine.

Per tutto il venerdì e ancora il sabato sono stata a sbattermi la testa sul come fare. Soprattutto a pensare a come non cadere nella ‘scemenza’, nel dare vita a qualcosa che avrebbe potuto far ridere o certo non uscire bene. Sì che sono studi che ho svolto, visto che il mio percorso universitario mi ha condotto a laurearmi in Storia della lingua italiana con il presidente onorario dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini. Ma la testa non trovava un modo sul come iniziare e fare il pezzo, la mano non digitava i tasti sul pc. Poi il suggerimento di una persona a me cara, “chiedi aiuto lassù a Marina, lei ha studiato gli incunaboli”, ha all’improvviso stravolto tutto in maniera positiva.

Afbeelding van Gerd Altmann via Pixabay

Ho trovato subito come avviare l’articolo e poi anche come proseguire. Io ve lo inserisco più o meno come è andato anche su L’Azione (con qualche piccolo mutamento di punteggiatura o poco altro). Poi mi saprete dire. Certo questo pezzo mi ha fatto riappassionare alla materia che per anni ho studiato con il mio relatore della tesi. Mi è venuta voglia di tornare all’Upo, l’Università del Piemonte Orientale, e intraprendere un secondo percorso di studi, magari affine. Chissà. Eccolo.

UN INCUNABOLO PRESENTE ALLA BIBLIOTECA NEGRONI DECIDE DI RACCONTARSI

«Quanto contengo tra le mie pagine ha un’origine importante. Nasce dalla mente di uno dei personaggi che hanno fatto la storia di Roma, dell’antichità romana. Avvocato, scrittore, oratore, politico. Mio padre è, infatti, Marco Tullio Cicerone e ha pensato a me, che sono il “De oratore”, come la sua opera retorica più significativa. Volete sapere altre cose sul mio contenuto, sui miei legami? Ho anche due fratelli, “Brutus” e “Orator”, che, con me, compongono quella che tutti gli studiosi hanno poi definito la ‘trilogia retorica’».

Ma, caro “De oratore”, a quando risale la tua nascita effettiva, quando sei stato stampato?

«Nasco sul mare. Ho un’origine campana e sono un’edizione rara. Sono stato stampato a Napoli tra il 1475 e il 1476, alla tipografia di Sixtus Riessinger, conosciuto anche come Clericus Argentinensis. È lui, tipografo e presbitero tedesco, che ha introdotto, nella zona di Napoli, la stampa a caratteri mobili. Sono nato da un tipografo che fu accolto e stimato alla corte di Ferdinando, rimanendo nella città partenopea sino al 1478 e pubblicando una settantina di edizioni tra classici latini e testi in volgare, soprattutto opere giuridiche».

Attraverso quali strade sei giunto a Novara?

«Le mie pagine lo rivelano abbastanza facilmente. Riporto infatti una nota in latino di chi ha potuto pregiarsi di avermi tra i suoi libri, donandomi poi al convento di appartenenza, qui nel vostro territorio. Sono stato acquistato da un novarese che qui mi ha portato. Lui si firma “Paulinus claris progenitus Caciis”. Frate nel convento di Santa Maria delle Grazie, membro della nobile famiglia novarese dei Caccia e sicuramente studioso di distici elegiaci e umanista, mi ha portato al Nord. E poi, negli anni, sono finito nella vostra ricca e moderna biblioteca».

L’interno della biblioteca civica Negroni

Ma sei giunto alla biblioteca Negroni da solo?

«Sicuramente il mio proprietario ha portato in città altri esemplari. Non direttamente alla biblioteca, ma qui, alla fine del loro percorso, sono arrivati. Sono un po’ come dei miei parenti. Con loro ho convissuto nella personale biblioteca di Paolino. Con me sono a Novara un’edizione dell’“Iliade” e un testo di diritto canonico. Non sono però di nascita campana come me. Se vuoi, chiedi pure a loro. Ti diranno storie e percorsi».

ORA VUOL PARLARE L’ILIADE

«Il mio contenuto è ben più antico di quello di chi ti ha parlato sinora – interviene l’“Iliade” – Racconto della guerra di Troia. Dei cinquantuno giorni dell’ultimo anno della battaglia che vide di fronte Achei e Troiani. A compormi e a darmi forma è stato Omero, cantore greco a cui si deve anche l’“Odissea”, che è un po’ mio figlio: racconta quello che accade dopo la fine della guerra».

Da dove provieni?

«Sono anch’io un esemplare di pregio. Sono un’“Iliade” nella traduzione di Lorenzo Valla, umanista, scrittore e filosofo, vissuto tra il 1407 e il 1457. Sono nato a Brescia. Qui sono stato stampato nel 1497 dal tipografo Battista Farfengo, chierico secolare e dottore in diritto canonico. Paolino è stato un uomo dotto, che ha soggiornato in tante città. E, ovunque, ha acquistato libri vicini al suo interesse. Ha acquistato anche me, portandomi a Novara. Se vuoi ora do spazio ad altri famigliari, che però non sono dei classici come me e il “De oratore”».

In una mostra alla biblioteca Negroni esposti gli incunaboli giunti in città a Novara. Alcuni han deciso di raccontarsi
Foto di VIVIANE M. da Pixabay

A QUESTO PUNTO DECIDE DI INTERVENIRE ‘CONSTITUTIONES’

«Io sono nato a Venezia. Non sarò un classico – si intromette “Constitutiones” – ma sono fondamentale per lo studio. Contengo infatti le costituzioni, utili alla conoscenza e allo studio del diritto canonico. Sono un prodotto tipicamente medievale e Paolino mi ha portato dalla laguna sino da voi a Novara. Con me anche un’altra raccolta a me analoga, il “Liber Sextus Decretalium”. Il mio autore è Clemente V, per il “Liber”, invece, Bonifacio VIII. Siamo importanti anche noi. Se vuoi sapere siamo stati stampati nel 1496 dalla tipografia Torti, una delle più importanti dell’epoca. Tra i principali stampatori di diritto. Tra Quattro e Cinquecento a Torti si devono 200 edizioni. Io, tra l’altro – conclude “Constitutiones” in questa lunga chiacchierata con dei libri alquanto antichi ma sempre ricchi di insegnamenti e di informazioni – ho qualcosa che i classici non hanno. Riporto lo stemma fasciato rosso e argento dei Caccia miniato e con bordure fiorite».

Monica Curino

Furti in un centro commerciale del Milanese, fuggono contromano in A4: arrestati dalla Polstrada di Novara Est

In evidenza

Erano fuggiti dalle Forze dell’Ordine che li inseguivano, prendendo contromano l’autostrada e seminando il panico tra gli automobilisti in transito in quel momento.

Protagonisti della vicenda, lo scorso agosto, una coppia di coniugi che aveva appena commesso alcuni furti nel parcheggio di un centro commerciale del Milanese. La fuga si era verificata lungo l’autostrada A4 Torino-Milano, percorrendo in contromano il tratto tra i caselli di Arluno e Marcallo Mesero. La fuga aveva provocato anche un incidente con il coinvolgimento di cinque veicoli e con quattro feriti.

Dopo una complessa attività di indagine durata quattro mesi la Polizia stradale di Novara Est, competente lungo la tratta, ha individuato e arrestato i due coniugi. Gli agenti hanno eseguito un’ordinanza di custodia in carcere per la coppia, irregolare sul territorio nazionale.
I due, dopo aver commesso diversi furti su veicoli in sosta, al centro commerciale di Vittuone (MI), intercettati da una pattuglia dei Carabinieri, a bordo di una Lancia Delta, fittiziamente intestata ad un prestanome, erano fuggiti.

Il conducente dell’auto in fuga, dopo l’incidente, mentre veniva soccorso da alcuni automobilisti, entrava in uno degli altri autoveicoli, impossessandosene e fuggendo e lasciando a piedi le tre donne a bordo, che erano di ritorno da una vacanza all’estero.
Nel riprendere la fuga investiva una di queste donne, che aveva cercato di fermarlo e abbandonava sul luogo la complice ferita.

Una scrupolosa ricostruzione degli eventi e le successive indagini hanno consentito di acquisire numerosi elementi di prova nei confronti della coppia, che hanno permesso al pubblico ministero della Procura di Milano di chiedere e ottenere dal GIP del Tribunale meneghino la custodia cautelare in carcere per entrambi.

La Polstrada ha anche effettuato una perquisizione nell’appartamento di Milano, dove la coppia viveva in anonimato. All’interno sono stati trovati e sottoposti a sequestro numerosi capi di abbigliamento, occhiali da vista e da sole con ancora attaccata la placca antitaccheggio oltre a strumenti per effettuare furti.

I presunti autori dei fatti sono accusati dei reati di furto, furto aggravato, rapina, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, danneggiamento e guida senza patente.

Telefonino. Piccolo manuale di… convivenza (e sopravvivenza)

In evidenzaTelefonino, dipendenza

Un paio di mesi fa avevo pubblicato un articolo sull’importanza di non utilizzare il telefonino mentre si è alla guida. Un comportamento che porta a incidenti stradali, molti, a vittime, anche giovani, e a danni irreparabili per chi sopravvive. Tanto per chi, coinvolto nel sinistro, resta con qualche grave disabilità quanto per chi perde un proprio caro.

I miei articoli, i miei approfondimenti, i miei pezzi, a maggior ragione sul mio blog personale, partono sempre da qualcosa di vissuto direttamente o sul campo, nei miei girovagare per il giornale per cui lavoro, o nella mia vita privata. Da ‘cose’ che si vivono, tanto positive, che ti portano anche al pianto, quello di gioia, quanto negative, batoste che o ti mandano in cortocircuito o ti spingono a crescere e velocemente. E oltre a crescere, a pensare e a riflettere.

Questo articolo, che, citando qualcuno più celebre di me e vissuto secoli fa, raggiungerà giusto ‘i miei venticinque lettori’ (direi anche meno), potrebbe far discutere per una presunta condanna del telefonino. Ma l’intento non è condannare uno strumento che, comunque, ha rivoluzionato le nostre vite, permettendoci di raggiungere amici e familiari rapidamente da un capo all’altro del mondo e anche se si è fuori casa, lontani dal telefono fisso.

Semmai l’obiettivo è quello di fare una riflessione, di rivolgere un invito (non mi permetterei mai di fare moniti o dare consigli, ai miei migliori amici forse e a me, soprattutto, sì, ai miei 25 lettori no) a tutti a rallentare con questo strumento, tanto utile quanto anche pericoloso.

Sì, il cellulare è potenzialmente pericoloso se non lo si utilizza con senno e responsabilità, diventandone, nel peggiore dei casi, dipendenti, userei una parola più forte, schiavi.

Tra notifiche, controlli incessanti dei mipiace sui social, del se la spunta diventa azzurra e se l’amico o compagno ti risponde. Con inevitabili conseguenze nella vita di tutti i giorni, nei rapporti con amici e famigliari.

Il telefonino, con Sms, Whatsapp e quant’altro, che restano pur sempre solo testi scritti, spesso fraintendibili, in quanto, se non sono vocali, non hanno un tono, una indicazione di come viene detta una cosa, porta anche a rovinare rapporti che durano da anni o che, nati da poco, viaggiavano a mille ed erano bellissimi.

Il rischio di dipenderci e di fare tutto con questo ‘aggeggio infernale’ è grosso e il pericolo di combinare disastri, perdendo ciò che si ha di più caro, il rapporto con un’amica, un amico, un compagno, una compagna, anche un famigliare, perché capita, è altissimo.

Magari usate il telefonino spesso perché questo implica il vostro lavoro, questo è quanto accade, ad esempio, a me. Ma cercate di non farvi fagocitare. Parlo anche per esperienza diretta. C’è stato un periodo, e forse c’è ancora, anzi c’è, in cui il telefonino per me era qualcosa da cui non mi staccavo mai, qualche amico ‘cavoli è una tua appendice, okay il lavoro, okay tutto, ma resta con noi, spegnilo o ritiralo’. Amici ancor più veri e che ti vogliono aiutare, ‘se oggi lo guardi mentre festeggiamo, guai’. Era così quando seguivo la cronaca nera 365 giorni l’anno, quasi 24 ore su 24 e quando attendevo risposte per servizi importanti. Però, in effetti, non è vita. Anche perché, poi, in attesa magari di una risposta, su quel mezzo per me infernale rimanevo, chattando con qualche amico, giocando coi giochini scaricati da Google Play o già sul cellulare. E la dipendenza cresceva. Poi si arriva a non saper affrontare più nulla direttamente, a voce, di persona, confrontandosi, mettendo, come si dice, la faccia.

Sì, perché anche i problemi poi li tratti con un whatsapp spesso inutile e dannoso e magari, perché non comprendi la risposta della persona a cui vuoi un bene dell’anima, ‘giri’, anzi spieghi la risposta a un altro amico per capire, per avere un suggerimento, per non litigare con la persona a cui tieni. E se la persona a cui vuoi bene lo scopre diventa un pasticcio, anche se fatto senza malizia e per mantenere l’amicizia a cui non vorresti mai rinunciare, perché una delle amicizie della vita. E queste sono poche. Io ne conto due così importanti. Ne ho viste e ascoltate di situazioni così.

Tutto questo per spiegare e dire: Grazie tecnologia, grazie di averci dato la possibilità di poter comunicare ovunque, in ogni momento, a ogni distanza geografica e non più solo dalle 4 pareti di casa, grazie per averci fornito altri strumenti nel telefonino che ci consentono, magari in vacanza, di scovare posti da visitare e quant’altro. Però ‘caro mio telefonino non rovinarci la vita e le amicizie più care’. Ma questo ovviamente dipende da noi. E mi metto in primis anche io. Dipende da me.

Da mesi evito l’utilizzo in auto, in giro cerco di non guardarlo mentre cammino verso la sede del lavoro o altro, alle cene con gli amici, alle giornate con gli amici, uno sguardo veloce e stop (sino a maggio ero lì a guardarlo a go go, forse uno schermo per difendermi dalla timidezza? Può essere. Ma la si supera, parlando). Whatsapp sul pc? Ovviamente, per il lavoro ce l’ho, ma ora, da qualche giorno, chiudo la pagina. Non deve distrarmi né influenzarmi o spingermi a guardare che so gli stati degli amici o se un’amica ha risposto, se se se se. La comunicazione deve essere, almeno per me, per una supergalattica timidissima, ora, grazie alla professione intrapresa, ‘solo’ timida, una sfida, solo verbale. E non mi devo far fagocitare dal telefonino. Si perdono attimi importanti di vita, di amicizie, di rapporti, che sono ciò che di più bello esiste in una vita.

Monica Curino

Quando una telefonata cambia la vita… per sempre

In evidenza

Troppo spesso tendiamo tutti a sottovalutare il rischio che il rispondere a una telefonata o a un messaggio al cellulare mentre si è alla guida possa comportare. Si pensa sempre, sbagliando, «tanto non mi succede nulla», «vuoi che non riesca a controllare bene anche la strada?» o ancora «tanto è solo un vocale, cosa vuoi che mi distragga, non è come digitare un testo». Altrettanto spesso, presi dalle nostre corse quotidiane, da vite sempre a mille, se non al limite, si tende a pensare che, quanto raccontato da giornali e tg, non possa mai riguardarci, non possa mai toccarci da vicino e davvero. Eppure non è così.

Senza contare che, a oggi, l’80% degli incidenti è dovuto all’utilizzo di smartphone alla guida.

Sino a qualche mese fa la vedevo un po’ anch’io così, non posso negarlo. Poi, per me, rispondere o mandare un messaggio, guidando, consente (usiamo ‘consentiva’) di ottimizzare, a volte, il carico di lavoro che ho per il giornale. Metto giù date di interviste, incontri per servizi, raccolgo informazioni. Ma è sbagliato. O si fa una cosa o l’altra. Piuttosto, se è così urgente qualcosa, ci si ferma, si parcheggia l’auto e o si chiama o si scrive un messaggio. Poi si riparte.

Eppure di storie di incidenti particolarmente gravi, legati anche all’utilizzo del telefonino, in 22 anni di giornali, ne ho dovute raccontare, scrivere. Ho anche partecipato a incontri di sensibilizzazione sul tema della sicurezza stradale, che, oltre a vedere l’obbligo delle cinture di sicurezza, del non mettersi alla guida in condizioni alterate, vede anche il divieto di utilizzare il telefonino mentre si è al volante. Incontri spesso ‘tosti’, ma che, pur condividendo le raccomandazioni di Polizia, Carabinieri e sanitari, non hanno mutato il mio modo alla guida.

Questo, almeno, sino ai primi di febbraio di quest’anno, quando l’ennesimo incontro seguito per il giornale di questo tipo mi ha colpito più del solito, lasciandomi dentro molto.

Nell’ascoltare le testimonianze di genitori che hanno perso i propri figli o per colpa di un cellulare o per qualcuno alla guida in stato alterato, ho sentito come un pugno allo stomaco, un gancio al volto. E faceva molto male. Probabilmente ha influito il fatto che, tra le testimonianze, ci fosse quella di un’amica che ho da qualche anno, che è sulla sedia a rotelle, ma di cui mai ho conosciuto le cause di questa condizione. Quel giorno, al Ravizza, scuola che ha ospitato l’incontro, le ho apprese: qualcuno che era alla guida in stato alterato già al mattino presto, che, con la propria auto, ha impattato con quella della mia amica, di Mary. Che, però, da quell’episodio, ha saputo reagire, e con una forza incredibile, diventando anche campionessa paralimpica di tiro con l’arco.

I relatori dell’incontro sulla sicurezza stradale al Ravizza

La mattinata è stato l’evento conclusivo di un ciclo di lezioni nelle scuole superiori sulla sicurezza stradale. A promuovere gli appuntamenti, dal titolo “La vita non si beve”, la Prefettura con il viceprefetto aggiunto Antonio Moscatello, con 118, Polizia e Carabinieri.

Dopo quell’incontro il mio rapporto con il cellulare alla guida è cambiato. Non posso dire di non averlo più usato, mentirei e non è qualcosa che amo fare, ma certo l”ho utilizzato molto meno. Le prime settimane appena avevo la tentazione di rispondere a qualche ‘bip’, di guardare la qualunque, lo rigettavo e, se avevo il telefonino nella tasca della giacca, lo buttavo sul sedile posteriore così da allontanare la tentazione.

Altre volte l’ho proprio posto nell’angolo più recondito del mio zaino o della mia borsa, ancora prima di salire in auto, per evitare.

Poi, ammetto, che qualche volta, dopo un mese, l’ho riusato, ma ancora oggi mi torna alla mente quella lezione a scuola e, quindi, su 10 volte che vorrei rispondere o vorrei usarlo, mi capita di farlo solo una volta. E punto a rendere questo a livello 0.

Nei primi giorni ho anche avuto alcuni incubi la notte. Sogni in cui mi capitava di avere un incidente particolarmente grave e mi soccorrevano amici che, conoscendo il mio, all’epoca, smodato uso del telefonino, erano sì preoccupati per le mie condizioni, ma, al contempo, commentavano ‘Era sicuramente con quel telefonino del cavolo’.

In quell’incontro, come anticipato, molti gli interventi. Tutti volti a far capire agli studenti, ma direi anche a qualcuno più attempato, come l’auto «sia come avere un’arma carica con sé. Occorre saperla utilizzare e, soprattutto, è necessario tenere sempre alta l’attenzione».

Queste le frasi del comandante della Polizia stradale di Novara, Riccardo Peviani, agli allievi.

Una mattinata intensa, durante la quale i ragazzi hanno potuto ascoltare gli esperti e apprendere l’importanza del rispetto delle regole.

Dall’allacciarsi le cinture di sicurezza, anche sui sedili posteriori (sì, anche qui è fondamentale, quanti incidenti abbiamo raccontato con persone ferite, se non decedute, anche sedute sui sedili dietro), al non guidare stando al telefonino, sino al non porsi al volante in condizioni alterate. O perché si è bevuto o perché si sono assunte sostanze stupefacenti.

«Piuttosto di mettervi alla guida così, fate guidare un amico che non ha bevuto o chiamate qualcuno a casa», hanno detto i relatori. Oltre a Peviani anche Il sottotenente dei Carabinieri, Ruggiero Penza, che ha illustrato come ci siano obblighi e regole da rispettare anche per i monopattini, un mezzo ormai utilizzato da tutti sulle strade.

La parte sicuramente più emotiva e che credo sia andata a buon segno tra i ragazzi è stata quella gestita dal 118, con Roberta Tacconi e Michela Agnesina.

La prima ha raccontato il funzionamento della centrale e delle procedure di primo soccorso, rilevando come sia importante, quando si chiama il 118. E come altrettanto sia fondamentale «fornire indicazioni corrette». Agnesina ha aggiunto: «non possiamo permetterci, quando interveniamo, di provare emozioni. In quegli istanti dobbiamo agire. Il brutto è poi il ritorno a casa, quando emergono tutte le emozioni. Faccio l’infermiera da quasi 30 anni e ancora non mi sono abituata a veder morire persone così giovani».

Ha poi introdotto due testimonianze video che hanno lasciato un segno forte tra tutti. A partire da quella di Mariangela Perna, novarese, su una carrozzina da anni, dopo essere stata investita da un automobilista ubriaco (la mia amica paralimpica). Un incidente che le ha cambiato la vita. Mariangela però non si è arresa. Ai ragazzi ha detto: «fate attenzione quando siete alla guida. Se si è al volante, non bastano due occhi. Non usate il cellulare».

Molto accorate le parole di Lucia e Franco Cibo Ottone, che hanno perso la loro Isabella in un incidente stradale nel marzo del 2017: «la vita è una sola, ragazzi – hanno detto agli studenti del Ravizza – rispettatela».

A chiudere l’incontro le parole di Agnesina agli studenti: «Non guardate alla Polizia e alle Forze dell’Ordine come a persone che vogliono ostacolarvi. Loro, sulla strada, sono i vostri migliori amici. È meglio che vi riportino a casa senza patente, ma sani, che, invece, portino nelle case le patenti, senza di voi».

Monica Fiocchi Curino

Incidente a Dormelletto: motociclista in ospedale a Novara

In evidenza

Bilancio di un ferito per un incidente stradale avvenuto intorno alle 18 di oggi, lunedì 8 maggio, lungo la strada statale del Sempione, a Dormelletto, nel Novarese.

Qui, per cause in fase di ricostruzione da parte delle Forze dell’Ordine, si è registrata una collisione tra un’auto e una motocicletta.

Sul posto sono intervenuti i Vigili del fuoco di Arona e il personale sanitario del 118, che ha prestato i primi soccorsi al centauro, trasferito poi in ospedale, a Novara.

I Vigili del fuoco hanno messo in sicurezza il luogo del sinistro, collaborando anche con i sanitari del 118.

Lite in strada a Novara: uomo accoltellato gravemente

In evidenza

Una lite tra due cittadini stranieri è degenerata intorno alle 15 di oggi, domenica 23 aprile, a Novara, con il grave ferimento di uno dei due.

Al culmine del litigio, avvenuto nella zona di Sant’Agabio, all’altezza del parchetto posto tra via Bossi e via della Riotta, infatti, uno dei due contendenti ha preso una bottiglia rotta trovata in strada e ferito gravemente l’altra persona.

Al centro dell’episodio, che ha visto l’intervento sul posto di tre vetture delle Volanti della Polizia di Stato, della Polizia scientifica e del personale del 118, due cittadini di nazionalità tunisina.

Il ferito, soccorso dai medici, è stato trasportato all’ospedale Maggiore con un codice rosso. Al momento è ricoverato in Rianimazione, in prognosi riservata.

L’aggressore è stato raggiunto e arrestato poco tempo dopo nella zona di corso Trieste, a ridosso di un supermercato. L’accusa, per l’uomo, è di tentato omicidio. Lui stesso, dopo alcune chiamate giunte alle Forze dell’Ordine dai molti presenti, ha allertato la Polizia.

Indagini in corso da parte della Polizia di Stato, che, giunta sul posto, ha recintato l’intera area. Forse, alla base della lite, un precedente diverbio, avvenuto qualche giorno fa nella medesima zona di Novara, con il coinvolgimento di altre persone. Un coinvolgimento di altri tunisini che si è registrato anche domenica pomeriggio, con un confronto di uno contro uno.

Il ferito è deceduto nella tarda serata di domenica.

Scontro tra un’ambulanza e un’auto a Novara

In evidenza

Incidente stradale tra un’autovettura e un’ambulanza nella prima serata di lunedì 10 aprile, a Novara.

Tutto è successo intorno alle 19,30 tra viale Mazzini e baluardo Massimo D’Azeglio, proprio a ridosso dell’ospedale Maggiore.

A quanto ricostruito l’ambulanza, a sirene spiegate, stava raggiungendo il Pronto soccorso del nosocomio cittadino con a bordo un paziente. Nell’incidente una persona è rimasta ferita lievemente, con un codice verde.

Sul posto, per soccorrere eventuali feriti, sono intervenute quattro ambulanze.

Il sinistro è stato visto da diversi novaresi in transito in centro città. A rilevare il sinistro, una pattuglia della Polizia locale, rimasta sul posto sino le 21,30.

Bebè ha fretta di nascere: mamma partorisce in casa, a Novara, con l’aiuto del 118

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Il blog, se lo conoscete, è nato per raccontare le mie passioni e anche, e soprattutto, le notizie positive, le belle storie che si registrano a Novara e nel Novarese. Poi, da qualche tempo, presenta anche una parte, per ora piccola, visti gli impegni legati al giornale per cui lavoro, dedicata alla cronaca ‘nera’, settore che seguo da 22 anni. E che ho sempre alternato alle storie positive, alle associazioni.

Proprio per questa attenzione alle storie positive oggi voglio riportarvi una notizia molto bella che riguarda Novara.

Nella notte tra domenica 2 e lunedì 3 aprile, ormai alle prime ore dell’alba, erano le 5, un piccolino è venuto alla luce nella casa dove abitano la sua mamma e il suo papà.

E’ successo in via della Noce, nella zona di Sant’Antonio. A far partorire la donna nella sua abitazione il personale del 118. Quando i sanitari sono arrivati nella casa della donna, che ha 29 anni, il travaglio era così avanti che è stato necessario far partorire la giovane direttamente nella sua abitazione.

A nascere un maschietto. Tanto la mamma quanto il piccolo, come riferiscono dal 118, stanno bene.

Andrea Devicenzi: la forza di andare avanti

In evidenza

Oggi, al centro del nuovo articolo del blog, c’è la forza di volontà di una persona, Andrea Devicenzi, che, dinanzi all’amputazione di una gamba, per lui sportivo sin da bambino, non si è fermato, non si è in alcun modo abbattuto.

Ha saputo reagire e andare avanti, conquistando riconoscimenti, partecipando a gare al limite e, soprattutto, diventando un esempio per tanti, tantissimi, giovani. Mi sento di dire un esempio per tutti, perché troppo spesso, tutti, ci abbattiamo per cose di piccolo conto, ce la prendiamo, ci piangiamo addosso per delle inezie. E, invece, dovremmo capire quanto sono altre le ‘cose’ importanti della vita.

Devicenzi ha portato e porta in giro la sua esperienza ed è diventato, anche come professione, un vero e proprio motivatore per tutti, squadre di calcio, atleti, ragazzi nelle scuole.

L’ho incontrato 6 anni fa a un doppio evento promosso a Novara con gli studenti del Ciofs e della scuola media Immacolata. Un appuntamento che, come ha lasciato molto nei ragazzi, ha fatto altrettanto con me.

Un nuovo articolo, dunque, nel blog. Avevo detto, del resto, che non volevo lasciare abbandonato per troppo tempo questo spazio internet tutto mio. Anche perché mi offre un’occasione importante per esprimermi e andare oltre l’oggettività che, ovviamente, come è richiesto dal mio lavoro, cerco di mantenere sempre alta nei miei articoli per il giornale per cui lavoro, L’Azione.

L’incontro con gli studenti nel 2017

Un blog mi consente di mettere un po’ più di quello che sono io, di Monica. Non che ami raccontarmi, non sono una che vuole stare al centro dell’attenzione. È sufficiente chiedere a qualche amico per scoprire che, in compagnia, mi nascondo, che, in un’occasione pubblica, scappo. Fatta eccezione quando devo presentare i libri che ho voluto dedicare alle belle realtà della solidarietà novarese e per cui devo per forza farcela e parlare in pubblico.

LeintervistediMoc mi permette di dare più spazio alle mie passioni, a quei pezzi che amo fare, al di là di un ‘compito’ assegnato dalla testata giornalistica per cui lavoro o ho lavorato in passato.

Mi lascia raccontare con un po’ più di cuore quegli incontri che, in ventidue anni di giornalismo, hanno lasciato una grande traccia nell’anima, nel profondo.

Un uomo, Devicenzi, che è l’esempio di come, anche dinanzi alle difficoltà della vita, persino le più dure, le più toste da affrontare, ci si possa sempre rialzare. Anche dopo l’amputazione di una gamba a soli 17 anni.

Cremonese, 50 anni da compiere (li farà a luglio), nell’agosto del 1990, in sella alla motocicletta a lungo sognata, è rimasto vittima di un grave incidente, che gli ha causato l’amputazione della gamba sinistra.

Un evento tragico per tutti, certo difficile da accettare per una persona che praticava sport da quando aveva 5 anni, tra calcio, ciclismo, camminate e triathlon. E che, comunque, a riprova della sua grande forza d’animo, ha continuato a fare.

Un evento che, come spiegato agli studenti, gli ha cambiato innegabilmente la vita, ma al quale Devicenzi ha saputo reagire. «Una gamba se n’era andata – ha raccontato – ma non la voglia di vivere ogni giorno al massimo delle mie possibilità».

Oggi, Devicenzi è un performance coach, professionista che aiuta a raggiungere gli obiettivi, e formatore esperenziale. Lavora con le persone, guidandole, step dopo step, al raggiungimento dei propri obiettivi e a performance migliori.

Incontri che Devicenzi conduce in scuole, squadre sportive e aziende.

Dopo l’incidente del 1990 per lui inizia una nuova vita, che, negli anni, lo porta a imprese inimmaginabili anche per chi non ha menomazioni. Partecipa a gare di ciclismo per qualificarsi alle Paralimpiadi 2012, nel 2010 raggiunge, primo atleta amputato di gamba, il KardlungLa, in India, a quota 5.602 metri, un raid in autosufficienza sulla strada carrozzabile più alta del mondo in sella a una bici e poi ancora paratriathlon (nuoto, bici e corsa), con una medaglia di bronzo e una d’argento (la prima ai Campionati Europei in Israele del 2012, la seconda agli Europei in Turchia del 2013).

Arriva, così, a lasciare il suo lavoro da dipendente, diventando formatore e mental coach.

Nel 2014 inizia un’attività a favore dei ragazzi, che prosegue ancora oggi, nel 2023, come si può apprendere dal suo sito. Dà vita al primo Giro d’Italia formativo, rivolto ai giovani, «per renderli consapevoli – ci aveva raccontato – delle straordinarie capacità e talenti che hanno già dentro di loro». Nell’inverno dello stesso anno, in quest’ambito, nasce Progetto 22.

Al 2017 Devicenzi aveva incontrato decine di migliaia di ragazzi nelle scuole di tutta Italia. «Il nome del progetto – aveva spiegato – deriva dai 22 valori che cerco di raccontare e far vivere ai ragazzi a ogni incontro negli istituti scolastici. Parlo della mia storia, aiutandoli a interpretare gli eventi della loro vita in modo positivo, ascoltando se stessi, credendo nei propri mezzi. Non devono diventare schiavi di quelli che sono i modelli di oggi. Ognuno di noi è un essere unico e irripetibile, con i propri pregi e – aveva sottolineato – risorse straordinarie, troppe volte date per scontate».

Un progetto realizzato con Oso (Ogni sport oltre) della Fondazione Vodafone Italia e con sponsor, «che ci aiutano. Parleremo di ragazzi che ho incontrato nel mio percorso nelle scuole. A Novara ho parlato di Luca, studente del Ciofs, che ha vissuto la mia stessa esperienza, perdendo una gamba in un incidente con lo scooter qualche anno fa, e di ragazzi che hanno sofferto di anoressia e bulimia».

Il Ciofs aveva conosciuto Devicenzi quando uno dei ragazzi della scuola era rimasto vittima di un incidente, in cui aveva perso la gamba. L’atleta paralimpico si era messo immediatamente a disposizione, intervenendo a scuola con una mattinata incentrata su Progetto22».

Un incontro che ha lasciato una traccia importante nei ragazzi che l’hanno ascoltato.

Un esempio per tutti Devicenzi: «quando mi sono trovato amputato, ho pensato che, per ottenere successo nella mia vita, un successo sportivo, famigliare, lavorativo, non sarebbe stato il numero delle mie gambe a determinare questo, ma quanto avevo nella mia testa. Così sono partite le mie sfide. Nel 2010 – ci aveva raccontato – l’India mi ha aperto un mondo, cambiandomi per sempre, avvicinandomi ai percorsi di crescita personali e a queste avventure. Importanti sono stati gli amici, la famiglia, mia moglie Jessica, con cui ho avuto due splendide bambine, Giulia e Noemi. Non mi hanno mai fatto sentire diverso».

Una mattinata insolita che ha saputo coinvolgere gli studenti più di qualsiasi altra materia, perché ha permesso loro di mettersi a confronto con la vita vera e con un atleta e anche un compagno di scuola che, nonostante le difficoltà, gli ostacoli della vita, ce l’hanno fatta.

«Occorre avere delle priorità – aveva detto ai ragazzi – e perseguirle». Una mattinata ricca di emozioni.

Monica Fiocchi Curino

Bullismo e cyberbullismo: l’impegno delle associazioni

In evidenzaUn giovanissimo in lacrime, dopo essere stato bullizzato

Chi è solito passare di qui, a curiosare quanto viene pubblicato sul blog, avrà intuito come un argomento a me caro è quello del contrasto al bullismo e alla sua forma più moderna, quella del cyberbullismo.

Un fenomeno che non riguarda soltanto bambini e ragazzi, a cui si pensa appena si fa riferimento a questi due termini, ma che interessa e coinvolge tutti, indistintamente. Perché le parole feriscono, fanno male e in bambini, ragazzi, giovani e adulti che stanno vivendo situazioni di particolare fragilità possono causare danni irreparabili.

C’è chi, per una parola, una frase detta male, a volte senza neppure l’intenzione di ferire (e questo ci deve far riflettere e contare sino a mille prima di dire qualsiasi cosa), entra in un cortocircuito, in un black out senza fine. Un cortocircuito da cui è difficile uscire e che, spesso, può portare a conseguenze tragiche. Tanto tra i ragazzi, quanto tra gli adulti.

A farci capire chiaramente quanto alle parole necessiti fare attenzione è stata Carolina Picchio, la giovane novarese prima vittima di cyberbullismo in Italia. Nei suoi diari, nei suoi appunti, tra le tante frasi, quella che a giusta ragione può rappresentare il suo monito per il futuro: “Le parole fanno più male delle botte”.

O ancora: “Il bullismo… tutto qui? Siete così insensibili”. Con lei il primo processo in Italia per cyberbullismo e una nuova, importante e concreta, attenzione sulla tematica. Quella che, prima, fatta eccezione da parte di chi quotidianamente si occupa di bambini e ragazzi (insegnanti, animatori, educatori, sacerdoti), mancava.

Ho conosciuto tanti amici con figli vittime di bullismo, al centro di veri accanimenti: o per il loro aspetto fisico o per qualche difetto nel parlare, magari una lieve balbuzie, ma anche la ‘r’ moscia o altri pseudo difetti di pronuncia (pseudo perché difetti non sono), o solo perché un po’ più timidi e introversi degli altri; magari impacciati.

E le situazioni che si vivono non sono certo semplici. A volte il bambino, il ragazzo, smette di mangiare, non vuole più andare a scuola, si chiude a riccio e non si riesce più a entrare nel suo mondo, per cercare di capire cosa sta accadendo. E, soprattutto, per aiutarlo.

Una situazione non certo diversa dal passato, quando la ragazzina ero io, i famosi anni ’80. Ricordo come fosse oggi, che di anni ne sono passati davvero molti, le battute, pessime, nei confronti di un ragazzo della mia compagnia che camminava male per un problema alla gamba, da “Pinocchio” a “Gamba di Legno”.

O anche quelli, sempre epoca delle medie, nei confronti di un amico che, solo perché non reagiva con le botte agli scherzi che subiva, veniva etichettato come effeminato e preso costantemente a calci nello zaino, pur di rompergli gli occhiali che ritirava lì terminate le lezioni.

Certo non c’era il web, che ha acuito il problema in maniera esponenziale, con scherzi e offese che si moltiplicano per mille. E che ti possono raggiungere ovunque, sul tuo smartphone, sul tuo tablet, sul tuo pc.

A quei tempi erano le parole a voce, gli atteggiamenti, a fare male. Una situazione che non cambiava (e non cambia neppure ora) passando dalle medie alle superiori, dove ci dovrebbe essere o si aspetterebbe di avere una maggiore attenzione, vista l’età più grande dei ragazzi.

Così non era e non è. Ricordo ancora un “ma che sedere hai, hai messo su una quintalata” da una compagna di classe in un’assemblea in occasione di un’occupazione della scuola a fine quasi della seconda liceo. Quella frase, almeno a posteriori penso furono quelle poche parole lì, scatenò in me, che pensavo di essere una persona abbastanza forte e ‘intaccabile’ dalle parole che feriscono l’anima, un’attenzione morbosa per il cibo, arrivando a calcolare tutto quanto entrava nel mio corpo, controllando quanto bevessi, ogni briciola di pane ingoiata. E poi ginnastica, io già sportiva, biciclettate infinite, addominali dopo ogni pranzo e ogni cena. Ricordo solo che arrivai a pesare 38 chili scarsi, dagli allora 52-53, per 1,60 o poco meno di altezza. E che, per molti anni, rinunciai a piatti prelibati, dalla pizza (ora, se ‘Baby’, la finisco tutta e mi dico ‘ma cosa ti sei persa, Moni!”) ai primi, squisiti, che preparava mamma e che io non volevo in alcun modo. Riducendomi a essere uno ‘scheletrino’ e preoccupando chi mi stava accanto. La superai da sola, credo verso la fine del percorso universitario e nei primi anni del lavoro.

Ecco l’importanza delle parole, che troppe volte sottovalutiamo. Le parole, se toste, se sbagliate, se brutte, feriscono, fanno male, scavano dentro. Certo ci sono anche quelle belle, i “Grazie”, gli “Scusa”, i complimenti, quelli veri, non quelli falsi o detti così per dire, i “forza” a chi sta lottando con qualcosa di più grande di lui. I “credi in te stesso, ce la farai”. Queste sono le parole, le frasi da usare.

Quelle ‘brutte’, quando ricevute, sono difficili da gestire da un bambino o da un ragazzo. A volte, come ho scritto all’inizio, anche da un adulto con un’eccessiva sensibilità o che, in quel momento della vita, sta vivendo difficoltà e problemi che magari cerca di nascondere, ma esistono. E sono, per lui, un vero macigno. Non sappiamo, inoltre, mai come può vivere una persona qualcosa che a noi sembra in un modo, magari una banalità, ma per quella persona è ciò a cui più tiene nella vita. Non tutti abbiamo la stessa sensibilità, lo stesso modo di reagire alle difficoltà della vita.

Non dico tutto questo per farmi bella. Ma perché sono davvero cose in cui credo e che ho sperimentato e sperimento tutt’ora nella mia vita, sulla mia pelle e dai racconti di tanti amici.

Le parole sono quanto di più bello abbiamo a disposizione per comunicare tra noi, per raccontare a un amico qualcosa che sentiamo dal cuore, per dire ‘ti voglio bene’. E quante volte si fatica a pronunciare queste tre parole magiche e bellissime? Io stessa, pur non conoscendo tutt’ora la ragione, ho sempre faticato a dirle, anche a chi volevo e voglio un bene infinito. Da qualche tempo riesco e sto bene quando le pronuncio. Sembrerà debolezza, farà tenerezza? A me, sinceramente, non importa. O quantomeno non importa più, perché è bellissimo dirle. Le parole ci aiutano a dire ‘ti amo’ alla persona che amiamo, a essere di sostegno a chi non sta bene, a chi, magari, è stato ferito da altre parole, di tutt’altro genere, quelle ‘cattive’.

Ecco dobbiamo imparare a usare le parole, a capire la loro importanza e a usare quelle che fanno bene all’anima. Soprattutto dobbiamo capire le nostre emozioni, valutarle, esaminarle e comprenderle.

Da un po’, una nuova maturità, un malessere, un cambiamento? Non lo so. A me è sufficiente usare un epiteto poco simpatico nei confronti di un amico o di una persona a me vicina, per mettermi subito sotto esame. A volte basta un “cretinetti” o un “pisquano” (reminiscenza dei tempi del liceo, dove, in classe, lo utilizzava anche una professoressa). Un istante dopo che quella parola è stata pronunciata vorrei mordermi la lingua e tornare indietro. Sia lui sia rimasto sia non gli abbia cagionato nulla. Non c’è motivo di offendere: si può ragionare, riflettere insieme. Se mi accade come reazione, pur se potrebbe esserci una giustificazione, lavoro affinché non mi accada più.

Se dovesse capitare senza alcun motivo, le elucubrazioni sono più lunghe. Lavoro su cosa mi ha spinto, cerco di capire me stessa, ciò che sento, perché ho detto quella parola, quella frase.

Le “brutte” parole sono sempre sbagliate, anche se “sollecitate” da qualcosa. Non dico che si debba cercare di essere perfetti, quasi santi, ma, se si sbaglia, a quel punto ecco un’altra parola magica: ”scusa”.

Sono tutte le ragioni per cui, da parte mia, ci sarà sempre grande stima nei confronti di tutti coloro che si impegnano, con azioni, progetti, sportelli d’ascolto, ad aiutare le vittime di bullismo e di cyberbullismo. Soprattutto i ragazzi, i bambini, che sono il nostro futuro. Sono loro che vanno tutelati. Apprezzerò sempre chi attiverà progetti in questa direzione. Ad associazioni, singoli e realtà che danno vita, oltre che a progetti, anche a importanti iniziative di prevenzione e sensibilizzazione. Perché, e mai è sbagliato ribadirlo, la prevenzione è fondamentale.

I bambini e i ragazzi bullizzati, di oggi e di ieri, ringrazieranno sempre.

Sul territorio di Novara e del Novarese sono diverse le realtà che si occupano di questo, spesso in sinergia con le scuole. Si va da Fondazione Carolina, nata in memoria di Carolina Picchio, al Progetto per Tommaso, che ricorda un altra giovane vittima di cyberbullismo, Tommaso appunto, studente del liceo scientifico Antonelli.

E poi, ultima nata, ma già molto attiva e con tante iniziative e tanti progetti in cantiere, l’associazione di promozione sociale Sbulloniamo Insieme, che ha la sua sede in corso della Vittoria 5 D.

Oggi, nella settimana in cui è stata celebrata la Giornata contro il bullismo e il cyberbullismo, che ricorre ogni anno il 7 febbraio, dopo aver visto in azione il suo staff più volte, tanto nelle scuole quanto in convegni e iniziative, è proprio di Sbulloniamo che vi voglio parlare.

Una squadra tutta al femminile, entusiasta e sempre al servizio dei nostri bambini, dei nostri ragazzi.

L’associazione, dalla sua fondazione, nell’aprile del 2019 come sportello, poi diventata vera e propria associazione nell’aprile 2022, si occupa di arginare e prevenire i fenomeni di bullismo e disagio giovanile, educare alla legalità e creare un punto di contatto e dialogo sociale tra giovani, famiglie, scuole, istituzioni e imprese presenti sul territorio.

Sbulloniamo accoglie tutti coloro che presentino problemi di bullismo o di cyberbullismo, fornendo ascolto e sostegno. Un servizio gratuito per rispondere alle situazioni di disagio. A farne parte un importante team di professionisti, che aiuteranno a individuare il problema e a riconoscerlo, fornendo supporto psicologico, educativo e legale.

Presidente dell’associazione, Michela Agnesina. A fare parte della squadra Alessandra Porzio, educatrice professionale e tutor dell’apprendimento, Silvia Rampone, psicologa psicoterapeuta, Anna Bosco, avvocato civilista, Sara Vescera, medico chirurgo e psicoterapeuta, Letizia Manfrin, laurea in Scienze e tecniche psicologiche, Francesca Pagetti, psicologa e analista del comportamento, Anna Zandrino, avvocato familiarità e minorile, curatore speciale dei minori (Foro di Torino), Martina Ramella, ricercatrice scientifica, Vanessa Cerina, pedagogista, Martina Porzio, social media e addetto stampa, Gianina Apostol, collaboratrice studio legale, Patrizia Gerardi, segretaria associazione e supporto grafico. Per informazioni sportelloascoltosbulloniamo@gmail.com oppure telefonando o inviando un sms o WhatsApp tutti i giorni, al numero 3518374556. Disponibili anche le pagine Facebook e Instagram “Sbulloniamo insieme”.

Lo staff di Sbulloniamo a un evento al Broletto con lo psicoterapeuta Alberto Pellai

Molte le iniziative portate avanti in questi primi anni di vita dell’associazione.

Si parte dalla seconda edizione del concorso scolastico “Il bullismo visto dai miei occhi”, che ha aperto ufficialmente la seconda annualità il 7 febbraio 2023, Giornata, come anticipato, contro bullismo e cyberbullismo.

Un appuntamento nel quale sono coinvolte tutte le scuole del territorio, di ogni ordine e grado, che possono partecipare al concorso con testi, disegni, riflessioni, ma anche con segnalazioni. I lavori dovranno essere consegnati entro il 28 febbraio, inviando il materiale alla mail sportelloascoltosbulloniamo@gmail.com. Si potrà imbucare i lavori preparati anche nelle apposite buche delle lettere allestite nelle scuole del territorio.

Dallo scorso autunno, invece, l’associazione sta promuovendo nelle scuole “Tu chiamale se vuoi… emozioni“.

Una serie di incontri in cui si riflette sui sentimenti, sulle emozioni, sul rispetto dell’altro e, elemento che ritorna e fondamentale nella lotta al bullismo, sul valore delle parole, sulla loro potenza. «Un progetto – come ha spesso riferito la presidente – che molte scuole hanno chiesto e in cui coinvolgiamo direttamente, i bambini, i ragazzi».

Lo staff di Sbulloniamo parla così ai ragazzi di empatia, dell’importanza di mettersi nei panni dell’altro, di educazione all’ascolto e di legalità. Un’educazione alle emozioni per aiutare a riconoscerle e a comprenderle, arrivando a dominarle senza nasconderle e a trasformarle in un mezzo per conoscere l’altro e, quindi, per arrivare a saperle gestire. Senza farsi sopraffare. Un percorso bello, interessante e coinvolgente, che, in alcuni casi, sarebbe utile e di supporto anche agli adulti. I ragazzi riflettono su tutti questi aspetti, evidenziando situazioni ed eventi tanto positivi quanto negativi che riguardano la classe. Li segnalano e poi ne parlano con lo staff di Sbulloniamo.

Tra gli altri eventi di grande successo, nel settembre del 2021, al campo sportivo di Veveri, “Sbulloniamo giocando insieme”. Un modo per avvicinare i bambini e i ragazzi alle Forze dell’Ordine. Obiettivo far capire loro che Polizia, Carabinieri e Polizia locale non sono nemici o solo quelli che fanno le multe. Ma sono soprattutto amici a cui chiedere aiuto quando si è in difficoltà. Un pomeriggio di grande successo, con la partecipazione anche di molte autorità, dal sindaco Alessandro Canelli al presidente del Centro servizi per il territorio, Daniele Giaime. Nel pomeriggio dimostrazioni e momenti di gioco organizzati, in sinergia con le associazioni del territorio presenti.  

A maggio la partecipazione, nella zona antistante lo stadio, all’iniziativa “Aiutaci ad aiutare” con 118, Polizia, Carabinieri e tante altre associazioni di volontariato della città.

Lo scorso Natale, un’originalissima raccolta fondi, con l’Albero di Natale delle emozioni. Con un piccolo contributo lo si poteva addobbare con una pallina emozionale. Sono stati così raccolti fondi utili al progetto scolastico sulle emozioni.

L’albero delle emozioni

Poco prima, a novembre, in un Arengo del Broletto gremito in ogni ordine di posti, ecco l’arrivo in città dello scrittore e psicoterapeuta Alberto Pellai, invitato proprio da Sbulloniamo con il Centro di giustizia riparativa per parlare di ‘educazione digitale’, un tema particolarmente sentito da chi, ogni giorno, vive a stretto contatto con bambini e ragazzi. Genitori, insegnanti, animatori.

Pellai, nell’occasione, ha rivolto un invito alle famiglie, ai genitori, ma anche agli insegnanti e a tutti coloro che, quotidianamente, si rapportano con giovani e giovanissimi. Un invito a essere referenti di responsabilità nei confronti
dei pre-adolescenti. In particolare di fronte al web, all’utilizzo sempre più precoce di smartphone e social network. All’uso improprio di oggetti che espongono i giovanissimi a situazioni alle quali spesso difficilmente sanno reagire e reggere e che possono anche portare a conseguenze molto gravi. E questo, tra l’altro, non solo tra i giovani, come emerge da tante notizie di cronaca, che raccontano di suicidi anche tra adulti, che non sono riusciti a sostenere la forte esposizione mediatica cui sono stati sottoposti sui social.
Obiettivo è stato parlare e confrontarsi sui bisogni educativi nell’età evolutiva dei nativi digitali, cercando di comprendere come aiutare i giovanissimi dinanzi al web e allo smartphone, che, spesso, è nelle mani dei ragazzi da molto presto, come recita il titolo di uno dei libri di Pellai e dello stesso incontro al Broletto, “Tutto troppo presto”.

A emergere la necessità di fare rete, di promuovere sempre più incontri e azioni per affrontare il fenomeno. «I pre-adolescenti – ha riferito Pellai – hanno un cervello emotivo, affamato di emozioni intense. Nell’età della pre-adolescenza la parte emotiva del cervello diventa potentissima, quella cognitiva, invece, resta, tra i 10 e i 14 anni, immatura. Non hanno le capacità di integrare funzionamento emotivo e cognitivo. Per questo è nostro compito aiutarli. Tocca a noi genitori essere referenti di responsabilità, portando i nostri figli a riflettere».

L’associazione è stata anche tra i protagonisti delle due edizioni de “La strada si fa scuola”, iniziativa promossa dalla Polizia di Stato di Novara con le associazioni e le scuole del territorio.


Progetti, iniziative, azioni che proseguono tutto l’anno, incessantemente. E che, spesso, si realizzano in sinergia con le Forze dell’Ordine, a partire dalla Polizia di Stato.

Proprio la Polizia, in occasione della Giornata contro il bullismo, insieme a Rai Documentari, ha presentato “Senza rete”, un docufilm che racconta il cyberbullismo per sensibilizzare all’uso consapevole del web.

“È un incubo e non so come uscirne, vorrei solo sparire per sempre”. Con queste parole inizia “Senza Rete”, un docufilm che racconta il cyberbullismo provando a svelarne la natura: un mostro da guardare in faccia per poterlo riconoscere e affrontare.

L’idea di questo documentario nasce dall’intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno scolastico lo scorso 16 settembre a Grugliasco (TO), che, ricordando il dramma di Alessandro Cascone – il giovane di Gragnano suicida a 13 anni vittima di bullismo – ha sollecitato un maggior impegno al contrasto del cyberbullismo da parte dell’intera società e ricordato il valore della scuola, centrale per la nostra Repubblica.

Per chi volesse riveder il docufilm, che ha una durata di poco più di cinquanta minuti, è disponibile su Rai Play.

E ora, a conclusione di questo articolo lunghissimo (sul giornale avrei già dovuto tagliare da un pezzo e ovviamente non avrei potuto inserire quello che provo quando vedo o ascolto un atto di bullismo, pensando anche alla me ragazzina), non mi resta che ricordare quanto scriveva “Caro”, ossia “Le parole fanno più male delle botte”. Osando aggiungere “Usiamo quelle buone, quelle positive” e, per chi si trova in mezzo a queste situazioni, un invito a rivolgersi a chi sa aiutare, come Sbulloniamo Insieme e tante altre realtà presenti sul territorio. Non dimenticando le nostre Forze dell’Ordine.

Monica Fiocchi Curino

Giornata della Memoria: l’importanza di ricordare e tramandare alle nuove generazioni

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Oggi è la Giornata della Memoria, ricorrenza internazionale che viene celebrata il 27 gennaio di ogni anno per commemorare le vittime dell’Olocausto. Una data significativa decisa dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il primo novembre del 2005 durante la 42esima riunione plenaria. Una Giornata, spesso un’intera settimana, per ricordare una delle più grandi tragedie dell’umanità. E che sul nostro territorio, a Novara e nel Novarese, vede ogni anno l’organizzazione di moltissimi eventi e di tante iniziative per ricordare, per non dimenticare. Protagonisti degli incontri, quasi sempre, le nuove generazioni, i ragazzi, i più giovani. Perché una tragedia di queste proporzioni non va dimenticata e, soprattutto, non si deve ripetere. Occorre imparare la lezione che ci ha lasciato il passato e, quindi, diventa importante tramandare quanto successo agli adulti del futuro.

Così oggi posto un mio articolo dello scorso anno, quando, in un convegno ospitato all’Arengo del Broletto, promosso dall’Ufficio Scolastico provinciale di Novara, coordinato da Gabriella Colla, e dal titolo “Educare alla Memoria”, protagonisti della mattinata erano stati proprio i ragazzi, gli studenti delle scuole medie e degli istituti superiori. Una seconda edizione del convegno è stata promossa per quest’anno e si è svolta nella giornata di giovedì 26 gennaio (se volete leggere l’edizione 2023 qui il link de L’Azione), sempre a Novara.

Nel convegno del 2022 Camilla Zanardi, Anna Erbetta, Luca Loro Piana, Maria Elisabetta Lo Giudice, della 3 A della scuola media di Boca dell’Istituto comprensivo Borgomanero 2, hanno ricordato Becky Behar, ultima sopravvissuta alla
strage nazista di Meina. A partire dalla lettura del libro “La guerra di Becky” di Antonio Ferrara e da un incontro, via web, con la figlia di Behar, Rossana Ottolenghi. A coordinarli la docente Cinzia Bovio. «Abbiamo letto – spiegano – la storia di Becky. La sua vicenda ci ha colpito. Poi abbiamo potuto parlare con la figlia che ci ha raccontato di una donna disponibile con tutti e solare, nonostante quanto avesse subito». Hanno aggiunto: «abbiamo appreso l’esistenza della Shoah a scuola. Siamo rimasti attoniti dinanzi all’odio che si era scatenato in quegli anni, odio verso le altre persone. Ci è parso surreale».

Arengo del Broletto


Gli studenti del Duca D’Aosta, rappresentati dall’insegnante Renata Regis, hanno ideato disegni significativi sulla Shoah mostrati a video. I ragazzi del Bonfantini hanno letto brani dal libro di Giovanni Grasso “Il caso Kaufmann”.
E ancora il liceo coreutico e musicale Casorati, con i docenti Dino Scalabrin e Fabio Bellofiore, hanno partecipato con un video con alcuni brani musicali eseguiti. Da “Hallelujah” di Cohen passando per Imagine. E ancora Manuela Bernardi, presidente Consulta provinciale degli studenti e coordinatrice regionale delle Consulte e Maria Grazia
Aschei, ex studentessa del Casorati, hanno raccontato testimonianze della memoria. La seconda, in particolare, del suo viaggio del 2019 ad Auschwitz: «la Shoah ci deve insegnare a non ripetere più quegli errori che sono autentiche atrocità». Il rabbino Alberto Somekh: «la Shoah deve insegnare a non ripetere gli stessi errori e orrori». Il
sindaco di Novara Alessandro Canelli: «un convegno importante, come la “Run for mem”, con cui abbiamo risposto alla vergogna del corteo no pass che rimandava ai lager».

Monica Fiocchi Curino

La divisa come una seconda pelle: l’esperienza di due poliziotte della Questura di Novara

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A volte gli approfondimenti che inserisco sul mio blog, dove c’è Monica a tutto tondo, con le sue passioni, il suo lavoro (sì, mancano la cronaca nera e la giudiziaria, i miei settori per vent’anni e che ancora, a tratti, seguo, ma è una mia scelta; magari nascerà un altro blog dedicato), sono articoli già elaborati per i giornali con alcune aggiunte, con altre informazioni. Aggiunte, informazioni, nate dall’esperienza, da novità emerse successivamente. Non accadrà, salvo qualche aggettivo, qualche avverbio, qualche età per forza modificata, per quanto ‘posterò’ nella giornata di oggi.

Si tratta di un articolo, di un ampio servizio, realizzato per la Festa della Donna del marzo di esattamente due anni fa. Un servizio che ho amato svolgere, pur se sempre di corsa e con due tappe distinte in Questura (la base per questo approfondimento). E che racconta due donne, di età diverse, che vivono la divisa come una seconda pelle, che vivono l’impegno in Polizia come una vera e propria missione. Una delle due già era una mia conoscenza, l’altra l’ho conosciuta in quell’occasione, salvo esserci viste in precedenza sempre di corsa alle manifestazioni, quelle da me seguite per il giornale e da lei per il suo impegno come agente della Digos con i suoi colleghi. L’ho amato fare, questo servizio, per l’amore che nutro nei confronti delle Forze dell’Ordine, sempre in nostro aiuto, e anche perché, ormai non è più un segreto, è la prima professione, quella della poliziotta, che avrei voluto intraprendere. Avevo all’incirca 15-16 anni, ero un maschiaccio che amava le moto, in particolare le Guzzi, e che sognava di aiutare il prossimo entrando in Polizia.

Ma non c’era l’altezza in centimetri e, poi, una mamma sempre super apprensiva e altre ‘amenità’, hanno ‘tarpato’ le ali alla me giovane di allora. Passai per diverse idee sul cosa fare da grande, dalla piccola chimica all’architetto sino appunto, infine, all’amore infinito per il giornalismo. Ma senza mai dimenticare la Polizia, che ho potuto raccontare nelle operazioni di cronaca, ma anche con le tantissime attività portate avanti con i ragazzi o con gli approfondimenti con interviste ai diversi Questori che si sono alternati in città, da quando, nel lontano 2001, son partita con la mia avventura nel giornalismo. Ci sono poi tornata a pensare alla professione che volevo fare un tempo? Sì, quando fu tolta l’altezza, ma ormai avevo superato l’età per fare ingresso in Polizia. Comunque mi appassiono quando devo raccontarla, quando conosco nuovi agenti, uomini e donne, che danno tutto se stessi per gli altri. Ecco perché ho amato raccontare Maria Rosaria Delli Santi, 57 anni, e Sandra Mazza, 45 anni.

Ed ecco che ve le racconto.

Rosaria Delli Santi

Per lei la divisa da poliziotta è una seconda pelle, tanto da sentirsela addosso anche quando non la porta. La divisa l’ha accompagnata, nella cappella della Questura di Novara, anche quando si è sposata con un collega. È l’orgoglio «dell’essere al servizio della giustizia. Non c’è complimento più bello di quando mi dicono ‘come porti bene la divisa, te la senti proprio addosso’». Lei è la sovrintendente Maria Rosaria Delli Santi, prima donna poliziotta giunta a Novara nel maggio del 1987. Da allora è stata alle Volanti, alla Mobile, all’Ufficio di Gabinetto e ora è segretaria del Questore.

Quando ha deciso di entrare in Polizia?
«Sin da giovanissima desideravo dedicarmi a un lavoro che fosse di supporto alla giustizia. Così, nel 1981, ho partecipato al primo concorso aperto anche alle donne e sono passata. Ho seguito i corsi a Bolzano e a Pescara e sono entrata in Polizia il 6 ottobre 1986. In quell’occasione, con quel concorso, ci fu un importante ingresso di donne come agenti, il 30%. Il mio primo incarico è stato a Novara, dove sono tutt’ora».

Il Corpo di Polizia ha aperto alle donne quando ancora si pensava che le forze dell’ordine avessero solo un “volto” maschile. Ha avuto difficoltà?
«All’inizio alcuni colleghi erano diffidenti con un’agente donna: oggi non accade più. Dopo poco ho trovato collaborazione. Ero molto giovane e questo li ha portati a sostenermi. Molti colleghi maschi si sono ricreduti rispetto alle prime settimane in cui ero arrivata, scoprendo come anche noi donne potessimo dare una mano importante. Come anche la sensibilità femminile servisse in questa professione. Anzi è d’aiuto in ambiti come l’Ufficio Minori. L’inizio è stato sì difficile, ma poi ho ricevuto collaborazione e comprensione, sempre ricambiati. Quando sono stata alla Mobile,
che prevede un lavoro diverso dalla Volante, i colleghi mi hanno aiutato. Poi sono arrivate tante altre donne».


Rosaria Delli Santi

Il lavoro da poliziotta e la famiglia?
«Le difficoltà erano quelle che aveva qualsiasi donna che lavorava su turni. Conciliare la famiglia con il lavoro è complicato, ma è quanto accade con tutti coloro che fanno i turni. Temevo di sottrarre tempo alle mie figlie, ma
non è successo. È sufficiente organizzarsi. Certo da allora ci sono stati molti miglioramenti. A partire dagli strumenti a sostegno della donna. All’epoca non c’era ad esempio il congedo parentale».


Sono cambiati anche gli spazi della Questura.
«Sì. Quando arrivai in città era una ‘caserma’ prettamente pensata per i maschi. Negli anni è stata, invece, ampiamente adeguata alle nuove esigenze, anche con tanto di spogliatoi».

Sandra Mazza

Assistente capo, in Polizia dal 2003. È a Novara dal 2005, dove dapprima è stata impegnata alla Volante, sino
al 2013, e adesso alla Digos
. Un’attività delicata. Le eventuali difficoltà per una donna?
«Nel mio percorso personale in Polizia non ho mai avuto problemi. Con la Digos abbiamo un’attività che ci vede molto all’esterno. Dobbiamo avere la capacità di comunicare con le persone, di trovare la ‘chiave’ per parlare con loro. Che sia un manifestante o che sia un operaio che sta per perdere il lavoro. La nostra è un’opera di mediazione, parlando con l’operaio, così come con il datore di lavoro. E in questo l’essere donna aiuta».

Ha mai ricevuto offese come donna da manifestanti o tifosi?
«Al di là dell’immaginario collettivo, c’è rispetto. Mi è successo di intervenire per dialogare e non si sono segnalate difficoltà. Se si verifica qualche offesa non ce l’hanno con la persona, con la donna Sandra, ma in generale con la Polizia. È fondamentale come ci si pone come persona, come ci si pone con loro».

Il rapporto con i colleghi uomini. Ci sono state resistenze?
«No, in nessun modo. A parte qualche normale differenza di carattere all’inizio, come può capitare
con tutti, non ho mai registrato problemi. Certo io non sono stata una delle prime donne ad arrivare e, quindi, c’era già il ‘terreno’ creato da altre colleghe. Si lavora insieme, ci si aiuta. Nel mio percorso non ho mai vissuto problemi legati al mio essere donna».

Sandra Mazza

L’esperienza alle Volanti?
«Sia la Volante sia la Digos sono incarichi operativi, che ti portano a contatto con la gente. La Digos è mediazione, la Volante primo intervento. Il rapporto con i colleghi maschi, ad esempio, è proprio quello che si crea alle Volanti. Quando la gente chiede aiuto, il personale fa squadra, diventa una seconda famiglia, collabora, si sostiene. Con i colleghi incontrati alla Volante ho un rapporto splendido. Lì ho lasciato una parte del mio cuore».

La sensibilità femminile aiuta? Lavoro e famiglia?
«Ci sono alcuni interventi in cui la sensibilità di una donna aiuta molto. Penso agli interventi per liti in famiglia o anche con la presenza di minori. La donna vittima preferisce solitamente rapportarsi con un’agente donna. Ci sono comunque anche molti colleghi maschi con una pari sensibilità. Per quanto riguarda famiglia e lavoro è questione di organizzarsi. Sono mamma di una bimba di 10 anni e con un po’ di attenzione si riesce a fare tutto, sia il lavoro che amo, sia stare con la mia famiglia. Felice del percorso che ho fatto».
Monica Curino

Disagio in aumento tra i ragazzi, ma cresce anche, post Covid, la voglia di impegnarsi

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Forse i tanti anni vissuti come animatrice in oratorio. Forse il tempo trascorso a seguire bambini e ragazzi di vicini di casa, quando mamma e papà non c’erano, mi hanno portato a essere particolarmente sensibile alla situazione dei giovani, dei ragazzi. E questo pur non avendo figli e non facendo l’insegnante di professione. Forse, visto l’aspetto giovanile che tutti mi indicano, mi sento ancora una di loro? O forse sento ancora vicine alcune problematiche che bimbi, ragazzi e giovani vivono e stanno ancor di più vivendo ora dopo questi quasi tre anni che tutto hanno fermato, che tutto hanno messo come ‘in stand-by’. Una situazione difficile per noi adulti, figurarsi per chi si è trovato dinanzi a tutti questi cambiamenti, a questo vivere come in una bolla, impossibilitati a fare qualsiasi cosa, senza gli idonei strumenti.

Per questa ragione ho accolto positivamente quando il giornale per cui lavoro, L’Azione, mi ha chiesto un approfondimento sul tema dei giovani, sul come stanno, su quanto desiderano, sul come hanno vissuto questi anni e, adesso, questa ripartenza. Un approfondimento per il quale ho sentito più voci, da docenti e dirigenti d’istituto a sacerdoti, passando per gli stessi ragazzi. Certo la parte che ha fatto maggiormente emergere la condizione giovanile di oggi è quella in cui ho potuto intervistare psicologi, psicoterapeuti ed educatrici. Ne è uscito un quadro interessante, di ragazzi che hanno delle difficoltà, soprattutto nel relazionarsi con gli altri, ma che cercano comunque di ripartire, di riprendersi da questi 3 anni di zero relazioni, di tutto fermo.

Quello che è uscito, come anticipato, è che i giovani, isolati a lungo davanti solo allo schermo di un pc, non sono più in grado di costruire rapporti. O, quantomeno, faticano e non poco. Accade, soprattutto, per i più piccoli, per i ragazzi delle elementari e delle medie, ma la situazione non lascia certo esenti i ragazzi delle superiori.
Nell’ultimo periodo, inoltre, possibile conseguenza di questo biennio di stop, che tutto ha stravolto, sono in forte aumento le richieste d’aiuto di giovani e giovanissimi.

In particolare, spiega Sara Vescera, medico psicoterapeuta dello staff di “Sbulloniamo Insieme”,  associazione e sportello d’ascolto attivo contro bullismo e cyberbullismo, «si registrano casi di disturbi alimentari, che interessano un po’ tutte le fasce d’età giovanile, e disturbi dell’umore. Non mancano segnalazioni – aggiunge – di disturbi del comportamento. Tutte situazioni che, dopo la pandemia, sono andate peggiorando. Sono diversi anche gli episodi di autolesionismo. Una situazione che, certo, preoccupa e sulla quale hanno influito i lunghi periodi di isolamento durante la fase più critica della pandemia, ma anche la chiusura degli istituti scolastici». Le scuole, infatti, sono strumenti importanti e fondamentali per i ragazzi, luoghi dove ci si forma e dove nascono le prime amicizie, le prime relazioni della vita. «Con la loro chiusura – riprende Vescera – si è ‘fermato’ non solo un luogo di educazione, ma anche un posto dove si imparano competenze, dove si impara a costruirle. Alcune competenze, a quell’età, non ci sono ancora. E la loro assenza non può che determinare problemi, creare situazioni di difficoltà ai bambini come anche ai ragazzi. A tutti loro è capitato, durante la pandemia, di provare sentimenti, emozioni – prosegue la psicoterapeuta – che non potevano controllare, che non sapevano spiegare. Hanno trascorso ore e ore davanti al pc e questo ha portato anche a un sensibile aumento dei casi di dipendenza da internet, social e videogames».

Come medico attivo anche al 118 Vescera conferma anche una crescita «di casi di violenza, di aggressività, con protagonisti giovani e giovanissimi. Diverse le chiamate che riceviamo alla centrale in tal senso». È poi cresciuto «l’abuso di droghe, a cui i ragazzi ricorrono non per evadere, ma per lenire il disagio che vivono».
Difficile indicare una fascia d’età che più abbia risentito della pandemia o che ora segnali problemi. Certamente i ragazzi delle medie, «l’età adolescenziale, che è il periodo che segna l’inizio dello sviluppo delle competenze sociali».


Da qui l’importanza di agire nelle scuole, sin dalla primaria. Un’azione che “Sbulloniamo Insieme”, guidata da Michela Agnesina e con un team composto anche da educatrici e avvocati, porta avanti sin dalla sua nascita. «Noi – spiega Alessandra Porzio, educatrice dell’associazione – entriamo da tempo nelle scuole, in particolare elementari e medie, con progetti e iniziative per aiutare i ragazzi. Hanno davvero bisogno di aiuto, necessitano di adulti che possano accompagnarli, seguirli e aiutarli, soprattutto dopo quanto vissuto col Covid. Sono molti gli strascichi che viviamo quando entriamo in classe. I bambini hanno ancora un po’ di chiusura nell’aprirsi con l’altro, preferiscono quasi rimanere in una vita parallela, nella vita virtuale, che è quella poi che hanno vissuto nei due anni di pandemia. Hanno perso la capacità di relazionarsi con i compagni. Vediamo che fanno davvero fatica. Hanno perso l’abitudine a fare quello che, prima, era quotidianità». Nelle aule il team di “Sbulloniamo” riscontra, poi, come, da parte dei ragazzi, «esista un forte bisogno di uno spazio dove dialogare. Loro vivono le emozioni o a zero o a mille. O sono felicissimi o abbattuti. Hanno bisogno, in questo, la mediazione di un adulto. Non è tutto bianco, come non è tutto nero. Noi li aiutiamo a decodificare le emozioni che provano. Hanno una forte necessità di essere ascoltati. Del resto, in questi due anni, alcuni si sono ritrovati da bambini ad adolescenti e il passo non è da poco. Noi adulti abbiamo le competenze per affrontare quanto ha comportato il Covid, loro – rileva Porzio – no. Dobbiamo farci raccontare cosa hanno vissuto e dire loro che ora si deve tornare alla vita vera».

ALESSANDRA PORZIO


Certo, rispetto allo scorso anno, rileva Rossella Grandi, psicologa, che opera nelle scuole anche a contrasto della dispersione scolastica, «la situazione è migliorata. Già il poter vedersi senza mascherina significa tanto. Ricordo casi di attacchi di panico, di disturbi alimentari, ma soprattutto nel 2021. Sembra i ragazzi stiano gradualmente riabituandosi. Certo occorre sempre mettersi in ascolto dei ragazzi». Per affrontare il disagio «serve – conclude Vescera – potenziare i punti d’ascolto e far capire alle famiglie che esistono realtà e servizi che possono accompagnarle».

I ragazzi, come ha aggiunto don Simonpietro De Grandis, coadiutore alla parrocchia di San Martino, mostrano «comunque una grande voglia di impegnarsi, di fare bene, come anche di stare insieme e di promuovere iniziative per gli altri, per la comunità. In oratorio ho un maggior numero di animatori ora del periodo pre Covid. Certo c’è l’altro aspetto, quello della crescita di problemi come ansia e disturbi alimentari», ma questa voglia di impegnarsi fa ben sperare.

DON SIMONPIETRO DE GRANDIS

E i ragazzi stessi cosa vogliono, cosa chiedono ai grandi? Cosa pensano del fatto che, la maggior parte delle volte, finiscono sui giornali e in tv per situazioni negative? Gli studenti dell’Omar sono sicuri: chiedono un dialogo sincero con gli adulti e spazi dove incontrarsi, ma anche comprensione e autorevolezza. Richieste che fanno agli adulti per essere accompagnati in quel difficile mestiere che è diventare uomini e donne.

Sono ragazzi e ragazze che non guardano più la tv, che non si interessano di politica, «perché ogni partito scredita l’altro e non mette in luce le proprie proposte» e che si informano su internet. «Un dialogo con gli adulti – spiega Luca Denetto – è fondamentale, perché il Covid ci
ha lasciato molte difficoltà. Un dialogo – prosegue – che possa aiutarci. Noi giovani non siamo quelli che vediamo sui giornali, etichettati come ‘mele marce’. È sgradevole vedersi dipinti così. Sono solo una minima parte i ragazzi autori di azioni poco edificanti, che partecipano ai rave o si macchiano di reati. Non si nasce cattivi, lo si diventa. È poi utile uno spazio dove avere uno scambio tra noi ragazzi e dove gli adulti possano fornire la loro esperienza». Cristian Pennacchio fa parte del Gruppo Noi, che nella scuola diretta da Francesco Ticozzi aiuta i compagni a far fronte al bullismo: «I problemi emersi ora tra i giovani derivano dal post Covid. Qualcosa che ha cambiato tutto, che ha rivoluzionato le nostre vite. Occorre cercare di tornare a
prima. Non sono stati anni da buttare, ma dobbiamo farne tesoro. La pandemia ha messo in ginocchio le relazioni. Io sono estroverso, ma sono stati comunque anni duri». Federico Mondello: «quando c’è stata la pandemia, ero alle medie da poco e non conoscevo nessuno. L’isolamento ha acuito questa situazione e non ho potuto fare amicizie. Ma se ragiono adesso il Covid mi ha fatto ragionare. Ora mi sento bene e sono più aperto. Io ho trovato una valvola di sfogo con un nuovo hobby: creo portachiavi. Si possono superare queste situazioni e ritrovare se stessi, imparando cose nuove e chiedendo aiuto ai grandi». «Quello che mi manca oggi è più
comprensione – dice Francesco Grasso – più autorevolezza e chiare regole da rispettare. Queste ultime, ovviamente, che siano motivate. Serve a niente porre dei paletti se non si spiega a noi giovani il perché viene fatto. Ecco spiegato il motivo per il quale, in qualsiasi ambito, tanti eccedono, vanno oltre senza ben capire qual è il limite da non superare». Anche le forme di bullismo sono una brutta bestia da gestire e domare. «Tante volte – confermano Morgana Godio, anche lei del Gruppo Noi, e Chiara Cristianelli – non si riesce a comprendere che anche quello che si ritiene un ‘semplice scherzo’ può essere percepito in modo diverso dalla persona che lo subisce. È lì, in quel momento, che va fermata la battuta. Occorre aver più sensibilità verso gli altri e valutare in anticipo quali effetti potrebbe generare una parola o un’azione spesso fuori luogo. Sotto questo aspetto anche la scuola potrebbe migliorare la situazione dotandosi di personale formato ad assicurare un supporto psicologico a quanti ne hanno realmente bisogno».

Altro punto delicato e importante, da sempre e ancor di più in questo periodo successivo alla pandemia, è la famiglia. «In casa io ho da sempre un confronto molto aperto – aggiunge Mattia Tucci – sarà forse per questo che non avverto particolari mancanze. Sono un amante della libertà, dei viaggi. Mi piace scoprire, conoscere, apprezzare. Faccio volontariato ormai da qualche anno in Croce Rossa. Poco alla volta, dopo un inizio complicato per qualche pregiudizio di troppo rispetto alla mia giovane età, mi sono sentito parte di un bel gruppo. Inclusione, accettazione, buone maniere verso gli altri non dovrebbero mai mancare».
Monica Curino

Accanto ai malati di Aids per aiutarli a ripartire. La ‘mission’ di Casa Shalom

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A Ponzana sono stata spesso in questi 21 anni di lavoro (ho iniziato questa professione solo un anno prima che Casa Shalom, la struttura che nelle campagne novaresi segue i malati di Aids, aprisse). Sono stata in visita per le tradizionali feste dell’Associazione Amici di Casa Shalom, gruppo di volontari che aiuta nella gestione della casa don Dino Campiotti, cui si deve la nascita di questa splendida realtà della solidarietà, e per alcune ricorrenze, come gli anniversari. L’ultimo solo qualche settimana fa, quando sono stati celebrati i primi vent’anni della struttura, aperta nell’aprile del 2002, ma con una genesi che risale sino al 1996.

Le occasioni che ho più amato, però, e che mi hanno dato tanto, a livello emotivo e poi di parole da trascrivere sui giornali per cui ho lavorato, sono state le due volte in cui ho proprio conosciuto alcuni ragazzi, uomini e donne dalla vita difficile, ‘tribolata’ e con mille tentativi per riprendersi, e parlato con loro. Alcuni, in particolare quelli che ho intervistato la prima volta, per “Il periodico novarese”, nella calda estate del 2006, con in sottofondo la tv che raccontava i gol della nostra nazionale, che vincerà poi quei mondiali, purtroppo non ci sono più, altri sono riusciti a farcela e sono ripartiti con il piede giusto con la vita. A quei ragazzi mi ero affezionata, mi aveva colpito molto Cri (Cristina), uno scricciolo (assieme non facevamo credo neanche 80 chili), ma con una grande forza di volontà, perché voleva farcela, pur se sapeva che era tutto molto difficile, che era caduta troppe volte e che ogni volta rialzarsi, come mi aveva detto, era sempre più dura. La seconda volta è stata più recente, era il 2017, e quegli uomini e quelle donne, quei ‘ragazzi’ che un po’ avevano perso la strada, sono ancora qui e si sono ripresi.

L’ultima volta ho incontrato anche Claudia, poco più di 50 anni, che ha iniziato con gli stupefacenti a 13 anni, «per trasgressione», mi aveva raccontato. «Ho capito che era un problema quando aspettavo mia figlia, che ora ha 15 anni e che spesso viene a trovarmi. Vorrei vederla di più, avere una casa mia dove stare con lei.  La amo più di me stessa, è una brava ragazza. Quando l’ho avuta, ho smesso di farmi e ho cercato di crescerla, ma ho dovuto darla in affido. Qualcosa che mi ha spinto sino al farmi del male da sola – ha poi aggiunto – Vorrei anche recuperare il rapporto con mio figlio più grande, che da poco mi ha reso nonna. Ho l’Aids, ma a Ponzana sto bene». E con Claudia, Pietro, che non ha l’Aids, ma ben ha compreso il significato e quanto vuole portare avanti Casa Shalom.

«Se sono qua – mi aveva raccontato, tra un sorriso e l’altro – devo ringraziare don Dino Campiotti. Lui mi ha fatto uscire dal carcere, consentendomi di trascorrere a Ponzana i domiciliari. Ero disperato. Se non ci fosse stato don Dino, non sarei più qui. Quello che vorrei far capire a chi sta fuori è che dovrebbero venire nella casa a fare i volontari. Dovrebbero vedere quello che si vive qui. Ci sono un calore e una luce straordinaria. Si sta bene e ci si aiuta».

Per tutte queste ragioni, per questo cuore che si riempie ad ascoltare e raccogliere queste storie di vita, non ho voluto mancare in alcun modo alla festa per i vent’anni della Casa, dove, come al solito, il quadriportico della struttura, come la cappella di San Martino, la serra, tutto quanto si trova accanto a Casa Shalom, mi hanno subito fatto dimenticare ogni minima preoccupazione che potessi avere prima di arrivare a Ponzana. In questo spazio si respira serenità o, come dice la parola stessa ‘Shalom’, pace. Una tappa a Casa Shalom che, questa volta, ha avuto anche il merito di rinsaldare un’amicizia. Sì, perché sono andata a Ponzana in compagnia di un’amica che non vedevo da tempo, quella che, quando si è bambini, si definisce ‘migliore amica’ o ‘amica del cuore’. Gli anni e le vicissitudini della vita ci avevano allontanato un po’, ma questa tappa insieme nelle campagne novaresi ha avuto il merito, oltre a darmi un sacco di serenità, di rinsaldare quell’amicizia. E non solo. Ho anche ritrovato Pietro, che, ora, vive da solo, ma non ha dimenticato l’aiuto di Casa Shalom, e continua a recarsi a Ponzana per dare una mano ai volontari, per dare il suo contributo.

Comunque eccoci a Ponzana, dove, a fare gli onori di casa, con operatori, educatori e volontari, è don Campiotti, che, subito, ha voluto raccontare di chi non c’è più. Tra loro «Angelo, accolto dal dio dei drogati, espressione che gli era familiare e che aveva preso a prestito dal mitico Fabrizio De André; Cricri, che aveva scelto il paradiso nella grande piantagione di ciliegi in fiore sulla collina. E poi… Maria, l’africana, ossessionata dal desiderio di tornare a casa; Alberto, ‘il veggente cieco’, che si illuminava per avere riscoperto la bellezza della vita e ancora Sergio, finissimo animatore di piano-bar, che sognava un concerto in cielo con tutti i suoi compagni di strada». Uomini e donne che non ci sono più, ma che continuano a vivere tra chi, operatori e volontari, non smette di lottare per ricordare che l’Aids, nonostante il silenzio che sembra essere calato sulla patologia, è ancora tra noi. Ben presente. Ha cambiato le sue modalità, ma c’è ancora, le persone continuano a infettarsi.

Questo il messaggio che il fondatore ha voluto lanciare nell’importante anniversario, «il problema c’è ancora e troppi ragazzi sono morti per un silenzio colpevole che continua, purtroppo, anche oggi». Si parla ancora troppo poco di Aids: «In tanti, nelle tv e nelle radio, faticano a raccontarlo, a ricordare anche solo la Giornata Mondiale contro un problema che non tocca solo le regioni subsahariane, ma anche l’Italia. Non è sufficiente, tra l’altro – aggiunge don Campiotti – ricordarsene solo il primo di dicembre, Giornata Mondiale contro l’Aids. Abbiamo a che fare con un silenzio ostinato, che coinvolge anche educatori e adulti, cui occorre opporsi, perché serve avere consapevolezza che l’Hiv-Aids è ancora presente e ogni anno migliaia di persone si infettano senza rendersene conto. Non sono più tossicodipendenti o omosessuali come all’inizio. Ora, a infettarsi, sono per lo più eterosessuali, tra i 15 e i 30 anni. Occorre, quindi – conclude don Dino – intervenire, sensibilizzare, parlarne».

Nel pomeriggio anche la possibilità di visitare la Cappella di San Martino di Ponzana, presente negli spazi di Casa Shalom e che vanta al suo interno straordinari affreschi risalenti al XIV secolo. A fare da ‘cicerone’ proprio don Campiotti. Per l’occasione, tra l’altro, è stato stampato il volume “Ponzana e il suo S. Martino” (Edizioni Shalom), a
cura di don Campiotti e con interventi di don Paolo Milani, direttore dell’Archivio diocesano e di Giovanna Mastrotisi, responsabile della Novaria restauri, che si è occupata dell’intervento nella cappella. C’è stato poi spazio per l’associazione Amici di Shalom, che, nata nel 2003, conta 150 iscritti ed è guidata da Elsa Occhetta. Una trentina i volontari attivi in aiuto della Casa. Durante il pomeriggio sono state raccolte donazioni a favore delle attività del gruppo e chi ha voluto ha potuto iscriversi all’associazione.

La casa-alloggio Shalom è stata inaugurata il 6 aprile 2002 dall’allora vescovo, monsignor Renato Corti. Una storia che risale sino al 1996, quando la Diocesi e l’Istituto di sostentamento del Clero, ciascuno per la propria parte, hanno deciso di cedere in comodato d’uso gli edifici e l’area circostante l’attuale casa all’associazione Comunità Villa Segù, realtà che, all’epoca, a Olengo, già si occupava di persone con problemi di tossicodipendenza e altra realtà il cui motore era don Dino Campiotti. «Da allora – spiega il sacerdote – sono un centinaio le persone che sono passate nella casa, fruendo dell’ospitalità e delle cure per riprendere il cammino della vita. Molte non sono più tra noi, ma ci hanno insegnato a non fingere indifferenza, a continuare l’impegno per i malati e per sensibilizzare sull’Hiv/Aids».

La Casa è diventata uno strumento dove il sostegno alla terapia, l’attenzione ai problemi psicologici individuali e la prospettiva di una ‘ripartenza’ per la vita hanno costituito i pilastri del cammino comunitario e del progetto educativo. «Gli ospiti ci sono indicati dalle Asl piemontesi. C’è chi è riuscito a ripartire nella vita, chi a trovare un lavoro. Chi non c’è più». Ci sono tanti ragazzi al cimitero di Novara, a quello di Casalino. A disposizione ci sono una decina di camere singole con servizi. Nel 2006, accanto alla casa madre, è sorta Casa Betania, che accoglie ospiti speciali, ossia persone che, concluso il cammino di base, stanno preparandosi a un inserimento nella vita regolare.

Monica Curino

Bullismo e cyberbullismo: “non voltatevi dall’altra parte”

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LE PAROLE FANNO PIÙ MALE DELLE BOTTE

“Le parole fanno più male delle botte”. Una frase diretta, dura, ma quanto mai vera, lasciata scritta da Carolina Picchio, novarese e prima vittima di cyberbullismo in Italia. La giovane, nel gennaio del 2013, a soli 14 anni, dopo essersi vista umiliata in rete, in particolare sui social, in un video e in alcune immagini dove era priva di coscienza, non ha trovato altra via d’uscita che togliersi la vita. “Caro”, come la chiamavano gli amici e i famigliari, era una ragazzina allegra e altruista, ma i commenti postati sotto a quel video, anche da parte di persone che non conosceva, sono stati troppo forti da poterli superare. Un monito, quel “Le parole fanno più male delle botte”, come anche un altro messaggio, altrettanto forte, “Spero che adesso siate più sensibili sulle parole…”, che rappresentano il ‘testamento’ di ‘Caro’ e con le quali voglio prendere il via per questo nuovo articolo del blog.

Un approfondimento che doveva essere pubblicato a dicembre poco dopo aver seguito per L’Azione un evento e aver effettuato in precedenza una serie di interviste a tema bullismo e cyberbullismo per rendere il servizio su quell’appuntamento, la presentazione del libro “Un colpevole silenzio” dell’avvocato Daniela Missaglia, più ricco di dettagli e con una disamina che andasse anche oltre il volume. Un libro che, tra l’altro, racconta la storia di un ragazzino di soli 13 anni, Giovanni, che, vittima a scuola dei bulli, per paura, per vergogna, non ne riesce a parlare con nessuno, neppure con la mamma e con la nonna. Confida tutti i soprusi cui è sottoposto a un piccolo diario, che viene trovato solo dopo la sua morte. Sì, perché anche Giovanni, come ‘Caro’, a un certo punto non regge più quelle parole, quelle angherie, quei maltrattamenti cui viene sottoposto dai compagni di scuola, e decide di togliersi la vita. A ritrovarlo, nella casa che amava, la casa delle vacanze, la nonna. Un volume che ha un’incredibile potenza.

Se posso permettermi un consiglio è quello, per tutti, di leggerlo. Io l’ho fatto nel periodo di Natale e fa riflettere: è un pugno nello stomaco per tutti, forte e diretto, un gancio al volto. Un libro per chi è genitore, per educatori, per insegnanti, formatori, animatori, davvero per tutti coloro che si rapportano quotidianamente con i ragazzi. Ma anche per chi non è solito avere a che fare con loro, perché il bullismo è anche quello nei confronti di persone adulte, che si pensa spesso abbiano i giusti strumenti per reagire, ma, talora, anche per loro, non è così. Occorre concretamente capire il reale valore delle parole.

Ecco dicevo che questo articolo doveva essere scritto e ampliato rispetto a come lo avevo allestito per il giornale a dicembre, ma si sa che qui il tempo latita, il lavoro ti rincorre sempre. Ampliarlo perché la sera della presentazione del volume, oltre a uscire cose che avevo raccolto in anticipo, è emerso anche molto altro. Sensazioni, umori. E ancora di più sono emersi durante la lettura del volume.

GIORNATA CONTRO IL BULLISMO E RIFLESSIONE DA “UN COLPEVOLE SILENZIO”

L’articolo arriva ora, a distanza di pochi giorni dalla Giornata contro il bullismo e il cyberbullismo del 7 febbraio e la Giornata della sicurezza in rete, dell’8, due eventi che, ormai, si protraggono per una settimana, pur se l’attenzione sui due temi va tenuta alta tutto l’anno. Perché proprio le storie di Carolina e di Giovanni evidenziano con forza come il bullismo vada contrastato ogni giorno, senza mai tacere o guardare dall’altra parte. Il cyberbullismo, inoltre, evidenzia come strumenti come la rete o i social, nati per aiutarci, per facilitare il ritrovarsi, spesso si trasformino in vere e proprie trappole. Da cui è difficile uscire, da cui è difficile riprendersi.

E parto proprio dall’appello che maggiormente è emerso in quel pomeriggio nel salone dell’Arengo del Broletto per la presentazione del libro dell’avvocato Missaglia. «Non voltatevi dall’altra parte, non rimanete a guardare fermi e impassibili davanti a campanelli d’allarme, anche banali. Occorre agire, intervenire». Nel bullismo, come in altre situazioni, l’indifferenza e il silenzio uccidono. «La responsabilità è di tutti. Genitori, compagni di scuola, compagni di squadra, amici». Giovanni, nel libro, è rimasto solo e inascoltato. Relatrici, ospiti del Circolo dei lettori, l’autrice e il Questore di Novara, Rosanna Lavezzaro, moderate dalla criminologa novarese Marilena Guglielmetti.

Se le parole fanno più male delle botte come scriveva Carolina, il silenzio e il voltarsi dall’altra parte o far finta di non vedere lo fa ancora di più. Fa sentire soli, una solitudine difficile da contrastare. E non ha girato lo sguardo altrove, una giovane che ho potuto conoscere proprio nella fase di realizzazione di questo servizio (scritto prima che l’appuntamento si svolgesse, come spesso capita, giusto le fotografie sono state realizzate in diretta), Giada Siddi. Una ragazza di quinta dell’Omar che, dinanzi a qualcosa che non quadrava, non ha atteso un attimo e si è attivata. Giada, come altri ragazzi della scuola diretta da Francesco Ticozzi, fa parte del Gruppo Noi, che, nell’istituto, si occupa di far fronte a episodi di bullismo che si manifestino tra i ragazzi. Molto attive, nel contrasto al fenomeno, sono anche le associazioni del territorio.

IL CORAGGIO DI AGIRE

Giada è riuscita, segnalando quanto scoperto, a far chiudere alcune pagine Telegram dove molti giovani scambiavano materiale pornografico e pedopornografico. «Uno scambio – mi ha spiegato quando l’ho intervistata al telefono – condotto per insultare, deridere e vendere immagini che ritraggono ragazze e ragazzi incoscienti, talora minorenni, che, nella maggior parte dei casi, non sanno di essere vittime». La giovane si è accorta di questi gruppi da un post scorto su Instagram, dove vedeva apparire una serie di schermate con messaggi agghiaccianti che rimandavano poi a Telegram. «Un social, questo – ha proseguito la giovane – dove ci sono meno probabilità di essere rintracciati e per questo, credo, usato per tali scopi, per azioni che vanno contro la decenza, l’etica e l’onestà. Pagine con persone che non tengono in minimo conto le paure degli altri, calpestando ogni diritto di un individuo». Altri erano a conoscenza di queste pagine, «ma nessuno ha fatto nulla. Mi hanno detto: “tanto è così da anni”». Giada, invece, ha agito. Dapprima ha condiviso alcuni post, sempre su Instagram, per far riflettere sulla tematica, «post cui non ho avuto alcuna risposta, nessuna reazione, il silenzio più totale».

Successivamente, parlandone anche a scuola, si è rivolta agli enti preposti. «Non potevo non fare qualcosa. Come membro di Noi, cerco di fare la differenza. Ho contattato la Polizia postale – ha raccontato – che ha raccolto quanto avevo visto. Dopo un mese mi hanno avvisato della chiusura delle pagine incriminate. Per me è stata una grande gioia. E poi una sensazione di liberazione da un peso, che, pur non avendomi toccato in prima persona, sentivo sulle spalle». Giada ha riferito poi la bella notizia ai compagni del Gruppo Noi, la felicità di essere «riuscita a fare la differenza».

Giada, alla presentazione del volume al Broletto, cui il Gruppo Noi era stato invitato dal Questore, non ha potuto esserci, ma un altro studente del Noi, Matteo Bolognini, ha letto il racconto della sua esperienza, colpendo il pubblico presente.

Un problema, il bullismo e il cyberbullismo, che, come ha rimarcato Guglielmetti, «ha diverse angolature e necessita di un approccio multidisciplinare». «E’ uno dei pochissimi libri – ha poi aggiunto il Questore, riferendosi al volume al centro del pomeriggio – che, negli ultimi tempi, pur col poco tempo a disposizione, mi ha portato a una lettura compulsiva. Un volume profondo e che esamina bene il rapporto madre-figlio. Un libro che ben rende il fenomeno del bullismo. Avrei solo cambiato il titolo in “Colpevoli silenzi”. Spesso ci si chiede se si fa tutto quello che si può per i propri figli, oberati come siamo dal lavoro e dalle incombenze. Dovremmo chiedere più spesso ‘come stai?’, ‘ti posso aiutare?’, ‘c’è qualcosa che non va?’».

GLI STRUMENTI PER FRONTEGGIARE IL FENOMENO

Lavezzaro è quindi passata a parlare degli strumenti che ha a disposizione la Polizia per fronteggiare bullismo e cyberbullismo. «A occuparsi del fenomeno, che in città ha visto i gravi episodi di Tommaso nel 2009 e di Carolina nel 2013 – ha spiegato – è il nostro Ufficio minori, il cui responsabile è Roberto Musco, da sempre attento alla tematica».

Due i piani di intervento. In primis un’azione preventiva e di sensibilizzazione all’interno delle scuole. Incontri e progetti che portiamo avanti grazie alla sinergia di insegnanti e dirigenti scolastici, che, in questi anni, hanno mostrato un’attenzione sempre più alta al problema. È molto il lavoro che conduciamo negli istituti scolastici di tutta la provincia». La seconda azione è costituita da uno strumento messo a disposizione dalla legge 71/2017 sul cyberbullismo, di cui è stata promotrice e prima firmataria l’ex senatrice novarese, Elena Ferrara, «ed è l’ammonimento. Un provvedimento mutuato – ha rilevato Lavezzaro – dagli interventi contro lo stalking e la violenza di genere. Uno strumento che ha un fine educativo e che può essere richiesto anche dalla stessa vittima, anche al di sotto dei 14 anni. Non ha valore penale. Si cerca di far capire al bullo, ammonendolo oralmente, il disvalore dell’azione compiuta e come questa sua azione, questo suo atteggiamento, possa avere gravi, se non gravissime, conseguenze sulla vittima».

Uno strumento che, però, per ora, come il Questore ha sottolineato anche in un più recente intervento, in occasione della tappa novarese della campagna “Una vita da social” in piazza Duomo venerdì 11 febbraio, sembra essere poco conosciuto o, comunque, poco richiesto.

«Ho disposto sinora un ammonimento a marzo e un altro nel 2019 – ha proseguito all’Arengo il Questore – Davvero molto pochi, se si valuta la situazione del fenomeno, le storie di cui spesso veniamo a conoscenza». In cinque anni, da quando la legge nata dalla vicenda di Carolina è entrata in vigore, in tutta Italia, sono stati solo 72 quelli richiesti. «Sono pochissimi – ha ribadito venerdì scorso – Voi tutti almeno una volta – ha detto parlando ai ragazzi che hanno partecipato all’iniziativa – avete conosciuto episodi di bullismo ai danni di qualche amico. Eppure non è mai venuto fuori, nessuno ce l’ha mai detto. In Piemonte sono stati 14 gli ammonimenti in questi 5 anni in cui il provvedimento è attivo. Uno strumento importante, ma che, e la cosa mi dispiace molto, non viene utilizzato o è poco conosciuto».

Gli strumenti, dunque, ci sono. E lo ha rimarcato anche l’avvocato Missaglia. «Forse c’è poca conoscenza di questi importanti mezzi, pur con le numerose campagne di sensibilizzazione che vengono portate avanti. Probabilmente è per questo che, spinta anche da episodi che ho dovuto seguire per professione, mi sono messa a scrivere questo libro. Un volume che ho iniziato e concluso durante il lockdown. Centrale è la questione dell’ascolto – ha aggiunto – I ragazzi tendono a non denunciare. Temono che dalla denuncia possa derivare qualcosa di più grave, di peggiore, ma così non è. Anzi occorre intervenire il prima possibile. I ragazzini, i branchi di bulli, non sanno cosa sia un reato. Sono per questo molti gli aspetti del fenomeno da approfondire. Tra l’altro, durante la pandemia, la piaga del bullismo e del cyberbullismo è cresciuta, i casi sono aumentati. Spesso manca anche un’adeguata formazione da parte di chi lavora con i ragazzi. Occorre coinvolgere maggiormente gli adulti. Anche perché – ha poi sottolineato – quando il problema del bullismo o di quello in rete emergono spesso la tragedia è già avvenuta».

Come è capitato con Carolina e con lo stesso protagonista del libro di Missaglia, ispirato a una storia vera. «I ragazzini, a quell’età – ha ancora spiegato – pensano di poter fare quel che vogliono ed ecco l’importanza della responsabilità degli adulti, dei genitori». In “Un colpevole silenzio” l’avvocato tratta le questioni della ‘culpa in vigilando’ e della ‘culpa in educando’, che si riferiscono alla responsabilità dei soggetti che devono sorvegliare i minori. Nella storia di Giovanni del libro si registrano una catena incessante di errori incredibili, con nessuno che si accorge di quanto sta avvenendo, pur con alcuni segnali, nel rendimento scolastico (con Giovanni che a scuola era sempre andato bene) come anche nella sua eccessiva magrezza, nel suo sguardo triste, diverso dal solito. Nel suo non voler più andare agli allenamenti di nuoto.

IL LAVORO CON LE FAMIGLIE

«A volte è davvero difficile intervenire. Occorre intercettare le famiglie, che è ciò che noi tentiamo sempre di fare. A volte – ha ripreso Lavezzaro – c’è un vuoto assoluto. Si cerca di far cambiare quel ragazzo “difficile”, ma la strada è complicata, ricca di ostacoli. Quando affido un ragazzo problematico a qualcuno, per recuperarlo, per aiutarlo a superare, deve essere un qualcuno dotato di un importante carisma o il ragazzino non ne avrà alcun beneficio. Ecco l’importanza del ruolo degli educatori e delle loro capacità». Il Questore ha accennato a un giovanissimo, a un ‘bulletto’, per il quale, per calmarlo e farlo riflettere, era dovuta intervenire anche lei. «Era stato molto ‘strafottente’, ci sbeffeggiava – ha raccontato – Ricordo di avergli detto che, avesse continuato a quel modo, ci saremmo sicuramente ritrovati. E in effetti così è stato. È risultato qualche tempo dopo coinvolto in una rapina. Serve un adulto di riferimento e capace di farsi seguire, ascoltare».

A farle eco Missaglia: «spesso i bulli arrivano da situazioni critiche, da vissuti di violenza assistita, che sicuramente segnano profondamente una vita, ma non è sempre così. Quello che è certo è che, ormai, tutto viene vissuto come virtuale, come artefatto. Non si rendono conto del danno che producono alle vittime. Almeno il 35% dei ragazzi – ha poi aggiunto, fornendo un dato – soffrono, sono colpiti, dal fenomeno del cyberbullismo. E i i genitori, sui quali occorre intervenire, in taluni casi, sono difficili da coinvolgere e quasi assenti».

L’IMPORTANZA DI EDUCATORI AUTOREVOLI

Occorre agire, come ha rilevato il Questore, «con una manovra a tenaglia. Servono docenti preparati, autorevoli, in grado di farsi ascoltare e di essere da esempio, da pungolo per i ragazzi». Il Questore, per spiegare l’importanza di un educatore carismatico e autorevole, ha raccontato una sua esperienza: «mio figlio, iscritto a una scuola superiore salesiana, spesso mi chiedeva di cambiargli istituto, perché voleva andare più spesso a sciare con gli amici. ‘Qui, invece – mi diceva – devo sempre studiare tanto e non posso’. Non gli ho cambiato scuola. Quando è uscito dal liceo, un suo docente gli ha detto ‘bravo’, ma che, per le sue capacità, avrebbe potuto fare molto di più. Probabilmente quella frase ha fatto scattare in lui qualcosa di importante. E un mese e mezzo fa si è laureato con il massimo dei voti. Mi ha detto ‘meno male non mi hai cambiato scuola’ e poi ha voluto assolutamente, prima dei festeggiamenti in famiglia, andare a trovare quel prof, informandolo di come era andata. Evidentemente era riuscito a pungerlo nell’orgoglio, qualcosa di quanto gli aveva detto durante gli anni del liceo. Ecco i docenti autorevoli e con carisma. Occorre investire sulla classe degli insegnanti». Una frase, un appello, quest’ultimo, ribadito anche dalla direttrice del Circolo dei lettori e già docente, Paola Turchelli.

NOTE A MARGINE SUL LIBRO “UN COLPEVOLE SILENZIO”

«La storia di Giovanni, raccolta da un’amica – ha spiegato l’autrice – mi ha fatto venire i brividi. Una storia nella quale non si poteva tornare indietro. Occorre un cambio radicale. O stai zitto o fai qualcosa. I compagni di scuola, gli insegnanti, tutti avrebbero dovuto parlare». Nella prima parte del volume si scopre chi è Giovanni con il racconto di chi gli ha voluto bene. Nella seconda parte del libro si mescolano giustizia e dolore e i tre personaggi, la mamma e la nonna del giovane e il giornalista, chiamato a occuparsi di quanto accaduto a Giovanni, a leggere quel diario straziante, decidono di agire. «Dalla mia professione avevo raccolto pagine di ragazzi bullizzati, materiale che ho utilizzato in questa parte – ha proseguito Missaglia – rendendolo fruibile a tutti nella forma di romanzo, per far riflettere, per cercare di impedire che altri fatti analoghi si ripetano. Nella prima parte ci sono stralci di dialoghi tra la mamma e la nonna. La seconda parte punta a riaprire il caso, affinché non si valuti quel gesto come un suicidio punto e basta. Non per avere un risarcimento, si chiede giustizia per riflettere, per capire cosa possa essere accaduto e appunto impedire che riaccada. Io credo poco alle statistiche, che lasciano il tempo che trovano. Il problema c’è, esiste e c’è anche del sommerso. Occorre partire dalla prevenzione sui bulli. Facendo capire loro, ai bulli, che, oltre a essere cattivi, sono anche ignoranti. Un’indagine giudiziaria, quella presente nel libro, che non riguarda solo i bulli, ma che coinvolge tutti quelli che avrebbero potuto dire, educare, ascoltare e fare di più».
Monica Fiocchi Curino

Don Luigi Ciotti ai ragazzi: «siate protagonisti del cambiamento»

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Qualche giorno fa scrivevo così su Facebook: “Di mattinate come queste ne servirebbero molte di più. Che persona straordinaria don Luigi Ciotti. Sono passate poco più di 8 ore da quando è finito l’incontro, ma ho ancora qui, nella testa, nel cuore soprattutto, tutto quanto ha detto”. Nel post, come mio solito, avevo scritto anche altro. Quel di più, che rimanda in qualche modo a me, alla mia vita, quel di più che ho sempre qualche timore a rivelare, a scoprire. Nulla di cui vergognarsi, tutt’altro, ma penso sempre di essere sbagliata o, comunque, di sbagliare a vivere così intensamente certi incontri, certi eventi, certe iniziative che il lavoro mi porta a seguire e, in questo caso, sento di poter dire davvero ‘mi dona’.

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E allora partiamo. Pronti a raccontare una due giorni, mercoledì primo e giovedì 2 dicembre, che è stata in grado di coinvolgere 1.200 bambini e ragazzi, moltissimi operatori della Polizia di Stato, 25 associazioni del territorio e non solo. Due giorni voluti e promossi dalla Polizia di Stato di Novara e che ha visto la concreta collaborazione della scuola, del Comune e dell’Ufficio scolastico provinciale. Protagonisti l’Istituto superiore Bellini-Nervi per una mattinata con don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e presidente di Libera contro le mafie, e l’Istituto Comprensivo Bellini (scuola materna, scuola elementare e scuola media) con 25 stand di associazioni nelle strade intorno ai plessi scolastici. Una doppia iniziativa che ha avuto lo scopo di promuovere tra i più giovani la cultura della legalità, del rispetto delle regole, del senso civico. E questo è quanto è successo.

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È stata soprattutto, come riferito dal Questore Rosanna Lavezzaro, «una grande iniezione di legalità». Un’iniezione di legalità che ha fatto centro anche tra i più grandi. Non solo tra i ragazzi dell’Istituto Bellini-Nervi, ma anche tra docenti, giornalisti e altri adulti, che hanno potuto ascoltare le parole di don Ciotti e, in più occasioni, commuoversi.

Ad aprire la mattinata il dirigente scolastico Leonardo Giuseppe Brunetto, che ha rimarcato l’importanza dell’incontro, e il Questore Lavezzaro, che, dopo un breve saluto, ha mostrato ai ragazzi un estratto dal film “Baby gang”, che racconta di alcuni giovanissimi che, nella periferia romana, finiscono con il delinquere. Un video molto duro, con un giovane che perde la vita e un altro che finisce in carcere, che ha lasciato sicuramente il segno tra gli studenti (600 nella palestra di via Liguria, altri 600 collegati in Dad). «Vi ho voluto mostrare questo filmato – ha detto il Questore – non per dire che voi siete quei ragazzi là. Di sicuro non andate a sparare alle persone, non avete uno skimmer. Questo è per mostrarvi il paradosso, una scelta che quei ragazzi hanno compiuto e che è uscita fuori dal loro controllo, senza più alcun legame con la realtà. Questo il messaggio. Prima di arrivare a quella scena, a quel finale, questi ragazzi si erano messi in qualcosa di più grande di loro, attuando una scelta sbagliata, una scelta dalla quale non sono più riusciti a uscire».

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Non hanno potuto fare una scelta diversa «o uscirne, perché – ha aggiunto Lavezzaro, rivolgendosi agli studenti – non avevano alle spalle famiglie, professori, amici, che li aiutassero. Sono stati più sfortunati di voi. Facciamo attenzione a non creare facili giustificazioni, a dare scusanti inutili. Ciò che non è corretto e va contro le regole non va giustificato. Questi ragazzi hanno sbagliato perché hanno voluto tutto e subito, in modo facile e senza fatica. Sembravano spavaldi, ma avete visto l’ultima scena? Con il ragazzo in carcere disperato. Ci sono scelte da cui non si riesce a tornare indietro. Mi sento di dirvi di portare avanti scelte giuste e consapevoli. Sento di dirvelo più come mamma che come Questore di Novara. Sappiate sfruttare al meglio le occasioni che la vita vi riserva. Uscendo da quest’incontro avrete un insegnamento che porterete con voi nel tempo. Fate fruttare positivamente quest’incontro».

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Don Ciotti ha, quindi, coinvolto e spronato i ragazzi con la sua grande capacità comunicativa e raccontando la sua storia. Ha parlato di responsabilità da assumersi, del valore delle parole, delle parole da non dire. Li ha invitati a essere protagonisti «del cambiamento. Ricordatevi, però, che è il ‘noi’ che vince, il lavorare insieme con gli altri». Il sacerdote, che prima di iniziare l’incontro non ha mancato di salutare a uno a uno la maggior parte dei ragazzi, ha esordito sottolineando l’importanza degli istituti professionali. «Siate orgogliosi di far parte di questa scuola – ha detto – Anch’io, quando ero ragazzo, frequentavo una scuola professionale per ottenere il diploma in telefonia e telegrafia».

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Ha poi ha raccontato la sua storia di immigrato a 6 anni, «quando – ha spiegato – abbiamo dovuto abbandonare il cuore delle Dolomiti e trasferirci a Torino, nel quartiere Crocetta. La mia famiglia era molto povera. Papà aveva trovato un lavoro qui in Piemonte, faceva il manovale, ma non aveva trovato una casa per tutti noi. L’impresa per cui lavorava – ha proseguito don Ciotti – gli disse di utilizzare una baracca del cantiere. Quella baracca, una di quelle dove si stava costruendo il futuro Politecnico, diventò così la nostra abitazione». Negli anni «papà da manovale passò a muratore e, quindi, a capomastro». E ancora, raccontando di se stesso, lasciando un’importante lezione ai ragazzi: «Mamma prendeva i vestiti usati dalla San Vincenzo. Li lavava e sistemava sempre. Si può essere poveri, ma dignitosi».

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E poi un fatto che, in prima elementare, ha cambiato la vita al sacerdote. «A scuola mi sentivo diverso – ha rivelato ai ragazzi – perché i miei genitori non potevano fornire anche a me fiocco e grembiule come alle mie sorelle. Ero il solo che non li aveva in tutto l’istituto, una scuola della Torino bene. I bambini mi guardavano in maniera diversa. Un giorno, poi, la maestra, mentre altri compagni disturbavano, se la prese a malo modo con me, che non avevo fatto nulla. Mi disse: “Ma che cosa vuoi tu montanaro!”. Io mi sentii ancora una volta diverso, povero e le lanciai contro un calamaio, raggiungendole il vestito. Fui espulso dalla scuola e accompagnato a casa dal bidello. Piangevo – ha proseguito don Ciotti – perché sapevo di aver fatto qualcosa che non avrei dovuto fare. Un gesto sicuramente sbagliato. Mamma, pur capendo che avevo voluto difendere le mie origini, la nostra dignità, mi diede una dura lezione. ‘Non si risponde alla violenza, anche solo verbale, con altra violenza’. Fui isolato anche dagli altri bambini, i genitori li tenevano lontani da me. In prima elementare ero diventato il bambino cattivo da cui stare alla larga». E qui sta la lezione per tutti, ragazzi come adulti: «A volte occorre distinguere, capire e non fermarci alle apparenze di un gesto. È un grande atto d’amore, se una persona sbaglia, aiutarla a prendere coscienza delle proprie responsabilità, delle proprie fragilità, senza però giustificarla». Anche perché il male di oggi è la “paccaterapia”, così l’ha definita don Ciotti, ossia «la pacca sulle spalle, con genitori che con questa modalità giustificano tutto e anzi se la prendono, sovente, con i professori. Questo non serve a nessuno. Ciascuno deve prendersi le proprie responsabilità».

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Il sacerdote è passato poi a raccontare l’incontro che a 17 anni ha deciso per sempre il suo futuro, la sua vita. «Prendevo spesso il tram e, passando in un punto di Torino, vedevo sempre seduto su una panchina con tre cappotti addosso per coprirsi un uomo intento a leggere. Da subito mi colpì. Sottolineava tutto quanto leggeva, pur nelle difficoltà non aveva perso la voglia di conoscere. Era quello che oggi viene definito un ‘senzatetto’, un ‘barbone’. Volevo capire perché fosse sempre solo. Un giorno mi decisi, scesi dal tram e lo raggiunsi». Era un ex medico molto stimato «di un paesone del Nord Italia, che, dopo una dura tempesta, la morte della famiglia in un incidente stradale, era caduto in depressione. Per diversi giorni cercai di instaurare con lui un rapporto, ma niente. Avevo pensato anche che fosse sordo. Ricordate, ragazzi, è molto importante l’ascolto, il creare una relazione. In lui vidi gli occhi della disperazione. Fu proprio lui che, segnato duramente dalla vita, mi indicò alcuni ragazzi dall’altra parte della strada, in un bar. Ragazzi che si ‘sballavano’. “Vedi cosa fanno?”, mi disse. Erano giovani che mescolavano alcool e medicinali, perdendosi. A Torino l’eroina, a quei tempi, non era ancora arrivata. Quell’ex medico mi esortò a intervenire: “Vai e fai qualcosa per quei ragazzi. Io sono malato e non posso aiutarli“».

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Detto, fatto. Un giorno don Ciotti non trovò più il ‘senzatetto’ sulla panchina, quel medico non c’era più, ma ormai per lui quell’invito, quell’appello, era diventato un impegno, una missione. «Quell’incontro non poteva finire così. Da lì è iniziato tutto, dovevo fare qualcosa per le persone ai margini, in difficoltà, sole. Partì così il gruppo Abele e poi tante altre esperienze. Ovviamente qualcosa che ho fatto non da solo, ma con gli altri. Ribadisco che è il ‘noi’ il motore di tutto».

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Il sacerdote ha parlato anche di mafia e di Giovanni Falcone: «Lo conobbi a un corso di formazione per le Forze di Polizia su droghe e dipendenze a Gorizia. Accadeva due mesi prima della strage di Capaci. Al termine di quella giornata intensa ci abbracciammo, rimandandoci a un caffè o a Roma o a Palermo. Non riuscimmo a mantenere questa promessa. Il giorno della strage, tra l’altro, mi trovavo in Sicilia per un corso». Ed ecco l’invito «a non lasciare sole quelle scuole, quelle città. Quello delle mafie, a oggi, è un problema trasversale – ha aggiunto – che tocca ogni regione. La mafia è ormai ben presente anche al Nord: dove ci sono i soldi, dove ci sono gli affari, arrivano i tentacoli delle mafie. Don Luigi Sturzo, già nel 1900, diceva che le mafie hanno piedi in Sicilia e forse testa a Roma. Proprio dopo Capaci nacque l’idea di Libera. Un impegno che portiamo tutt’ora avanti. La strada è tortuosa e lunga e la mafia ha anche cercato di uccidermi, ragione per cui ho la scorta. Ma non ci arrendiamo e occorre che tutti si faccia la nostra parte. Occorre una “rivolta” dei cittadini, delle coscienze. Smettiamola di fare i professionisti della lamentela e pensiamo a cosa possiamo fare di più noi concretamente, al fianco delle istituzioni. Il contrasto alle mafie non può essere demandato alle Forze dell’Ordine soltanto. Deve coinvolgere noi tutti. Non possiamo fare da spettatori se vogliamo cambiare le cose». E ancora: «La scuola è un valore, eppure siamo agli ultimi posti in tema di povertà educativa. Una società che non investe sui giovani non è una buona società. Dobbiamo investire su loro».

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Un ultimo appello, infine, rivolto ai ragazzi, a tutti: «Non sprechiamo la nostra vita. Non possiamo vivere di questi telefonini, tutti di corsa, tutto veloce. Si perde il senso critico. Dobbiamo, invece, recuperare le relazioni, parlare. Le parole sono importanti. Usiamole, dicendo però quelle giuste. Le parole, infatti, possono dividere, ma possono anche unire ed essere meravigliose, essere d’aiuto e di sostegno. Parliamo tra di noi, confrontiamoci».

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Giovedì 2, poi, ecco l’appuntamento per i più piccoli, a Sant’Agabio. 600 i ragazzi presenti, tra bimbi della materna e ragazzini delle elementari e delle medie. Centocinquanta operatori di Polizia e di associazioni coinvolti e 25 stand lungo via De Amicis, via Vallauri e via della Riotta. Tre gli stand della Polizia, con personale della Questura, della Polizia stradale e del Nucleo Cinofili. Presenti anche, per tutta la giornata, gli stand di Alpini Gruppo di Trecate, Asl 13, Aib Piemonte, Cassiopea, Casa Alessia, Anmil (Associazione Nazionale fra lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro), Gruppo Noi dell’Omar (contro il bullismo), Polizia locale, Sbulloniamoci sportello contro il bullismo, Istituto Comprensivo Bellini con tutte le sue scuole (presente la dirigente Maria Caterina Barberis), Comunità Educativa Giovanile, Centro per le famiglie Comune di Novara, Giustizia Riparativa, Croce Rossa Italiana-Comitato di Novara, 118, Falegnameria sociale Fadabrav, Fai, Igor Volley, Libera, Liberazione e Speranza, Lilt, Associazione di pubblica assistenza Novara Soccorso, il Progetto per Tommaso, la Protezione Civile-Gruppo Scorpion Novara, la Comunità di Sant’Egidio.

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Tutti pronti dal mattino per spiegare ai bambini e ai ragazzi attività e importanza del rispetto delle regole, del rispetto dell’altro. Un’occasione in cui i ragazzi hanno potuto anche salire in sella alle motociclette della Polizia stradale e a bordo delle auto della Polizia di Stato, come anche della Polizia locale. Ad allietare la giornata intervalli musicali a cura della sezione musicale dell’Istituto Comprensivo Bellini, con i ragazzi diretti dai docenti di musica.

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Un concerto che, sul sagrato della chiesa, sulle note de “L’amico è” di Dario Baldan Bembo, ha entusiasmato tutti, ragazzi, famiglie, autorità comprese: assessori (presenti Giulia Negri per l’Istruzione, Raffaele Lanzo per la Polizia locale e Luca Piantanida per le Politiche sociali), sindaco e Questore hanno battuto il tempo e intonato il celebre brano sull’amicizia.

«Un momento di aggregazione per i ragazzi – ha riferito il Prefetto Francesco Garsia – molto importante. Avete potuto conoscere tante associazioni e Forze di Polizia». Il sindaco Alessandro Canelli: «grazie alla Questura per questa giornata, che vi avvicina – ha detto ai ragazzi – alle istituzioni che lavorano per noi e per voi». Il Questore Lavezzaro: «Un’iniziativa, una mattinata affinché siate cittadini più consapevoli, più responsabili. Oggi abbiamo la scuola fuori dalla scuola. I ragazzi ascoltano, seguono, si interessano, purché chi parla loro si sappia far ascoltare. Un grazie per come avete partecipato. E raccontate qualcosa ai vostri genitori di questa giornata». Il grazie per la giornata anche dalla preside del comprensivo Bellini e da Roberto Musco della Polizia, che si è occupato dell’organizzazione dell’evento. «Grazie al supporto fornito dalla scuola – ha detto – Una giornata per tutti voi, per diventare cittadini consapevoli».

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Davanti alla sede del Bellini, in via Vallauri, alcuni ragazzi hanno letto brani tratti da un libro sul tema del bullismo insieme all’ex senatrice Elena Ferrara, cui si deve la legge contro il cyberbullismo, di cui è stata prima firmataria.

Questore e Prefetto sono poi stati accompagnati in un tour per tutti gli stand, fermandosi anche a quello del Gruppo Noi dell’Omar. In quest’occasione il Questore ha invitato i ragazzi al Salone dell’Arengo del Broletto per la presentazione, giovedì 16 dicembre alle 18, del libro “Un colpevole silenzio” di Daniela Missaglia. Un libro che racconta la storia di un giovanissimo vittima di bullismo.

Monica Curino

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Giornata contro la violenza sulle donne: l’importanza della denuncia e i tanti progetti promossi a Novara

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Giovedì ricorreva il 25 Novembre, Giornata Internazionale per l’Eliminazione della violenza contro le donne. Una Giornata per sensibilizzare nei confronti di un fenomeno che, pur con le tante campagne messe in atto da Istituzioni, Forze dell’Ordine e associazioni e con l’impegno costante alla prevenzione e al contrasto da parte delle Forze di Polizia, non accenna a diminuire, a rallentare. Ne sono una dimostrazione gli ultimi episodi avvenuti in questi giorni nel nostro Paese. In Italia, da inizio anno, sono state 109 le vittime, un femminicidio ogni tre giorni, questo il triste record del 2021. Un argomento che, come credo tutte le donne, sento molto. Un po’ anche per situazioni vissute negli anni da due carissime amiche, un po’ per situazioni, fortunatamente lontane, vissute anche in prima persona. Situazioni, vicende che, pur se risalenti a decenni fa, lasciano sempre strascichi e ferite che difficilmente si rimarginano, se non molto lentamente. Avrai sempre quel tarlo, quel qualcosa che ti trascini dentro e di cui non riesci a liberarti totalmente, neanche se circondata da persone che ti amano, che ti vogliono bene: paura dell’altro, scarsa fiducia nel prossimo, se non anche in te stessa. Un tarlo che ti trascini dietro soprattutto se la violenza è quella cui si assiste quando si è ragazzi, se non anche bimbi. Un fenomeno che lascia, oltre alla vittima del “momento”, altre vittime, che dovranno vivere il dopo, il silenzio di non avere più una madre, una figlia, una sorella, un’amica. “Il silenzio di chi rimane”, come il titolo di un convegno promosso proprio in questi giorni a Novara dalla Uil.

Il convegno promosso dalla Uil di Novara

In quasi 21 anni di professione giornalistica sono diversi gli episodi di femminicidi di cui mi sono occupata, dalla cronaca stretta del momento alla sua evoluzione processuale. E ogni volta, recandomi sul luogo, provando sentimenti difficili da raccontare e una grande tristezza per una vita spezzata, mi sono chiesta come potesse essere successo, come potesse un amore, che dovrebbe essere ciò che c’è di più bello al mondo, trasformarsi, per gelosia, per voglia di possesso, per un’incomprensione, per una separazione che non si accetta, in una tragedia, nella morte di chi si amava. Due le vicende che più mi hanno colpito. Quella, nel 2010, di Simona Melchionda, la giovane di Oleggio, scomparsa e ritrovata dopo un mese, uccisa dal suo ex compagno, un carabiniere, Luca Sainaghi. Assassinata con un colpo di pistola e gettata nel Ticino in piena. E quella di Gisella Purpura, morta in strada, in un corso Cavour affollato di gente in una calda giornata di luglio del 2016, dopo essere stata ferita gravemente in casa con un coltello dal compagno Bilel Ilahi.

Episodi che, come detto poco sopra, lasciano molto dolore in chi resta. Perché l’assenza di una mamma, di una figlia, di una sorella, sarà sempre difficile da colmare. Una persona che si è amata, che ha fatto parte a lungo della nostra vita, o anche per breve tempo, ma in un rapporto intenso e sincero, non si dimenticherà mai. E altrettanto, altre tracce, altri ‘scavi’ nell’anima, lasciano anche le violenze vissute, viste, sentite in casa e che, ‘fortunatamente’, non hanno portato a una vittima.

Palazzo Fossati, sede del Tribunale di Novara

LE INIZIATIVE

A Novara e nel Novarese sono molte le iniziative messe in campo da anni per prevenire, contrastare e sensibilizzare sul tema. Da questo punto di vista, istituzioni, Forze dell’Ordine, associazioni sono ogni giorno in prima linea. Non solo il 25 Novembre, perché l’attenzione va tenuta alta sempre, 365 giorni l’anno. Proprio giovedì, in Questura, è stata inaugurata una stanza-rosa, uno spazio dedicato alle donne vittime di violenza che arrivano nei locali di piazza del Popolo per denunciare una situazione di abusi, in alcuni casi abusi che vanno avanti da anni e che la vittima non ha denunciato per paura, per vergogna o, anche, per non vedere naufragare un progetto di vita insieme. Per continuare a tenere unita la famiglia per i figli. Una stanza dedicata all’ascolto delle donne maltrattate o, comunque, di persone vulnerabili. Nome del progetto “Una stanza tutto per sé”. «Nella stanza – come ha spiegato il Questore, Rosanna Lavezzaro – non c’è una scrivania, ma ci sono un tavolino rotondo e un divanetto. Una scelta ben precisa per evitare di mettere soggezione alla donna che passa da noi a fare denuncia. Non va creato un distacco, ma vicinanza. Una donna, quella che si reca a fare denuncia, che già vive una situazione difficile, sentendo quel momento come il fallimento di una vita. Con questi arredi abbiamo voluto ricreare un ambiente famigliare, alleggerendo la donna di ogni tensione».

La stanza nasce grazie all’apporto del Soroptimist Club Novara, guidato dalla presidente Giovanna Broggi, club che in questi giorni ha promosso anche alcuni incontri con i ragazzi del Ciofs di Novara con relatori il colonnello dei Carabinieri Eliseo Mattia Virgillo e l’avvocato Carla Casalis. Lo spazio ha lo scopo, hanno riferito Lavezzaro e Broggi, «di sostenere la donna nel delicato momento della denuncia degli abusi subiti, nel percorso verso il rispetto e la dignità della persona. Per rendere più semplice raccontare – hanno aggiunto – quello che ha vissuto, per infonderle tranquillità e coraggio».

I DATI

I dati, come riportato poco sopra con i numeri a livello nazionale, sono sempre preoccupanti. E anche Novara fa segnare numeri da non sottovalutare. Nel 2020 in Procura sono stati iscritti 262 fascicoli nell’ambito del Codice rosso, che raggruppa reati come maltrattamenti, violenza sessuale e stalking. Come anche 16 ‘modelli 45’, ossia quelli che riguardano fatti che non costituiscono reato, ma che vanno valutati con attenzione, «perché – ha spiegato il sostituto procuratore Chantal Dameglio durante la consueta riunione del Protocollo antiviolenza, che raduna tutte le realtà coinvolte nel sostenere e tutelare le vittime di violenza – potrebbero nascondere situazioni delicate». Fondamentale, come riferito dalla stessa Dameglio, è il dialogo con la donna, l’ascolto della vittima. Un ascolto che, nella stanza allestita al quinto piano della Questura, con vista sulla Cupola, è totalmente garantito. Tra i dati su cui riflettere, sempre forniti durante la riunione del Protocollo dalla consigliera provinciale alle Pari opportunità, Elena Foti, in riferimento alle donne che si sono rivolte all’ampia rete di aiuto esistente sul territorio novarese (due Centri antiviolenza, Comuni, Centro servizi pari opportunità della Provincia e i vari Consorzi), il numero di minori coinvolti in queste situazioni di violenza, ben 191. Bambini, ragazzi, che hanno visto mamma e papà litigare anche pesantemente.

La Procura di Novara

“Una stanza tutta per sé” ha visto fornire lo spazio dalla Questura e gli arredi dal Soroptimist, che ha fatto anche un altro dono importante alla Polizia di Stato novarese. Una valigetta con tutto il kit occorrente per registrare, con appositi programmi video, le deposizioni e le denunce, così che la donna maltrattata non debba sottoporsi alla dolorosa ripetizione del racconto delle umiliazioni subite, facendo fede quanto dichiarato nella saletta durante la registrazione. La donna si sente così accolta, ascoltata, compresa e tutelata.

La valigetta con tutto l’occorrente per le registrazioni donata alla Questura dal Soroptimist (nella foto la presidente Giovanna Broggi)

Ed è anche seguita da personale specializzato, quello della Seconda sezione della Squadra Mobile, implementata negli ultimi mesi da 4 a 6 operatori e che, da gennaio a novembre, ha lavorato su 57 procedimenti legati al Codice rosso. Un potenziamento del personale proprio perché, come ha spiegato il Questore, «occorre attenzione, ascolto, delicatezza. Sono interventi lunghi e delicati, per cui necessita grande precisione. Sono molte le persone da ascoltare e gli agenti devono anche saper capire quando siamo di fronte a una denuncia strumentale». Un mezzo, quello della valigetta, fondamentale anche poi nel corso del processo che verrà istruito in Tribunale. Spesso capita che la vittima, per paura, per timore, in aula, torni sui suoi passi, ritratti. Ma con gli audio e i video tutto sarà cristallizzato e ci sarà un aiuto maggiore al lavoro degli operatori di Polizia e alle stesse vittime.

GLI STRUMENTI

Strumenti e iniziative, dunque, fondamentali e che ci sono, esistono, come anche gli strumenti in mano alle Forze dell’Ordine per reprimere. Strumenti che sono graduali: dall’ammonimento del Questore al divieto di avvicinamento sino all’allontanamento dalla casa di famiglia. Nonostante questo sono ancora tantissime le donne che non denunciano o che lo fanno tardivamente, solo quando iniziano a temere anche per i propri figli. «Negli ultimi 3 anni in Italia l’88% delle donne maltrattate, anche in casi gravi conclusi con un omicidio – ha raccontato sempre il Questore in un incontro al Coccia – non hanno mai prima denunciato. Chi maltratta non parte alzando le mani. Non comincia mai con uno schiaffo». Una frase, quest’ultima, che il Questore ‘prende a prestito’ da una battuta di un personaggio della serie tv Netflix “La casa di carta”, ossia l’ispettrice di Polizia Raquel Murillo, che, al bar con colui che più in là scoprirà essere il Professore, ossia l’ideatore della rapina alla Zecca di Spagna, spiegando la sua situazione di maltrattamenti, rivela, a un uomo quasi incredulo (difficile credere a un’agente di Polizia che subisca vessazioni): “Non inizia mai con uno schiaffone”.

L’ispettore Murillo e il Professore nella scena in cui lei racconta di essere vittima di violenze

In quella stessa parte della serie sempre Murillo rivelerà: “è come scendere le scale un poco per volta, come in certi film dell’orrore e qualcuno scende in cantina e c’è qualcuno che ti dice ‘non scendere, non devi farlo’. E invece lo fai. E così mi ha picchiato la prima volta, la seconda, la terza. E così abbiamo divorziato”. E anche l’ispettrice non denuncia. Teme di non essere creduta, visto che il maltrattante è un poliziotto come lei e uno dei più stimati del reparto. Denuncerà solo quando inizierà a temere per la sorella, con la quale l’ex inizia un rapporto sentimentale. E invece denunciare è fondamentale, non va sottovalutato. «Fidatevi delle Forze dell’Ordine, affidatevi. Vi daremo sempre ascolto – ha più volte riferito in occasioni pubbliche il Questore – Troppo spesso le donne perdonano, offrono un’altra chance, pensano di essere loro nel torto e ascoltano consigli di amici o vicini di casa. Parlatene con noi, venite da noi. Abbiamo il personale per ascoltarvi, accompagnarvi, seguirvi. È difficile altrimenti aiutarvi. Abbiate coraggio e fidatevi di noi».

L’ASCOLTO

L’ascolto, dunque, è fondamentale. Spesso una donna vittima di violenza si confida più facilmente con un estraneo che non con una persona amica e conosciuta da anni o con un famigliare, coi quali proverebbe vergogna, anche perché certamente sono persone che conoscono anche il lui della storia. Questo è quanto accaduto anche a Murillo, che era al terzo incontro col Professore, ma che non conosceva assolutamente. Professore al quale dirà “Ho una 9 millimetri infilata nella fondina, ma la verità è che non so come prendermi cura di me stessa”.

Ecco perché è importante che Novara sia apripista in Piemonte per il progetto #SicurezzaVera, che ha lo scopo di rendere i pubblici esercizi non solo un punto di incontro in totale sicurezza ma anche un presidio di legalità contro la violenza di genere. Un progetto che interesserà 20 città italiane, Novara è l’ottava in cui parte, e che è stato presentato qualche settimana fa all’Arengo. L’iniziativa si attua grazie alla sinergia avviata col protocollo siglato tra Fipe, Federazione degli esercizi pubblici, e Polizia di Stato. #SicurezzaVera nasce da un’idea del gruppo delle donne imprenditrici di Fipe Confcommercio. Una campagna di informazione e sensibilizzazione. Gli agenti tengono corsi agli addetti di bar, ristoranti e pub, per indicare loro come intervenire correttamente di fronte a episodi di violenza di genere e, soprattutto, come riconoscere e gestire una situazione di pericolo.

Così i locali pubblici si trasformeranno in punti di riferimento per chi avrà bisogno di aiuto. Valentina Picca Bianchi, presidente nazionale del gruppo donne Fipe: «un progetto che necessita dell’apporto di tutti. Confrontandoci – ha spiegato – abbiamo notato come, spesso, ci si trovi dinanzi, anche nei locali, ad attenzioni non desiderate. Così è nato il progetto. I locali pubblici, grazie alla Polizia, sapranno riconoscere l’emergenza, allertando i poliziotti. Grazie all’alto numero di locali pubblici sul territorio potremo costituire una significativa rete di presidio e prevenzione». Il Questore Lavezzaro: «il tema della violenza di genere è attuale e trasversale. Non risparmia nessuna categoria professionale ed economica. Occorrono sinergie e progetti di prevenzione. Più attori mettiamo in campo – ha aggiunto – più facilmente riusciremo a intercettare segnali di disagio e a intervenire. Devono però essere attori preparati». Alla Polizia, quindi, il compito di formare il personale dei locali pubblici, titolari come dipendenti, «con incontri e video, in cui presenteremo i mezzi a disposizione. A loro toccherà poi la segnalazione».

La presentazione dell’iniziativa #SicurezzaVera

#SicurezzaVera potrà costituire un importante radar sul territorio, perché «davanti a un caffè – ha ribadito il Questore – chi sta vivendo un’esperienza di violenza è più propenso ad aprirsi, a confidarsi, rispetto ad altri contesti». «Un progetto importante – ha commentato il prefetto Francesco Garsia – contro un fenomeno ben presente. #SicurezzaVera potrà dare una mano a far emergere le situazioni nascoste». Il progetto è stato delineato tra gli altri anche da Massimo Sartoretti, presidente Fipe Alto Piemonte, Elia Impaloni, del Centro antiviolenza, e Ivan De Grandis per la Provincia. La campagna ha il nome di una donna, Vera, che in germanico significa protezione, difesa; una donna che ha il diritto di vivere, crescere e camminare in sicurezza.

Un argomento articolato, dalle mille sfaccettature, quello della violenza sulle donne, per sconfiggere il quale si sta facendo molto. Ma che porta, visti i risultati che non cambiano o mutano molto lentamente, a dover fare ancora tanto. Serve un cambiamento culturale da parte di tutti, un processo culturale che spinga la donna a non provare vergogna, a non sentirsi in colpa e così a denunciare quanto vive, e che porti però anche l’uomo a capire come la donna non sia qualcosa di sua proprietà, ad accettare che quella persona lo voglia allontanare da sé. Come ha riferito il procuratore capo della Repubblica, Giuseppe Ferrando, all’inaugurazione della stanza rosa, «non si tratta solo di repressione, punto nel quale siamo già a una fase avanzata. E’ necessario puntare sulla prevenzione, un aspetto che deve arrivare a coinvolgere famiglia, scuole, l’intera società».

L’incontro in Prefettura sul tema della violenza alle donne con riflessione da parte degli studenti della Consulta provinciale

Un processo, dunque, culturale, di educazione «sentimentale, relazionale – ha aggiunto in un’altra occasione di questi giorni Lavezzaro, in un incontro con gli studenti della Consulta provinciale – di educazione al rispetto. Molto, inoltre, occorre fare sul maltrattante, sul ‘sex offender’. A Vercelli – ha aggiunto Lavezzaro – esiste una parte del carcere dedicata ai ‘sex offender’. Un progetto ha portato a chiedere loro se avevano capito il perché si trovavano lì. Oltre l’80% ha detto di ‘no’, quasi fosse normale picchiare la compagna. Dopo qualche mese e l’avanzamento di progetti e laboratori e interventi con loro il 75% diceva di aver capito la gravità dei propri comportamenti. Se non comprendiamo da dove si origina, non riusciremo a interrompere il fenomeno. Sono convinta – ha concluso – che occorra intervenire su più aspetti, dalla denuncia al cambio di passo culturale al lavoro anche con i maltrattanti. Dobbiamo arrivare a non leggere più, al prossimo 25 Novembre, 109 femminicidi».

Monica Curino

Ritrovata a Ivrea la giovane Alessia Zuso di Novara

E’ stata ritrovata Alessia Zuso, la 19enne di Novara che mancava dalla sua abitazione di Sant’Agabio da venerdì 22 novembre.

La giovane è stata ritrovata a Ivrea nella tarda mattinata di oggi, sabato 23 novembre. A una settantina di chilometri di distanza dalla cittadina vaudenziana.

A rintracciarla gli agenti della Polizia ferroviaria, che l’hanno trovata in stazione, dove era giunta da Chivasso, dove era stata vista l’ultima volta grazie alle telecamere del sistema di videosorveglianza.

La ragazza ha già fatto ritorno a casa, a Novara.

Si cerca Alessia Zuso, scomparsa da venerdì dalla sua casa a Novara

Sono tutt’ora in corso, a Novara, le ricerche della giovane Alessia Zuso, di 19 anni. Della ragazza non si hanno più tracce da più di 24 ore. Non si sa più nulla di lei dalla mattina di venerdì 22 novembre. E’ scomparsa senza lasciare alcuna traccia. Risulta spento anche il suo telefonino.

A dare l’allarme sono stati la mamma e il fratello della giovane. L’autovettura di Alessia è stata ritrovata nella stessa mattinata di ieri nell’area intorno al Gazzurlo, alla periferia della città. Sul posto anche l’elicottero dei Vigili del fuoco della Malpensa, per capire se dall’alto si poteva rintracciare la giovane. Per ora nessun risultato. 

Alessia si è diplomata lo scorso luglio all’Istituto Pascal di Romentino. Molto sportiva, vive con la madre e il fratello a Sant’Agabio.

A occuparsi della scomparsa della giovane sono i Carabinieri di Novara. Chi l’avvistasse può chiamare l’Arma al numero del comando provinciale 03213791 o la Questura al 0321388111.

Ragazzino di 14 anni perde la vita in un incidente stradale a Oleggio

Un ragazzino di quattordici anni deceduto e il fratellino, di soli 4 anni, trasportato in codice rosso all’ospedale Maggiore di Novara. La nonna, che era alla guida dell’auto, vettura che è entrata in collisione con un altro veicolo, si trova ricoverata all’ospedale Santissima Trinità di Borgomanero. Non è in pericolo di vita.

E’ il bilancio di un gravissimo incidente stradale avvenuto nel pomeriggio di oggi, venerdì 22 novembre, a Oleggio, non distante dal locale cimitero.

Per cause in fase di ricostruzione due auto si sono scontrate frontalmente. Nonna e i due nipoti sono rimasti incastrati nell’abitacolo della vettura.

Sul posto due ambulanze del 118 e i Vigili del fuoco. Questi ultimi hanno estratto i feriti dalle lamiere, ma, purtroppo, per il bambino più grande non c’è stato nulla da fare. Gli occupanti dell’altro veicolo coinvolto nel sinistro sono rimasti feriti non in maniera grave.

Mo.C.

Tentato omicidio a Soriso: mamma accoltellata fuori dalla scuola del figlio

Una giovane donna in ospedale a Borgomanero, ricoverata in prognosi riservata, e l’ex marito arrestato dai Carabinieri con l’accusa di tentato omicidio.

E’ l’esito di quanto successo questa mattina, martedì 24 settembre, pochi minuti prima delle 8, a Soriso, piccolo paese del Novarese, che si affaccia sul lago d’Orta.

Qui un quarantenne di origine senegalese, da tempo residente in paese, secondo quanto ricostruito sinora, ha investito con la propria autovettura l’ex moglie, che aveva appena lasciato il figlio a scuola. Tutto è successo a pochi passi dalle scuole del paese.

Poi, una volta sceso dalla vettura, l’uomo ha anche accoltellato la donna. L’aggressione è stata bloccata dall’immediato intervento di alcuni passanti, che, dopo aver fermato l’uomo, hanno allertato i Carabinieri. I militari, giunti sul posto, hanno arrestato il 40enne. A occuparsi dell’accaduto sono i Carabinieri di Arona. Chiuse per diverso tempo le strade intorno a dove si è verificata l’aggressione.

La donna è stata soccorsa dal personale medico e trasferita al Santissima Trinità. Ha riportato ferite gravi, ma risulta essere fuori pericolo.

Tanto l’aggressore quanto la donna risiedono da anni in paese, al momento la donna è accolta in una casa della parrocchia.

Monica Curino

Il giornalismo tra cronaca nera, il rispetto delle vittime e la tv

In questo lungo agosto – mai un mese estivo mi è sembrato così infinito, e pensare che ho vissuto una delle vacanze di maggior durata della mia vita, ben 10 giorni interi per ricaricare un po’ le pile e, soprattutto, anima e corpo – è come se ho voglia solo di scrivere.

Sì, che ne avrò da scrivere da lunedì 26 agosto, quando riaprirà i battenti il giornale per cui lavoro ormai da 23 anni. Ma il blog, come il terzo libro che sto portando avanti, sono una scrittura diversa. Riflessiva, introspettiva a volte, che fa del bene a me e che mi porta appunto a riflettere, pensare e scandagliare.

Questo sarà probabilmente l’articolo più lungo mai postato sul blog e dove racconto la mia professione, quella di giornalista, e come l’ho vissuta e la vivo da sempre. Sin da quel lontano gennaio del 2001, quando mi trovai catapultata in casa parrocchiale a Sant’Agabio, per scrivere e controllare le ‘bozze’ della pagina parrocchiale de L’Azione, quella che all’epoca si chiamava “La Campana”. E che poi mi ha portato dapprima in tv a VideoNovara e quindi a L’Azione centrale (dove sono tutt’ora), al Corriere di Novara sino al 2019, al Novara Oggi, a Radio Abc, ora Radio Onda, alla Prealpina, dove iniziai a occuparmi con forza di cronaca nera, e anche a Tele MonteRosa. Dal momento che sarà lungo, proverò a porre molte fotografie e a inserire una serie di capitoletti.

Una conferenza stampa (immagine prodotta con l’Intelligenza Artificiale)

Per scriverlo prendo buona parte del testo con cui ho partecipato, nel 2021, a un volume voluto dalla mia direttrice al Corriere di Novara, Serena Fiocchi, “Cronaca mia”. Una serie di storie vere raccontate da 34 giornalisti in maniera meno da giornale e più da vera e propria esperienza. Insomma come si sono vissute storie raccolte, come è stato raccogliere le informazioni per un pezzo e quant’altro. Ecco, si parte.

Quando l’idea che da grande avrei fatto la giornalista sembrava prendere forma, dopo un iniziale lavoro in Università con il mio relatore della tesi, non mi sarei mai immaginata di finire in video. E questo pur se i giornalisti che più apprezzavo all’epoca erano, principalmente, giornalisti televisivi. Impensabile Monica in video, neppure per scommessa. Figurarsi: con quella timidezza che mi accompagnava da sempre. E che ancora mi accompagna. Un po’ meno, ma c’è. Mi sarei vista semplicemente in una redazione a scrivere, raccogliere notizie, anche uscendo e incontrando persone, portando a casa interviste, svolgendo approfondimenti, ma lontanissima da una telecamera. E invece, a parte l’avvio cartaceo, e all’epoca quasi casuale, per la pagina parrocchiale de L’Azione nel gennaio 2001, due giorni di lavoro concreto a Video Novara, nel luglio dello stesso anno, ed eccomi gettata, praticamente senza preavviso, a leggere il tg della sera. Era un lontanissimo luglio di 23 anni fa.

E l’indomani primo servizio con cameraman e primo stand up, ossia il pormi davanti alla telecamera e in pochi secondi presentare quello che stavamo seguendo. Con una voglia matta di scappare a casa o di mettermi semmai dall’altra parte della telecamera, a sostenerla, a imbracciarla. E questa non è stata la sola situazione anomala e impensata in cui mi sono imbattuta agli inizi di questo lavoro, che adoro e di cui credo non riuscirei mai a fare a meno. Ovviamente una professione da portare avanti con il rispetto del lettore e di chi si intervista e delle persone coinvolte in quanto, a volte, ci si trova a raccontare storie e vicende molto dure, tragiche e delicate.

Già era una rivoluzione andare in video a leggere notizie e lanciare servizi, ma non meno straordinario, per come immaginavo il mio lavoro, è stato il dover subito prendere in mano un settore particolarmente delicato come la cronaca nera: sparatorie, rapine, incidenti, sequestri di persone, omicidi. E, soprattutto, quanto ne conseguiva, con sentimenti, angosce da riuscire a raccontare senza ferire nessuno e rispettando il dolore, situazioni delicate a cui porre attenzione. E anche in questo caso andando contro a un’altra mia ‘debolezza’: un’altissima sensibilità. Che, spesso, mi porta, oltre a percepire più intensamente una parola o uno sguardo (a volte direi con delle vere e proprie paranoie), anche a valutare più del dovuto un termine da utilizzare, da scrivere.

I giornalisti sono ‘artigiani della parola’, che in ogni pezzo, dalla nera alla cultura, scelgono con cura i termini da impiegare, ma diciamo che, nella ‘nera’, è ancor più forte quest’attenzione. Lasciamo stare quando si devono raccontare fatti così crudi e che, in alcuni casi, riportano alla memoria situazioni vissute. Come può capitare a tutti.

Eppure è quanto è successo. Sino ad allora mi ero occupata di scuole del mio quartiere, di parrocchie e di iniziative promosse a S. Agabio. Ma al sabato di quella prima settimana in tv, ecco che la collega più esperta, quella che svolgeva questo lavoro già da diversi anni, mi lasciava un elenco, parlandomi di ‘giro cronaca’. Tradotto: una serie di telefonate da effettuare, da Polizia a Carabinieri, passando per tutte le Polizie stradali, i Vigili del fuoco e il 118. Obiettivo? Sapere se fosse successo qualcosa, qualche incidente, qualche episodio, da fornire poi nel tg successivo, o quello delle 14 o quello delle 19,30. Due le tornate da fare, almeno secondo le basi di allora, a mattino e a sera. Poi, negli anni a venire (perché quel settore diventò, in particolare con l’esperienza al quotidiano La Prealpina e al Corriere di Novara, la mia ‘specializzazione’), con maggior conoscenza di come funzionavano certi meccanismi, la tornata è stata posta anche a metà pomeriggio o alla sera ti trovavi a rincorrere la notizia per confezionare un servizio decente.

Ho iniziato come una studentessa disciplinata e, a un certo orario, ecco le telefonate e via via le crocette su quelle fatte, con accanto delle piccole note se per caso ci fosse stato qualcosa. Oppure le corse in regia se ci fosse stato qualcosa di grosso e da preparare subito.

In quei quasi due anni di tv, a dire il vero, non mi sono mai occupata di casi gravi. Credo solo rapine e qualche importante operazione delle Forze dell’Ordine illustrata nelle tradizionali conferenze stampa. Sì due casi si erano verificati, ma in uno, una lite con un giovane ucciso al Veglione di Capodanno in un paese dell’Est Sesia, ero lontana da Novara e mi sono dovuta occupare degli sviluppi al ritorno, senza viverla sul campo (i siti web non c’erano ancora o erano pochissimi, altrimenti avrei dovuto inserire il pezzo da Firenze). In un altro, invece, erano ormai i miei ultimi giorni in tv, anche in quell’episodio un omicidio, un cittadino albanese accoltellato in un parcheggio di corso della Vittoria nell’aprile 2003. E anche qui, mancando quel giorno diversi colleghi, ero riuscita ad andare a fare delle riprese quando tutto era ormai concluso. Avevo perso ciò per cui, negli anni futuri, con l’esperienza al quotidiano e anche al trisettimanale (poi tornato bisettimanale) e al suo sito web, avrei invece ogni volta, spesso con sentimenti alterni, vissuto. Ossia sul posto in pochi minuti e di fronte la scena del crimine con Forze dell’Ordine, magistrato di turno, medico legale, soccorsi, famigliari di eventuali vittime e spesso tanti curiosi. All’epoca, quindi, una ripresa della zona dove era accaduto il fatto e, poi, una telefonata in Questura per raccogliere qualche informazione e allestire il pezzo per il tg.

Foto di Franz P. Sauerteig da Pixabay

In poche settimane mi ero accorta che la ‘nera’, però, così, non era fatta bene. Non che si sviluppassero servizi con imprecisioni, ma spesso si giungeva dopo, si apprendevano le notizie dal giornale del giorno dopo e, quindi, si cercava di recuperare.

Per come la vivevo io, che ho sempre voluto fare bene, al limite della fobia, era qualcosa di grave (la tv deve essere immediatezza, come lo è ora un sito web, deve quindi uscire prima di un cartaceo) e mi domandavo come mai, pur avendo seguito alla lettera ogni numero di quell’elenco, non avessimo saputo qualcosa. Sembrava come aver vissuto, il giorno precedente, su un altro pianeta. Soprattutto quando era avvenuto qualcosa di eclatante. Gli incidenti, quelli sì, li avevamo sempre. A meno che accadessero a tg in onda. Ma altre cose, dalla rapina a situazioni più gravi, mancavano.

È stato in quel momento che ho scoperto termini come ‘ganci’ e ‘informatori’, ossia contatti non ufficiali, ma comunque appartenenti alle Forze dell’Ordine e non solo. Persone che, se hai con loro un buon rapporto e si fidano di come riporti e rispetti i fatti, ti segnalano in tempo reale fatti di cronaca che stanno accadendo. Dalla rapina del giorno sino a inchieste giudiziarie.

Ho iniziato così a farmi più furba e a cercare di costruirmi anch’io, nelle poche volte che uscivamo dalla tv per conferenze o qualche intervista, alcuni ganci. Ovviamente, poi, dovevi ottenere una conferma ufficiale. Ma, una volta che avevi anche una piccola informazione, era più facile farsi dire qualcosa. Spesso poi scattava anche una vera e propria partita a scacchi, a mosse, tra te e la Forza dell’Ordine ufficiale con cui parlavi. Ne ricordo tante, anche solo per un furto. Altre volte, invece, c’è stato il ricorrere a veri contorsionismi o al dover scrivere senza una conferma ufficiale, ma comunque riportando fatti di cui si era sicuri al 100%. Ovviamente usando i condizionali e le attenzioni del caso. E riuscendo a dare quello che in gergo giornalistico è un ‘buco’. Qualcosa che il ‘rivale’, gli altri giornali, non aveva.

Insomma, tornando ai tempi in cui per la prima volta mi sono avvicinata alla cronaca, non volevo più mancare una notizia. Volevo capire come mai a noi dicessero “Tutto tranquillo, non c’è nulla” e ad altri, non a tutti, giungessero tutte le notizie.

Una situazione che, come anticipato, era solo un’indicazione non di preferenze da parte delle Forze dell’Ordine, ma di colleghi che, con più esperienza, avevano contatti diversi da quelli ufficiali, e non si fermavano dinanzi a un semplice “non c’è nulla”. Soprattutto se avevano avuto qualche ‘soffiata’ da qualche gancio, carabiniere, poliziotto, avvocato o altro che fosse.

Così ho iniziato il mio completo immergermi nel giornalismo di nera. Ancor di più dopo aver chiuso il capitolo della tv, dove per la ‘cronaca’ ho seguito per lo più conferenze stampa e poco altro. In Tribunale non si andava (anzi mi era capitato di raccogliere qualcosa, chiamando un collega che già frequentava le aule di Palazzo Fossati) e i giri di cronaca sì davano frutto, ma non come mi è capitato poi dopo.

Ho continuato così con il mio impegno a L’azione, dove avevo iniziato, e, nel frattempo, è arrivata forse l’esperienza più importante della mia vita professionale di quel periodo, allora ancora come collaboratrice esterna. Quella del quotidiano in una testata storica del Varesotto e con una redazione a Verbania e corrispondenti da Novara, La Prealpina.

Era l’agosto del 2003 e, tra assenze legate alle ferie estive e altre necessità, ecco ritrovarmi ancora a dover scrivere di nera… Un’amica suora, negli anni successivi (tra Prealpina, OkNovara e Corriere di Novara la nera era diventata la mia quotidianità), è giunta anche a definirmi, anche in pubblico!, ‘la donna della nera’. Questo perché, quando mi chiamava, ero sempre alle prese con qualche brutto episodio di cronaca, impegnata a cercare conferme e a raccogliere voci, ma io non ho mai amato quest’espressione. Ricordo ancora l’avvocato che, a Palazzo Fossati, dinanzi a noi tre giornalisti di giudiziaria, faceva il verso dei corvacci. Mai e poi mai. Io no! Me ne occupavo, così aveva voluto il destino, ma la frase non mi piaceva, sapeva, ecco sì, di ‘corvaccio’, di qualcuno che attendeva il delitto, l’incidente. E questo non lo sono mai stata. Non ho mai voluto che accadesse qualcosa per poterne scrivere. Né mi sono mai annoiata se non capitavano situazioni gravi, pur se a volte succedeva che qualche capo ti chiedesse «ma qualche atto vandalico, qualche cassonetto bruciato?». Una richiesta a cui io, un po’ arrabbiata, ricordo che rispondevo: «se vuoi, scendo sotto casa e ne brucio tre!».

Palazzo Fossati, sede del Tribunale

Okay che, per un certo periodo in gioventù, oltre al giornalismo, avevo pensato anche a voler diventare da grande un’agente di Polizia, ma, anche lo fossi diventata, non avrei mai voluto che accadessero fatti tragici, anche se sapevo certamente che avrebbe potuto esserci l’eventualità. Avrei voluto solo essere, come lo sono i nostri poliziotti (come pure i carabinieri), in aiuto alla gente. Per me, pur con l’assillo del giro cronaca, del chiamare i ganci, del cercare di non prendere buchi e al più di darli (che era poi sempre un merito), le pagine del giornale si potevano riempire con altre notizie, altrettanto forti, ma belle. Come pure di altre vicende, politiche, culturali, di costume. Non doveva servire per forza il ‘fattaccio’.

Comunque, pronti e via. Terzo giorno di lavoro al quotidiano, obiettivo fare bene e mai sbagliare neppure una virgola (sono così, purtroppo), ed ecco il brutto episodio di nera. Una vicenda nella quale ho anche ottenuto un dettaglio in più rispetto ad altri. Un grosso incidente tra Novara e Vercelli con due morti, due giovanissimi. Una notizia che, complici lunghe code sulla strada con tanto di segnalazioni in redazione e sul mio telefonino (quei due ganci che ero riuscita a costruirmi in tv) e un giro cronaca eseguito a pochi istanti dallo scontro, siamo riusciti a prendere in tempo. Raccogliendo tanto i nomi delle vittime quanto qualche altra informazione. Quel giorno, però, quel mio primo pezzo ‘tosto’ di cronaca per un quotidiano cartaceo e storico non è stato certo semplice da scrivere. E non per la fatica del dover recuperare i nomi, qualcosa di mai semplice e per cui, sovente, occorre chiamare numeri che mai avrei pensato in vita mia o, persino, passare in obitorio. Cosa, quest’ultima, che io ho sempre rifiutato di fare. L’ho sempre vista come una violenza nei confronti dei famigliari, pur se mai ho condannato chi lo fa. Il lavoro uno lo porta avanti come vuole: per me era qualcosa di troppo forte, che andava oltre il mio essere. La volta che la redazione me lo ha chiesto quasi in maniera obbligata, ricordo di aver fatto finta di andare, gironzolando all’esterno senza entrare. Il cuore andava a mille per quella mamma e quel papà che piangevano un ragazzo. Così avevo recuperato i nomi in altro modo, faticando di più, ma, per come la vivo io, rispettando un dolore.

No, non era stato difficile scriverlo per la ricerca dei nomi o dei dettagli, quelli li avevo raccolti più o meno tutti in un’oretta. Ma perché quella strada l’avevo percorsa per quasi 5 anni, due volte al giorno, recandomi alla mia Università. In un attimo mi sono giunte alla memoria le serate in cui rientravo con una fitta nebbia e gli incidenti che anche all’epoca, ancora non conscia completamente di cosa avrei voluto fare della mia vita, accadevano in quella zona.

Poi, una volta raccolte le età delle due vittime, il cuore si chiudeva di più, perché erano poco più che ventenni. E in un attimo, come avverrà tanti anni dopo (ormai professionista e da tempo a scrivere di nera, era metà dicembre del 2016, quando tre studentesse persero la vita in un incidente a Suno), il pensiero è andato a un compagno di classe mai dimenticato della mia quinta liceo. Anche lui scomparso in un incidente a pochi giorni dal Natale. Sono stati tanti i sentimenti e i ricordi che mi hanno attraversato la mente mentre scrivevo quel primo pezzo di nera, interrotti ogni tanto da qualche sms (eh sì c’erano gli short message service, altro che Whatsapp, e io ancora non li sapevo ben usare… se penso al rapporto di dopo coi telefonini….) che aggiornava sulla dinamica del sinistro.

Alla memoria subito quel lunedì a scuola con i professori che cercavano di sostenere noi ragazzini di 17-19 anni massimo, che ancora non credevamo all’accaduto, pur se il banco vuoto era lì in tutta la sua evidenza. E la domenica l’avevamo trascorsa attaccati a una cornetta del telefono a piangere tra noi. Mi sono ricordata la mamma e il papà, che, con altre due amiche e compagne di scuola, eravamo andate a trovare: un dolore indicibile e mai scomparso. Ho cercato così, come ho sempre poi cercato di fare, di fornire le informazioni più corrette, senza soffermarmi in dettagli inutili, in quei particolari raccapriccianti che mai ho amato leggere anche quando questa professione non era neppure nei miei sogni. Cercando di essere solo una narratrice del fatto, oggettiva, ma pur sempre con una forte dose di sensibilità.

Impossibile non mettere un po’ di se stessi quando si raccontano fatti che ti riportano alla memoria situazioni che hai vissuto. Un pezzo, quel giorno, che, a detta dei miei responsabili e dei lettori, ha poi reso l’accaduto senza indugiare in nessun dettaglio macabro e fornendo maggiori informazioni di altri pezzi che erano usciti su altre testate. Più difficile è stato il pezzo per il giorno successivo, quando andavano ricordati i due ragazzi, cercando chi li avesse conosciuti. Amici, compagni di università, compagni della squadra di calcio in cui uno dei due militava e, come spesso viene richiesto, i famigliari. Ecco questa è una cosa a cui mai sono riuscita a piegarmi o ad abituarmi e adattarmi. Mi sono sempre rifiutata (ovviamente al capo dicevo che li avevo cercati) di chiamare i genitori in situazioni di questo tipo. Sarò sbagliata io, ma mi sembrava, e sembra tutt’ora, una mancanza di rispetto, un indagare troppo in un dolore privato. Mi sollecitavano a farlo, che sarebbe andato tutto bene. “Hai un’attenzione e una delicatezza fuori dal normale, figurati se li offendi o li ferisci”, mi dicevano (speriamo sia vero…), ma io, comunque, non cedevo. Certo è capitato lo abbia fatto, ma solo quando la cronaca di nuovo mi ha coinvolto, toccandomi da vicino, come quando un’amica di infanzia, per un malore improvviso, è morta dopo essere andata a scegliere le bomboniere per il suo matrimonio. Il giorno stesso ne ha scritto un collega, perché tutto era successo in una zona che seguiva lui, il giorno dopo è toccato a me, perché l’amica abitava a Novara ed era cresciuta nel mio quartiere. E allora non potevo fare diversamente. Di lei potevo scrivere a occhi chiusi, anche se erano tanti anni che non ci vedevamo, ma le condoglianze alla sua nonna, alla sua mamma e al suo papà, proprio perché li conoscevo, non potevo non farle. E così eccomi ad alzare la cornetta e a farmi anche raccontare di Alessia. È capitato così forse altre due volte in vent’anni di lavoro e in un caso erano trascorse almeno due settimane. Altrimenti io sono sempre ‘transitata’ dai migliori amici, da qualche collega, da un cugino, da un compagno di squadra, ‘evitando’ accuratamente mamme e papà. Qualcosa, il bloccarsi dal chiamare un genitore, che, forse, per un cronista di nera, può sembrare una pecca, un difetto. Con il passare dei mesi e degli anni mi sono, invece, accorta che così non è.

È capitato che qualche genitore chiamasse successivamente in redazione per ringraziarci di come avessimo ricordato il figlio e del fatto di non averli chiamati, almeno nell’immediatezza. Certo si mette più tempo nel preparare un pezzo cercando amici, compagni di scuola di un tempo, fidanzati, ma i pezzi li ho poi sempre prodotti. E così è stato quel giorno. Tra l’altro senza le facilitazioni di oggi, che quasi tutti sono iscritti a un social e dove si possono trovare informazioni, passioni e molto altro su Facebook.

Quelli erano altri anni. Si andava di suole consumate, andando sul posto dell’incidente, e di schede telefoniche del cellulare da decine di euro altrettanto consumate anche in poche ore, cercando chi potesse raccontarti un po’ di quei due ragazzi. Il tutto con ritmi indiavolati, rimandando ogni altro aspetto della tua vita. Il giorno dopo il pezzo è risultato completo, pur evitando la chiamata ai parenti più stretti. Da allora ho sempre fatto così.

Questo il mio primo giorno di cronista di nera per una testata cartacea, tra l’altro per un quotidiano. Da allora di giorni così ne ho vissuti molti altri. Giorni da contorsionista, con impegni famigliari da far conciliare e pranzi e cene abbandonati con le corse su rapine, dirottamenti di bus (come è successo nel 2007), sequestri, operazioni anti-droga e omicidi. Ai ritmi, pur con comprensibili litigi con mia madre (che continua a lamentarsi, ma sbaglia lei), mi sono presto abituata (non sono mai stata una tanto ferma). Un po’ meno alla crudezza e all’atrocità di alcuni episodi che ho dovuto raccontare e che si sono intrecciati, a volte, a giornate già per me critiche.

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Tra i primi episodi, quelli con contorsionismi e avventure quasi funamboliche, il cercare di arrivare a fare le riprese per un incidente stradale fortunatamente non grave. Un sinistro che aveva bloccato l’accesso a Novara (in questo caso ero ancora in tv). Quella strada l’ho raggiunta solo scalando una montagnetta, che ora non esiste più. Avevo abbandonato l’auto della tv sotto a un ponte e vai di ‘scalata’. Oppure la tentata rapina con spari e colluttazione tra Forze dell’Ordine e malviventi a un supermercato della mia zona, in un sabato sino ad allora tranquillo. Stavamo cenando ed ecco la segnalazione di due ganci e di qualche residente (sì ormai mi ero creata un bel giro di contatti di cui mi fidavo e che si fidavano di me). Mi sono affacciata al balcone e, vedendo le luci dei lampeggianti, ho abbandonato la bistecca che stavo addentando e sono corsa sul posto. Dove sono poi rimasta sino alle 23 circa, parlando con i Carabinieri e con alcuni dei ragazzi impegnati nella Giornata della Colletta Alimentare, presenti nel supermercato durante la tentata rapina. Senza contare le corse in auto con il titolare del sito con cui all’epoca collaboravo non appena appresa l’informazione del furto della salma di Mike Bongiorno dal cimitero di Dagnente. Lui guidava verso la località dell’Aronese e io al telefono, sballottolata qua e là nell’abitacolo per la velocità con cui andava, a raccogliere aggiornamenti e a cercare di metterli online con il cellulare.

Poi, una volta sul posto, a prepararsi in men che non si dica a fare uno stand up e a fronteggiare ancora la mia timidezza dopo anni che non ne facevo più uno (l’esperienza con OkNovara arriva ad almeno 10 anni da quella in tv). E poi, quando al piccolo cimitero erano arrivati altri colleghi e le tv nazionali, a fare a sportellate, io mingherlina, per raccogliere altre interviste.

Ricordo anche, pur se non con tutti i dettagli, perché se il quotidiano per cui ho lavorato ha chiuso la redazione di Verbania-Novara una dozzina di anni fa, gli anni che sono trascorsi sono tanti, alcune situazioni in cui quasi, perché le Forze dell’Ordine non si sbottonavano, mi sono messa a ‘indagare’ io. Per carità non volevo certo rubare il lavoro a professionisti che ho sempre stimato, ma dovevo portare a casa un risultato e scrivere un pezzo con tutte le informazioni corrette. Ed eccomi, per ottenere l’identità di una persona, al portone di una casa di corso Torino, dopo che una donna era stata trovata priva di vita a terra tra via Perazzi e via Santorre di Santarosa una domenica. Gli stessi Carabinieri non avevano potuto risalire rapidamente all’identità, perché la donna, deceduta per un improvviso infarto, era uscita di casa senza documenti. Aveva con sé solo un mazzo di chiavi. Non ricordo il dettaglio che mi ha portato alla zona dove alla fine la signora abitava, qualcosa che mi avevano certamente riferito i militari, che però appunto non fornivano il nome. So che non mi avevano indicato né il civico né che abitasse in corso Torino, ma lì mi ero trovata e una serie di elementi mi avevano fatto arrivare a dove abitava e a leggere un cognome sul citofono, che, pur se con la targhetta un po’ rovinata, aveva combaciato con altri elementi. In quel modo avevo saputo il nome.

Per raccontarvi meglio dovrei chiedere al mio ‘Guru’, un collega più grande di me e cui chiedo sempre consigli. La sera del giorno in cui era uscito l’articolo (il 2 gennaio di 12 anni fa) avevo cenato con lui, che, ascoltando il mio racconto, mi disse che avevo avuto grande intuito. Purtroppo non ricordo cosa fosse quel guizzo che mi aveva condotto all’androne di quella casa. Un episodio simile anche quando, in pochi giorni, a Novara, si era registrato il caso di una donna che ha ammesso di essere stata lei ad aver abbandonato qualche mese prima delle ossa umane nella chiesetta del cimitero, ossa che sarebbero appartenute a un suo parente e che lei pare avesse trafugato dal cimitero di Vercelli; pochi giorni dopo una donna si è tolta la vita in un canale della città. Una vicenda era seguita dalla Polizia, una dai Carabinieri.

I due nomi delle donne sembravano molto simili e qualcosa, non solo a me, non tornava. Ma per credo un paio di giorni le due vicende sono parse separate. Poi, a un tratto, ricordo di aver insistito con l’allora referente dell’Arma (tipo di averlo chiamato trenta volte in un giorno, no così mai, non l’ho mai fatto, ma 3-4 volte sì, ben distanziate le telefonate sia chiaro), che ha voluto fare un’ulteriore verifica ed ecco che le due donne erano in realtà una sola. Il giorno dopo eravamo stati poi i soli ad avere e a dare la notizia. E poi le corse e il rischio di perdersi in mezzo alle campagne, come quando, tutta trafelata perché ero in una conferenza stampa altrove, ossia in Provincia (beh la ‘nera’ quando succede è ovvio che ti veda immersa altrove, non puoi prepararti prima), mi sono messa sulla mia Fiestina per raggiungere un posto, tra Landiona e Arborio, dove era stata trovata un’auto bruciata con all’interno, purtroppo, un cadavere. E il mio capo di allora a farmi fretta per arrivare sul posto il prima possibile.

Ringrazio ancora oggi il mio padrino del battesimo, che, landionese doc, mi ha dato una mano a giungere sul posto. Altrimenti non c’era TomTom che potesse aiutare. Questi sono solo alcuni dei casi che rientrano in quelli vissuti correndo come una Formula Uno e con ‘avventure’ rocambolesche, ma non sono meno quelli che, molti dei quali sicuramente vissuti altrettanto di corsa, hanno anche visto emozioni contrastanti e un grande dolore nel dover raccontarli, come era stata la vicenda dei due ragazzi deceduti nell’incidente di quel mio primo giorno di nera al quotidiano o quello in cui ho dovuto ricordare un’amica dei tempi dei miei 14 anni.

Ne ho in mente tanti. A partire da un omicidio-suicidio di due anziani avvenuto nel mio quartiere, nel palazzo dove all’epoca abitavano persone che conoscevo e occasione in cui nella notte, strano per me, continuavo a rigirarmi nel letto, come quasi a presagire che fosse accaduto qualcosa. Un giorno quello, tra l’altro, in cui la nera aveva movimentato molto Novara, perché qualcos’altro di grave era accaduto, negli stessi istanti, a Galliate.

A occuparmi della vicenda nel capoluogo io, a Galliate un’altra collega. Non è stato facile parlare di quanto accaduto, un dramma della solitudine, del dolore, che meritava delicatezza e rispetto. Certo mi ha fatto effetto, giungendo lì, la gente che mi salutava. Ammetto che preferisco arrivare nei luoghi in cui avvengono situazioni così tristi da perfetta sconosciuta, come se nessuno mi conoscesse, a parte (altrimenti mi caccerebbero) le Forze dell’Ordine. Me ne sto sempre in disparte. Orecchie alzate, occhi sull’attenti, ma senza intralciare il lavoro di chi indaga (intervengo giusto quando li vedo mollare un istante ciò che stanno svolgendo) o mancare di rispetto al dolore dei famigliari. Però era il mio quartiere e, per molti, ‘ero la giornalista, quella che era stata in tv’ (ancora oggi, quando lo dicono, mi fa strano, mi fa effetto. Ma anche quando qualche amico mi presenta come ‘la giornalista’. Io voglio essere solo Monica) e così, quel giorno, al mio nome, si è voltato anche il responsabile della Scientifica.

È stato in quest’occasione che mi sono accorta di come, spesso, mi ponga troppi problemi, di come soppesi ogni minima parola, ogni virgola. Anche quando il pezzo è stato ben valutato ed è stato rispettato tutto. Qualcosa che, tra l’altro, da molti è visto positivamente. Penso anch’io così, ma vi assicuro che, quando mi metto, diventa qualcosa di molto negativo: con paranoie che durano giorni. Quel giorno quasi volevo dire al mio capo che non avrei voluto più fare la nera. Ma corri di qua corri di là e con i ganci che ti eri creata che ti chiamavano un giorno sì e un giorno sì, ormai era la mia vita. Certo ho dovuto cercare di farmi una bella corazza.

Credo che tra i dolori più assurdi o tra gli episodi che più mi hanno colpito, a volte anche per dettagli che esulano dalla cronaca, ci siano l’omicidio di Gisella, morta in strada in un corso Cavour pieno di gente in giro in una calda giornata estiva, era il 2016, e la morte di Carolina. Vicende e pezzi in cui ho messo una buona parte delle mie paure, dei miei timori a non urtare dolori e sensibilità, a non sembrare quello che, spesso, la gente pensa dei giornalisti, ossia che cerchino il dettaglio ‘sfizioso’, il macabro. Non sono perfetta e certo faccio errori anch’io, eccome se ne faccio, ma queste cose non le ho mai fornite: andrebbe contro quello che sono. Ho proprio un’allergia anche per termini come ‘spappolato’, che credo e spero di non aver mai usato nella mia vita giornalistica, ‘mattatoio’ o, ad esempio, ‘decapitato’ o ‘quasi decapitato’. L’omicidio di Gisella, pur se siano già passati quasi 10 anni, lo ricordo ancora molto bene, perché, per un caso fortuito (quella volta sì, altre volte eravamo arrivati prima grazie a ganci ‘coltivati’ negli anni), lo abbiamo appreso in pochi istanti, pur se io, con ben due telefonate rivelatrici, ancora stentavo a credere a qualcosa del genere in pieno centro.

Ero alle prese con un pezzo su un funerale che avevo seguito al mattino e ci stavo mettendo molto, perché era il saluto a una persona cui tenevo particolarmente, che conoscevo da sempre, padre di due miei amici, nonché compagni di scuola. A un tratto, proprio il figlio di questa persona mi ha chiamato, dicendomi: “Moni, non ne sono sicuro, ma qui in corso Cavour è successo qualcosa, c’è un telo steso e tanta Polizia”. Io, pensando fosse ancora scosso, ho titubato un po’ e ho continuato, ma solo per pochi istanti, a scrivere il pezzo sul suo papà.

Non era trascorso neppure un minuto che ecco il trillo di un collega del settimanale dove ho iniziato e dove lavoro tutt’ora, che mai ha seguito la cronaca: “Guarda che qui c’è qualcosa, credo una persona a terra e coperta da un telo”. Non potevo in quel momento muovermi o sarei già stata trafelata in direzione corso Cavour. Ho quindi allertato la redazione che qualcosa di grosso era avvenuto in centro. Nel frattempo ho contattato i miei ganci di allora, ma, niente, negavano fosse accaduto qualcosa. Anche il mio capo-servizio ha cercato altri ganci, quelli del giornale, e pure il fotografo che ne sapeva sempre tante, ma neppure loro sapevano.

I ganci avranno semplicemente negato perché era ancora troppo presto, il fotografo davvero non lo sapeva e si trovava altrove. Ancora 10 minuti e, Facebook purtroppo già c’era, ecco i primi post di gente allarmata e che domandava cosa fosse accaduto. A volte, con queste condivisioni, si creano solo allarmismi sul nulla: in quel caso purtroppo non è stato così. Io dovevo finire l’articolo sul funerale, così ci è andato il mio indimenticato capo, Paolo. A me è toccato l’inserimento di quanto accaduto sul sito, una breaking news come veniva definita all’epoca e ancora a tratti oggi. Nelle uscite sul cartaceo, poi, abbiamo alternato approfondimenti e articoli io e Paolo e poi a me il compito di seguire l’intero percorso giudiziario in Tribunale. Un delitto che, come ho avuto poi modo di raccontare poco meno di un anno dopo, ‘subdolamente’ chiamata sul palco di un evento contro la violenza sulle donne da colei che mi ha poi coinvolto nel libro in cui è apparsa questa mia riflessione sul giornalismo, mi ha colpito molto.

Non che gli altri delitti seguiti li abbia vissuti con meno partecipazione o con meno intensità e contenta di scriverli. Tutt’altro. Ma qui si parla di una donna, una giovane, uccisa per mano (così han confermato i tre gradi di giudizio) di colui che pensava di amare e con il quale aveva deciso di vivere. Una giovane con qualche difficoltà, ma legata alla vita e con cui, ho scoperto successivamente, avevamo amiche in comune. Una donna, una mamma, con un figlio adolescente e due più piccoli e due genitori che la amavano. Morta così, sola, sull’asfalto caldo di un corso cittadino in un orario pieno di gente fuori per lo shopping. Uscita già ferita dalla sua casa, probabilmente pensando di cercare aiuto in strada. A rendermi ancora più vicino a lei, poi, un elemento non importante nello scrivere un articolo, ma che sono comunque venuta a conoscere. Eravamo nate lo stesso giorno di fine novembre: di differenza solo un anno, io sono più grande di lei di 12 mesi esatti.

Quel giorno, tra il funerale di Ennio da raccontare (con ricordi che affioravano continuamente; lui che mi dava sempre materiale per raccontare storie positive) e gli aggiornamenti sul sito dell’omicidio, credo sia stato uno dei più difficili di tutto il mio percorso giornalistico. Non per i dettagli da raccogliere. Ormai non erano più i tempi della tv; ganci ne avevo e, dopo il primo diniego, la Polizia aveva confermato l’accaduto, fornendo altri dettagli per scrivere online e per la carta. Ma appunto per le emozioni che si erano susseguite e per i tanti pensieri che, riportando di situazioni così drammatiche, non possono che venirti in mente, immedesimandoti in un’amica, in una sorella, in una mamma, in un papà, in un fratello.

Senza contare che, con i social ormai onnipresenti, era un continuo alternarsi di commenti, a volte con qualche elemento che poteva spingerti a indagare quell’aspetto, la maggior parte delle volte anche assurdi, su Facebook. Non condanno i social, anche se non li apprezzo molto e, spesso, diventano una ‘droga’. A me è capitato, ora un po’ meno. Sono iscritta, ma perché, a volte, per lavoro, sono utili, a volte eh. Come la volta che qualcuno aveva scritto di una ‘presunta’ rapina in una farmacia, se non erro a Pernate, e, cercando subito la fonte ufficiale e qualche gancio, per capire quanto ci fosse di vero, siamo riusciti a inserirla sul sito prima di altre testate. E poi, quel pomeriggio, le chiamate di colleghi e amici, che ti scrivevano per saperne di più o per dirti che conoscevano la donna. Se fai la reporter, devi sapere che gli amici, ma anche semplici conoscenti, qualsiasi cosa vedano o sentano di strano, ti chiameranno per avere informazioni in anteprima. E devo dire che è anche capitato che, qualche volta, mi facessero arrivare prima ad alcune situazioni, segnalandomi magari cose che, dette così, sembravano non avere nulla di particolare, ma che poi, debitamente sondate, hanno portato a scoprire alcuni arresti ancor prima che la notizia ti venisse fornita nel giro di cronaca. O che fosse al centro, la mattina successiva, come era capitato ai tempi de La Prealpina, di una conferenza stampa in Questura.

Una storia, quella di Gisella, che, come ho detto, ho poi seguito per intero nel suo iter in Tribunale, conoscendo i genitori e il figlio adolescente della donna. E anche nelle aule di Palazzo Fossati i sentimenti provati non sono certo facili da raccontare. Occorre rimanere impassibili dinanzi ad accadimenti, a frasi che si ascoltano, a episodi che avvengono nei corridoi, incontri tra vittime e imputati, ed è dura. Impassibili o distaccati con un genitore, con un figlio, non si può essere in alcun modo. Almeno io non riesco. E come me altri colleghi. Ricordo ancora uno dei primi processi delicati seguiti, la mia prima Corte d’Assise, la morte della piccola Matilda a Roasio. In quell’occasione, in aula (per Gisella il compagno scelse di essere giudicato con rito abbreviato, quindi solo davanti a giudice e pubblico ministero), abbiamo ascoltato dettagli molto forti, a partire dai danni riportati dalla piccola a seguito di un calcio alla schiena. Difficile non rimanere colpiti e non osservare gli atteggiamenti, le parole, della mamma della bimba, che, in quel processo, era sul banco degli imputati. Era considerata lei l’omicida della piccola Mati. Ricordo che pensai più volte a chi potesse essere stato. Se lei (che è stata poi assolta in tutti i gradi) o l’altra sola persona presente quel giorno nell’abitazione dove Matilda morì, ossia il compagno della donna. Anche in questo caso c’è stata l’assoluzione, un delitto rimasto, dopo anni, senza colpevoli. Quando è stata letta la sentenza una persona che conoscevo di vista, e che era tra il pubblico, ha interpretato un mio gesto fatto al fotografo come un’esultanza per l’assoluzione. Sono rimasta malissimo. Non posso negare che qualche idea me l’ero fatta, che, per mie situazioni vissute, tendo a stare dalla parte delle madri (ma so anche valutare bene le cose), ma in quel momento non c’era certo un’esultanza. Da allora quasi non respiro alla lettura di una sentenza così delicata e, se devo dare un’indicazione al fotografo, mi faccio capire con gli occhi, così da non essere poi giudicata come quella che parteggia.

Tra le altre storie che mi hanno lasciato fatica e tanti timori nel raccontarlo c’è la vicenda di ‘Caro’, Carolina Picchio, la giovane che, il 5 gennaio 2013, vittima di cyberbullismo, ha deciso di togliersi la vita, gettandosi dalla finestra della sua casa. La notizia ha iniziato a diffondersi quando io ero già in giro per il mio quartiere. Era un giorno pre-festivo, un sabato, ma i miei ‘co-quartierini’ mi avevano già chiamato per il ‘solito’ incidente all’incrocio tra via Pigafetta e via Wild. Ero lì, quando dal cellulare mi è giunto un primo dispaccio di qualcosa di ben più grave accaduto sempre nel mio quartiere, solo qualche isolato più in là. Innegabile che ho lasciato tutto a metà, non dicendo nulla, o poco, ai residenti che erano lì per raccontarmi della pericolosità dell’incrocio e quant’altro.

Inizialmente, le cose non erano ancora emerse in tutta la loro tragicità, ancora non era affiorato che dietro questa scelta così drastica di una 14enne ci fosse una gogna mediatica, il cyber-bullismo. Ricordo lunghe chiamate con chi era di turno in redazione per capire se scriverne (era un suicidio) e se sì, come, con o senza nome e tanti altri dettagli che ci si pone, visto la minore età. Una giornata terminata a notte. Per la prima volta avevo conosciuto un nuovo social, Twitter, a cui non mi sarei mai iscritta se non avessi dovuto cercare alcuni tweet con al centro “Caro”. Un social di cui faticavo a capire qualcosa e dove ho passato tutta la giornata di sabato e poi parte della domenica, quando poi mi sono dedicata alla scrittura del pezzo, a dar conto di quanto fosse successo.

I contorni del bullismo, di un gesto determinato da una forte vergogna provata da Carolina per come l’avevano derisa sui social, postando sue foto e suoi video intimi, emerse in breve tempo. E così si pensa a come a volte strumenti che sembrano nati per aiutarci, per essere utili, come i social o la stessa rete, si trasformino in trappole, in strumenti che potenziano e deflagrano una presa in giro, un’offesa. Caro si era sentita in trappola e non aveva trovato altra soluzione che quel gesto disperato. Ho pensato ai suoi genitori, ai suoi amici, a me da ragazzina, a come avrei reagito dinanzi a qualcosa di così potente e più forte di me. I bulli c’erano anche all’epoca, per fortuna non c’erano i social. Ma ai miei tempi ci si fermava a uno zaino lanciato in un cortile di uno stabile accanto alla scuola, alle offese per il tuo essere non proprio Claudia Schiffer o ai tuoi chili in più. Eh sì, non sono sempre stata la ragazza mingherlina di ora, i primi due anni del liceo furono un po’ faticosi. E pensai subito a come le parole, spesso, magari dette senza intenzione di ferire o di determinare chissà cosa nella testa di un giovane, ma anche in quella di un adulto, un po’ più sensibile o in quel momento particolarmente debole, facciano più disastri di un’arma. La stessa Caro ha lasciato scritto “le parole fanno più male delle botte”. Se devo ricostruire la ragione del perché io, passando dalla seconda alla terza liceo, ero passata da circa 52 chili a 38 scarsi, il ricordo va a una battuta detta da una compagna di classe durante un’occupazione. Oggi, a così tanti anni da allora, credo che quel “ma che sedere hai” abbia creato in me un cortocircuito, che mi ha portato all’epoca a misurare tutto quanto mangiassi, anche le bevande, a fare sport non appena avessi finito di mangiare, palleggi, flessioni e quant’altro, a bandire anche i salatini dai miei cibi (di dolci non sono mai stata golosa).

Ecco le parole sì possono anche ferire. È questa la ragione per cui, in ogni articolo delicato (a volte anche in articoli di argomento frivolo o di settori che delicati non sembrano, dalla cronaca di un consiglio comunale a quella di una manifestazione) mi pongo trecento milioni di remore, di freni, di timori. Noi giornalisti dobbiamo stare attenti alle parole che utilizziamo, a ciò che scriviamo, che poi è il nostro strumento di lavoro. Non per evitare querele (quelle capita, so da colleghi a cui è successo, arrivino anche quando scrivi il giusto), ma per il rispetto della persona. Sinora mi è sempre stato detto che nei miei pezzi è sempre emerso grande cuore e mai una mancanza di tatto. Visto le ore che ci metto a scrivere alcuni di questi articoli (chissà come facevo quando lavoravo al quotidiano…), me lo auguro tanto.

A volte, come ho raccontato poco sopra, capita anche che non metta dettagli o curiosità che magari, se lo racconti a un collega o anche a un tuo amico, dicono “accipicchia e perché non l’hai scritta questa cosa?”. Sempre per quanto detto sopra, il rispetto. Per spiegare dovrei raccontare un’altra vicenda di cronaca seguita. Ci provo, senza entrare troppo nel dettaglio, anche se forse è facile arrivare a capire di cosa racconti. Mi è capitato di dover correre un sabato di qualche anno fa, appena lasciate giù le borse della spesa, su un omicidio in una zona periferica della città. Un giovane aveva ucciso il patrigno. Per lui, successivamente, l’accusa sarà di omicidio preterintenzionale e sarà condannato a 6 anni. Quel pomeriggio, tra il caldo e le corse, mi sembrava che in quella strada ci fosse qualcosa di strano o indicasse a me qualcosa, ma non capivo cosa. Qualcosa di strano, come qualcosa di già vissuto. L’ho compreso solo in serata, dopo essere stata ore insieme al collega de La Stampa e a una giovane collega allora del Novara Oggi ad ascoltare vicini di casa, a racimolare qualcosa dagli agenti della Questura intervenuti sul posto e dopo aver scritto un primo lancio per il sito e poi il pezzo più dettagliato. Un messaggio inatteso, che mi chiedeva se l’alloggio dove era accaduto il fatto fosse a un determinato piano e se a destra o a sinistra, mi ha fatto ricollegare tutto.

Ho chiesto conferma a chi mi stava scrivendo e, in un baleno, sono tornata indietro di decine e decine di anni. In quell’appartamento era già successo un delitto, io ero bambina, e aveva riguardato da vicino una persona che poi, nella mia vita, è diventata fondamentale, essendo tra i miei migliori amici. La curiosità era forte, direbbe qualcuno, ma non ho scritto questa cosa in alcun modo nel mio articolo. Certo c’era il timore che qualcun altro lo riportasse. Calcolando però che il collega di più lunga esperienza che era lì con me era mio coetaneo e che l’altra era ancor più giovane di noi due, mi sono detta che non c’era pericolo che qualcuno riportasse alla luce qualcosa di trent’anni prima. E certo non l’avrei fatto io, rinfrescando dolori a persone a me care (che già l’aver letto la notizia l’aveva comunque fatto). L’avrei fatto anche l’accaduto non avesse coinvolto persone a me conosciute. Sono sbagliata? Non lo so. Non posso neppure dire che dormo serena, perché sono la campionessa del mondo del pensa e ripensa.

La donna del “ma forse era meglio scrivessi così, forse era meglio scrivessi colà” e del far “impazzire” amici non del lavoro e amici del lavoro. Ma, ad ascoltare un po’ tutti, non son mai caduta nel sensazionalismo, nella notizia data alla ricerca di click o di lettori e ho sempre messo quella sensibilità che, nella vita, ho sempre un po’ odiato. Qualcosa che mi è capitato di raccogliere anche tra i lettori e questo, devo dire, che mi ha fatto piacere.

Ora meglio che chiuda il racconto, forse. Di vicende difficili da raccontare o che mi hanno portato a mille riflessioni, come anche a tanti percorsi per ottenere le giuste notizie da riportare ai lettori, ce ne sono state tantissime. Come non dimenticare la morte di Simona Melchionda, scomparsa da casa e poi ritrovata dopo settimane priva di vita, uccisa da chi non avresti mai pensato, un carabiniere (il suo ex). Una persona che dovrebbe difenderti e non certo ingannarti con un appuntamento e portarti nei pressi di un cimitero e qui ucciderti, gettandoti poi nelle acque del Ticino.

E poi un’altra storia. Una vicenda accaduta a pochi passi da casa, pur se quel giorno fossi in redazione in centro, perché era un giovedì, giorno di chiusura del giornale. L’omicidio del piccolo Leonardo. Che qualcosa fosse accaduto l’avevo intuito dalla tarda mattinata di quel 23 maggio di un po’ di anni fa da alcuni messaggi che mi erano giunti da amici. Ma non si comprendeva cosa ci fosse di vero e non si parlava di un bambino. Non ero tra l’altro riuscita a chiamare qualcuno per approfondire. Poi, a metà pomeriggio, la segnalazione del 118 che riportava di un bambino di neppure due anni soccorso in un’abitazione di Novara e giunto morto in ospedale. Stavo chiudendo alcune pagine e scrivendo uno degli ultimi pezzi e non ho potuto non bloccarmi dinanzi a quanto leggevo sul cellulare. Ho scritto velocemente la notizia per il sito e, con i colleghi, ho cercato di trovare uno spazio per inserire l’accaduto, pur col poco che ancora si sapeva, anche sul cartaceo dell’indomani. A giornale quasi chiuso e certa che non fossero uscite notizie circa le ragioni che avevano portato al decesso di Leo, ho iniziato una chiacchierata con un gancio, partita proprio dalla notizia del bimbo. Ricordo ancora quanto mi ha detto: “è successo praticamente a casa tua”. Subito ho capito che non voleva intendere nel mio condominio, ma comunque nel mio quartiere. In pochi istanti ho scoperto come tutto fosse accaduto sul corso dove abitavo. Al che ho insistito affinché mi dicesse il civico. Non l’avrei scritto, la pagina era ormai andata e sul sito non volevo in quel momento fare ulteriori aggiornamenti. Ma non so, forse avevo un presentimento. Appena me l’ha detto, mi sono vista lì. Un condominio che, tra gli 8 e credo i 16-17 anni, ho frequentato ogni giorno, perché lì abitava una delle mie migliori amiche con i suoi nonni. E in qualche modo l’amica passava ancora di lì. Non nego che l’ho subito chiamata. Era frastornata, spaventata e chiedeva a me se sapessi qualcosa di più. Il gancio mi aveva lasciato intendere quello che poi era emerso tra venerdì e sabato con la conferenza stampa in Procura, ossia che il bimbo era stato picchiato, ma ovviamente era presto, non si poteva dire. Era solo, in quel momento, un’ipotesi e neppure da scrivere in un articolo. Ecco quel fatto mi ha molto toccato, il condominio dei giochi da bambina con case delle Barbie distrutte e con i pezzi usati come spade a imitare Lady Oscar, il mio quartiere, già troppo spesso bistrattato ingiustamente; la mia amica, un bimbo piccolo.

Molti che passavano in zona e venivano additati come persone che non si erano accorte di nulla. Ho poi seguito tutto, dalla conferenza in Procura, dove sono emersi dettagli terribili, alla fiaccolata in centro sino ai funerali di Leonardino e al processo. Una storia davvero difficile da raccontare e che ha anche portato a riversare sui social odio su odio, cattiverie su cattiverie, a tal punto che per un po’ ho quasi voluto non pubblicare alcun pezzo per il sito.

Per chiudere davvero. È successo anche di essere ‘protagonista’ di due episodi di cronaca che ho poi dovuto raccontare sui fogli del giornale per cui scrivevo. Anzi, in un caso, sono stata chiamata, devo dire inizialmente un po’ spaventata, anche dalla Digos per spiegare quanto riportato in un articolo uscito su La Prealpina.

Qualche giorno prima avevo dovuto seguire il funerale di un giovane novarese, scomparso prematuramente e collaboratore della stilista inglese Vivienne Westwood. Il capo voleva che cercassi di capire se la stilista fosse giunta dall’Inghilterra per salutare il suo collaboratore. In chiesa, quella di S. Andrea, piuttosto piccola, non si riusciva quasi più a entrare. Io non sapevo manco che volto avesse costei (e il pezzo era nato all’improvviso, su una richiesta improvvisa, internet sul telefonino ancora non c’era). Con un’altra collega ci siamo dette: “Magari ha scritto qualcosa sul libretto delle firme, magari ha lasciato una firma”. Così, insieme, lo abbiamo sfogliato. Nessuna firma della stilista, ma avevamo invece trovato una frase in cui veniva minacciato il parroco. Lo avevo così riferito al mio capo, dopo essermi anche accertata che a Novara non c’era alcun segnale di Westwood. Lui mi disse di inserirlo nel pezzo. Eravamo usciti per primi, perché la collega lavorava a un settimanale e io era l’epoca in cui lavoravo al quotidiano. Detto, fatto, ed ecco la Polizia che mi chiamava. Avevo pensato fosse per la convocazione di una conferenza stampa e invece mi dissero che dovevo recarmi a non so più quale piano della Questura perché dovevano chiedermi delle cose. Avevo capito solo una volta lì che era per l’articolo e per quella frase trovata sul libretto delle firme. La seconda vicenda, invece, è stata davvero qualcosa che è successa davvero sotto casa. Come al solito stavo facendo notte a scrivere, quando, poco prima delle 2, ho avvertito un boato gigantesco. Mamma si è svegliata di soprassalto e così l’intero condominio e quelli vicini. Ci siamo precipitati tutti all’esterno, cercando di capire, guardando giù dal lato strada. Subito abbiamo pensato all’esplosione di una caldaia in qualche stabile vicino (da noi era tutto a posto) o a un grosso incidente. Abbiamo intuito come fosse invece qualcosa di diverso nel veder salire dal corso un’alta nube di fumo, da un locale in quel momento chiuso e che si trovava accanto al nostro condominio. In un attimo ecco i Vigili del fuoco e due volanti della Questura e quindi la Scientifica. Ci hanno chiesto di lasciare tutti gli appartamenti e scendere in strada. Ed eccoci su un corso Trieste totalmente deserto, vista l’ora, e al gelo, era metà gennaio di oltre 15 anni fa.

Qualcosa che ora racconto con un sorriso, perché fortunatamente nessuno si fece male e perché, con mia grande vergogna, tra gli intervenuti sul posto, c’era il dirigente della Squadra Mobile di allora, con cui mi sentivo un giorno sì e uno no (all’epoca per la cronaca per il quotidiano mi alternavo con un’altra collega). Mi ha subito detto con il suo forte accento campano: “Monica, e che fai qua?. Così veloce ti giungono le notizie e ci corri anche in piena notte?”. E io, in un tutone da casa, a metà tra un pigiama e una felpa da pilota di F1, e con un paio di ‘moppine’ (quelle pantofole che andavano tanto di moda e che avevano o la forma di animali o di qualche personaggio della Disney e non solo, credo in quel momento indossassi dei conigli rosa) ai piedi, gli ho risposto: “E che vuoi che faccio qui? Mi è esploso qualcosa sotto al balcone e i vigili del fuoco mi han buttato fuori casa con gli altri, al gelo”. Nel frattempo cercavo di nascondermi i piedi. Lasciamo stare gli altri evacuati, che guardavano strana sta ragazzotta (beh avevo già una trentina d’anni, ma ne mettevo anche allora 10 meno) che parlava con un poliziotto, che era chiaro a tutti fosse il capo.

L’indomani non sarebbe toccato a me il giro di nera, ma il boss aveva voluto che ne scrivessi io, avendola vissuta. E così eccomi pure a scrivere l’avventura di una notte, in compagnia, in strada, di Polizia e Vigili del fuoco. Le indagini avevano poi rivelato come si fosse trattato di un atto doloso (erano stati infatti trovati, tra le altre cose, i resti di una tanica di benzina).

Dimentico forse le prime udienze seguite in Tribunale, con che non sapevo bene neppure chi fosse il pm e chi un gip o un gup e cosa stesse bene accadendo, ma, con pazienza e tenacia, si è imparato anche quello. Quanto ai ganci, che citavo all’inizio di questo lungo racconto, alcuni li ho trovati io, altri mi hanno cercato loro, osservandomi nelle conferenze o nei pezzi che man mano uscivano sul giornale. E da allora, salvo pensionamenti o trasferimenti, non ne ho perso uno. Certo la cronaca è molto diversa da quando ho cominciato.

Il giro cronaca non si fa praticamente più e chiami solo se apprendi già di tuo qualcosa, per accertartene, per avere informazioni. Non si ‘indaga’ quasi neppure più come giornalisti, visto il cambiamento delle modalità. Pur se qualche strada per scoprire qualcosa c’è sempre. Tutto questo lungo racconto, con ricerche nella mia memoria di episodi, di storie, di sentimenti provati, di paure, per spiegare come i giornalisti non siano persone senza sentimenti come spesso molti pensano. E come non gioiscano dinanzi alle tragedie. Anche loro sono genitori, figli, fratelli, amici. Qualcuno ci sarà, a cui piacerà mettere in evidenza il raccapricciante, ma credo sia solo una minima parte di chi svolge questo lavoro, che io amo più di me stessa.

E sarà sempre quella ‘pecora nera’ che si trova in qualsiasi altra professione: una pecora nera che non deve, per questo, far catalogare tutti gli altri in maniera negativa.

Per me, ragazzina timidissima che si affacciava a questo lavoro, l’essere finita dapprima in video e, poi, essere catapultata nel trattare la nera, devo dire, che è stato quasi terapeutico. Anzi proprio il giornalismo è stato terapeutico. Non credo altro mi avrebbe potuto sbloccare alla stessa maniera. Anche se altro c’è ancora da fare e si deve migliorare.

La timidezza è stata frantumata, diciamo abbastanza: certo non ho più timore di andare in un negozio per comprare due panini. E io ero una conciata malissimo a timidezza. Quando andavo dai miei cugini, davo a tutti del lei e stavo sempre zitta. Non perché me la tirassi (non sarei io dicono), ma proprio perché ero timidissima. Ora, provare per credere, chiedete a loro, non mi fermano più. E ovviamente do del tu. Certo ho ancora molti timori se devo affrontare un’intervista cui tengo particolarmente, su un argomento importante o delicato, su un tema magari molto caro a me o con qualche intervistato che stimo particolarmente. Tipo che metto tre ore anche solo a mettere giù un eventuale sms per chiedere l’intervista o anche la mail.

Valuto ogni parola, temendo di sbagliare. E gli amici mi prendono per il naso con: “Ma Moni son oltre vent’anni ormai che fai questo lavoro, sei pure professionista, ti fai ancora di questi problemi? Vai, che non sbagli, sai bene come fare”. E la nera terapeutica? Mmm, difficile da dire. Mi ha fatto però capire come quella sensibilità che, per cose vissute, ho alta sin da piccola e che io ho odiato per decenni, in qualche modo è un punto di forza. Almeno in questo lavoro, almeno nel dover affrontare e raccontare certe tematiche. Occorre incanalarla nella giusta maniera e saperla gestire e tener a bada, invece, quando ti fa male, quando ti porta a vivere male una risposta, un gesto, una parola. Pertanto dico: grazie giornalismo, grazie mia grande passione. E se, invece, come dicevo a mamma a 16-17 anni, avessi fatto la poliziotta? Niente, non sarebbe sopravvissuta. Quando l’ho comunicato quasi sveniva. Del resto è accaduto lo stesso un anno e mezzo dopo (causa concomitanza con la morte di Ilaria Alpi) quando avevo virato sulla giornalista. Ma lì non è riuscita a fermarmi, pur se prima di intraprendere la mia strada, ho eseguito grandi piroette, dei giri immensi (pensai ad Architettura, seguii Chimica qualche mese e quindi Lettere conclusa nei tempi e un primo lavoro con il mio relatore della tesi). Ma, come canta Venditti, “certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”. Cronista per sempre.

Monica Curino

Gozzano: auto contro moto, perde la vita un 55enne

Altro incidente mortale sulle strade del Novarese, dopo quello che sabato pomeriggio ha visto perdere la vita Irma Leke, giovane albanese di soli 36 anni, lungo la strada che collega Cameri a Novara.

Il nuovo sinistro si è verificato lungo la strada provinciale 46 nel territorio di Gozzano intorno alle 5,30 di questa mattina, lunedì 15 luglio. Qui, per cause in fase di ricostruzione, un incidente ha visto coinvolte un’autovettura e una motocicletta.

A perdere la vita un uomo di 55 anni, che era alla guida della due ruote. Sul posto il personale del 118, che non ha potuto far altro che constatare il decesso dell’uomo. Troppo gravi le ferite riportate nello scontro. A occuparsi del traffico sono intervenuti i Carabinieri, che ora stanno cercando di ricostruire l’esatta dinamica dell’incidente. La vittima sarebbe un dipendente della Giacomini.

Incidente mortale a Cameri: a perdere la vita una donna di 40 anni

Incidente mortale, nel pomeriggio di oggi, sabato 13 luglio, sulle strade del Novarese. Il sinistro si è verificato intorno alle 13 lungo la strada che collega Novara a Cameri, nel territorio del Comune dell’Ovest Ticino.

Per cause tutt’ora in fase di ricostruzione una donna di una quarantina d’anni in sella alla sua bicicletta è stata investita da un’autovettura. Sul posto, non distante dallo stabilimento che ospita la Igor, è intervenuta un’ambulanza del 118, che ha prestato le prime cure alla donna, tentando di rianimarla.

Troppo gravi, però, le ferite riportate nel sinistro e per la donna non c’è stato nulla da fare. Sul luogo del sinistro anche i Vigili del fuoco e una pattuglia della Polizia stradale.

Monica Curino