“Apro l’anima e gli occhi. Coscienza interiore e comunicazione”, edito da Interlinea, è l’ultimo lavoro di Eugenio Borgna, psichiatra e saggista novarese. Un volume che l’autore ha preparato in occasione dell’ultima edizione del Festival della Dignità Umana. Un Festival che, promosso dall’Associazione Dignità e Lavoro Cecco Fornara Odv, nelle scorse settimane, ha portato a Novara, Borgomanero e Arona, tra gli altri, Ferruccio De Bortoli, editorialista del Corriere della Sera, Tiziana Ferrario, già giornalista Rai, Alì Ehsani, insegnante a Roma, fuggito da Kabul e lo scrittore svedese Björn Larsson.

Al centro del nuovo lavoro di Borgna ci sono i modi con cui comunichiamo, con le parole ma anche con il silenzio, che, spesso, dice più di qualsiasi altra parola. Ne ho potuto parlare con l’autore in un’intervista per il giornale per cui lavoro, L’Azione-I settimanali della Diocesi di Novara, un’intervista che riporto ora sul mio blog, in maniera più ampia, con altri passaggi ascoltati da Borgna.
«La comunicazione – spiega – è un’esperienza di vita continua, sia lo si voglia sia non lo si voglia. Un’esperienza nella quale siamo obbligati: non si può sfuggire. Ogni giorno, in ogni istante, siamo in comunicazione. Questo tenendo presente che ‘comunicazione’ ha in sé più significati. I linguisti la definirebbero una parola ‘valigia’ o parola ‘marmellata’. Ha con sé il significato di dialogo, colloquio, essere in ascolto, in partecipazione, immedesimazione. Tutti questi aspetti – sottolinea Borgna – vanno sempre considerati. La tesi, la speranza, che mi ha accompagnato nello scrivere questa riflessione sulla comunicazione, è stata quella di immergerla nelle esperienze di vita quotidiana».

Una riflessione nata da un colloquio con l’editore Roberto Cicala e ispirandosi a una poesia di Clemente Rebora, “Tempo” e al verso “Apro l’anima e gli occhi”. «In questo libro ho voluto riflettere – racconta l’autore – sul come le parole contino, soprattutto quando si sanno scegliere quelle adatte, facendo emergere significati emozionali e spirituali di vicende della vita. Una caratteristica del libro è senz’altro la concretezza, valutando la comunicazione nella nostra quotidianità, cercando di coglierne i significati più profondi, quelli più interiori». Lo psichiatra novarese si è chiesto ad esempio «come entriamo in contatto con un malato, quali parole scegliamo, quale importanza diamo al silenzio. Spesso le parole non servono. La straordinaria modernità del titolo del libro sta nel legare anima e occhi. Ogni forma di comunicazione deve tenere conto dell’anima, dello spirito, delle emozioni con cui si entra in contatto con gli altri. Non dimenticando mai che le parole sono importanti, ma anche gli occhi. Con un malato sono un elemento fondamentale». Borgna riflette anche sul modo di comunicare di un insegnante. «Come guardano i docenti i loro studenti? Tengono conto di allievi con grande timidezza e sensibilità, di quegli studenti che non sanno esprimere sentimenti che pure hanno dentro? Spesso il silenzio non è impreparazione, ma nasconde molto altro. Le parole con cui si entra in contatto con l’altro hanno grande valore, vanno esaminate, analizzate, ben pensate. Pensiamo ai medici che devono parlare di demenza o malattia mentale, agli oncologi, dove formulare diagnosi di questa durezza finisce con l’essere una comunicazione ancora più dolorosa della malattia».

Ecco che, quindi, occorre valutare, soppesare, come comunicare una diagnosi e, talora, come non comunicarla. Le parole sono importanti, ma hanno anche dei limiti. «Dinanzi alla malattia tendiamo tutti – spiega Borgna – a dare alla nostra voce un timbro diverso, rendendola più addolorata, ma non è possibile. Sono più importanti i gesti. Come la carezza ai bambini del discorso di Papa Giovanni XXIII, che riporto nel libro. Spesso un sorriso, una carezza, un gesto, sono più utili e terapeutici di mille parole. Le parole poi cambiano significato in base alla sintonia che si crea con chi ci ascolta, una sintonia che può nascere solo se intuiamo i sentimenti, le emozioni, le angosce della persona davanti a noi. Spesso siamo tutti comprensibilmente presi dal dire parole inutili a chi sta male, invece un sorriso fa più bene. Lo diceva Leopardi ma anche Emily Dickinson, che ho citato nel libro, che voleva ‘rubare un sorriso a una persona che sta bene per regalarlo a chi sta male’. Ecco che è fondamentale l’ascolto: se non sappiamo ascoltare le nostre parole, i nostri gesti, questo può creare sofferenza a chi già ne ha molte. Non c’è comunicazione se non c’è ascolto. Occorre saper ascoltare le parole, ma anche saper ascoltare e interpretare il silenzio, che è un modo di comunicare».
Monica Curino