A volte gli approfondimenti che inserisco sul mio blog, dove c’è Monica a tutto tondo, con le sue passioni, il suo lavoro (sì, mancano la cronaca nera e la giudiziaria, i miei settori per vent’anni e che ancora, a tratti, seguo, ma è una mia scelta; magari nascerà un altro blog dedicato), sono articoli già elaborati per i giornali con alcune aggiunte, con altre informazioni. Aggiunte, informazioni, nate dall’esperienza, da novità emerse successivamente. Non accadrà, salvo qualche aggettivo, qualche avverbio, qualche età per forza modificata, per quanto ‘posterò’ nella giornata di oggi.
Si tratta di un articolo, di un ampio servizio, realizzato per la Festa della Donna del marzo di esattamente due anni fa. Un servizio che ho amato svolgere, pur se sempre di corsa e con due tappe distinte in Questura (la base per questo approfondimento). E che racconta due donne, di età diverse, che vivono la divisa come una seconda pelle, che vivono l’impegno in Polizia come una vera e propria missione. Una delle due già era una mia conoscenza, l’altra l’ho conosciuta in quell’occasione, salvo esserci viste in precedenza sempre di corsa alle manifestazioni, quelle da me seguite per il giornale e da lei per il suo impegno come agente della Digos con i suoi colleghi. L’ho amato fare, questo servizio, per l’amore che nutro nei confronti delle Forze dell’Ordine, sempre in nostro aiuto, e anche perché, ormai non è più un segreto, è la prima professione, quella della poliziotta, che avrei voluto intraprendere. Avevo all’incirca 15-16 anni, ero un maschiaccio che amava le moto, in particolare le Guzzi, e che sognava di aiutare il prossimo entrando in Polizia.

Ma non c’era l’altezza in centimetri e, poi, una mamma sempre super apprensiva e altre ‘amenità’, hanno ‘tarpato’ le ali alla me giovane di allora. Passai per diverse idee sul cosa fare da grande, dalla piccola chimica all’architetto sino appunto, infine, all’amore infinito per il giornalismo. Ma senza mai dimenticare la Polizia, che ho potuto raccontare nelle operazioni di cronaca, ma anche con le tantissime attività portate avanti con i ragazzi o con gli approfondimenti con interviste ai diversi Questori che si sono alternati in città, da quando, nel lontano 2001, son partita con la mia avventura nel giornalismo. Ci sono poi tornata a pensare alla professione che volevo fare un tempo? Sì, quando fu tolta l’altezza, ma ormai avevo superato l’età per fare ingresso in Polizia. Comunque mi appassiono quando devo raccontarla, quando conosco nuovi agenti, uomini e donne, che danno tutto se stessi per gli altri. Ecco perché ho amato raccontare Maria Rosaria Delli Santi, 57 anni, e Sandra Mazza, 45 anni.
Ed ecco che ve le racconto.
Rosaria Delli Santi
Per lei la divisa da poliziotta è una seconda pelle, tanto da sentirsela addosso anche quando non la porta. La divisa l’ha accompagnata, nella cappella della Questura di Novara, anche quando si è sposata con un collega. È l’orgoglio «dell’essere al servizio della giustizia. Non c’è complimento più bello di quando mi dicono ‘come porti bene la divisa, te la senti proprio addosso’». Lei è la sovrintendente Maria Rosaria Delli Santi, prima donna poliziotta giunta a Novara nel maggio del 1987. Da allora è stata alle Volanti, alla Mobile, all’Ufficio di Gabinetto e ora è segretaria del Questore.
Quando ha deciso di entrare in Polizia?
«Sin da giovanissima desideravo dedicarmi a un lavoro che fosse di supporto alla giustizia. Così, nel 1981, ho partecipato al primo concorso aperto anche alle donne e sono passata. Ho seguito i corsi a Bolzano e a Pescara e sono entrata in Polizia il 6 ottobre 1986. In quell’occasione, con quel concorso, ci fu un importante ingresso di donne come agenti, il 30%. Il mio primo incarico è stato a Novara, dove sono tutt’ora».
Il Corpo di Polizia ha aperto alle donne quando ancora si pensava che le forze dell’ordine avessero solo un “volto” maschile. Ha avuto difficoltà?
«All’inizio alcuni colleghi erano diffidenti con un’agente donna: oggi non accade più. Dopo poco ho trovato collaborazione. Ero molto giovane e questo li ha portati a sostenermi. Molti colleghi maschi si sono ricreduti rispetto alle prime settimane in cui ero arrivata, scoprendo come anche noi donne potessimo dare una mano importante. Come anche la sensibilità femminile servisse in questa professione. Anzi è d’aiuto in ambiti come l’Ufficio Minori. L’inizio è stato sì difficile, ma poi ho ricevuto collaborazione e comprensione, sempre ricambiati. Quando sono stata alla Mobile,
che prevede un lavoro diverso dalla Volante, i colleghi mi hanno aiutato. Poi sono arrivate tante altre donne».

Il lavoro da poliziotta e la famiglia?
«Le difficoltà erano quelle che aveva qualsiasi donna che lavorava su turni. Conciliare la famiglia con il lavoro è complicato, ma è quanto accade con tutti coloro che fanno i turni. Temevo di sottrarre tempo alle mie figlie, ma
non è successo. È sufficiente organizzarsi. Certo da allora ci sono stati molti miglioramenti. A partire dagli strumenti a sostegno della donna. All’epoca non c’era ad esempio il congedo parentale».
Sono cambiati anche gli spazi della Questura.
«Sì. Quando arrivai in città era una ‘caserma’ prettamente pensata per i maschi. Negli anni è stata, invece, ampiamente adeguata alle nuove esigenze, anche con tanto di spogliatoi».
Sandra Mazza
Assistente capo, in Polizia dal 2003. È a Novara dal 2005, dove dapprima è stata impegnata alla Volante, sino
al 2013, e adesso alla Digos. Un’attività delicata. Le eventuali difficoltà per una donna?
«Nel mio percorso personale in Polizia non ho mai avuto problemi. Con la Digos abbiamo un’attività che ci vede molto all’esterno. Dobbiamo avere la capacità di comunicare con le persone, di trovare la ‘chiave’ per parlare con loro. Che sia un manifestante o che sia un operaio che sta per perdere il lavoro. La nostra è un’opera di mediazione, parlando con l’operaio, così come con il datore di lavoro. E in questo l’essere donna aiuta».
Ha mai ricevuto offese come donna da manifestanti o tifosi?
«Al di là dell’immaginario collettivo, c’è rispetto. Mi è successo di intervenire per dialogare e non si sono segnalate difficoltà. Se si verifica qualche offesa non ce l’hanno con la persona, con la donna Sandra, ma in generale con la Polizia. È fondamentale come ci si pone come persona, come ci si pone con loro».
Il rapporto con i colleghi uomini. Ci sono state resistenze?
«No, in nessun modo. A parte qualche normale differenza di carattere all’inizio, come può capitare
con tutti, non ho mai registrato problemi. Certo io non sono stata una delle prime donne ad arrivare e, quindi, c’era già il ‘terreno’ creato da altre colleghe. Si lavora insieme, ci si aiuta. Nel mio percorso non ho mai vissuto problemi legati al mio essere donna».

L’esperienza alle Volanti?
«Sia la Volante sia la Digos sono incarichi operativi, che ti portano a contatto con la gente. La Digos è mediazione, la Volante primo intervento. Il rapporto con i colleghi maschi, ad esempio, è proprio quello che si crea alle Volanti. Quando la gente chiede aiuto, il personale fa squadra, diventa una seconda famiglia, collabora, si sostiene. Con i colleghi incontrati alla Volante ho un rapporto splendido. Lì ho lasciato una parte del mio cuore».
La sensibilità femminile aiuta? Lavoro e famiglia?
«Ci sono alcuni interventi in cui la sensibilità di una donna aiuta molto. Penso agli interventi per liti in famiglia o anche con la presenza di minori. La donna vittima preferisce solitamente rapportarsi con un’agente donna. Ci sono comunque anche molti colleghi maschi con una pari sensibilità. Per quanto riguarda famiglia e lavoro è questione di organizzarsi. Sono mamma di una bimba di 10 anni e con un po’ di attenzione si riesce a fare tutto, sia il lavoro che amo, sia stare con la mia famiglia. Felice del percorso che ho fatto».
Monica Curino