Un libro antico, un ‘incunabolo’, racconta la sua vita lunga 400 anni e come è giunto a Novara

L’articolo che pubblicherò oggi, giorno di Epifania del 2024, esula un po’ dalle tematiche che solitamente tocco e condivido in questo mio spazio libero e privato. Non è una storia bella di volontariato, una storia che tocca i cuori e neppure, dall’altro canto, una vicenda di cronaca nera, l’altro settore che, nel mio lavoro, per venti e più anni, ho seguito.

E’ invece un approfondimento di cultura pubblicato su L’Azione qualche mese fa, in occasione di una mostra ospitata alla biblioteca civica Negroni e che, prima di digitarlo, elaborarlo, scriverlo, sono stata a lungo in difficoltà, in ambasce davvero. Sì, perché il giornale mi aveva detto di produrre qualcosa di originale e di far parlare un libro.

Teseo, CC BY-SA 4.0 , attraverso Wikimedia Commons

Non un libro qualsiasi eh, che comunque è ugualmente difficile ‘far parlare’, ma un incunabolo. Ossia uno dei primi libri stampati, un volume stampato con la tecnica della stampa a caratteri mobili, ideata da Johannes Gutenberg, prima del 1501. Libri definiti anche quattrocentine.

Per tutto il venerdì e ancora il sabato sono stata a sbattermi la testa sul come fare. Soprattutto a pensare a come non cadere nella ‘scemenza’, nel dare vita a qualcosa che avrebbe potuto far ridere o certo non uscire bene. Sì che sono studi che ho svolto, visto che il mio percorso universitario mi ha condotto a laurearmi in Storia della lingua italiana con il presidente onorario dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini. Ma la testa non trovava un modo sul come iniziare e fare il pezzo, la mano non digitava i tasti sul pc. Poi il suggerimento di una persona a me cara, “chiedi aiuto lassù a Marina, lei ha studiato gli incunaboli”, ha all’improvviso stravolto tutto in maniera positiva.

Afbeelding van Gerd Altmann via Pixabay

Ho trovato subito come avviare l’articolo e poi anche come proseguire. Io ve lo inserisco più o meno come è andato anche su L’Azione (con qualche piccolo mutamento di punteggiatura o poco altro). Poi mi saprete dire. Certo questo pezzo mi ha fatto riappassionare alla materia che per anni ho studiato con il mio relatore della tesi. Mi è venuta voglia di tornare all’Upo, l’Università del Piemonte Orientale, e intraprendere un secondo percorso di studi, magari affine. Chissà. Eccolo.

UN INCUNABOLO PRESENTE ALLA BIBLIOTECA NEGRONI DECIDE DI RACCONTARSI

«Quanto contengo tra le mie pagine ha un’origine importante. Nasce dalla mente di uno dei personaggi che hanno fatto la storia di Roma, dell’antichità romana. Avvocato, scrittore, oratore, politico. Mio padre è, infatti, Marco Tullio Cicerone e ha pensato a me, che sono il “De oratore”, come la sua opera retorica più significativa. Volete sapere altre cose sul mio contenuto, sui miei legami? Ho anche due fratelli, “Brutus” e “Orator”, che, con me, compongono quella che tutti gli studiosi hanno poi definito la ‘trilogia retorica’».

Ma, caro “De oratore”, a quando risale la tua nascita effettiva, quando sei stato stampato?

«Nasco sul mare. Ho un’origine campana e sono un’edizione rara. Sono stato stampato a Napoli tra il 1475 e il 1476, alla tipografia di Sixtus Riessinger, conosciuto anche come Clericus Argentinensis. È lui, tipografo e presbitero tedesco, che ha introdotto, nella zona di Napoli, la stampa a caratteri mobili. Sono nato da un tipografo che fu accolto e stimato alla corte di Ferdinando, rimanendo nella città partenopea sino al 1478 e pubblicando una settantina di edizioni tra classici latini e testi in volgare, soprattutto opere giuridiche».

Attraverso quali strade sei giunto a Novara?

«Le mie pagine lo rivelano abbastanza facilmente. Riporto infatti una nota in latino di chi ha potuto pregiarsi di avermi tra i suoi libri, donandomi poi al convento di appartenenza, qui nel vostro territorio. Sono stato acquistato da un novarese che qui mi ha portato. Lui si firma “Paulinus claris progenitus Caciis”. Frate nel convento di Santa Maria delle Grazie, membro della nobile famiglia novarese dei Caccia e sicuramente studioso di distici elegiaci e umanista, mi ha portato al Nord. E poi, negli anni, sono finito nella vostra ricca e moderna biblioteca».

L’interno della biblioteca civica Negroni

Ma sei giunto alla biblioteca Negroni da solo?

«Sicuramente il mio proprietario ha portato in città altri esemplari. Non direttamente alla biblioteca, ma qui, alla fine del loro percorso, sono arrivati. Sono un po’ come dei miei parenti. Con loro ho convissuto nella personale biblioteca di Paolino. Con me sono a Novara un’edizione dell’“Iliade” e un testo di diritto canonico. Non sono però di nascita campana come me. Se vuoi, chiedi pure a loro. Ti diranno storie e percorsi».

ORA VUOL PARLARE L’ILIADE

«Il mio contenuto è ben più antico di quello di chi ti ha parlato sinora – interviene l’“Iliade” – Racconto della guerra di Troia. Dei cinquantuno giorni dell’ultimo anno della battaglia che vide di fronte Achei e Troiani. A compormi e a darmi forma è stato Omero, cantore greco a cui si deve anche l’“Odissea”, che è un po’ mio figlio: racconta quello che accade dopo la fine della guerra».

Da dove provieni?

«Sono anch’io un esemplare di pregio. Sono un’“Iliade” nella traduzione di Lorenzo Valla, umanista, scrittore e filosofo, vissuto tra il 1407 e il 1457. Sono nato a Brescia. Qui sono stato stampato nel 1497 dal tipografo Battista Farfengo, chierico secolare e dottore in diritto canonico. Paolino è stato un uomo dotto, che ha soggiornato in tante città. E, ovunque, ha acquistato libri vicini al suo interesse. Ha acquistato anche me, portandomi a Novara. Se vuoi ora do spazio ad altri famigliari, che però non sono dei classici come me e il “De oratore”».

In una mostra alla biblioteca Negroni esposti gli incunaboli giunti in città a Novara. Alcuni han deciso di raccontarsi
Foto di VIVIANE M. da Pixabay

A QUESTO PUNTO DECIDE DI INTERVENIRE ‘CONSTITUTIONES’

«Io sono nato a Venezia. Non sarò un classico – si intromette “Constitutiones” – ma sono fondamentale per lo studio. Contengo infatti le costituzioni, utili alla conoscenza e allo studio del diritto canonico. Sono un prodotto tipicamente medievale e Paolino mi ha portato dalla laguna sino da voi a Novara. Con me anche un’altra raccolta a me analoga, il “Liber Sextus Decretalium”. Il mio autore è Clemente V, per il “Liber”, invece, Bonifacio VIII. Siamo importanti anche noi. Se vuoi sapere siamo stati stampati nel 1496 dalla tipografia Torti, una delle più importanti dell’epoca. Tra i principali stampatori di diritto. Tra Quattro e Cinquecento a Torti si devono 200 edizioni. Io, tra l’altro – conclude “Constitutiones” in questa lunga chiacchierata con dei libri alquanto antichi ma sempre ricchi di insegnamenti e di informazioni – ho qualcosa che i classici non hanno. Riporto lo stemma fasciato rosso e argento dei Caccia miniato e con bordure fiorite».

Monica Curino

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