Questo mio spazio, a volte intimo – di riflessione, di approfondimento – a volte anche di racconto di esperienze positive e ‘divertenti’, langue da un po’.
L’ultimo articolo risale a gennaio. Anche se, curiosando nelle ‘bozze’, sono tanti gli approfondimenti che ho provato a iniziare, perché c’era tanta voglia di raccontare alcune esperienze che mi hanno lasciato tanto. In emozioni, in sentimenti, in nuove conoscenze apprese.

O alcuni fatti, momenti, di vita, che mi portavano a scandagliare un argomento e – sovente – a scandagliarmi. E’ il caso – e chi dice che non lo riprenderò in mano? – di una bozza dal titolo “Riflessione sulle parole”.
Articoli per i quali mai mi è bastato lo spazio del giornale per cui lavoro o anche uno o più post sulla pagina che ho creato 10 anni fa e in cui credo molto, “La Novara del Bene”. Che, da quest’estate, è anche su Instagram e non più solo su Facebook. Un nome che racchiude anche un progetto editoriale: libri che raccontano le belle associazioni di volontariato di Novara.

Quindi oggi si riprende e lo si fa raccontando di una mattinata che, lunedì 27 ottobre, nell’Aula Magna del Convitto Carlo Alberto, mi ha lasciato molto.
Era l’avvio della quarta annualità del progetto “La vita non si beve”, iniziativa che – con testimonianze dirette di famigliari di vittime della strada, ma anche di personale del 118, di Polizia stradale e Carabinieri, come anche del Servizio per le dipendenze dell’Asl – vuole far riflettere gli studenti di quinta superiore sull’importanza del rispetto delle regole quando ci si mette alla guida. Un progetto promosso dalla Prefettura con tutti gli Enti appena nominati.
Non era la prima volta che partecipavo a uno di questi incontri come giornalista. A memoria credo di averne seguiti altri due.

Il primo, al Ravizza, nel 2023, giunta ‘sfullarmata’ come al solito e con un ‘vizietto’ – molto forte – che avevo all’epoca. La ‘dipendenza’ dal telefonino. Tant’è che, a chi – tra i relatori – mi cercava con “Monica, quando arrivi? A breve inizia la parte delle testimonianze” – risposi con un vocale guidando. La persona in questione l’ascoltò dopo e non vi dico la reazione.

Per quella reazione e per quanto ascoltai in quell’incontro, ricordo ancora oggi dove avevo fatto quel vocale: la strada precisa, l’incrocio, in una vita sempre di corsa e da agitata.
E da allora, per un lunghissimo periodo, il telefonino è sparito dalla mia vista alla guida. Lo ponevo in una tasca lontana dello zaino o lo allontanavo da me quando ne avevo la tentazione.
Ora capita di utilizzarlo, non voglio certo mentire, ma subito con le cuffiette nelle orecchie e senza impugnarlo, meglio le mie mani siano entrambe ben salde sul volante.

Una dipendenza in cui certamente aveva influenzato il mio lavoro, dove tutto arriva sul filo del cellulare: notizie di cronaca in anteprima quando mi occupavo di ‘nera’, curiosità, chicche. Ma che – piano piano – ho scoperto essere diventata una dipendenza seria. A cui dedicavo tantissimo tempo. A volte mi aiutava, con l’invio di un messaggio, a velocizzare incontri da fissare per il lavoro, ma poi, tra stati, vocali ad amici su quanto accadeva, era davvero una dipendenza. Forte. Sulla quale – come anticipato – da allora ho lavorato con forza.
La seconda volta, al Castello, in un pomeriggio in cui non ero riuscita a restare ad ascoltare tutto, anche se alcune testimonianze, pur se in video e non in presenza, di una mamma milanese e di un ragazzo che sottovalutava il rischio del mettersi in auto bevuto o drogato, mi avevano colpito e lasciato senza parole.
E questo è successo ancora di più l’altro lunedì.

A volte mi chiedo se a toccarmi così tanto, a sentirmi smossa forte dentro, a portarmi a volte quasi al pianto, certo sì a commuovermi e a ripetermi ogni volta di rallentare col telefonino, di stare attenta, sia l’esperienza vissuta 32 anni fa, quando ho perso un compagno di liceo in un incidente stradale lungo la strada della Lomellina.
Non ricordo quale fu la causa di quel sinistro – anche se anni dopo trovai un articolo di qualcuno che poi diventò un mio collega – ma anche Renato non riportava la causa, solo che quell’auto sbandò, finendo contro un cancello di una villetta. E poi il bilancio: un morto, il mio quasi compagno di banco, e un ferito grave, il conducente.
Tra l’altro, proprio al convegno, dai relatori, la scoperta che il più delle volte a perdere la vita in un incidente è il passeggero posteriore, che siede dietro. Ecco come il nostro B. della V B di allora.
Ricordo quella domenica mattina come fosse oggi (era successo nella notte). Una domenica in cui la notizia si diffuse nelle case di noi compagni ancora sul filo del telefono di casa. Non dico quelli a rotella, ma quelli a tasti, ma insomma nessun telefonino. Di questi apparecchi moderni all’epoca, era il 1993, ancora nessuna traccia. A me giunse dalla mia amica e compagna di banco di Cameri: quello era stato il giro quella maledetta mattina di dicembre di quinta liceo.

L’indomani le insegnanti non fecero lezione, cercarono solo di starci accanto, di parlare, ascoltare i nostri pensieri.
Noi le ascoltavamo, ma ancora non credevamo a quanto accaduto. Ricordo solo occhi lucidi e noi ragazzi di 18-19 anni, all’epoca ancora davvero dei ragazzini, spaesati.
Io guardavo quel banco vuoto. Quell’anno ero anch’io in fondo, all’ultima fila, pur se già un po’ con la vista che andava a calare. Io sulla fila di sinistra, B. sulla destra. Che sguardi quando doveva interrogare la prof più temuta di quegli anni, ma anche che gioia quando si tornava al posto con la restituzione di un compito in classe con un bel voto inatteso: ci si guardava e si sorrideva.
E poi a parlare di calcio, lui della Juve, io – si sa, è arci-noto – dell’Inter. E la sua immancabile musica, gli inossidabili Pink Floyd. Ancora oggi, quando parte un loro brano in radio o in un supermercato, soprattutto “Wish you were here” e “Another brick in the wall”, il mio pensiero va a lui. Che trovo anche al cimitero dai miei nonni, perché originario dello stesso paese della mia nonna materna.

Ecco, dicevo, non so se questo mi influenza tanto. So solo che, quando – per lavoro – ho dovuto iniziare a raccontare di gravi incidenti, ovviamente anche mortali, B. mi tornava sempre in mente e ho sempre cercato di mettere cuore in quei pezzi, pur con l’oggettività del giornalista.
E – come scrissi in un libro collettivo con altri giornalisti – mai son andata a cercare i genitori, i famigliari. Lo ritenevo e lo ritengo ancora, sempre più convinta, una cosa sbagliata. Quei ragazzi persi sulla strada si potevano e possono raccontare e ricordare, con passioni e sentimenti, anche attraverso qualche amico che avesse voluto dare un ricordo. Andare a cercare qualcosa in una casa dove si viveva il più assoluto dolore di una mamma e di un papà non l’avrei mai fatto. E, devo dire che, in 23 anni di cronaca, mai l’ho fatto.
Se non una volta a una nonna e a una mamma, ma perché in quell’occasione la giovane scomparsa era una mia amica dei tempi delle scuole elementari e medie. E quindi la chiamata è stata per esprimere vicinanza e chiedere se avessero avuto bisogno di qualcosa. Furono loro poi a raccontarmi dei progetti che aveva ancora T. , che si stava per sposare.

Ricordo anche la visita ai genitori di B. con le mie compagne di banco cameresi. Un pomeriggio che mi ha lasciato tanto, all’epoca ragazzina ancora comunque da formarsi, soprattutto per la professione che poi mi sono scelta.
Ossia che ci sono alcune cose che possono anche non essere scritte, come anche telefonate che si possono evitare. L’articolo si potrà fare comunque e nel rispetto di chi sta vivendo e vivrà per sempre un dolore indicibile.
Sto uscendo dal centro del post o, quantomeno, altra mia caratteristica, sto scrivendo un romanzo.
Torniamo alla mattinata al Convitto, occasione in cui ho visto i ragazzi davvero colpiti da quanto ascoltavano. E, soprattutto, coinvolti, interessati. Questo è importante.
Un convegno che, a causa di un altro impegno legato al giornale, ho seguito in due tranche, perdendomi la parte legata al 118, anche se non del tutto. Sono cioè andata, sono poi ‘scappata’ e sono quindi ritornata.
Hanno parlato in tanti e tutti hanno posto l’attenzione sull’importanza di stare attenti quando si è in strada, di mettersi al volante in perfette condizioni psicofisiche e di non farsi distrarre da nulla. Né da un telefonino, né – tantomeno – dallo scherzo di un amico. Quante volte per uno scherzo di chi si ha a fianco si perde il controllo dell’auto. Capita di risistemare e riprendere l’auto ma altre volte, purtroppo, no.

Lo ha ben evidenziato Jonathan Lorusso, agente della Polizia stradale di Novara: «Ogni giorno ha detto – la strada porta via vite per una stupidaggine, per una scelta sbagliata. Per non aver indossato il casco, per aver usato il telefonino alla guida, per aver bevuto un bicchiere in più. Basta non rispettare una regola per avere conseguenze gravi e perdere la vita».
Poco dopo ha illustrato le conseguenze di non rispettare le norme della strada, delle sanzioni e delle decurtazioni di punti previste quando non si rispetta una regola.
Obiettivo della giornata rafforzare la cultura della legalità, della sicurezza e della prevenzione, parlando direttamente con i ragazzi. Soprattutto con chi è prossimo a fare la patente o è da poco patentato. Ecco perché il progetto è rivolto ai ragazzi delle quinte superiori.

Una mattinata intensa e che ha lasciato il segno negli studenti.
Perché, oltre ad ascoltare gli interventi dei rappresentanti delle Forze dell’Ordine e del 118, hanno potuto confrontarsi con chi un figlio o una figlia sulla strada l’ha perso.
Mamme e papà che, ora, hanno deciso di trasformare il dolore in testimonianza, affinché i più giovani pongano massima attenzione alla guida e capiscano come «la vita sia una sola e vada preservata. In tutti i modi».
A parlare con gli studenti sono stati Franco e Lucia Cibo Ottone, genitori di Isabella, 25 anni, di Cameri, vittima di un incidente nel marzo del 2017 a Lumellogno mentre era in auto con il fidanzato; Raffaella, mamma di Fabio Gallesi, 27 anni, deceduto nell’ottobre 2014 a Olengo, quando la sua auto si è scontrata con un camion. E poi Silvio e Roberta Buttazzoni, papà e mamma di Giulia, investita sulle strisce pedonali a Trieste 9 anni fa. Lui è ispettore della Polizia stradale ora in pensione e testimonial della campagna di prevenzione 2024 “Fermiamo questa strage”.

«Era un venerdì sera. Ci ha salutato come sempre con un bacio ed è uscita – hanno raccontato Franco e Lucia – Sembra che al momento dell’incidente stesse dormendo. Stando ai medici non si sarebbe accorta di nulla». Questa è la speranza di Franco, che ha aggiunto: «Volevo vederla crescere con le sue tante passioni. Con il suo sorriso, che non mancava mai. Volevo portarla all’altare. La vita è una sola. Se dovete guidare, ragazzi, non bevete. Se avete sonno o siete stanchi fatevi venire a prendere, chiamando qualche amico o i genitori. Pensate a chi vi vuole bene ed è a casa che vi aspetta».

Raffaella, mamma di Fabio: «Abbiate la forza di dire ‘no’ al mettervi alla guida in condizioni non ottimali. Noi che rimaniamo lottiamo con un dolore infinito, che porta anche a conseguenze fisiche. Io sono arrivata a pesare 33 chili. Per quasi due anni non ho più dormito. Ci si sente in colpa per essere ancora vivi. Si cercano ragioni per andare avanti. Non ho altri figli e ora la mia ragione è quella di rendermi utile e parlare a voi di Fabio, che era un musicista, della sua empatia. E spingervi a scelte consapevoli quando guidate, a scelte pensate».
Buttazzoni ha ricordato come spesso «l’abitudine a un medesimo percorso fa sbagliare. Occorre sempre prestare molta attenzione a quanto accade in strada, davanti come anche tutto intorno al veicolo di cui siamo alla guida».

In precedenza 118 e Forze dell’Ordine, coordinati dal viceprefetto aggiunto Giulia Pace, hanno mostrato le modalità di intervento in un incidente e le sanzioni se viene accertata una responsabilità. Presenti alla mattinata anche il comandante della Polizia stradale Alessandro Grattarola, Paolo Lo Manto, dirigente della Divisione Anticrimine della Questura, Alessandra Lazzati per il 118, Sara Vecchio, direttrice del Servizio dipendenze Asl (l’ex Sert) e Diego Dalla Verde, vicario del prefetto.

L’ultimo appello ai ragazzi è giunto da Michela Agnesina del 118: «è fondamentale che pensiate a chi vi ama prima di alzare quel bicchiere e mettervi alla guida. Pensate ai vostri genitori, ai vostri amici. Non lasciateli soli». Sono genitori, «quelli che avete ascoltato questa mattina, che non sono arrabbiati con chi ha determinato l’incidente dei loro figli. Ho avuto modo di ascoltarli cenando con loro. Vogliono solo aiutare voi e tanti altri giovani a capire che la vita non si beve. Sono i vostri migliori anni questi, guidate con attenzione».
Infine: «Non guardate Polizia e Carabinieri come a nemici. Sulla strada sono i vostri migliori amici. È meglio che vi riportino a casa senza patente, ma che state bene, anziché riportino le patenti senza di voi».

Ecco, sì, ragazzi. Chi scrive non ha figli, ma ha perso altri amici sulla strada. Oltre al compagno di scuola di 32 anni fa. Mai dimenticato. E quindi sì non bevete alcol, non assumete sostanze e non telefonate, se siete alla guida.
Monica Curino










