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“La vita non si beve”, va preservata: campagna per una guida sicura e consapevole

Questo mio spazio, a volte intimo – di riflessione, di approfondimento – a volte anche di racconto di esperienze positive e ‘divertenti’, langue da un po’.

L’ultimo articolo risale a gennaio. Anche se, curiosando nelle ‘bozze’, sono tanti gli approfondimenti che ho provato a iniziare, perché c’era tanta voglia di raccontare alcune esperienze che mi hanno lasciato tanto. In emozioni, in sentimenti, in nuove conoscenze apprese.

O alcuni fatti, momenti, di vita, che mi portavano a scandagliare un argomento e – sovente – a scandagliarmi. E’ il caso – e chi dice che non lo riprenderò in mano? – di una bozza dal titolo “Riflessione sulle parole”.

Articoli per i quali mai mi è bastato lo spazio del giornale per cui lavoro o anche uno o più post sulla pagina che ho creato 10 anni fa e in cui credo molto, “La Novara del Bene”. Che, da quest’estate, è anche su Instagram e non più solo su Facebook. Un nome che racchiude anche un progetto editoriale: libri che raccontano le belle associazioni di volontariato di Novara.

Quindi oggi si riprende e lo si fa raccontando di una mattinata che, lunedì 27 ottobre, nell’Aula Magna del Convitto Carlo Alberto, mi ha lasciato molto.

Era l’avvio della quarta annualità del progetto “La vita non si beve”, iniziativa che – con testimonianze dirette di famigliari di vittime della strada, ma anche di personale del 118, di Polizia stradale e Carabinieri, come anche del Servizio per le dipendenze dell’Asl – vuole far riflettere gli studenti di quinta superiore sull’importanza del rispetto delle regole quando ci si mette alla guida. Un progetto promosso dalla Prefettura con tutti gli Enti appena nominati.

Non era la prima volta che partecipavo a uno di questi incontri come giornalista. A memoria credo di averne seguiti altri due.

Il primo, al Ravizza, nel 2023, giunta ‘sfullarmata’ come al solito e con un ‘vizietto’ – molto forte – che avevo all’epoca. La ‘dipendenza’ dal telefonino. Tant’è che, a chi – tra i relatori – mi cercava con “Monica, quando arrivi? A breve inizia la parte delle testimonianze” – risposi con un vocale guidando. La persona in questione l’ascoltò dopo e non vi dico la reazione.

Per quella reazione e per quanto ascoltai in quell’incontro, ricordo ancora oggi dove avevo fatto quel vocale: la strada precisa, l’incrocio, in una vita sempre di corsa e da agitata.

E da allora, per un lunghissimo periodo, il telefonino è sparito dalla mia vista alla guida. Lo ponevo in una tasca lontana dello zaino o lo allontanavo da me quando ne avevo la tentazione.

Ora capita di utilizzarlo, non voglio certo mentire, ma subito con le cuffiette nelle orecchie e senza impugnarlo, meglio le mie mani siano entrambe ben salde sul volante.

Una dipendenza in cui certamente aveva influenzato il mio lavoro, dove tutto arriva sul filo del cellulare: notizie di cronaca in anteprima quando mi occupavo di ‘nera’, curiosità, chicche. Ma che – piano piano – ho scoperto essere diventata una dipendenza seria. A cui dedicavo tantissimo tempo. A volte mi aiutava, con l’invio di un messaggio, a velocizzare incontri da fissare per il lavoro, ma poi, tra stati, vocali ad amici su quanto accadeva, era davvero una dipendenza. Forte. Sulla quale – come anticipato – da allora ho lavorato con forza.

La seconda volta, al Castello, in un pomeriggio in cui non ero riuscita a restare ad ascoltare tutto, anche se alcune testimonianze, pur se in video e non in presenza, di una mamma milanese e di un ragazzo che sottovalutava il rischio del mettersi in auto bevuto o drogato, mi avevano colpito e lasciato senza parole.

E questo è successo ancora di più l’altro lunedì.

A volte mi chiedo se a toccarmi così tanto, a sentirmi smossa forte dentro, a portarmi a volte quasi al pianto, certo sì a commuovermi e a ripetermi ogni volta di rallentare col telefonino, di stare attenta, sia l’esperienza vissuta 32 anni fa, quando ho perso un compagno di liceo in un incidente stradale lungo la strada della Lomellina.

Non ricordo quale fu la causa di quel sinistro – anche se anni dopo trovai un articolo di qualcuno che poi diventò un mio collega – ma anche Renato non riportava la causa, solo che quell’auto sbandò, finendo contro un cancello di una villetta. E poi il bilancio: un morto, il mio quasi compagno di banco, e un ferito grave, il conducente.

Tra l’altro, proprio al convegno, dai relatori, la scoperta che il più delle volte a perdere la vita in un incidente è il passeggero posteriore, che siede dietro. Ecco come il nostro B. della V B di allora.

Ricordo quella domenica mattina come fosse oggi (era successo nella notte). Una domenica in cui la notizia si diffuse nelle case di noi compagni ancora sul filo del telefono di casa. Non dico quelli a rotella, ma quelli a tasti, ma insomma nessun telefonino. Di questi apparecchi moderni all’epoca, era il 1993, ancora nessuna traccia. A me giunse dalla mia amica e compagna di banco di Cameri: quello era stato il giro quella maledetta mattina di dicembre di quinta liceo.

L’indomani le insegnanti non fecero lezione, cercarono solo di starci accanto, di parlare, ascoltare i nostri pensieri.

Noi le ascoltavamo, ma ancora non credevamo a quanto accaduto. Ricordo solo occhi lucidi e noi ragazzi di 18-19 anni, all’epoca ancora davvero dei ragazzini, spaesati.

Io guardavo quel banco vuoto. Quell’anno ero anch’io in fondo, all’ultima fila, pur se già un po’ con la vista che andava a calare. Io sulla fila di sinistra, B. sulla destra. Che sguardi quando doveva interrogare la prof più temuta di quegli anni, ma anche che gioia quando si tornava al posto con la restituzione di un compito in classe con un bel voto inatteso: ci si guardava e si sorrideva.

E poi a parlare di calcio, lui della Juve, io – si sa, è arci-noto – dell’Inter. E la sua immancabile musica, gli inossidabili Pink Floyd. Ancora oggi, quando parte un loro brano in radio o in un supermercato, soprattutto “Wish you were here” e “Another brick in the wall”, il mio pensiero va a lui. Che trovo anche al cimitero dai miei nonni, perché originario dello stesso paese della mia nonna materna.

Ecco, dicevo, non so se questo mi influenza tanto. So solo che, quando – per lavoro – ho dovuto iniziare a raccontare di gravi incidenti, ovviamente anche mortali, B. mi tornava sempre in mente e ho sempre cercato di mettere cuore in quei pezzi, pur con l’oggettività del giornalista.

E – come scrissi in un libro collettivo con altri giornalisti – mai son andata a cercare i genitori, i famigliari. Lo ritenevo e lo ritengo ancora, sempre più convinta, una cosa sbagliata. Quei ragazzi persi sulla strada si potevano e possono raccontare e ricordare, con passioni e sentimenti, anche attraverso qualche amico che avesse voluto dare un ricordo. Andare a cercare qualcosa in una casa dove si viveva il più assoluto dolore di una mamma e di un papà non l’avrei mai fatto. E, devo dire che, in 23 anni di cronaca, mai l’ho fatto.

Se non una volta a una nonna e a una mamma, ma perché in quell’occasione la giovane scomparsa era una mia amica dei tempi delle scuole elementari e medie. E quindi la chiamata è stata per esprimere vicinanza e chiedere se avessero avuto bisogno di qualcosa. Furono loro poi a raccontarmi dei progetti che aveva ancora T. , che si stava per sposare.

Ricordo anche la visita ai genitori di B. con le mie compagne di banco cameresi. Un pomeriggio che mi ha lasciato tanto, all’epoca ragazzina ancora comunque da formarsi, soprattutto per la professione che poi mi sono scelta.

Ossia che ci sono alcune cose che possono anche non essere scritte, come anche telefonate che si possono evitare. L’articolo si potrà fare comunque e nel rispetto di chi sta vivendo e vivrà per sempre un dolore indicibile.

Sto uscendo dal centro del post o, quantomeno, altra mia caratteristica, sto scrivendo un romanzo.

Torniamo alla mattinata al Convitto, occasione in cui ho visto i ragazzi davvero colpiti da quanto ascoltavano. E, soprattutto, coinvolti, interessati. Questo è importante.

Un convegno che, a causa di un altro impegno legato al giornale, ho seguito in due tranche, perdendomi la parte legata al 118, anche se non del tutto. Sono cioè andata, sono poi ‘scappata’ e sono quindi ritornata.

Hanno parlato in tanti e tutti hanno posto l’attenzione sull’importanza di stare attenti quando si è in strada, di mettersi al volante in perfette condizioni psicofisiche e di non farsi distrarre da nulla. Né da un telefonino, né – tantomeno – dallo scherzo di un amico. Quante volte per uno scherzo di chi si ha a fianco si perde il controllo dell’auto. Capita di risistemare e riprendere l’auto ma altre volte, purtroppo, no.

Lo ha ben evidenziato Jonathan Lorusso, agente della Polizia stradale di Novara: «Ogni giorno ha detto – la strada porta via vite per una stupidaggine, per una scelta sbagliata. Per non aver indossato il casco, per aver usato il telefonino alla guida, per aver bevuto un bicchiere in più. Basta non rispettare una regola per avere conseguenze gravi e perdere la vita».

Poco dopo ha illustrato le conseguenze di non rispettare le norme della strada, delle sanzioni e delle decurtazioni di punti previste quando non si rispetta una regola.

Obiettivo della giornata rafforzare la cultura della legalità, della sicurezza e della prevenzione, parlando direttamente con i ragazzi. Soprattutto con chi è prossimo a fare la patente o è da poco patentato. Ecco perché il progetto è rivolto ai ragazzi delle quinte superiori.


Una mattinata intensa e che ha lasciato il segno negli studenti.
Perché, oltre ad ascoltare gli interventi dei rappresentanti delle Forze dell’Ordine e del 118, hanno potuto confrontarsi con chi un figlio o una figlia sulla strada l’ha perso.

Mamme e papà che, ora, hanno deciso di trasformare il dolore in testimonianza, affinché i più giovani pongano massima attenzione alla guida e capiscano come «la vita sia una sola e vada preservata. In tutti i modi».

A parlare con gli studenti sono stati Franco e Lucia Cibo Ottone, genitori di Isabella, 25 anni, di Cameri, vittima di un incidente nel marzo del 2017 a Lumellogno mentre era in auto con il fidanzato; Raffaella, mamma di Fabio Gallesi, 27 anni, deceduto nell’ottobre 2014 a Olengo, quando la sua auto si è scontrata con un camion. E poi Silvio e Roberta Buttazzoni, papà e mamma di Giulia, investita sulle strisce pedonali a Trieste 9 anni fa. Lui è ispettore della Polizia stradale ora in pensione e testimonial della campagna di prevenzione 2024 “Fermiamo questa strage”.


«Era un venerdì sera. Ci ha salutato come sempre con un bacio ed è uscita – hanno raccontato Franco e Lucia – Sembra che al momento dell’incidente stesse dormendo. Stando ai medici non si sarebbe accorta di nulla». Questa è la speranza di Franco, che ha aggiunto: «Volevo vederla crescere con le sue tante passioni. Con il suo sorriso, che non mancava mai. Volevo portarla all’altare. La vita è una sola. Se dovete guidare, ragazzi, non bevete. Se avete sonno o siete stanchi fatevi venire a prendere, chiamando qualche amico o i genitori. Pensate a chi vi vuole bene ed è a casa che vi aspetta».


Raffaella, mamma di Fabio: «Abbiate la forza di dire ‘no’ al mettervi alla guida in condizioni non ottimali. Noi che rimaniamo lottiamo con un dolore infinito, che porta anche a conseguenze fisiche. Io sono arrivata a pesare 33 chili. Per quasi due anni non ho più dormito. Ci si sente in colpa per essere ancora vivi. Si cercano ragioni per andare avanti. Non ho altri figli e ora la mia ragione è quella di rendermi utile e parlare a voi di Fabio, che era un musicista, della sua empatia. E spingervi a scelte consapevoli quando guidate, a scelte pensate».

Buttazzoni ha ricordato come spesso «l’abitudine a un medesimo percorso fa sbagliare. Occorre sempre prestare molta attenzione a quanto accade in strada, davanti come anche tutto intorno al veicolo di cui siamo alla guida».

In precedenza 118 e Forze dell’Ordine, coordinati dal viceprefetto aggiunto Giulia Pace, hanno mostrato le modalità di intervento in un incidente e le sanzioni se viene accertata una responsabilità. Presenti alla mattinata anche il comandante della Polizia stradale Alessandro Grattarola, Paolo Lo Manto, dirigente della Divisione Anticrimine della Questura, Alessandra Lazzati per il 118, Sara Vecchio, direttrice del Servizio dipendenze Asl (l’ex Sert) e Diego Dalla Verde, vicario del prefetto.

L’ultimo appello ai ragazzi è giunto da Michela Agnesina del 118: «è fondamentale che pensiate a chi vi ama prima di alzare quel bicchiere e mettervi alla guida. Pensate ai vostri genitori, ai vostri amici. Non lasciateli soli». Sono genitori, «quelli che avete ascoltato questa mattina, che non sono arrabbiati con chi ha determinato l’incidente dei loro figli. Ho avuto modo di ascoltarli cenando con loro. Vogliono solo aiutare voi e tanti altri giovani a capire che la vita non si beve. Sono i vostri migliori anni questi, guidate con attenzione».

Infine: «Non guardate Polizia e Carabinieri come a nemici. Sulla strada sono i vostri migliori amici. È meglio che vi riportino a casa senza patente, ma che state bene, anziché riportino le patenti senza di voi».

Ecco, sì, ragazzi. Chi scrive non ha figli, ma ha perso altri amici sulla strada. Oltre al compagno di scuola di 32 anni fa. Mai dimenticato. E quindi sì non bevete alcol, non assumete sostanze e non telefonate, se siete alla guida.
Monica Curino

Il volontariato: un’esperienza che fa crescere

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Sono giorni che la voglia di scrivere – intendendo quella scrittura diversa da quella abituale per me per i giornali – preme con forza. Come un’urgenza. Gianna Nannini canterebbe, dalla sua struggente e significativa “Notti senza cuore”, “un’urgenza di vivere”. E io, parafrasandola, direi “un’urgenza di scrivere”. Di mettere giù pensieri, di riflettere, di scrivere per ricordarmi momenti belli, per imprimerli nella mente, ma anche lasciarli in qualcosa che, grazie a questo blog, mi rimarrà anche, chissà, tra decenni. Voglia anche di scrivere per riflettere sulle difficoltà, sugli errori che si compiono anche quando si cerca con tutto se stessi di non farli, quando la paura – che bisognerebbe mai avere o averla solo quando ha senso – porta a compiere stupidate e a dire o fare cose sbagliate. Soprattutto a chi si Ama. Amici, amiche, compagni, genitori, tutti.

Foto di Jerzy Górecki da Pixabay

Quindi quale sarà il tema di questo nuovo articolo del blog? Non so spiegarlo neppure io ora che lo sto avviando. Forse raccontare di un anno colmo di gioia e di bellissime esperienze. Questo, almeno, a partire da poco prima dello scorso Natale. Quando, per la prima volta, anche se all’epoca non ero ancora concretamente una volontaria, ho iniziato un’esperienza che da tempo volevo fare, il volontariato. Non raccontandolo, come ho sempre fatto, incontrando persone straordinarie, alcune che non ci sono più e che serbo nel cuore, ma ‘praticandolo’.

All’epoca, erano i Mercatini in Castello a Galliate, ero solo un’aiutante – manco tanto abile, mi cadevano i sacchetti con cui impacchettare, i resti, tutto – poi ho vissuto mesi in cui ogni esperienza mi ha portato tanti istanti, tanti momenti da tenere stretti nel cuore e nella mente. E che soprattutto mi hanno arricchito umanamente e cambiato anche. Umanamente è sufficiente vivere anche mezz’ora nello stare con gli altri, con le altre volontarie, a spiegare cosa fa l’associazione nella quale sei riuscita finalmente a impegnarti, e lo capisci.

Le persone che si avvicinano, tu che cerchi di vincere la tua timidezza e spieghi quanto fanno le educatrici, le psicologhe con i bambini e i ragazzi nelle scuole, un lavoro straordinario.

Mercatino al Castello di Galliate-Foto per gentilezza di Clarissa Brusati-Gianmaria Balboni

Anche cambiare? Sì, il volontariato ti cambia, profondamente. Dentro, fuori. In ogni poro della tua pelle. Comprendi meglio tante cose. E a me ha cambiato perché – anche se c’è chi dice che non sembra, che paio sicura di me stessa – io, in realtà, sono sempre stata in primis timida e poi piena, anzi stra-colma, proprio in maniera scandalosa, di paure. Provate a chiedere a chi mi conosce davvero, ma davvero in ogni mio dettaglio. Alcune paure sono davvero stupide, direi pazzesche, ma sono timori su cui io sovente mi perdevo e ancora mi perdo, meno, ma mi perdo, combinando disastri emozionali, sono i due termini più giusti da usare. La paura più grande? Deludere chi si vuole bene, ma tanto eh, quelle persone che arrivano nella tua vita e la stravolgono positivamente. E che tu ringrazieresti a vita e le abbracceresti un giorno sì e un giorno sì, proprio come quando da piccola, per la paura del buio prima di addormentarsi, magari abbracciavate il vostro peluche. Ma sono persone vere e che esistono e che si è fortunati ad avere accanto.

Io, non dico da quel giorno, ma man mano, innanzitutto ho stretto nuove amicizie, anche importanti ritengo, all’interno del gruppo dell’associazione. E poi ho preso un po’ più coscienza di me. E, ad esempio in quei giorni, un fine settimana, pur avendo timore a uscire dalla casetta a fermare e a raccontare dell’associazione, che poi è “Sbulloniamo Insieme”, l’ho fatto. Balbettavo un po’, eh, ma sono riuscita a spiegare e, insieme al resto del team – perché il volontariato è un lavoro di squadra, dove ogni componente è fondamentale, nessuno escluso, dal primo all’ultimo arrivato – ad avvicinare nuove persone all’associazione, portando qualche donazione, che sono ciò di più importante per consentire a una realtà del volontariato di andare avanti, di vivere e realizzare le proprie attività.

In questo caso attività a contrasto di bullismo, cyberbullismo, disagio giovanile nelle scuole, ma anche con eventi su tutto il territorio. Spesso con le Forze dell’Ordine, il 118 e anche altre associazioni. Mi sono vista diversa. Una delle mie amiche l’ha notato e me l’ha detto. Io non lo so, ma era vero, ce l’avevo fatta un po’ a smussare ulteriormente la mia timidezza, a sentirmi più sicura, ad avere più fiducia in me stessa.

Ma il bello è poi stato con le attività coi ragazzi. Prima c’è stato un altro mercatino, quello della Solidarietà a Novara, con temperature sempre più rigide – si sa è a ridosso del Natale – e con accanto altre associazioni con tanti amici. Conosciuti o per le interviste di questi 23 anni di giornalismo … sì sono vecchia e occorre crescere sempre … o perché composte da amici conosciuti nei miei anni a scuola, a partire dalla storica professoressa di matematica delle medie impegnata nell’associazione Bruna Delsignore, a tanti altri, all’amico poliziotto in pensione a Giovanni di Sos Antiplagio.

Immagine d’insieme del Mercatino della Solidarietà dicembre 2023

Ma coi ragazzi, normodotati e speciali, il cuore si è riempito di gioia, immensa. Vederli modellare con la creta, dipingere, proporre per i lavoretti, impegnarsi, è stata una lezione di vita. Spesso noi, cosiddetti normali, che poi cosa significa normalità?, ci si abbatte sul nulla, direi proprio sul nulla cosmico (a me è capitato in questi scorsi giorni, finendo in un black out da cui sto riemergendo forse ora), loro no. Avanti, sempre, e con forza. Da Paolo a Francesca, da Emily a Federico a tanti altri. E che lavoretti, e che creazioni. Coloratissime e super originali. Un’attività che Sbulloniamo porta avanti con Concentrici grazie all’iniziativa “All inclusive. Tutti uguali tutti diversi. A Novara e dintorni”.

Laboratorio di creta

E poi l’attività di pet-therapy, con la simpatica cagnolona Cloe. I bambini scatenati nell’accarezzarla e nel seguire i consigli dell’educatrice, ma anche noi adulti in estasi dal vedere i giochi della cagnolona e come i ragazzi fossero felici, contenti, superando ostacoli, imparando a relazionarsi con l’altro, a giocare, a gestire autonomie e molto altro. Un’emozione che trovo difficile da spiegare. Strano visto il mio lavoro, eh? Restare senza parole. Ma succede a volte. E significa che assistere a questa attività è stato qualcosa di incredibile, di grandissimo.

Non sono mancati i laboratori di lettura con il racconto di un elefantino dai mille colori, che si sentiva diverso dagli altri, ma che in realtà era come loro e anche più bello, molto più bello direi io che amo il patchwork di colori. Perché la diversità è una ricchezza. Altro elemento che noi grandi spesso dimentichiamo. Dovremmo forse tutti tornare bambini. L’altro, il diverso, è sempre in grado di arricchirti, di insegnarti molto. A me è capitato parlando con molti dei ragazzi. Con Paolo, e la nostra comune passione per l’Inter, nei nostri ‘improbabili’ duetti canori nelle prove per l’evento finale di “All inclusive” e anche nel pranzo tutti insieme, quando – di fronte a me e accanto alla presidente dell’associazione – si è messo a intonare tutti i brani degli 883 e a raccontare di cadute in terra che “nulla mi hanno fatto”.

Con Fede, riaccompagnato a casa in auto, occasione in cui abbiamo parlato delle rispettive difficoltà a chiedere aiuto, con Manuel, con Francesca, con cui siamo state ore assieme al banchetto dell’associazione a Boom. Ragazzi splendidi e che mi hanno dato tanto.

Per questo, anche col lavoro sempre presente, ho sempre cercato di organizzare in modo che potessi stare con loro, a volte anche facendo notte a scrivere. Ma non sentivo la stanchezza dopo essere stata con loro alle prove. Avevo sempre delle nuove energie, pur con tutta la giornata in giro in ufficio e per conferenze.

E poi? Manca il baskin, che è credo uno dei momenti più belli vissuti quest’anno, comprensivo di iper sederata della Moni…, che si è buttata su una palla come se avesse ancora solo vent’anni. Parliamo della pallacanestro che fa giocare insieme ragazzi speciali e normodotati. E vi posso assicurare che non è meno entusiasmante del basket tradizionale. Appassiona moltissimo anche il baskin, direi molto di più. Altro che i Chicago Bulls, i Boston Celtics e i Los Angeles Lakers.. Ma esistono ancora? Erano le squadre del basket americano di quando ero appassionata io, tifavo i Celtics. E qui due menzioni speciali, a Emily, che ogni volta che le si passa la palla fa canestro come neppure Magic Johnson o Larry Bird (l’ho detto sono d’antan, sono i campioni americani di quando ero tifosa io) e a Manuel, scatenatissimo pur di portare punti alla propria squadra, divertendosi.

E grande chiusura un evento che è stato capace di tenermi fuori casa dalle 16 all’una di notte di un sabato di ormai un mese fa, ossia “All inclusive-Il gran finale”, in cui tutti temevamo la pioggia, questo meteo ballerino di questa estate anomala. E invece, perché c’era il bello a cui assistere, direi il bellissimo, l’emozione allo stato puro, ha piovuto tutto intorno e a Novara e nel cortile del Broletto, no. Ha guardato giù una ragazza speciale, Isabella, che ha fatto un enorme regalo, mantenendo il meteo clemente, ai suoi genitori e alla sua Amica super.

Che bello dare una mano, anche piccola, vedere tutti collaborare a una super riuscita dell’evento, sentirsi parte di qualcosa di unico e straordinario. E poi i ragazzi a sera, sul palco, e prima in piazza Duomo con lo show di baskin. A sera a suonare “Bolero”, “Another brick in the wall” dei Pink Floyd, altri a ballare. Semplicemente qualcosa che resta dentro, nel più profondo (ancora di più avendo potuto avere il privilegio di assistere alle loro prove, alla preparazione).

Ecco per me un anno, soprattutto a partire dai primi di novembre – prima ero, come dico io, caduta, che non credevo più in me per tante cose, per timori, paure, errori – fantastico, dove, ma non c’entra nulla il volontariato, ho anche potuto assistere in diretta a una serata del Festival di Sanremo, ritengo quella più bella, quella dei duetti. E anche qui, comunque, le persone importanti contano. Non sarei andata e non avrei accettato l’invito di un amico storico se non mi avesse spinto, ribaltandomi anche, qualcuna di quelle persone, si parla sempre di Amici, di cui parlo sopra, che ti stravolgono la vita e hai solo il timore di perdere. E anche in questo caso il volontariato mi ha accompagnato nel viaggio di andata e ritorno, perché ero stata coinvolta in un incontro con associazioni al mio ritorno, dove, appena scesa dal treno e con un panino al volo, avrei dovuto moderare e introdurre l’incontro, quindi dovevo prepararmi. Su tutto occorre prepararsi. L’ho imparato quest’anno sempre dalle persone che ti stravolgono. Senza dimenticare il ‘mio’ Santa Lucia, la Comunità per Minori di via Azario, sempre a Novara: quest’anno ancora altre presentazioni del libro e ho rivarcato la soglia di una realtà che amo da sempre per una grande festa all’immensa suor Carla Miloni organizzata dalla presidente e da tutto lo staff e dai ragazzi della Comunità. Spero di rivarcarla ancora, perché il mio volontariato vorrei ampliarlo.

Come poter chiudere questo post? Dedicato al volontariato ma anche alle difficoltà della vita? So solo che a me ha fatto bene, anche se negli ultimi giorni mi sono persa. Ecco forse qui una riflessione che c’entra poco. Se ci tenete a una persona e avete paura di sbagliare con lei, aspettate mille volte, miliardi di volte, prima di scrivere una stupidata. La potreste ferire, anche senza volerlo. O farla arrabbiare seriamente. Prima, soprattutto, di dire una bugia. Anche piccola che possa essere (e io ho imparato che, con un Amico o un’Amica, mai sarà piccola, sembrerà che la prendiate in giro. Okay non era il vostro intento, ma credetemi chi la riceverà, se vi vuole bene, tanto, la penserà così e poi sarà dura), creerà un danno, un cortocircuito. Speriamo risanabile. Ma dopo occorre mai più sbagliare. Se avete, se abbiamo, se ho, spesso tanta, paura, fermatevi un giro. Pensateci e non rispondete, non scrivete nulla. E se vi pentite di cosa avete scritto perché non eravate in forma, perché eravate in crisi, migliorate il messaggio successivo, non cancellate dicendo una bugia. E’ un monito che faccio soprattutto a me, che di amici importanti ne ho. Due sicuramente, direi quattro, ma per come ce l’ho fatta negli ultimi anni sono due gli Amici da ringraziare e rispettare, quindi non mandando messaggi sconclusionati o cancellazioni o troppi messaggi o ecco dicendo bugie. Se li perdessi, non saprei farmene una ragione. Dobbiamo metterci nei panni degli altri, quindi aspettiamo un giro, rileggiamo bene, contiamo fino a 10, se serve anche a mille miliardi. Potrebbero essere anche loro in un momento di difficoltà, che magari non conosciamo. Bisogna saper leggere i messaggi, ascoltare le parole, non far che scrivere i propri o dire a voce i propri. Così si perde ciò che dicono gli altri e l’empatia, così tanto importante, non la metterete in pratica, mandandola solo a farsi friggere. Io credo tanto all’empatia, ma mi accorgo che spesso non la metto in pratica. E questo mi fa male.

Gli Amici sono importanti, sono la parte più intima e importante di una vita. Io ne ho trovati così, non me lo perdonerei mai se li ferissi e li perdessi. Vorrei sempre poterli aiutare anche io, pur se così ‘paurosa’. Forse un po’ il volontariato ha aiutato in questo. Se si ha sbagliato, accettate il colpo e cercate di rimediare, con forza e assumendosi le proprie responsabilità. E sì viva il volontariato e le splendide persone che ho potuto conoscere in questo annetto.

Monica Curino

Novara: uomo muore tentando di attraversare il passaggio a livello chiuso

Un uomo sui 30 anni, probabilmente nordafricano, è stato investito da un treno regionale diretto a Torino al passaggio a livello di Novara, quello posto tra via Campano e via Costantino Porta.

E’ successo poco dopo le 19. A quanto risulterebbe dalle prime informazioni l’uomo avrebbe attraversato il passaggio a livello ancora chiuso.

La circolazione è stata subito interrotta e a indagare sull’episodio è la Polizia ferroviaria.

Il traffico ferroviario della linea Torino-Milano è stato sospeso fra Novara e Vercelli, così da consentire i necessari accertamenti, utili a verificare l’esatta dinamica.

Il convoglio era partito da Milano centrale alle 18,15.

Sul posto il personale del 118, ma per il trentenne non c’era più nulla da fare. E’ morto sul colpo.

Scontro tra un’ambulanza e un’auto a Novara

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Incidente stradale tra un’autovettura e un’ambulanza nella prima serata di lunedì 10 aprile, a Novara.

Tutto è successo intorno alle 19,30 tra viale Mazzini e baluardo Massimo D’Azeglio, proprio a ridosso dell’ospedale Maggiore.

A quanto ricostruito l’ambulanza, a sirene spiegate, stava raggiungendo il Pronto soccorso del nosocomio cittadino con a bordo un paziente. Nell’incidente una persona è rimasta ferita lievemente, con un codice verde.

Sul posto, per soccorrere eventuali feriti, sono intervenute quattro ambulanze.

Il sinistro è stato visto da diversi novaresi in transito in centro città. A rilevare il sinistro, una pattuglia della Polizia locale, rimasta sul posto sino le 21,30.