Enrico “Ricu” Tacchini: attore e storico Re Biscottino, la maschera novarese per eccellenza

“Luglio, col bene che ti voglio, vedrai non finirà, ai, ai, ai, ai” recitava una canzone degli anni ’60. Oggi potrei dire “Luglio, finalmente un pomeriggio bello ai ai ai ai”. Bello, per me, vuol significare un pomeriggio in cui dedicarmi a quanto amo, quindi alla scrittura ‘creativa’, libera. Per me quella del mio blog e – perché no – di quello che, entro fine 2024-inizi 2025, vuole diventare il mio terzo libro. Iniziamo con il blog e con un articolo-approfondimento che volevo pubblicare da tempo. Se riuscirò a dedicar un po’ più di pomeriggi o anche solo di ore a questo mio spazio, credo creerò due nuove categorie, ‘personaggi’ e ‘gite’.

Oggi voglio dare il la alla prima categoria con un personaggio che, qualora fosse stato ancora in vita, lo scorso febbraio avrebbe compiuto 100 anni. Una figura della nostra città a cui io, santagabiese doc, Sant’Agabio è il quartiere dove lui ha vissuto a lungo, sono molto legata. L’ho conosciuto da bambina, quando nonna e mamma si recavano nel suo negozio di casalinghi in via Negri. Anzi, sino a qualche anno fa, avevo ancora un bicchiere che mi aveva regalato e sul quale aveva inciso il mio nome.

La chiesa di Sant’Agabio-Novara

Lui è Enrico “Ricu” Tacchini, a cui – notizia di qualche mese fa – l’Amministrazione comunale di Novara vuol intitolare una strada della città. Sarà la passeggiata verde posta tra largo Piemonte e via Umbria. La targa indicherà ‘Enrico Tacchini, attore e maschera novarese’.

Una bella immagine di Enrico ‘Ricu’ Tacchini nelle vesti di Re BIscottino (foto Il Gile)

Il “Ricu” è colui che, negli anni Ottanta del secolo scorso, ha rilanciato il Carnevale, impersonandone la maschera, Re Biscottino, per 21 anni. Dal febbraio 1981 allo stesso periodo del 2001. Enrico non è stato solo questo. Ma anche molto altro. In particolare attore dialettale di talento – a lui e a Mario Rossi si deve la nascita, nel 1974, della Compagnia del Gelindo – e ancora giocatore e allenatore dello Sparta Novara.

Ecco, il 1974. Un anno al quale, chissà perché, io sono molto legata. E altro elemento che mi fa sentire ancora più vicino un personaggio come il “Ricu”.

Uno spettacolo recente della Compagnia del Gelindo (foto Il Gile)

Qui lo raccontiamo grazie a un approfondimento che ho realizzato per il settimanale L’Azione lo scorso febbraio, raccontando l’evento “Il teatro e la maschera”, ospitato all’Albergo Italia e promosso per i 100 anni del Re Biscottino ‘per eccellenza’. Non ce ne vorrà chi è cresciuto con Sandrino Berutti nel ruolo della nostra maschera (per ben 16 anni, dal 2002 al 2017), e persona che ho potuto conoscere anch’io, che ormai già lavoravo come giornalista. Anche lui un personaggio che andrebbe raccontato in questo mio blog. Simbolo di novaresità e grande amante della musica jazz. Con caratteristiche diverse, ma anche lui un personaggio significativo di Novara. Ci proverò.

Qui, in questo pezzo, ci sono diverse ‘chicche’, che, a febbraio, non ero riuscita a far stare sul giornale cartaceo.
A promuovere l’evento per i 100 anni del ‘Ricu’, Pro Loco, Academia dal Rison e Associazione Culturale Novarese con il patrocinio di Comune, Provincia e Centro servizi per il territorio.

Foto di gruppo dei promotori e partecipanti del pomeriggio per i 100 anni del Ricu (foto Visconti)

Caterina Zadra e Gabrio Mambrini, rispettivamente presidente e segretario Pro Loco, il secondo anche attore con al “Ricu” 50 anni fa, hanno introdotto l’appuntamento. «L’evento è nato in pochi giorni, parlando con Gianfranco Pavesi, dell’Academia dal Rison, che voleva celebrare Tacchini per i suoi 100 anni, il 28 febbraio. Un’occasione – hanno detto – per ricordare quanto il personaggio sia stato importante per la città. Un pomeriggio per guardare gli aspetti belli, del ricordo, ma anche i lati storici. Siamo contenti – hanno concluso – della partecipazione delle due figlie di Tacchini, Elena e Patrizia».

Gianfranco Pavesi (il Gile)


«Il mio obiettivo – ha aggiunto Pavesi – con questo convegno e altre iniziative, è quello di riaccendere un faro su Tacchini, la cui leggenda narra sia nato il 29 febbraio, ma registrato in Comune con la data del 28. Non so quanto ci sia di vero, ma ricordo a un ballo dei bambini di Carnevale, ancora al Pala Dal Lago, che diceva “faccio il compleanno ogni 4 anni e resto giovane”. Quello che è certo è che nella sua nascita c’è un segno. Il 28 febbraio del 1924, indovinate?, era giovedì grasso». Il “Ricu” «è stato l’uomo della svolta, tanto per il teatro quanto per la maschera. A me piacerebbe allestire un corso scolastico di tre, quattro lezioni, dal titolo “Quàtar ciciaradi sül Ricu Tacchini”».

Il pomeriggio è proseguito tra una carrellata di ricordi e aneddoti e la lettura (a cura di Silvana Danesi e Livio Rossetti) di poesie che hanno raccontato la figura dell’attore. Rendendo perfettamente l’unicità del personaggio. Vanni Vallino: «ho conosciuto Enrico a una rappresentazione al Borsa e siamo diventati amici. L’ho così coinvolto nei miei film, come ne “Gli aironi volano ancora” o in “Nando dell’Andromeda”. Nel primo aveva una ventina di minuti fuori campo e non trovavamo un luogo dove registrare questa parte. A lui venne in mente di provare nel suo negozio di Sant’Agabio. Per quei 20 minuti impiegammo 7 notti… L’acustica, tra pentole e bicchieri, non era delle migliori». Il regista ricorda Tacchini anche nel “Nando”: «impersonava un sacerdote e doveva solo dire ‘Ita missa est’ con un volto triste. L’abbiamo rifatta 12 volte. Per lui era impossibile non sorridere. Enrico portava la cultura nel cuore e negli occhi per via del suo sorriso. Svolgeva il suo ruolo di attore né per soldi né per apparire, ma perché l’aveva proprio nel suo Dna».
Mambrini: «quando giravamo si rideva sempre e non tornavamo mai a casa. Mangiavamo insieme e poi lavoravamo al film». Questo suo essere sempre positivo e con la battuta pronta è stato ricordato anche dalle figlie. «Anche durante la malattia – hanno riferito – non dimenticava lo scherzo, le battute, anche in ospedale, proprio all’ultimo».

Elena e Patrizia Tacchini, figlie del Ricu (foto Visconti)


L’esperienza della Compagnia del Gelindo, avviata 50 anni fa e conclusa nel 2016, è stata raccontata da Ernesto Cravino e Franca Bacchetta, che hanno recitato col “Ricu”. Una compagnia di successo, che, come riferito da Pavesi, tra la fine del 1974 e l’inizio del ‘75, è stata in grado di mettere in scena 11 rappresentazioni proprio del “Gelindo”. «Ricordo – ha detto Bacchetta – che ero preoccupata dal mio dialetto di Biandrate, che è diverso dal novarese. E lui ‘biandrina dla malura, an ta preòcupàt mia. Anduma a brasc’». Cravino: «facevamo le prove al Convivio di Sant’Agabio. Enrico era di una fantasia inenarrabile nello scrivere i testi». Tra le commedie della Compagnia, “Tüta culpa da Stangalin”, “Che gati da pelà pasà par inamurà”, “Vigliaca la paniscia”, “Parent in ca’ pustin furtüna”, “Vita cun al Pedar”, “Secund d’la lüna Giuann Magaté” e, ovviamente, a partire dal 1974, “Gelindo”.

Per la prima una ‘chicca’, la spiegazione della sua nascita dallo stesso Tacchini in rigoroso dialetto da un giornale dell’epoca. “L’è n’idea che m’ha gnǜ e gh’l’ho dìj al rèst dla cumpagnìa. L’è piasǜ sǜbit e s’uma miss dré a fà i provi. Taja da chì, giunta da là, suma rivà in fund al cupión e speruma che sàbat sera tüt al vaga ben se no disaruma anca nün: l’è tüta culpa da Stangalin!”.
La carrellata non poteva concludersi senza la parte avuta dal “Ricu” nel rilancio del Carnevale, raccontata da Marco Faccioretti, all’epoca promotore, con la cooperativa Manifestazioni Novaresi, dell’evento. Proprio quest’ultimo riprovò un Carnevale in città nel 1980, ma senza la maschera. «La risposta fu positiva e, per l’anno successivo – ha spiegato – chiesi a Enrico se avesse voluto interpretare Re Biscottino. Dopo un iniziale rifiuto, accettò e poi è storia».

Molte altre le curiosità emerse nel corso del pomeriggio, durante il quale Pavesi ha anche mostrato una fotografia con Ricu e Giuseppe Tencaioli, grande cultore del dialetto e della poesia. In questo scatto Tencaioli consegna a Tacchini un diploma con cui lo nomina “Duca dla Bicoca”.

Tra gli aneddoti emersi anche l’episodio in cui Giulio Genocchio, ultimo Re Biscottino prima che la maschera e il Carnevale, a Novara, perdessero importanza (lo impersonò nel 1956), visto che lui non era stato bruciato per il maltempo, dà dell’usurpatore davanti alla folla al nuovo sovrano di Biscottinopoli, Tacchini appunto. E al “Ricu”: “ohhh, l’è vera… ma ti sè… l’è tantu temp ca ti sè mort…!”. L’ultimo carnevalón cittadino si era fatto appunto nel 1956, chiudendo con un incredibile passivo. Tacchini chiude l’incidente nominando Genocchio Principe del Terdoppio.

O anche quello per cui la Compagnia del Gelindo, di cui Tacchini è stato uno dei fondatori, è riuscita a mettere in scena, tra la fine del 1974 e l’inizio del 1975, ben undici rappresentazioni del Gelindo. Un record. E ancora la volta in cui Tacchini, che amava arrivare con i mezzi più fantasiosi, aprì la folla del Carnevale a tre metri d’altezza, su un trono portato da un carrello elevatore. Così quando annunciò che sarebbe arrivato in piazza Martiri “con l’elicottero” qualcuno gli credette e lui si presentò con un modellino di elicottero in mano.

Ecco un grande personaggio della nostra Novara.

Monica Curino

Due morti e 5 feriti sulle strade del Novarese

Due gravi incidenti stradali si sono verificati nella giornata di oggi, sabato 23 marzo, sulle strade del Novarese. Il bilancio vede due morti, una coppia originaria di Domodossola, Roberto Quaglieri e Armandina Lunghi, rispettivamente di 60 e 58 anni, quattro persone con ferite di media gravità e una con un codice rosso, ossia con ferite gravi.

Il primo incidente è avvenuto poco dopo le 13 lungo la strada provinciale 229 del lago d’Orta nella zona della Baraggia di Suno.

Qui, per cause in fase di ricostruzione da parte dei Carabinieri di Momo, un’autovettura e una moto si sono scontrate frontalmente. A perdere la vita i coniugi a bordo della motocicletta.

Nell’auto una famiglia composta da madre, padre e due bimbi piccoli. Per tutti loro codici gialli. Sono stati trasportati dal personale del 118 all’ospedale Maggiore di Novara.

Per consentire di rimuovere i mezzi coinvolti la strada è stata chiusa al traffico per qualche tempo.

Altro grave incidente, nel tardo pomeriggio, nell’Ovest Ticino, a Cerano. Qui, la dinamica è tutt’ora al vaglio delle Forze dell’Ordine intervenute sul posto, un motociclista è finito contro il guard rail. Soccorso dal personale del 118, ha riportato ferite gravi.

Novara: uomo muore tentando di attraversare il passaggio a livello chiuso

Un uomo sui 30 anni, probabilmente nordafricano, è stato investito da un treno regionale diretto a Torino al passaggio a livello di Novara, quello posto tra via Campano e via Costantino Porta.

E’ successo poco dopo le 19. A quanto risulterebbe dalle prime informazioni l’uomo avrebbe attraversato il passaggio a livello ancora chiuso.

La circolazione è stata subito interrotta e a indagare sull’episodio è la Polizia ferroviaria.

Il traffico ferroviario della linea Torino-Milano è stato sospeso fra Novara e Vercelli, così da consentire i necessari accertamenti, utili a verificare l’esatta dinamica.

Il convoglio era partito da Milano centrale alle 18,15.

Sul posto il personale del 118, ma per il trentenne non c’era più nulla da fare. E’ morto sul colpo.

“All inclusive a Novara e dintorni, tutti uguali tutti diversi”, un progetto di vera inclusione

Oggi il nuovo articolo è dedicato alle associazioni di volontariato e ai numerosi progetti a cui danno vita e che portano avanti ogni giorno dell’anno con tenacia e impegno. Con l’obiettivo di aiutare sempre chi è in difficoltà, chi attraversa un momento, un periodo, critico.

Tra i temi che sento di più c’è quello del contrasto al bullismo, un fenomeno che riguarda non solo i ragazzi, ma anche gli adulti. Un fenomeno che, negli anni, è mutato, si è evoluto, andando a toccare anche internet, la rete, con l'”avvento” del cyber-bullismo.

Uno scatto di Ballincantiamoci al Broletto

Ecco perché quanto racconterò in questo nuovo articolo è un progetto che coinvolge un’associazione che ha fatto della sua mission il contrasto a bullismo e cyberbullismo, Sbulloniamo Insieme, nata nel 2019 come sportello d’ascolto e poi, dopo qualche anno, diventata vera associazione. Un’importante realtà, molto attiva nelle scuole di Novara e del Novarese. Da Romentino a, tra non molto, a Invorio. Ma non solo Sbulloniamo. Con l’associazione guidata da Michela Agnesina in questo nuovo progetto ci sarà anche Concentrici, presieduta da Simonetta Foglia, una realtà che, da quando è nata, si dedica a progetti e iniziative di inclusione.

E questo è quello a cui punta il progetto “All inclusive a Novara e dintorni, tutti uguali tutti diversi”.

A portare a questa nuova iniziativa l’onda lunga di Ballincantiamoci, l’evento che il 17 giugno dello scorso anno ha incantato l’intero Broletto, a Novara, con un grande spettacolo con ragazzi normodotati e diversamente abili insieme. Dal desiderio dei ragazzi che quanto accaduto quella sera, qualcosa che ha letteralmente rapito tutti i presenti, non si fermasse, è nato “All inclusive”.

Il pubblico a Ballincantiamoci

Con Sbulloniamo e Concentrici tante realtà del territorio. “All inclusive” porterà, per tutto l’anno scolastico 2023-2024, laboratori creativi, di lettura, pittura e cucito, esperienze sportive come il baskin, che consente di giocare insieme a pallacanestro ragazzi disabili e normodotati, realizzando un esempio perfetto di inclusione.

Ci saranno anche esperienze a contatto con la natura, incontri nelle scuole con 118, Forze dell’Ordine, Aeronautica, Vigili del fuoco e istituzioni, senza dimenticare la musica, con la futura orchestra “Sbullonati”, che nascerà alla Scuola di Musica Dedalo. E ancora i laboratori di pasticceria, alcuni si sono già svolti nelle scorse settimane, e il progetto “Tu chiamale se vuoi emozioni”, che nelle scuole educa a riconoscere le emozioni.

Obiettivo del progetto costruire, con incontri nelle scuole e sul territorio, una vera inclusione. Le due associazioni, con i rispettivi volontari e le presidenti, hanno saputo coinvolgere scuole (Vco Formazione, Immacolata e Levi Montalcini), istituzioni (Comune, Provincia e Centro servizi per il territorio Cst) e Forze dell’Ordine.

“Ballincantiamoci”, con l’esibizione di ragazzi con disabilità e normodotati, aveva letteralmente gremito il cortile del Broletto, entusiasmando il pubblico, che non ha smesso un attimo di applaudire. «Dopo quella serata – rileva Agnesina – i ragazzi ci hanno chiesto di non fermarci, di non lasciare quell’appuntamento come qualcosa di isolato. Ci siamo messi tutti subito al lavoro, pensando a un progetto educativo, di supporto e che potesse consentire loro di fare nuove esperienze e di crescere. Così è nato “All inclusive”».

Ancora Ballincantiamoci 2023

Laboratori e attività, dunque, affinché normodotati e disabili possano trascorrere momenti di condivisione, amicizia e sensibilizzazione, conoscendo anche le istituzioni e il lavoro e i compiti di realtà come 118, Polizia, Carabinieri e Aeronautica.
«Importante in questo progetto – aggiunge Lina Letizia di Concentrici – è la rete che si è costruita. Sono già state realizzate iniziative con il baskin e con i laboratori di pasticceria».

E i laboratori riprenderanno a breve, come potete apprendere anche dalle pagine social delle due associazioni. Obiettivo, come ha detto al momento della presentazione all’Arengo del Broletto Daniele Giaime, presidente del Centro servizi per il territorio (che sostiene “All inclusive”), «è facilitare la socializzazione e il benessere psico-fisico dei partecipanti, ma anche rafforzare le capacità relazionali e di comunicazione tra ragazzi», imparando il rispetto reciproco, la condivisione e l’attenzione a temi come disabilità e volontariato.

Un progetto che ha anche il sostegno di Comune e Provincia. «La fragilità riguarda tutti – commenta Marianna Condito, giovane di Concentrici – La diversità è ricchezza ed è bello mettere a frutto le potenzialità di tutti».

Chi volesse può sostenere il progetto con una donazione. Anche una piccola donazione può fare tanto e consentire di realizzare progetti e iniziative importanti per i nostri giovani come “All Inclusive”. Qui sotto dove poter donare.

Qui le modalità per sostenere “All Inclusive” e altri progetti per i bambini e i ragazzi

Un libro antico, un ‘incunabolo’, racconta la sua vita lunga 400 anni e come è giunto a Novara

L’articolo che pubblicherò oggi, giorno di Epifania del 2024, esula un po’ dalle tematiche che solitamente tocco e condivido in questo mio spazio libero e privato. Non è una storia bella di volontariato, una storia che tocca i cuori e neppure, dall’altro canto, una vicenda di cronaca nera, l’altro settore che, nel mio lavoro, per venti e più anni, ho seguito.

E’ invece un approfondimento di cultura pubblicato su L’Azione qualche mese fa, in occasione di una mostra ospitata alla biblioteca civica Negroni e che, prima di digitarlo, elaborarlo, scriverlo, sono stata a lungo in difficoltà, in ambasce davvero. Sì, perché il giornale mi aveva detto di produrre qualcosa di originale e di far parlare un libro.

Teseo, CC BY-SA 4.0 , attraverso Wikimedia Commons

Non un libro qualsiasi eh, che comunque è ugualmente difficile ‘far parlare’, ma un incunabolo. Ossia uno dei primi libri stampati, un volume stampato con la tecnica della stampa a caratteri mobili, ideata da Johannes Gutenberg, prima del 1501. Libri definiti anche quattrocentine.

Per tutto il venerdì e ancora il sabato sono stata a sbattermi la testa sul come fare. Soprattutto a pensare a come non cadere nella ‘scemenza’, nel dare vita a qualcosa che avrebbe potuto far ridere o certo non uscire bene. Sì che sono studi che ho svolto, visto che il mio percorso universitario mi ha condotto a laurearmi in Storia della lingua italiana con il presidente onorario dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini. Ma la testa non trovava un modo sul come iniziare e fare il pezzo, la mano non digitava i tasti sul pc. Poi il suggerimento di una persona a me cara, “chiedi aiuto lassù a Marina, lei ha studiato gli incunaboli”, ha all’improvviso stravolto tutto in maniera positiva.

Afbeelding van Gerd Altmann via Pixabay

Ho trovato subito come avviare l’articolo e poi anche come proseguire. Io ve lo inserisco più o meno come è andato anche su L’Azione (con qualche piccolo mutamento di punteggiatura o poco altro). Poi mi saprete dire. Certo questo pezzo mi ha fatto riappassionare alla materia che per anni ho studiato con il mio relatore della tesi. Mi è venuta voglia di tornare all’Upo, l’Università del Piemonte Orientale, e intraprendere un secondo percorso di studi, magari affine. Chissà. Eccolo.

UN INCUNABOLO PRESENTE ALLA BIBLIOTECA NEGRONI DECIDE DI RACCONTARSI

«Quanto contengo tra le mie pagine ha un’origine importante. Nasce dalla mente di uno dei personaggi che hanno fatto la storia di Roma, dell’antichità romana. Avvocato, scrittore, oratore, politico. Mio padre è, infatti, Marco Tullio Cicerone e ha pensato a me, che sono il “De oratore”, come la sua opera retorica più significativa. Volete sapere altre cose sul mio contenuto, sui miei legami? Ho anche due fratelli, “Brutus” e “Orator”, che, con me, compongono quella che tutti gli studiosi hanno poi definito la ‘trilogia retorica’».

Ma, caro “De oratore”, a quando risale la tua nascita effettiva, quando sei stato stampato?

«Nasco sul mare. Ho un’origine campana e sono un’edizione rara. Sono stato stampato a Napoli tra il 1475 e il 1476, alla tipografia di Sixtus Riessinger, conosciuto anche come Clericus Argentinensis. È lui, tipografo e presbitero tedesco, che ha introdotto, nella zona di Napoli, la stampa a caratteri mobili. Sono nato da un tipografo che fu accolto e stimato alla corte di Ferdinando, rimanendo nella città partenopea sino al 1478 e pubblicando una settantina di edizioni tra classici latini e testi in volgare, soprattutto opere giuridiche».

Attraverso quali strade sei giunto a Novara?

«Le mie pagine lo rivelano abbastanza facilmente. Riporto infatti una nota in latino di chi ha potuto pregiarsi di avermi tra i suoi libri, donandomi poi al convento di appartenenza, qui nel vostro territorio. Sono stato acquistato da un novarese che qui mi ha portato. Lui si firma “Paulinus claris progenitus Caciis”. Frate nel convento di Santa Maria delle Grazie, membro della nobile famiglia novarese dei Caccia e sicuramente studioso di distici elegiaci e umanista, mi ha portato al Nord. E poi, negli anni, sono finito nella vostra ricca e moderna biblioteca».

L’interno della biblioteca civica Negroni

Ma sei giunto alla biblioteca Negroni da solo?

«Sicuramente il mio proprietario ha portato in città altri esemplari. Non direttamente alla biblioteca, ma qui, alla fine del loro percorso, sono arrivati. Sono un po’ come dei miei parenti. Con loro ho convissuto nella personale biblioteca di Paolino. Con me sono a Novara un’edizione dell’“Iliade” e un testo di diritto canonico. Non sono però di nascita campana come me. Se vuoi, chiedi pure a loro. Ti diranno storie e percorsi».

ORA VUOL PARLARE L’ILIADE

«Il mio contenuto è ben più antico di quello di chi ti ha parlato sinora – interviene l’“Iliade” – Racconto della guerra di Troia. Dei cinquantuno giorni dell’ultimo anno della battaglia che vide di fronte Achei e Troiani. A compormi e a darmi forma è stato Omero, cantore greco a cui si deve anche l’“Odissea”, che è un po’ mio figlio: racconta quello che accade dopo la fine della guerra».

Da dove provieni?

«Sono anch’io un esemplare di pregio. Sono un’“Iliade” nella traduzione di Lorenzo Valla, umanista, scrittore e filosofo, vissuto tra il 1407 e il 1457. Sono nato a Brescia. Qui sono stato stampato nel 1497 dal tipografo Battista Farfengo, chierico secolare e dottore in diritto canonico. Paolino è stato un uomo dotto, che ha soggiornato in tante città. E, ovunque, ha acquistato libri vicini al suo interesse. Ha acquistato anche me, portandomi a Novara. Se vuoi ora do spazio ad altri famigliari, che però non sono dei classici come me e il “De oratore”».

In una mostra alla biblioteca Negroni esposti gli incunaboli giunti in città a Novara. Alcuni han deciso di raccontarsi
Foto di VIVIANE M. da Pixabay

A QUESTO PUNTO DECIDE DI INTERVENIRE ‘CONSTITUTIONES’

«Io sono nato a Venezia. Non sarò un classico – si intromette “Constitutiones” – ma sono fondamentale per lo studio. Contengo infatti le costituzioni, utili alla conoscenza e allo studio del diritto canonico. Sono un prodotto tipicamente medievale e Paolino mi ha portato dalla laguna sino da voi a Novara. Con me anche un’altra raccolta a me analoga, il “Liber Sextus Decretalium”. Il mio autore è Clemente V, per il “Liber”, invece, Bonifacio VIII. Siamo importanti anche noi. Se vuoi sapere siamo stati stampati nel 1496 dalla tipografia Torti, una delle più importanti dell’epoca. Tra i principali stampatori di diritto. Tra Quattro e Cinquecento a Torti si devono 200 edizioni. Io, tra l’altro – conclude “Constitutiones” in questa lunga chiacchierata con dei libri alquanto antichi ma sempre ricchi di insegnamenti e di informazioni – ho qualcosa che i classici non hanno. Riporto lo stemma fasciato rosso e argento dei Caccia miniato e con bordure fiorite».

Monica Curino

Furti in un centro commerciale del Milanese, fuggono contromano in A4: arrestati dalla Polstrada di Novara Est

Erano fuggiti dalle Forze dell’Ordine che li inseguivano, prendendo contromano l’autostrada e seminando il panico tra gli automobilisti in transito in quel momento.

Protagonisti della vicenda, lo scorso agosto, una coppia di coniugi che aveva appena commesso alcuni furti nel parcheggio di un centro commerciale del Milanese. La fuga si era verificata lungo l’autostrada A4 Torino-Milano, percorrendo in contromano il tratto tra i caselli di Arluno e Marcallo Mesero. La fuga aveva provocato anche un incidente con il coinvolgimento di cinque veicoli e con quattro feriti.

Dopo una complessa attività di indagine durata quattro mesi la Polizia stradale di Novara Est, competente lungo la tratta, ha individuato e arrestato i due coniugi. Gli agenti hanno eseguito un’ordinanza di custodia in carcere per la coppia, irregolare sul territorio nazionale.
I due, dopo aver commesso diversi furti su veicoli in sosta, al centro commerciale di Vittuone (MI), intercettati da una pattuglia dei Carabinieri, a bordo di una Lancia Delta, fittiziamente intestata ad un prestanome, erano fuggiti.

Il conducente dell’auto in fuga, dopo l’incidente, mentre veniva soccorso da alcuni automobilisti, entrava in uno degli altri autoveicoli, impossessandosene e fuggendo e lasciando a piedi le tre donne a bordo, che erano di ritorno da una vacanza all’estero.
Nel riprendere la fuga investiva una di queste donne, che aveva cercato di fermarlo e abbandonava sul luogo la complice ferita.

Una scrupolosa ricostruzione degli eventi e le successive indagini hanno consentito di acquisire numerosi elementi di prova nei confronti della coppia, che hanno permesso al pubblico ministero della Procura di Milano di chiedere e ottenere dal GIP del Tribunale meneghino la custodia cautelare in carcere per entrambi.

La Polstrada ha anche effettuato una perquisizione nell’appartamento di Milano, dove la coppia viveva in anonimato. All’interno sono stati trovati e sottoposti a sequestro numerosi capi di abbigliamento, occhiali da vista e da sole con ancora attaccata la placca antitaccheggio oltre a strumenti per effettuare furti.

I presunti autori dei fatti sono accusati dei reati di furto, furto aggravato, rapina, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, danneggiamento e guida senza patente.

Telefonino. Piccolo manuale di… convivenza (e sopravvivenza)

Telefonino, dipendenza

Un paio di mesi fa avevo pubblicato un articolo sull’importanza di non utilizzare il telefonino mentre si è alla guida. Un comportamento che porta a incidenti stradali, molti, a vittime, anche giovani, e a danni irreparabili per chi sopravvive. Tanto per chi, coinvolto nel sinistro, resta con qualche grave disabilità quanto per chi perde un proprio caro.

I miei articoli, i miei approfondimenti, i miei pezzi, a maggior ragione sul mio blog personale, partono sempre da qualcosa di vissuto direttamente o sul campo, nei miei girovagare per il giornale per cui lavoro, o nella mia vita privata. Da ‘cose’ che si vivono, tanto positive, che ti portano anche al pianto, quello di gioia, quanto negative, batoste che o ti mandano in cortocircuito o ti spingono a crescere e velocemente. E oltre a crescere, a pensare e a riflettere.

Questo articolo, che, citando qualcuno più celebre di me e vissuto secoli fa, raggiungerà giusto ‘i miei venticinque lettori’ (direi anche meno), potrebbe far discutere per una presunta condanna del telefonino. Ma l’intento non è condannare uno strumento che, comunque, ha rivoluzionato le nostre vite, permettendoci di raggiungere amici e familiari rapidamente da un capo all’altro del mondo e anche se si è fuori casa, lontani dal telefono fisso.

Semmai l’obiettivo è quello di fare una riflessione, di rivolgere un invito (non mi permetterei mai di fare moniti o dare consigli, ai miei migliori amici forse e a me, soprattutto, sì, ai miei 25 lettori no) a tutti a rallentare con questo strumento, tanto utile quanto anche pericoloso.

Sì, il cellulare è potenzialmente pericoloso se non lo si utilizza con senno e responsabilità, diventandone, nel peggiore dei casi, dipendenti, userei una parola più forte, schiavi.

Tra notifiche, controlli incessanti dei mipiace sui social, del se la spunta diventa azzurra e se l’amico o compagno ti risponde. Con inevitabili conseguenze nella vita di tutti i giorni, nei rapporti con amici e famigliari.

Il telefonino, con Sms, Whatsapp e quant’altro, che restano pur sempre solo testi scritti, spesso fraintendibili, in quanto, se non sono vocali, non hanno un tono, una indicazione di come viene detta una cosa, porta anche a rovinare rapporti che durano da anni o che, nati da poco, viaggiavano a mille ed erano bellissimi.

Il rischio di dipenderci e di fare tutto con questo ‘aggeggio infernale’ è grosso e il pericolo di combinare disastri, perdendo ciò che si ha di più caro, il rapporto con un’amica, un amico, un compagno, una compagna, anche un famigliare, perché capita, è altissimo.

Magari usate il telefonino spesso perché questo implica il vostro lavoro, questo è quanto accade, ad esempio, a me. Ma cercate di non farvi fagocitare. Parlo anche per esperienza diretta. C’è stato un periodo, e forse c’è ancora, anzi c’è, in cui il telefonino per me era qualcosa da cui non mi staccavo mai, qualche amico ‘cavoli è una tua appendice, okay il lavoro, okay tutto, ma resta con noi, spegnilo o ritiralo’. Amici ancor più veri e che ti vogliono aiutare, ‘se oggi lo guardi mentre festeggiamo, guai’. Era così quando seguivo la cronaca nera 365 giorni l’anno, quasi 24 ore su 24 e quando attendevo risposte per servizi importanti. Però, in effetti, non è vita. Anche perché, poi, in attesa magari di una risposta, su quel mezzo per me infernale rimanevo, chattando con qualche amico, giocando coi giochini scaricati da Google Play o già sul cellulare. E la dipendenza cresceva. Poi si arriva a non saper affrontare più nulla direttamente, a voce, di persona, confrontandosi, mettendo, come si dice, la faccia.

Sì, perché anche i problemi poi li tratti con un whatsapp spesso inutile e dannoso e magari, perché non comprendi la risposta della persona a cui vuoi un bene dell’anima, ‘giri’, anzi spieghi la risposta a un altro amico per capire, per avere un suggerimento, per non litigare con la persona a cui tieni. E se la persona a cui vuoi bene lo scopre diventa un pasticcio, anche se fatto senza malizia e per mantenere l’amicizia a cui non vorresti mai rinunciare, perché una delle amicizie della vita. E queste sono poche. Io ne conto due così importanti. Ne ho viste e ascoltate di situazioni così.

Tutto questo per spiegare e dire: Grazie tecnologia, grazie di averci dato la possibilità di poter comunicare ovunque, in ogni momento, a ogni distanza geografica e non più solo dalle 4 pareti di casa, grazie per averci fornito altri strumenti nel telefonino che ci consentono, magari in vacanza, di scovare posti da visitare e quant’altro. Però ‘caro mio telefonino non rovinarci la vita e le amicizie più care’. Ma questo ovviamente dipende da noi. E mi metto in primis anche io. Dipende da me.

Da mesi evito l’utilizzo in auto, in giro cerco di non guardarlo mentre cammino verso la sede del lavoro o altro, alle cene con gli amici, alle giornate con gli amici, uno sguardo veloce e stop (sino a maggio ero lì a guardarlo a go go, forse uno schermo per difendermi dalla timidezza? Può essere. Ma la si supera, parlando). Whatsapp sul pc? Ovviamente, per il lavoro ce l’ho, ma ora, da qualche giorno, chiudo la pagina. Non deve distrarmi né influenzarmi o spingermi a guardare che so gli stati degli amici o se un’amica ha risposto, se se se se. La comunicazione deve essere, almeno per me, per una supergalattica timidissima, ora, grazie alla professione intrapresa, ‘solo’ timida, una sfida, solo verbale. E non mi devo far fagocitare dal telefonino. Si perdono attimi importanti di vita, di amicizie, di rapporti, che sono ciò che di più bello esiste in una vita.

Monica Curino

Diciannovenne in manette per spaccio a Novara

Giovane di 19 anni in manette per spaccio di stupefacenti a Novara.

L’arresto è stato effettuato in flagranza di reato dalla Volante della Polizia.

Gli agenti della Volante, durante il servizio per il controllo del territorio, hanno notato, mentre transitavano nella zona del parcheggio delle Ferrovie Nord, un ragazzo a bordo di una bicicletta, che, alla vista dell’auto della Polizia, ha cercato di dileguarsi.

In pochi istanti i poliziotti lo hanno raggiunto e bloccato. Il fermato continuava a frugare nervosamente nelle tasche del giubbotto. Per questo gli agenti gli hanno ordinato di tenere le mani in vista. Il ragazzo si rifiutava. A quel punto i poliziotti, temendo il giovane potesse occultare delle armi, lo bloccavano procedendo con una perquisizione.

Nessuna arma addosso al ragazzo, ma nella tasca del giubbotto era nascosto un panetto di 104 grammi di hashish. Nel portafoglio, inoltre, sono state trovate diverse banconote di piccolo taglio per un valore di circa 1.200 euro.

La Volante si è quindi portata alla casa del 19enne per una perquisizione domiciliare.

Qui, nel cassetto di una scrivania della stanza del ragazzo, i poliziotti hanno trovato altri frammenti di hashish. È scattato così l’arresto.

Quando una telefonata cambia la vita… per sempre

Troppo spesso tendiamo tutti a sottovalutare il rischio che il rispondere a una telefonata o a un messaggio al cellulare mentre si è alla guida possa comportare. Si pensa sempre, sbagliando, «tanto non mi succede nulla», «vuoi che non riesca a controllare bene anche la strada?» o ancora «tanto è solo un vocale, cosa vuoi che mi distragga, non è come digitare un testo». Altrettanto spesso, presi dalle nostre corse quotidiane, da vite sempre a mille, se non al limite, si tende a pensare che, quanto raccontato da giornali e tg, non possa mai riguardarci, non possa mai toccarci da vicino e davvero. Eppure non è così.

Senza contare che, a oggi, l’80% degli incidenti è dovuto all’utilizzo di smartphone alla guida.

Sino a qualche mese fa la vedevo un po’ anch’io così, non posso negarlo. Poi, per me, rispondere o mandare un messaggio, guidando, consente (usiamo ‘consentiva’) di ottimizzare, a volte, il carico di lavoro che ho per il giornale. Metto giù date di interviste, incontri per servizi, raccolgo informazioni. Ma è sbagliato. O si fa una cosa o l’altra. Piuttosto, se è così urgente qualcosa, ci si ferma, si parcheggia l’auto e o si chiama o si scrive un messaggio. Poi si riparte.

Eppure di storie di incidenti particolarmente gravi, legati anche all’utilizzo del telefonino, in 22 anni di giornali, ne ho dovute raccontare, scrivere. Ho anche partecipato a incontri di sensibilizzazione sul tema della sicurezza stradale, che, oltre a vedere l’obbligo delle cinture di sicurezza, del non mettersi alla guida in condizioni alterate, vede anche il divieto di utilizzare il telefonino mentre si è al volante. Incontri spesso ‘tosti’, ma che, pur condividendo le raccomandazioni di Polizia, Carabinieri e sanitari, non hanno mutato il mio modo alla guida.

Questo, almeno, sino ai primi di febbraio di quest’anno, quando l’ennesimo incontro seguito per il giornale di questo tipo mi ha colpito più del solito, lasciandomi dentro molto.

Nell’ascoltare le testimonianze di genitori che hanno perso i propri figli o per colpa di un cellulare o per qualcuno alla guida in stato alterato, ho sentito come un pugno allo stomaco, un gancio al volto. E faceva molto male. Probabilmente ha influito il fatto che, tra le testimonianze, ci fosse quella di un’amica che ho da qualche anno, che è sulla sedia a rotelle, ma di cui mai ho conosciuto le cause di questa condizione. Quel giorno, al Ravizza, scuola che ha ospitato l’incontro, le ho apprese: qualcuno che era alla guida in stato alterato già al mattino presto, che, con la propria auto, ha impattato con quella della mia amica, di Mary. Che, però, da quell’episodio, ha saputo reagire, e con una forza incredibile, diventando anche campionessa paralimpica di tiro con l’arco.

I relatori dell’incontro sulla sicurezza stradale al Ravizza

La mattinata è stato l’evento conclusivo di un ciclo di lezioni nelle scuole superiori sulla sicurezza stradale. A promuovere gli appuntamenti, dal titolo “La vita non si beve”, la Prefettura con il viceprefetto aggiunto Antonio Moscatello, con 118, Polizia e Carabinieri.

Dopo quell’incontro il mio rapporto con il cellulare alla guida è cambiato. Non posso dire di non averlo più usato, mentirei e non è qualcosa che amo fare, ma certo l”ho utilizzato molto meno. Le prime settimane appena avevo la tentazione di rispondere a qualche ‘bip’, di guardare la qualunque, lo rigettavo e, se avevo il telefonino nella tasca della giacca, lo buttavo sul sedile posteriore così da allontanare la tentazione.

Altre volte l’ho proprio posto nell’angolo più recondito del mio zaino o della mia borsa, ancora prima di salire in auto, per evitare.

Poi, ammetto, che qualche volta, dopo un mese, l’ho riusato, ma ancora oggi mi torna alla mente quella lezione a scuola e, quindi, su 10 volte che vorrei rispondere o vorrei usarlo, mi capita di farlo solo una volta. E punto a rendere questo a livello 0.

Nei primi giorni ho anche avuto alcuni incubi la notte. Sogni in cui mi capitava di avere un incidente particolarmente grave e mi soccorrevano amici che, conoscendo il mio, all’epoca, smodato uso del telefonino, erano sì preoccupati per le mie condizioni, ma, al contempo, commentavano ‘Era sicuramente con quel telefonino del cavolo’.

In quell’incontro, come anticipato, molti gli interventi. Tutti volti a far capire agli studenti, ma direi anche a qualcuno più attempato, come l’auto «sia come avere un’arma carica con sé. Occorre saperla utilizzare e, soprattutto, è necessario tenere sempre alta l’attenzione».

Queste le frasi del comandante della Polizia stradale di Novara, Riccardo Peviani, agli allievi.

Una mattinata intensa, durante la quale i ragazzi hanno potuto ascoltare gli esperti e apprendere l’importanza del rispetto delle regole.

Dall’allacciarsi le cinture di sicurezza, anche sui sedili posteriori (sì, anche qui è fondamentale, quanti incidenti abbiamo raccontato con persone ferite, se non decedute, anche sedute sui sedili dietro), al non guidare stando al telefonino, sino al non porsi al volante in condizioni alterate. O perché si è bevuto o perché si sono assunte sostanze stupefacenti.

«Piuttosto di mettervi alla guida così, fate guidare un amico che non ha bevuto o chiamate qualcuno a casa», hanno detto i relatori. Oltre a Peviani anche Il sottotenente dei Carabinieri, Ruggiero Penza, che ha illustrato come ci siano obblighi e regole da rispettare anche per i monopattini, un mezzo ormai utilizzato da tutti sulle strade.

La parte sicuramente più emotiva e che credo sia andata a buon segno tra i ragazzi è stata quella gestita dal 118, con Roberta Tacconi e Michela Agnesina.

La prima ha raccontato il funzionamento della centrale e delle procedure di primo soccorso, rilevando come sia importante, quando si chiama il 118. E come altrettanto sia fondamentale «fornire indicazioni corrette». Agnesina ha aggiunto: «non possiamo permetterci, quando interveniamo, di provare emozioni. In quegli istanti dobbiamo agire. Il brutto è poi il ritorno a casa, quando emergono tutte le emozioni. Faccio l’infermiera da quasi 30 anni e ancora non mi sono abituata a veder morire persone così giovani».

Ha poi introdotto due testimonianze video che hanno lasciato un segno forte tra tutti. A partire da quella di Mariangela Perna, novarese, su una carrozzina da anni, dopo essere stata investita da un automobilista ubriaco (la mia amica paralimpica). Un incidente che le ha cambiato la vita. Mariangela però non si è arresa. Ai ragazzi ha detto: «fate attenzione quando siete alla guida. Se si è al volante, non bastano due occhi. Non usate il cellulare».

Molto accorate le parole di Lucia e Franco Cibo Ottone, che hanno perso la loro Isabella in un incidente stradale nel marzo del 2017: «la vita è una sola, ragazzi – hanno detto agli studenti del Ravizza – rispettatela».

A chiudere l’incontro le parole di Agnesina agli studenti: «Non guardate alla Polizia e alle Forze dell’Ordine come a persone che vogliono ostacolarvi. Loro, sulla strada, sono i vostri migliori amici. È meglio che vi riportino a casa senza patente, ma sani, che, invece, portino nelle case le patenti, senza di voi».

Monica Fiocchi Curino

Incidente a Dormelletto: motociclista in ospedale a Novara

Bilancio di un ferito per un incidente stradale avvenuto intorno alle 18 di oggi, lunedì 8 maggio, lungo la strada statale del Sempione, a Dormelletto, nel Novarese.

Qui, per cause in fase di ricostruzione da parte delle Forze dell’Ordine, si è registrata una collisione tra un’auto e una motocicletta.

Sul posto sono intervenuti i Vigili del fuoco di Arona e il personale sanitario del 118, che ha prestato i primi soccorsi al centauro, trasferito poi in ospedale, a Novara.

I Vigili del fuoco hanno messo in sicurezza il luogo del sinistro, collaborando anche con i sanitari del 118.