25 Aprile, un ricordo del partigiano Guerrino Comoli: il racconto della sua esperienza in Valsesia

Oggi ricorre il 75esimo anniversario di una data importante per il nostro Paese, quella della Liberazione. Per la prima volta, da allora, da quel lontano 1945, a causa dell’emergenza sanitaria in corso, non la si potrà celebrare e vivere nelle piazze, nelle strade, non si potranno avere commemorazioni con orazioni ufficiali, con la presenza di autorità e degli ultimi partigiani ancora rimasti, né con i ragazzi delle scuole che intonano brani della Resistenza e cantano “Bella ciao”. Un momento, le celebrazioni per il 25 Aprile, sempre molto sentito, perché racchiude i valori che hanno portato alla nostra Costituzione. La Liberazione sarà comunque ricordata sui social dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia con video, fotografie e dirette streaming, perché oggi, come allora, è fondamentale ricordare e preservare quei valori e ricordare quei ragazzi che hanno combattuto per la nostra libertà.

Per questa ragione, in questo mio spazio, in questo mio blog, un po’ altalenante negli aggiornamenti, voglio riportare, aggiornandola qua e là rispetto a come uscì nel 2017 su L’Azione, un’intervista realizzata con uno degli ultimi partigiani novaresi, con uno di quei ragazzi che combatté per la nostra libertà, una delle interviste che più ho amato realizzare in questi quasi 20 anni di professione giornalistica.

Del resto questo blog vuole essere davvero una raccolta delle interviste, delle persone, delle storie, che più mi hanno lasciato qualcosa e, soprattutto, insegnato qualcosa. Un incontro straordinario è stato proprio quello con il partigiano novarese Guerrino Comoli, due nomi di battaglia, ‘Negar’ per i capelli e la carnagione scuri e ‘Nuara’, per la sua provenienza. Guerrino oggi non c’è più, se n’è andato nell’estate del 2018, non prima di riuscire a esaudire il suo sogno, ottenere il diploma da perito industriale, giusta conclusione del percorso di studi che aveva intrapreso prima di partire partigiano, quando, da lì a poco, avrebbe dovuto sostenere gli esami. Un dono, una sorpresa, fatto a Guerrino dall’Istituto Omar. Ricordiamo anche questo di Guerrino, la sua grande commozione nello stringere tra le mani quel diploma atteso 70 anni.

«Guardi – mi aveva raccontato in quell’occasione – quando ho visto quel diploma, ho pianto. Ci tenevo tanto a diplomarmi, ma sono partito. All’Omar sono spesso stato a parlare con i ragazzi. Con loro ho creato un bel rapporto e spesso ho raccontato d’aver studiato nella loro scuola. Di giorno lavoravo, alla sera frequentavo il corso per le maestranze di cinque anni, all’esame arrivammo in 14, ma non l’ho potuto dare perché partii per dare il mio aiuto. E così hanno pensato di farmi questa sorpresa. Sono perito industriale: è bellissimo. Hanno ritrovato i libri dell’epoca e mi hanno consegnato il diploma».

Quando andai a casa sua nell’aprile del 2017, per l’intervista cui ho poco sopra accennato, aveva da poco compiuto 91 anni. Mi colpì subito per la sua gentilezza, il suo garbo, ma anche e soprattutto per lo spirito e la forza che aveva: la forza di un giovane, di un ragazzo. Una forza che ha a lungo portato ai giovani d’oggi, quando, nelle scuole, ha raccontato la sua esperienza da partigiano. Un racconto di un giovane di ieri, che ha lottato per la pace, la giustizia, la democrazia, la libertà, rivolto alle nuove generazioni, perché non dimentichino. Mi ha raccontato di quei tempi, della sua passione per la montagna. Una chiacchierata di oltre due ore e che, se non fosse stato per una telefonata da me ricevuta (qualcuno mi reclamava a casa), sarebbe proseguita ancora a lungo, tanti gli aneddoti, tante le storie che mi aveva raccontato quel giorno: non solo della guerra di Liberazione, ma anche di lavoro, di vita. Il tutto assieme alla moglie. Questo è Guerrino Comoli, nato a Rimini: da sempre novarese, di Sant’Agabio.

Un uomo fiero di aver partecipato alla guerra di Liberazione. «La lotta partigiana – mi raccontava – è stata una lotta giusta. Furono tempi duri, in cui troppe persone persero la vita. Ma non invano». Un periodo fatto di privazioni, con tanta paura di morire, di cui Guerrino non ha mai rinnegato nulla. E dinanzi alle difficoltà di oggi dei giovani, li esortava a reagire. «All’epoca c’erano valori importanti come la solidarietà. Oggi troppi giovani sono allo sbando senza un lavoro: dico loro di lottare. Noi lo facemmo».

Comoli prese parte alla lotta partigiana a 18 anni, per 10 mesi e 25 giorni. «Sino a 4 anni fa – ci spiegava – non avevo mai parlato nelle scuole. Non mi piaceva ricordare queste cose. Ho iniziato e ho raccolto i miei racconti nel libro “Io c’ero”». Tornando a quegli anni: «ero figlio di un operaio e si faticava. Per lavorare si era costretti a essere iscritti al partito fascista. Ero allergico all’obbligo di partecipare ai loro eventi. Erano tempi in cui noi giovani dovevamo scegliere. O arruolarci con i fascisti – mi disse Guerrino – o andare in Germania, dove si organizzava il nuovo esercito italiano o in montagna con i partigiani. Io scelsi questa strada».

Guerrino andò in Ossola, ma qui, per la notizia di un rastrellamento nazifascista, non poté arruolarsi e tornò a Novara. A quel punto decide di andare in Valsesia, dove incontra i partigiani garibaldini di Cino Moscatelli. Il 2 luglio 1944 inizia il rastrellamento della Valsesia dai nazifascisti e i partigiani attraversano quelle montagne. «Ci siamo inerpicati a lungo. Era luglio, ma c’era la neve. A un certo punto arriviamo a un albergo ad Alagna e troviamo un po’ d’aiuto. A me regalano una coperta, dalla quale recuperare strisce per fasciare i piedi scalzi. Non mi ero portato le scarpe adatte da Novara e sui sentieri si erano distrutte». Sul Monte Tovo, l’ingresso di Guerrino nell’81° brigata Volante Loss.

Il suo battaglione fu inviato a Sizzano. «Eravamo 100 uomini. Non avevamo nulla. Eravamo nei boschi, circondati dai fascisti. La popolazione ci ha sfamati. Facevamo operazioni lontano dagli abitati, perché non volevamo ripercussioni sui civili. I fascisti torturavano, uccidevano anche per vendicarsi di un torto o di un loro morto. Tra noi usavamo nomi di battaglia per sicurezza. Dividevamo tutto. Avevamo le nostre canzoni, che davano un po’ di sollievo». Guerrino, che era operaio alla Sant’Andrea, in quell’occasione mi ricordò anche altri episodi: «un giorno mi chiesero se conoscevo tale Caimo, che doveva portare un camioncino con scarpe per noi, e che era di Novara come me. Dovevo appurare che, a Fara, la strada alternativa al centro, dove si trovavano i fascisti, fosse sicura per il camioncino. Andai in perlustrazione in bicicletta e da un bar uscirono due fascisti. Sono scappato, rifugiandomi dietro un muro, con la rivoltella in mano e pensando a cosa fare. Se ne andarono e ripresi la mia strada».

Una paura vissuta anche gli ultimi giorni della lotta partigiana. Novara fu liberata il 26 aprile. «Nella notte del 25 – il racconto di Guerrino – scendemmo da Sizzano a Novara. Eravamo a Veveri, quando vedemmo un’autocolonna tedesca con carri armati. Ero giunto dopo mesi di insicurezza quasi a casa, a 500 metri in linea d’aria, e dovevo morire? Vidi la colonna fermarsi sotto il ponte e Moscatelli, il vescovo e altri parlare. Ero salvo». A Novara «passammo tra gente che ci festeggiava. Ricordo tutti i 25 Aprile da allora. Era una festa, si cantava, si ballava. Ora non lo fanno più: non è giusto».

Poco prima dell’incontro che ebbi in casa sua Guerrino aveva parlato con i ragazzi della scuola Calvino di Cerano per un concorso sul 25 Aprile, giorno in cui è stato poi premiato dall’Anpi ceranese.

Guerrino è stato spesso nelle scuole, così come un altro partigiano novarese, suo grande amico, Vincenzo Grimaldi, il capitano Bellini. Grimaldi, scomparso nel 2017, fu capo partigiano in Val Varaita, operando nella 181ª e XV Brigata Garibaldi in Val Varaita, dal settembre 1943 all’aprile 1945. Dopo la Liberazione si arruolò nel Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza. Le sue testimonianze sono raccolte in tanti interventi e in diverse pubblicazioni. Le sue memorie sono state scritte in “Tutti pazzi o tutti eroi”, edito nel 2008 e presentato al Salone Internazionale del libro di Torino. Il capitano Bellini ha lasciato un’imponente mole di documentazione a Istituti Storici, biblioteche, scuole e sedi Anpi nazionali. «Mi sento ancora un partigiano», ha dichiarato fino all’ultimo istante. Guerrino, detto “Negar” o “Nuara” e Vincenzo, il capitano Bellini, ecco due ragazzi di allora che hanno combattuto per la nostra libertà: a loro va il nostro grazie.

Monica Curino

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