Oggi vogliamo parlare delle Forze di Polizia e del bene che, ogni giorno, mettono in campo per la comunità, per tutti i cittadini. Spesso in condizioni difficili e critiche, con decisioni da assumere in pochi istanti, valutando tante variabili e applicando buon senso ed equilibrio. Sempre, però, a sostegno e per il bene, dunque, dell’intera comunità.
Lo abbiamo voluto fare con una lunga intervista al Questore Rosanna Lavezzaro, primo questore donna della provincia di Novara, alla guida della Polizia novarese dall’agosto del 2018. Una lunga esperienza nei servizi d’ordine pubblico per grandi eventi, dal G8 di Genova e L’Aquila sino alle manifestazioni No Tav in Val di Susa, le Olimpiadi di Torino e le partite di Torino e Juventus allo stadio. Con lei anche uno sguardo sui numeri delle donne impegnate in Polizia.
Siete tutti i giorni in mezzo alla gente, accanto ai cittadini, tenendo fede alla mission dell’esserci sempre, tra le peculiarità principali della Polizia. È difficile?
«No, non è difficile. Noi abbiamo avuto, con la legge 121 del 1981, un’importante ridefinizione del DNA della nostra Amministrazione, ora piuttosto diverso da quello di un tempo quando eravamo il Corpo delle Guardie di pubblica sicurezza. Il nostro nuovo codice genetico è differente da tutte le Forze di Polizia, un unicum, che ci ha portati a essere sempre accanto alla gente, in loro soccorso».


Quali le novità apportate dalla legge, che proprio in questi giorni ha tagliato il traguardo dei 40 anni?
«Quattro i punti fondamentali. La smilitarizzazione del Corpo, l’ingresso dei sindacati, la parità assoluta di diritti e doveri e di carriera tra uomini e donne, dove molto già aveva fatto la legge Anselmi del 1977 (con la quale fu vietata, in materia di accesso a qualunque lavoro, ogni discriminazione tra uomini e donne, ndr) e la creazione di un ruolo nuovo e particolarmente strategico, quello degli ispettori. Un ruolo che doveva fare da tramite tra la “base” e la dirigenza. La Polizia che nasce nel 1981, come delinea il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con parole che condivido e apprezzo molto, ha accresciuto l’“empatia democratica”, avvicinando ulteriormente Forze di Polizia e comunità. Non siamo militari. Siamo in grado di leggere, di interpretare quanto ci succede intorno, grazie alla nostra proiezione sull’esterno, tra la gente. Certo occorre uscire dai “palazzi” ed essere presenti in mezzo ai cittadini. Ed è quello che noi facciamo quotidianamente. Se io rimanessi chiusa qui in ufficio, non capterei le necessità e le richieste che giungono dalla gente. Siamo la prima risposta dello Stato al cittadino, il segmento istituzionale con cui il cittadino si confronta e con cui si rapporta sulla strada. Ecco perché non è difficile essere accanto alla gente. È a volte faticoso, ma è bellissimo ed entusiasmante (due aggettivi che Lavezzaro ripete più volte con un grande sorriso, ndr). Ed è il nostro nuovo DNA, la nostra peculiarità e la nostra vocazione».

Vi trovate sovente a far fronte a situazioni critiche, dinanzi a persone che si sono macchiate di reati efferati. È possibile trovare il bene anche in questi casi e restare positivi?
«Sì, si riesce a trovare il bene. Anche perché certi atteggiamenti nascono da storie, da vicende, molto lontane, e a volte molto dolorose, da aspetti della vita di ciascuno. Io, poi, sono un’inguaribile ottimista! Credo fortemente nella rieducazione della pena, nel recupero della persona che è stata condannata, come anche nella giustizia riparativa. Noi abbiamo il dovere di intervenire, ripristinare o recidere le situazioni che ci troviamo davanti, e decidendo sul momento e valutando ogni minimo dettaglio. Senza però mai perdere di vista un tratto, un elemento, che per me è fondamentale: l’umanità. La nostra stella polare deve essere un mix di buon senso, equilibrio e umanità. Questi gli aspetti che ci devono guidare, le nostre luci. Non vuol dire farsi guidare da un buonismo esagerato, ma essere una Polizia realmente vicina alla gente, che capisce, che comprende quanto i cittadini stanno vivendo. Per noi è fondamentale in primis la prevenzione e, solo in seconda battuta, se non ci sono alternative, la repressione. Ci tengo che il tratto con cui i miei ragazzi operano sia umano e rispettoso della persona che lo Stato comunque ci affida in quel momento. Seri e decisi, ma agendo sempre con grande umanità. Certo ci sono situazioni particolari e molto difficili da gestire, ma non dobbiamo mai rinunciare alla ricerca del “miglior equilibrio possibile”, date ovviamente le condizioni in cui ci troviamo a operare. La Polizia, inoltre, deve capire che chi si rivolge a noi lo fa perché vive una situazione di fragilità e per questo dobbiamo sempre avere in mente che noi interveniamo per aiutare, per cercare di risolvere una difficoltà o una criticità».


Nella sua carriera ha dovuto operare in ambiti difficili, in quartieri come San Salvario a Torino. Cosa le ha lasciato quell’esperienza?
«Sono stati i miei primi anni. Nel 1990, proprio nella mia città, sono stata assegnata al Commissariato Barriera Nizza, che aveva giurisdizione su San Salvario. Sono stati tre anni che ricordo ancora con gioia ed entusiasmo, anni molto movimentati e intensi. Ancora non avevo impegni famigliari, ero solo fidanzata, ed ero spesso fuori con la squadra di polizia giudiziaria. Almeno tre notti a settimana le passavo fuori, impegnata in attività di contrasto alla microcriminalità con grandi maestri, colleghi che erano arrivati dalla Squadra Mobile. Ero la loro dirigente, è vero, ma c’era grande sinergia e da loro ho appreso molto. Erano collaboratori particolarmente capaci e dalle grandi conoscenze. Tre anni in cui da loro ho tentato di apprendere il massimo. Ricordo che abbiamo preso molti rapinatori, così come numerosi spacciatori. La Squadra Mobile quasi ci invidiava questi risultati. Anni davvero bellissimi, pur se si operava in un quartiere difficile. Sono poi stata assegnata alla Digos, dove sono rimasta 9 anni e, quindi, sempre a Torino, altri 12 anni all’Ufficio Immigrazione e, prima di diventare Questore di Vercelli nell’aprile del 2016, un breve periodo, sempre nel capoluogo torinese, come Capo di Gabinetto del Questore».

È capitato di collaborare con il mondo delle associazioni, del Terzo Settore?
«Sì, molto. Per me gli anni come dirigente dell’Ufficio Immigrazione sono stati molto gratificanti e ricchi di incontri con persone e associazioni del “privato sociale”. Ho avuto modo di rapportarmi con la Caritas, con la Croce Rossa e con tante altre realtà del mondo associativo che si occupano del tema. Ho toccato con mano come l’immigrazione sia trasversale rispetto alla società, instaurando rapporti con il mondo della scuola, il mondo del lavoro, quello della sanità e persino con la motorizzazione. In quegli anni, i primi anni 2000, ho preso un Ufficio in ginocchio, con situazioni molto difficili. La Polizia veniva vista come la “controparte” e non volevamo fosse così. Serviva ascolto. Ho cercato quindi, insieme ai miei collaboratori, di ridisegnare tutti i rapporti con l’esterno, lavorando con la Caritas, ricevendo i sindacati dei lavoratori stranieri. Abbiamo cercato di spiegare la normativa. Una norma, quella sull’immigrazione, affascinante, ma che cambia in continuazione. In quegli anni abbiamo fatto davvero grandi cose. Oltre a ridisegnare l’intero assetto organizzativo dell’Ufficio, siamo stati i primi in Italia a sperimentare e a dare il via al sistema di prenotazione via sms delle istanze dei cittadini stranieri. Quando sono arrivata ho trovato, infatti, 300 persone in coda già dalla mezzanotte, anche con bambini al seguito. Una situazione che andava risolta. Un’esperienza entusiasmante, molto bella, ma anche faticosa, soprattutto i primi tre anni, perché abbiamo dovuto ricostruire e riprogrammare. Abbiamo cercato il dialogo e garantito attenzione sulle varie problematiche. Ho un ricordo molto bello. Ho incontrato persone delle cittadinanze più diverse e con alcune sono rimasta in contatto. Il quadro che ho alle mie spalle qui in ufficio è un dono di alcuni di loro».



Da quasi tre anni è il Questore di Novara, come si trova e che provincia ha trovato?
«Sono arrivata a Novara dopo due anni e tre mesi a Vercelli. Una provincia più piccola e maggiormente a vocazione agricola. Il Novarese ha più una vocazione industriale e, come già a Vercelli, mi trovo molto bene. È un territorio con un grande senso delle istituzioni e con grande rispetto. Si è subito instaurata una proficua sinergia con gli attori istituzionali, dal Comune alla Provincia, dalla Procura alla Prefettura. Novara è una città con criticità ridotte. C’era un problema zona Stazione, che però è stato risanato, mentre per il quartiere S. Agabio abbiamo dovuto prendere contromisure particolari. Ora abbiamo due Volanti fisse per turno, prima ce n’era una sola, a volte riusciamo a impiegarne anche tre per turno. È una città, una provincia, molto vivibile e molto ben organizzata, dove poter camminare in centro senza particolari problemi; un territorio con un voto pienamente soddisfacente».

Quanti uomini e donne dirige?
«Dirigo circa 370 agenti, tra Questura, Polizia stradale e Polizia ferroviaria. Di questi 323 sono uomini e 44 sono donne. La presenza di donne in Polizia sta comunque crescendo, andando a ricoprire un po’ tutti i ruoli. Basti pensare che, quando nel 2016 sono stata nominata Questore, in tutta Italia eravamo in 7, ora il numero di donne nel ruolo di Questore è raddoppiato, raggiungendo le 14 unità. Un segnale importante».
Quali le sfide future che attendono la Polizia?
«Dovremo essere sempre più in grado di intercettare le necessità della gente, le loro difficoltà, ancor di più durante e dopo questo periodo legato all’emergenza Covid. Mi sono occupata di preparare una prefazione a un libro sulla pandemia, nella quale parlo di un giusto equilibrio nel far rispettare le regole, senza però perdere di vista le difficoltà e i problemi della gente. Noi dovremo avere un occhio di riguardo importante a questo aspetto. Sono molte le cose che cambieranno in futuro dopo questo difficile periodo per tutti. C’è una frase in cui credo molto e presente nel film “Wonder” (pellicola del 2017 con Julia Roberts e Owen Wilson, che narra di un bimbo di 10 anni, Auggie Pullman, con una malformazione cranio-facciale, ndr), una frase scritta dall’insegnante alla lavagna e poi letta da una compagna di Auggie, Summer. “Se potete scegliere tra essere giusti ed essere gentili, siate gentili”. Una frase molto sottile, che si evidenzia con quel ‘se potete’. La gentilezza fa la differenza perché ho sempre creduto che nel più sta il meno. Ecco, la nostra attività deve badare anche a questo. Siamo chiamati a trovare un punto di mediazione: non ci si deve arroccare su posizioni preconcette, ma parlare, mediare, ascoltare e rispettare. Dobbiamo capire quando e come intervenire e con quali modalità: l’empatia a volte è una necessità irrinunciabile. Non sono una che guarda troppo ai numeri, ma certamente guardo a una Polizia che sia vicina alla gente ed equilibrata. Ci si deve porre con autorevolezza e non con autorità. Vorrei che i ragazzi mi seguissero su questo punto. L’essere autorevoli e non autoritari lo reputo un grande valore aggiunto. La Polizia moderna, come riferisce Mattarella, si discosta da quella degli anni ’70. È una Polizia dinamica, democratica, fortemente aperta e vicina alla gente. Un processo di grande maturazione sempre continuato dal 1981 e che sono fiduciosa proseguirà. Certo le sbavature ci sono e ci saranno ancora, ma la strada è indubbiamente quella giusta».
Monica Curino
