Giovedì ricorreva il 25 Novembre, Giornata Internazionale per l’Eliminazione della violenza contro le donne. Una Giornata per sensibilizzare nei confronti di un fenomeno che, pur con le tante campagne messe in atto da Istituzioni, Forze dell’Ordine e associazioni e con l’impegno costante alla prevenzione e al contrasto da parte delle Forze di Polizia, non accenna a diminuire, a rallentare. Ne sono una dimostrazione gli ultimi episodi avvenuti in questi giorni nel nostro Paese. In Italia, da inizio anno, sono state 109 le vittime, un femminicidio ogni tre giorni, questo il triste record del 2021. Un argomento che, come credo tutte le donne, sento molto. Un po’ anche per situazioni vissute negli anni da due carissime amiche, un po’ per situazioni, fortunatamente lontane, vissute anche in prima persona. Situazioni, vicende che, pur se risalenti a decenni fa, lasciano sempre strascichi e ferite che difficilmente si rimarginano, se non molto lentamente. Avrai sempre quel tarlo, quel qualcosa che ti trascini dentro e di cui non riesci a liberarti totalmente, neanche se circondata da persone che ti amano, che ti vogliono bene: paura dell’altro, scarsa fiducia nel prossimo, se non anche in te stessa. Un tarlo che ti trascini dietro soprattutto se la violenza è quella cui si assiste quando si è ragazzi, se non anche bimbi. Un fenomeno che lascia, oltre alla vittima del “momento”, altre vittime, che dovranno vivere il dopo, il silenzio di non avere più una madre, una figlia, una sorella, un’amica. “Il silenzio di chi rimane”, come il titolo di un convegno promosso proprio in questi giorni a Novara dalla Uil.

In quasi 21 anni di professione giornalistica sono diversi gli episodi di femminicidi di cui mi sono occupata, dalla cronaca stretta del momento alla sua evoluzione processuale. E ogni volta, recandomi sul luogo, provando sentimenti difficili da raccontare e una grande tristezza per una vita spezzata, mi sono chiesta come potesse essere successo, come potesse un amore, che dovrebbe essere ciò che c’è di più bello al mondo, trasformarsi, per gelosia, per voglia di possesso, per un’incomprensione, per una separazione che non si accetta, in una tragedia, nella morte di chi si amava. Due le vicende che più mi hanno colpito. Quella, nel 2010, di Simona Melchionda, la giovane di Oleggio, scomparsa e ritrovata dopo un mese, uccisa dal suo ex compagno, un carabiniere, Luca Sainaghi. Assassinata con un colpo di pistola e gettata nel Ticino in piena. E quella di Gisella Purpura, morta in strada, in un corso Cavour affollato di gente in una calda giornata di luglio del 2016, dopo essere stata ferita gravemente in casa con un coltello dal compagno Bilel Ilahi.
Episodi che, come detto poco sopra, lasciano molto dolore in chi resta. Perché l’assenza di una mamma, di una figlia, di una sorella, sarà sempre difficile da colmare. Una persona che si è amata, che ha fatto parte a lungo della nostra vita, o anche per breve tempo, ma in un rapporto intenso e sincero, non si dimenticherà mai. E altrettanto, altre tracce, altri ‘scavi’ nell’anima, lasciano anche le violenze vissute, viste, sentite in casa e che, ‘fortunatamente’, non hanno portato a una vittima.

LE INIZIATIVE
A Novara e nel Novarese sono molte le iniziative messe in campo da anni per prevenire, contrastare e sensibilizzare sul tema. Da questo punto di vista, istituzioni, Forze dell’Ordine, associazioni sono ogni giorno in prima linea. Non solo il 25 Novembre, perché l’attenzione va tenuta alta sempre, 365 giorni l’anno. Proprio giovedì, in Questura, è stata inaugurata una stanza-rosa, uno spazio dedicato alle donne vittime di violenza che arrivano nei locali di piazza del Popolo per denunciare una situazione di abusi, in alcuni casi abusi che vanno avanti da anni e che la vittima non ha denunciato per paura, per vergogna o, anche, per non vedere naufragare un progetto di vita insieme. Per continuare a tenere unita la famiglia per i figli. Una stanza dedicata all’ascolto delle donne maltrattate o, comunque, di persone vulnerabili. Nome del progetto “Una stanza tutto per sé”. «Nella stanza – come ha spiegato il Questore, Rosanna Lavezzaro – non c’è una scrivania, ma ci sono un tavolino rotondo e un divanetto. Una scelta ben precisa per evitare di mettere soggezione alla donna che passa da noi a fare denuncia. Non va creato un distacco, ma vicinanza. Una donna, quella che si reca a fare denuncia, che già vive una situazione difficile, sentendo quel momento come il fallimento di una vita. Con questi arredi abbiamo voluto ricreare un ambiente famigliare, alleggerendo la donna di ogni tensione».


La stanza nasce grazie all’apporto del Soroptimist Club Novara, guidato dalla presidente Giovanna Broggi, club che in questi giorni ha promosso anche alcuni incontri con i ragazzi del Ciofs di Novara con relatori il colonnello dei Carabinieri Eliseo Mattia Virgillo e l’avvocato Carla Casalis. Lo spazio ha lo scopo, hanno riferito Lavezzaro e Broggi, «di sostenere la donna nel delicato momento della denuncia degli abusi subiti, nel percorso verso il rispetto e la dignità della persona. Per rendere più semplice raccontare – hanno aggiunto – quello che ha vissuto, per infonderle tranquillità e coraggio».
I DATI
I dati, come riportato poco sopra con i numeri a livello nazionale, sono sempre preoccupanti. E anche Novara fa segnare numeri da non sottovalutare. Nel 2020 in Procura sono stati iscritti 262 fascicoli nell’ambito del Codice rosso, che raggruppa reati come maltrattamenti, violenza sessuale e stalking. Come anche 16 ‘modelli 45’, ossia quelli che riguardano fatti che non costituiscono reato, ma che vanno valutati con attenzione, «perché – ha spiegato il sostituto procuratore Chantal Dameglio durante la consueta riunione del Protocollo antiviolenza, che raduna tutte le realtà coinvolte nel sostenere e tutelare le vittime di violenza – potrebbero nascondere situazioni delicate». Fondamentale, come riferito dalla stessa Dameglio, è il dialogo con la donna, l’ascolto della vittima. Un ascolto che, nella stanza allestita al quinto piano della Questura, con vista sulla Cupola, è totalmente garantito. Tra i dati su cui riflettere, sempre forniti durante la riunione del Protocollo dalla consigliera provinciale alle Pari opportunità, Elena Foti, in riferimento alle donne che si sono rivolte all’ampia rete di aiuto esistente sul territorio novarese (due Centri antiviolenza, Comuni, Centro servizi pari opportunità della Provincia e i vari Consorzi), il numero di minori coinvolti in queste situazioni di violenza, ben 191. Bambini, ragazzi, che hanno visto mamma e papà litigare anche pesantemente.

“Una stanza tutta per sé” ha visto fornire lo spazio dalla Questura e gli arredi dal Soroptimist, che ha fatto anche un altro dono importante alla Polizia di Stato novarese. Una valigetta con tutto il kit occorrente per registrare, con appositi programmi video, le deposizioni e le denunce, così che la donna maltrattata non debba sottoporsi alla dolorosa ripetizione del racconto delle umiliazioni subite, facendo fede quanto dichiarato nella saletta durante la registrazione. La donna si sente così accolta, ascoltata, compresa e tutelata.

Ed è anche seguita da personale specializzato, quello della Seconda sezione della Squadra Mobile, implementata negli ultimi mesi da 4 a 6 operatori e che, da gennaio a novembre, ha lavorato su 57 procedimenti legati al Codice rosso. Un potenziamento del personale proprio perché, come ha spiegato il Questore, «occorre attenzione, ascolto, delicatezza. Sono interventi lunghi e delicati, per cui necessita grande precisione. Sono molte le persone da ascoltare e gli agenti devono anche saper capire quando siamo di fronte a una denuncia strumentale». Un mezzo, quello della valigetta, fondamentale anche poi nel corso del processo che verrà istruito in Tribunale. Spesso capita che la vittima, per paura, per timore, in aula, torni sui suoi passi, ritratti. Ma con gli audio e i video tutto sarà cristallizzato e ci sarà un aiuto maggiore al lavoro degli operatori di Polizia e alle stesse vittime.



GLI STRUMENTI
Strumenti e iniziative, dunque, fondamentali e che ci sono, esistono, come anche gli strumenti in mano alle Forze dell’Ordine per reprimere. Strumenti che sono graduali: dall’ammonimento del Questore al divieto di avvicinamento sino all’allontanamento dalla casa di famiglia. Nonostante questo sono ancora tantissime le donne che non denunciano o che lo fanno tardivamente, solo quando iniziano a temere anche per i propri figli. «Negli ultimi 3 anni in Italia l’88% delle donne maltrattate, anche in casi gravi conclusi con un omicidio – ha raccontato sempre il Questore in un incontro al Coccia – non hanno mai prima denunciato. Chi maltratta non parte alzando le mani. Non comincia mai con uno schiaffo». Una frase, quest’ultima, che il Questore ‘prende a prestito’ da una battuta di un personaggio della serie tv Netflix “La casa di carta”, ossia l’ispettrice di Polizia Raquel Murillo, che, al bar con colui che più in là scoprirà essere il Professore, ossia l’ideatore della rapina alla Zecca di Spagna, spiegando la sua situazione di maltrattamenti, rivela, a un uomo quasi incredulo (difficile credere a un’agente di Polizia che subisca vessazioni): “Non inizia mai con uno schiaffone”.

In quella stessa parte della serie sempre Murillo rivelerà: “è come scendere le scale un poco per volta, come in certi film dell’orrore e qualcuno scende in cantina e c’è qualcuno che ti dice ‘non scendere, non devi farlo’. E invece lo fai. E così mi ha picchiato la prima volta, la seconda, la terza. E così abbiamo divorziato”. E anche l’ispettrice non denuncia. Teme di non essere creduta, visto che il maltrattante è un poliziotto come lei e uno dei più stimati del reparto. Denuncerà solo quando inizierà a temere per la sorella, con la quale l’ex inizia un rapporto sentimentale. E invece denunciare è fondamentale, non va sottovalutato. «Fidatevi delle Forze dell’Ordine, affidatevi. Vi daremo sempre ascolto – ha più volte riferito in occasioni pubbliche il Questore – Troppo spesso le donne perdonano, offrono un’altra chance, pensano di essere loro nel torto e ascoltano consigli di amici o vicini di casa. Parlatene con noi, venite da noi. Abbiamo il personale per ascoltarvi, accompagnarvi, seguirvi. È difficile altrimenti aiutarvi. Abbiate coraggio e fidatevi di noi».
L’ASCOLTO
L’ascolto, dunque, è fondamentale. Spesso una donna vittima di violenza si confida più facilmente con un estraneo che non con una persona amica e conosciuta da anni o con un famigliare, coi quali proverebbe vergogna, anche perché certamente sono persone che conoscono anche il lui della storia. Questo è quanto accaduto anche a Murillo, che era al terzo incontro col Professore, ma che non conosceva assolutamente. Professore al quale dirà “Ho una 9 millimetri infilata nella fondina, ma la verità è che non so come prendermi cura di me stessa”.
Ecco perché è importante che Novara sia apripista in Piemonte per il progetto #SicurezzaVera, che ha lo scopo di rendere i pubblici esercizi non solo un punto di incontro in totale sicurezza ma anche un presidio di legalità contro la violenza di genere. Un progetto che interesserà 20 città italiane, Novara è l’ottava in cui parte, e che è stato presentato qualche settimana fa all’Arengo. L’iniziativa si attua grazie alla sinergia avviata col protocollo siglato tra Fipe, Federazione degli esercizi pubblici, e Polizia di Stato. #SicurezzaVera nasce da un’idea del gruppo delle donne imprenditrici di Fipe Confcommercio. Una campagna di informazione e sensibilizzazione. Gli agenti tengono corsi agli addetti di bar, ristoranti e pub, per indicare loro come intervenire correttamente di fronte a episodi di violenza di genere e, soprattutto, come riconoscere e gestire una situazione di pericolo.

Così i locali pubblici si trasformeranno in punti di riferimento per chi avrà bisogno di aiuto. Valentina Picca Bianchi, presidente nazionale del gruppo donne Fipe: «un progetto che necessita dell’apporto di tutti. Confrontandoci – ha spiegato – abbiamo notato come, spesso, ci si trovi dinanzi, anche nei locali, ad attenzioni non desiderate. Così è nato il progetto. I locali pubblici, grazie alla Polizia, sapranno riconoscere l’emergenza, allertando i poliziotti. Grazie all’alto numero di locali pubblici sul territorio potremo costituire una significativa rete di presidio e prevenzione». Il Questore Lavezzaro: «il tema della violenza di genere è attuale e trasversale. Non risparmia nessuna categoria professionale ed economica. Occorrono sinergie e progetti di prevenzione. Più attori mettiamo in campo – ha aggiunto – più facilmente riusciremo a intercettare segnali di disagio e a intervenire. Devono però essere attori preparati». Alla Polizia, quindi, il compito di formare il personale dei locali pubblici, titolari come dipendenti, «con incontri e video, in cui presenteremo i mezzi a disposizione. A loro toccherà poi la segnalazione».

#SicurezzaVera potrà costituire un importante radar sul territorio, perché «davanti a un caffè – ha ribadito il Questore – chi sta vivendo un’esperienza di violenza è più propenso ad aprirsi, a confidarsi, rispetto ad altri contesti». «Un progetto importante – ha commentato il prefetto Francesco Garsia – contro un fenomeno ben presente. #SicurezzaVera potrà dare una mano a far emergere le situazioni nascoste». Il progetto è stato delineato tra gli altri anche da Massimo Sartoretti, presidente Fipe Alto Piemonte, Elia Impaloni, del Centro antiviolenza, e Ivan De Grandis per la Provincia. La campagna ha il nome di una donna, Vera, che in germanico significa protezione, difesa; una donna che ha il diritto di vivere, crescere e camminare in sicurezza.
Un argomento articolato, dalle mille sfaccettature, quello della violenza sulle donne, per sconfiggere il quale si sta facendo molto. Ma che porta, visti i risultati che non cambiano o mutano molto lentamente, a dover fare ancora tanto. Serve un cambiamento culturale da parte di tutti, un processo culturale che spinga la donna a non provare vergogna, a non sentirsi in colpa e così a denunciare quanto vive, e che porti però anche l’uomo a capire come la donna non sia qualcosa di sua proprietà, ad accettare che quella persona lo voglia allontanare da sé. Come ha riferito il procuratore capo della Repubblica, Giuseppe Ferrando, all’inaugurazione della stanza rosa, «non si tratta solo di repressione, punto nel quale siamo già a una fase avanzata. E’ necessario puntare sulla prevenzione, un aspetto che deve arrivare a coinvolgere famiglia, scuole, l’intera società».

Un processo, dunque, culturale, di educazione «sentimentale, relazionale – ha aggiunto in un’altra occasione di questi giorni Lavezzaro, in un incontro con gli studenti della Consulta provinciale – di educazione al rispetto. Molto, inoltre, occorre fare sul maltrattante, sul ‘sex offender’. A Vercelli – ha aggiunto Lavezzaro – esiste una parte del carcere dedicata ai ‘sex offender’. Un progetto ha portato a chiedere loro se avevano capito il perché si trovavano lì. Oltre l’80% ha detto di ‘no’, quasi fosse normale picchiare la compagna. Dopo qualche mese e l’avanzamento di progetti e laboratori e interventi con loro il 75% diceva di aver capito la gravità dei propri comportamenti. Se non comprendiamo da dove si origina, non riusciremo a interrompere il fenomeno. Sono convinta – ha concluso – che occorra intervenire su più aspetti, dalla denuncia al cambio di passo culturale al lavoro anche con i maltrattanti. Dobbiamo arrivare a non leggere più, al prossimo 25 Novembre, 109 femminicidi».
Monica Curino