Forse i tanti anni vissuti come animatrice in oratorio. Forse il tempo trascorso a seguire bambini e ragazzi di vicini di casa, quando mamma e papà non c’erano, mi hanno portato a essere particolarmente sensibile alla situazione dei giovani, dei ragazzi. E questo pur non avendo figli e non facendo l’insegnante di professione. Forse, visto l’aspetto giovanile che tutti mi indicano, mi sento ancora una di loro? O forse sento ancora vicine alcune problematiche che bimbi, ragazzi e giovani vivono e stanno ancor di più vivendo ora dopo questi quasi tre anni che tutto hanno fermato, che tutto hanno messo come ‘in stand-by’. Una situazione difficile per noi adulti, figurarsi per chi si è trovato dinanzi a tutti questi cambiamenti, a questo vivere come in una bolla, impossibilitati a fare qualsiasi cosa, senza gli idonei strumenti.

Per questa ragione ho accolto positivamente quando il giornale per cui lavoro, L’Azione, mi ha chiesto un approfondimento sul tema dei giovani, sul come stanno, su quanto desiderano, sul come hanno vissuto questi anni e, adesso, questa ripartenza. Un approfondimento per il quale ho sentito più voci, da docenti e dirigenti d’istituto a sacerdoti, passando per gli stessi ragazzi. Certo la parte che ha fatto maggiormente emergere la condizione giovanile di oggi è quella in cui ho potuto intervistare psicologi, psicoterapeuti ed educatrici. Ne è uscito un quadro interessante, di ragazzi che hanno delle difficoltà, soprattutto nel relazionarsi con gli altri, ma che cercano comunque di ripartire, di riprendersi da questi 3 anni di zero relazioni, di tutto fermo.
Quello che è uscito, come anticipato, è che i giovani, isolati a lungo davanti solo allo schermo di un pc, non sono più in grado di costruire rapporti. O, quantomeno, faticano e non poco. Accade, soprattutto, per i più piccoli, per i ragazzi delle elementari e delle medie, ma la situazione non lascia certo esenti i ragazzi delle superiori.
Nell’ultimo periodo, inoltre, possibile conseguenza di questo biennio di stop, che tutto ha stravolto, sono in forte aumento le richieste d’aiuto di giovani e giovanissimi.

In particolare, spiega Sara Vescera, medico psicoterapeuta dello staff di “Sbulloniamo Insieme”, associazione e sportello d’ascolto attivo contro bullismo e cyberbullismo, «si registrano casi di disturbi alimentari, che interessano un po’ tutte le fasce d’età giovanile, e disturbi dell’umore. Non mancano segnalazioni – aggiunge – di disturbi del comportamento. Tutte situazioni che, dopo la pandemia, sono andate peggiorando. Sono diversi anche gli episodi di autolesionismo. Una situazione che, certo, preoccupa e sulla quale hanno influito i lunghi periodi di isolamento durante la fase più critica della pandemia, ma anche la chiusura degli istituti scolastici». Le scuole, infatti, sono strumenti importanti e fondamentali per i ragazzi, luoghi dove ci si forma e dove nascono le prime amicizie, le prime relazioni della vita. «Con la loro chiusura – riprende Vescera – si è ‘fermato’ non solo un luogo di educazione, ma anche un posto dove si imparano competenze, dove si impara a costruirle. Alcune competenze, a quell’età, non ci sono ancora. E la loro assenza non può che determinare problemi, creare situazioni di difficoltà ai bambini come anche ai ragazzi. A tutti loro è capitato, durante la pandemia, di provare sentimenti, emozioni – prosegue la psicoterapeuta – che non potevano controllare, che non sapevano spiegare. Hanno trascorso ore e ore davanti al pc e questo ha portato anche a un sensibile aumento dei casi di dipendenza da internet, social e videogames».
Come medico attivo anche al 118 Vescera conferma anche una crescita «di casi di violenza, di aggressività, con protagonisti giovani e giovanissimi. Diverse le chiamate che riceviamo alla centrale in tal senso». È poi cresciuto «l’abuso di droghe, a cui i ragazzi ricorrono non per evadere, ma per lenire il disagio che vivono».
Difficile indicare una fascia d’età che più abbia risentito della pandemia o che ora segnali problemi. Certamente i ragazzi delle medie, «l’età adolescenziale, che è il periodo che segna l’inizio dello sviluppo delle competenze sociali».

Da qui l’importanza di agire nelle scuole, sin dalla primaria. Un’azione che “Sbulloniamo Insieme”, guidata da Michela Agnesina e con un team composto anche da educatrici e avvocati, porta avanti sin dalla sua nascita. «Noi – spiega Alessandra Porzio, educatrice dell’associazione – entriamo da tempo nelle scuole, in particolare elementari e medie, con progetti e iniziative per aiutare i ragazzi. Hanno davvero bisogno di aiuto, necessitano di adulti che possano accompagnarli, seguirli e aiutarli, soprattutto dopo quanto vissuto col Covid. Sono molti gli strascichi che viviamo quando entriamo in classe. I bambini hanno ancora un po’ di chiusura nell’aprirsi con l’altro, preferiscono quasi rimanere in una vita parallela, nella vita virtuale, che è quella poi che hanno vissuto nei due anni di pandemia. Hanno perso la capacità di relazionarsi con i compagni. Vediamo che fanno davvero fatica. Hanno perso l’abitudine a fare quello che, prima, era quotidianità». Nelle aule il team di “Sbulloniamo” riscontra, poi, come, da parte dei ragazzi, «esista un forte bisogno di uno spazio dove dialogare. Loro vivono le emozioni o a zero o a mille. O sono felicissimi o abbattuti. Hanno bisogno, in questo, la mediazione di un adulto. Non è tutto bianco, come non è tutto nero. Noi li aiutiamo a decodificare le emozioni che provano. Hanno una forte necessità di essere ascoltati. Del resto, in questi due anni, alcuni si sono ritrovati da bambini ad adolescenti e il passo non è da poco. Noi adulti abbiamo le competenze per affrontare quanto ha comportato il Covid, loro – rileva Porzio – no. Dobbiamo farci raccontare cosa hanno vissuto e dire loro che ora si deve tornare alla vita vera».

Certo, rispetto allo scorso anno, rileva Rossella Grandi, psicologa, che opera nelle scuole anche a contrasto della dispersione scolastica, «la situazione è migliorata. Già il poter vedersi senza mascherina significa tanto. Ricordo casi di attacchi di panico, di disturbi alimentari, ma soprattutto nel 2021. Sembra i ragazzi stiano gradualmente riabituandosi. Certo occorre sempre mettersi in ascolto dei ragazzi». Per affrontare il disagio «serve – conclude Vescera – potenziare i punti d’ascolto e far capire alle famiglie che esistono realtà e servizi che possono accompagnarle».
I ragazzi, come ha aggiunto don Simonpietro De Grandis, coadiutore alla parrocchia di San Martino, mostrano «comunque una grande voglia di impegnarsi, di fare bene, come anche di stare insieme e di promuovere iniziative per gli altri, per la comunità. In oratorio ho un maggior numero di animatori ora del periodo pre Covid. Certo c’è l’altro aspetto, quello della crescita di problemi come ansia e disturbi alimentari», ma questa voglia di impegnarsi fa ben sperare.

E i ragazzi stessi cosa vogliono, cosa chiedono ai grandi? Cosa pensano del fatto che, la maggior parte delle volte, finiscono sui giornali e in tv per situazioni negative? Gli studenti dell’Omar sono sicuri: chiedono un dialogo sincero con gli adulti e spazi dove incontrarsi, ma anche comprensione e autorevolezza. Richieste che fanno agli adulti per essere accompagnati in quel difficile mestiere che è diventare uomini e donne.
Sono ragazzi e ragazze che non guardano più la tv, che non si interessano di politica, «perché ogni partito scredita l’altro e non mette in luce le proprie proposte» e che si informano su internet. «Un dialogo con gli adulti – spiega Luca Denetto – è fondamentale, perché il Covid ci
ha lasciato molte difficoltà. Un dialogo – prosegue – che possa aiutarci. Noi giovani non siamo quelli che vediamo sui giornali, etichettati come ‘mele marce’. È sgradevole vedersi dipinti così. Sono solo una minima parte i ragazzi autori di azioni poco edificanti, che partecipano ai rave o si macchiano di reati. Non si nasce cattivi, lo si diventa. È poi utile uno spazio dove avere uno scambio tra noi ragazzi e dove gli adulti possano fornire la loro esperienza». Cristian Pennacchio fa parte del Gruppo Noi, che nella scuola diretta da Francesco Ticozzi aiuta i compagni a far fronte al bullismo: «I problemi emersi ora tra i giovani derivano dal post Covid. Qualcosa che ha cambiato tutto, che ha rivoluzionato le nostre vite. Occorre cercare di tornare a
prima. Non sono stati anni da buttare, ma dobbiamo farne tesoro. La pandemia ha messo in ginocchio le relazioni. Io sono estroverso, ma sono stati comunque anni duri». Federico Mondello: «quando c’è stata la pandemia, ero alle medie da poco e non conoscevo nessuno. L’isolamento ha acuito questa situazione e non ho potuto fare amicizie. Ma se ragiono adesso il Covid mi ha fatto ragionare. Ora mi sento bene e sono più aperto. Io ho trovato una valvola di sfogo con un nuovo hobby: creo portachiavi. Si possono superare queste situazioni e ritrovare se stessi, imparando cose nuove e chiedendo aiuto ai grandi». «Quello che mi manca oggi è più
comprensione – dice Francesco Grasso – più autorevolezza e chiare regole da rispettare. Queste ultime, ovviamente, che siano motivate. Serve a niente porre dei paletti se non si spiega a noi giovani il perché viene fatto. Ecco spiegato il motivo per il quale, in qualsiasi ambito, tanti eccedono, vanno oltre senza ben capire qual è il limite da non superare». Anche le forme di bullismo sono una brutta bestia da gestire e domare. «Tante volte – confermano Morgana Godio, anche lei del Gruppo Noi, e Chiara Cristianelli – non si riesce a comprendere che anche quello che si ritiene un ‘semplice scherzo’ può essere percepito in modo diverso dalla persona che lo subisce. È lì, in quel momento, che va fermata la battuta. Occorre aver più sensibilità verso gli altri e valutare in anticipo quali effetti potrebbe generare una parola o un’azione spesso fuori luogo. Sotto questo aspetto anche la scuola potrebbe migliorare la situazione dotandosi di personale formato ad assicurare un supporto psicologico a quanti ne hanno realmente bisogno».
Altro punto delicato e importante, da sempre e ancor di più in questo periodo successivo alla pandemia, è la famiglia. «In casa io ho da sempre un confronto molto aperto – aggiunge Mattia Tucci – sarà forse per questo che non avverto particolari mancanze. Sono un amante della libertà, dei viaggi. Mi piace scoprire, conoscere, apprezzare. Faccio volontariato ormai da qualche anno in Croce Rossa. Poco alla volta, dopo un inizio complicato per qualche pregiudizio di troppo rispetto alla mia giovane età, mi sono sentito parte di un bel gruppo. Inclusione, accettazione, buone maniere verso gli altri non dovrebbero mai mancare».
Monica Curino