Giovane di 19 anni in manette per spaccio di stupefacenti a Novara.
L’arresto è stato effettuato in flagranza di reato dalla Volante della Polizia.
Gli agenti della Volante, durante il servizio per il controllo del territorio, hanno notato, mentre transitavano nella zona del parcheggio delle Ferrovie Nord, un ragazzo a bordo di una bicicletta, che, alla vista dell’auto della Polizia, ha cercato di dileguarsi.
In pochi istanti i poliziotti lo hanno raggiunto e bloccato. Il fermato continuava a frugare nervosamente nelle tasche del giubbotto. Per questo gli agenti gli hanno ordinato di tenere le mani in vista. Il ragazzo si rifiutava. A quel punto i poliziotti, temendo il giovane potesse occultare delle armi, lo bloccavano procedendo con una perquisizione.
Nessuna arma addosso al ragazzo, ma nella tasca del giubbotto era nascosto un panetto di 104 grammi di hashish. Nel portafoglio, inoltre, sono state trovate diverse banconote di piccolo taglio per un valore di circa 1.200 euro.
La Volante si è quindi portata alla casa del 19enne per una perquisizione domiciliare.
Qui, nel cassetto di una scrivania della stanza del ragazzo, i poliziotti hanno trovato altri frammenti di hashish. È scattato così l’arresto.
Troppo spesso tendiamo tutti a sottovalutare il rischio che il rispondere a una telefonata o a un messaggio al cellulare mentre si è alla guida possa comportare. Si pensa sempre, sbagliando, «tanto non mi succede nulla», «vuoi che non riesca a controllare bene anche la strada?» o ancora «tanto è solo un vocale, cosa vuoi che mi distragga, non è come digitare un testo». Altrettanto spesso, presi dalle nostre corse quotidiane, da vite sempre a mille, se non al limite, si tende a pensare che, quanto raccontato da giornali e tg, non possa mai riguardarci, non possa mai toccarci da vicino e davvero. Eppure non è così.
Senza contare che, a oggi, l’80% degli incidenti è dovuto all’utilizzo di smartphone alla guida.
Sino a qualche mese fa la vedevo un po’ anch’io così, non posso negarlo. Poi, per me, rispondere o mandare un messaggio, guidando, consente (usiamo ‘consentiva’) di ottimizzare, a volte, il carico di lavoro che ho per il giornale. Metto giù date di interviste, incontri per servizi, raccolgo informazioni. Ma è sbagliato. O si fa una cosa o l’altra. Piuttosto, se è così urgente qualcosa, ci si ferma, si parcheggia l’auto e o si chiama o si scrive un messaggio. Poi si riparte.
Eppure di storie di incidenti particolarmente gravi, legati anche all’utilizzo del telefonino, in 22 anni di giornali, ne ho dovute raccontare, scrivere. Ho anche partecipato a incontri di sensibilizzazione sul tema della sicurezza stradale, che, oltre a vedere l’obbligo delle cinture di sicurezza, del non mettersi alla guida in condizioni alterate, vede anche il divieto di utilizzare il telefonino mentre si è al volante. Incontri spesso ‘tosti’, ma che, pur condividendo le raccomandazioni di Polizia, Carabinieri e sanitari, non hanno mutato il mio modo alla guida.
Questo, almeno, sino ai primi di febbraio di quest’anno, quando l’ennesimo incontro seguito per il giornale di questo tipo mi ha colpito più del solito, lasciandomi dentro molto.
Nell’ascoltare le testimonianze di genitori che hanno perso i propri figli o per colpa di un cellulare o per qualcuno alla guida in stato alterato, ho sentito come un pugno allo stomaco, un gancio al volto. E faceva molto male. Probabilmente ha influito il fatto che, tra le testimonianze, ci fosse quella di un’amica che ho da qualche anno, che è sulla sedia a rotelle, ma di cui mai ho conosciuto le cause di questa condizione. Quel giorno, al Ravizza, scuola che ha ospitato l’incontro, le ho apprese: qualcuno che era alla guida in stato alterato già al mattino presto, che, con la propria auto, ha impattato con quella della mia amica, di Mary. Che, però, da quell’episodio, ha saputo reagire, e con una forza incredibile, diventando anche campionessa paralimpica di tiro con l’arco.
I relatori dell’incontro sulla sicurezza stradale al Ravizza
La mattinata è stato l’evento conclusivo di un ciclo di lezioni nelle scuole superiori sulla sicurezza stradale. A promuovere gli appuntamenti, dal titolo “La vita non si beve”, la Prefettura con il viceprefetto aggiunto Antonio Moscatello, con 118, Polizia e Carabinieri.
Dopo quell’incontro il mio rapporto con il cellulare alla guida è cambiato. Non posso dire di non averlo più usato, mentirei e non è qualcosa che amo fare, ma certo l”ho utilizzato molto meno. Le prime settimane appena avevo la tentazione di rispondere a qualche ‘bip’, di guardare la qualunque, lo rigettavo e, se avevo il telefonino nella tasca della giacca, lo buttavo sul sedile posteriore così da allontanare la tentazione.
Altre volte l’ho proprio posto nell’angolo più recondito del mio zaino o della mia borsa, ancora prima di salire in auto, per evitare.
Poi, ammetto, che qualche volta, dopo un mese, l’ho riusato, ma ancora oggi mi torna alla mente quella lezione a scuola e, quindi, su 10 volte che vorrei rispondere o vorrei usarlo, mi capita di farlo solo una volta. E punto a rendere questo a livello 0.
Nei primi giorni ho anche avuto alcuni incubi la notte. Sogni in cui mi capitava di avere un incidente particolarmente grave e mi soccorrevano amici che, conoscendo il mio, all’epoca, smodato uso del telefonino, erano sì preoccupati per le mie condizioni, ma, al contempo, commentavano ‘Era sicuramente con quel telefonino del cavolo’.
In quell’incontro, come anticipato, molti gli interventi. Tutti volti a far capire agli studenti, ma direi anche a qualcuno più attempato, come l’auto «sia come avere un’arma carica con sé. Occorre saperla utilizzare e, soprattutto, è necessario tenere sempre alta l’attenzione».
Queste le frasi del comandante della Polizia stradale di Novara, Riccardo Peviani, agli allievi.
Una mattinata intensa, durante la quale i ragazzi hanno potuto ascoltare gli esperti e apprendere l’importanza del rispetto delle regole.
Dall’allacciarsi le cinture di sicurezza, anche sui sedili posteriori (sì, anche qui è fondamentale, quanti incidenti abbiamo raccontato con persone ferite, se non decedute, anche sedute sui sedili dietro), al non guidare stando al telefonino, sino al non porsi al volante in condizioni alterate. O perché si è bevuto o perché si sono assunte sostanze stupefacenti.
«Piuttosto di mettervi alla guida così, fate guidare un amico che non ha bevuto o chiamate qualcuno a casa», hanno detto i relatori. Oltre a Peviani anche Il sottotenente dei Carabinieri, Ruggiero Penza, che ha illustrato come ci siano obblighi e regole da rispettare anche per i monopattini, un mezzo ormai utilizzato da tutti sulle strade.
La parte sicuramente più emotiva e che credo sia andata a buon segno tra i ragazzi è stata quella gestita dal 118, con Roberta Tacconi e Michela Agnesina.
La prima ha raccontato il funzionamento della centrale e delle procedure di primo soccorso, rilevando come sia importante, quando si chiama il 118. E come altrettanto sia fondamentale «fornire indicazioni corrette». Agnesina ha aggiunto: «non possiamo permetterci, quando interveniamo, di provare emozioni. In quegli istanti dobbiamo agire. Il brutto è poi il ritorno a casa, quando emergono tutte le emozioni. Faccio l’infermiera da quasi 30 anni e ancora non mi sono abituata a veder morire persone così giovani».
Ha poi introdotto due testimonianze video che hanno lasciato un segno forte tra tutti. A partire da quella di Mariangela Perna, novarese, su una carrozzina da anni, dopo essere stata investita da un automobilista ubriaco (la mia amica paralimpica). Un incidente che le ha cambiato la vita. Mariangela però non si è arresa. Ai ragazzi ha detto: «fate attenzione quando siete alla guida. Se si è al volante, non bastano due occhi. Non usate il cellulare».
Molto accorate le parole di Lucia e Franco Cibo Ottone, che hanno perso la loro Isabella in un incidente stradale nel marzo del 2017: «la vita è una sola, ragazzi – hanno detto agli studenti del Ravizza – rispettatela».
A chiudere l’incontro le parole di Agnesina agli studenti: «Non guardate alla Polizia e alle Forze dell’Ordine come a persone che vogliono ostacolarvi. Loro, sulla strada, sono i vostri migliori amici. È meglio che vi riportino a casa senza patente, ma sani, che, invece, portino nelle case le patenti, senza di voi».
Bilancio di un ferito per un incidente stradale avvenuto intorno alle 18 di oggi, lunedì 8 maggio, lungo la strada statale del Sempione, a Dormelletto, nel Novarese.
Qui, per cause in fase di ricostruzione da parte delle Forze dell’Ordine, si è registrata una collisione tra un’auto e una motocicletta.
Sul posto sono intervenuti i Vigili del fuoco di Arona e il personale sanitario del 118, che ha prestato i primi soccorsi al centauro, trasferito poi in ospedale, a Novara.
I Vigili del fuoco hanno messo in sicurezza il luogo del sinistro, collaborando anche con i sanitari del 118.
Non ce l’ha fatta il tunisino rimasto gravemente ferito durante una lite nel pomeriggio di domenica 23 aprile a Novara. L’uomo, che si trovava ricoverato in Rianimazione in prognosi riservata, all’ospedale Maggiore, è deceduto nella tarda serata. Troppo grave la ferita riportata al petto, dove l’uomo era stato raggiunto da un collo di bottiglia rotto inferto dal rivale.
Tutto era successo in via Della Riotta, all’altezza del parco che si trova tra via Balossini, via Bossi e appunto via della Riotta.
L’accusa, per l’aggressore, passa ora da tentato omicidio a omicidio. L’uomo, dopo che già molte segnalazioni erano giunte alle Forze dell’Ordine da parte di chi passava nella zona o era presente sul posto, ha allertato la Polizia dell’accaduto.
Una lite tra due cittadini stranieri è degenerata intorno alle 15 di oggi, domenica 23 aprile, a Novara, con il grave ferimento di uno dei due.
Al culmine del litigio, avvenuto nella zona di Sant’Agabio, all’altezza del parchetto posto tra via Bossi e via della Riotta, infatti, uno dei due contendenti ha preso una bottiglia rotta trovata in strada e ferito gravemente l’altra persona.
Al centro dell’episodio, che ha visto l’intervento sul posto di tre vetture delle Volanti della Polizia di Stato, della Polizia scientifica e del personale del 118, due cittadini di nazionalità tunisina.
Il ferito, soccorso dai medici, è stato trasportato all’ospedale Maggiore con un codice rosso. Al momento è ricoverato in Rianimazione, in prognosi riservata.
L’aggressore è stato raggiunto e arrestato poco tempo dopo nella zona di corso Trieste, a ridosso di un supermercato. L’accusa, per l’uomo, è di tentato omicidio. Lui stesso, dopo alcune chiamate giunte alle Forze dell’Ordine dai molti presenti, ha allertato la Polizia.
Indagini in corso da parte della Polizia di Stato, che, giunta sul posto, ha recintato l’intera area. Forse, alla base della lite, un precedente diverbio, avvenuto qualche giorno fa nella medesima zona di Novara, con il coinvolgimento di altre persone. Un coinvolgimento di altri tunisini che si è registrato anche domenica pomeriggio, con un confronto di uno contro uno.
Servizi di controllo del territorio incrementati in città, a Novara, grazie all’utilizzo del Reparto Prevenzione Crimine di Torino. Controlli che sono stati effettuati nella giornata di oggi, venerdì 7 aprile
In particolare, come riferisce la Questura, sono stati effettuati, insieme alla Polizia locale, una serie di servizi che hanno portato a controllare 134 persone, 73 delle quali con precedenti di polizia, 17 veicoli e 10 esercizi commerciali.
Nel corso del servizio sono stati sanzionati due esercizi pubblici: uno di questi, un barbiere, perché aveva un dipendente irregolare, e poi un bar con un angolo slot non in regola.
Sono state poste al setaccio le zone della Stazione, di viale Manzoni, corso della Vittoria, centro e parco dell’Allea.
Tutto è partito dal sequestro di un furgone con all’interno 1.700 chili di cavi in rame, effettuato un anno fa dagli agenti della Volante della Polizia di Stato di Novara.
Da quel sequestro, grazie a un’importante indagine della Squadra Mobile, la Questura ha scoperto e sgominato i presunti appartenenti a un’associazione per delinquere dedita al furto di cavi in rame e all’autoriciclaggio. Un gruppo che aveva base a San Pietro Mosezzo.
A comporre la banda, stando alla Polizia, sei persone, oltre a una settima come complice. Una banda organizzata con precisi criteri aziendali e dove ogni figura aveva un compito specifico.
In quattro anni, come emerso questa mattina, sabato primo aprile in una conferenza stampa in Questura a Novara, è riuscita a raccogliere illegalmente un milione di euro.
Dopo aver consumato molti furti di cavi in rame ai danni di grandi società del Milanese e del Novarese, i componenti della banda lo lavoravano, reimmettendolo sul mercato e ottenendo rilevanti guadagni.
Secondo gli investigatori a capo del gruppo ci sarebbe stato un novarese. L’uomo, dopo aver individuato il luogo da derubare ed effettuati accurati sopralluoghi, avrebbe impartito le direttive ai propri “dipendenti” affinché consumassero il reato negli orari e con modalità prestabilite. I furti sarebbero avvenuti tutti in orari notturni. Il luogo di ritrovo dei ladri, come riferito dagli investigatori, era l’abitazione del “capo banda”, da dove, dopo aver prelevato tutta l’attrezzatura necessaria, partivano alla volta dei siti a cui fare “visita”.
Secondo una ricostruzione dei fatti a compiere materialmente i furti erano tre persone della banda, due uomini e una donna. I primi due entravano nelle ditte mentre la donna svolgeva il ruolo da autista e si appostava nelle vicinanze per fare il “palo”. La quantità di materiale asportato variava dai 500 ai 2000 kg e i furti avevano la durata di alcune ore.
Durante l’attività d’indagine gli agenti, dopo aver individuato il luogo in cui la banda stava per effettuare un nuovo colpo, la centrale termoelettrica vicina a Novara, hanno deciso di intervenire riuscendo a bloccare uno dei colpevoli, mentre il secondo è riuscito a fuggire nei boschi circostanti.
Dopo questo intervento, secondo gli investigatori, il presunto “capo” del gruppo non si è dato per vinto e, a distanza di pochi giorni, avrebbe organizzato un nuovo furto nei locali di una società di Casaleggio, partecipando di persona. Gli agenti della Mobile, guidati da Massimo Auneddu, una volta individuato il luogo, hanno organizzato un blitz durante il quale sono riusciti ad arrestare i tre. Uno di loro, pur di fuggire, non ha esitato, trovandosi su una scala a circa tre metri di altezza, a saltare addosso a uno dei poliziotti, procurandogli delle lesioni e venendo, comunque, fermato dopo una colluttazione.
I danni causati dai furti sono stati sempre notevoli. Oltre al danno e al costo di riparazione, infatti, le imprese, a causa del totale black out causato dall’asportazione dei cavi, dovevano interrompere la loro attività anche per diversi giorni.
L’accusa, così, per loro, è passata da tentato furto pluriaggravato a tentata rapina impropria. Le indagini si sono quindi concentrate sull’ultimo membro della banda, ossia l’uomo che, stando all’ipotesi degli inquirenti, sarebbe stato addetto al ritiro del rame e alla successiva immissione sul mercato.
La perquisizione condotta nella sua abitazione ha permesso di trovare la documentazione che attesta la vendita del rame e dalla quale l’uomo, nell’arco degli ultimi 4 anni, come riferito poco prima, ha guadagnato oltre un milione di euro.
Il membro del gruppo, già conosciuto dalle Forze dell’Ordine e disoccupato, per non attirare l’attenzione su di sé, faceva transitare tutto il denaro sul conto corrente intestato alla propria compagna, incensurata e disoccupata. E’ stato inoltre scoperto che la coppia era proprietaria di due Ferrari, una Testarossa e una 360 Modena, del valore totale di oltre 200.000 euro. Le auto sono state individuate in un’officina situata fuori Novara, sottoposte a sequestro e messe a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.
Anche la donna è stata indagata a piede libero per riciclaggio. L’attività d’indagine ha consentito di recuperare circa 3000 chili di cavi in rame, di indagare 7 persone e di arrestarne tre, oltre a sequestrare le due Ferrari.
Un uomo di 66 anni, Piero “Pierino” Rovelli, e una donna di 65, Rossella Maggi, marito e moglie, sono stati trovati morti nella loro abitazione di Lumellogno, alla periferia di Novara. La scoperta nel pomeriggio di mercoledì 8 marzo.
I due sono stati uccisi da alcuni colpi d’arma da fuoco. Stessa sorte anche per il barboncino della coppia, un cagnolino con il quale l’uomo era spesso visto in giro per le strade e le piazze del quartiere.
La prima ipotesi avanzata dagli inquirenti è quella di un omicidio-suicidio.
Sulla vicenda, comunque, al momento, vige il massimo riserbo. Sono in corso le indagini della Polizia di Stato, sul posto, in via Bonfantini 2, con la Squadra Mobile, la Scientifica e le Volanti. L’arma utilizzata sarebbe una carabina regolarmente detenuta dal 66enne.
A dare l’allarme, nelle prime ore del pomeriggio, la figlia dei due coniugi, che faticava a mettersi in contatto con i genitori. Sul posto sono così intervenuti i Vigili del fuoco, che, entrati nell’appartamento, hanno scoperto i due corpi senza vita. Sul luogo della tragedia sono intervenuti i sanitari del 118, che non hanno potuto far altro che constatare il decesso dei due sessantenni.
A sparare a moglie e cagnolino sarebbe stato, dalle prime risultanze, l’uomo.
Sono in corso le indagini per appurare l’orario esatto dell’accaduto e cosa possa aver spinto l’uomo al gesto. A coordinarle, la Procura della Repubblica di Novara.
Giovedì ricorreva il 25 Novembre, Giornata Internazionale per l’Eliminazione della violenza contro le donne. Una Giornata per sensibilizzare nei confronti di un fenomeno che, pur con le tante campagne messe in atto da Istituzioni, Forze dell’Ordine e associazioni e con l’impegno costante alla prevenzione e al contrasto da parte delle Forze di Polizia, non accenna a diminuire, a rallentare. Ne sono una dimostrazione gli ultimi episodi avvenuti in questi giorni nel nostro Paese. In Italia, da inizio anno, sono state 109 le vittime, un femminicidio ogni tre giorni, questo il triste record del 2021. Un argomento che, come credo tutte le donne, sento molto. Un po’ anche per situazioni vissute negli anni da due carissime amiche, un po’ per situazioni, fortunatamente lontane, vissute anche in prima persona. Situazioni, vicende che, pur se risalenti a decenni fa, lasciano sempre strascichi e ferite che difficilmente si rimarginano, se non molto lentamente. Avrai sempre quel tarlo, quel qualcosa che ti trascini dentro e di cui non riesci a liberarti totalmente, neanche se circondata da persone che ti amano, che ti vogliono bene: paura dell’altro, scarsa fiducia nel prossimo, se non anche in te stessa. Un tarlo che ti trascini dietro soprattutto se la violenza è quella cui si assiste quando si è ragazzi, se non anche bimbi. Un fenomeno che lascia, oltre alla vittima del “momento”, altre vittime, che dovranno vivere il dopo, il silenzio di non avere più una madre, una figlia, una sorella, un’amica. “Il silenzio di chi rimane”, come il titolo di un convegno promosso proprio in questi giorni a Novara dalla Uil.
Il convegno promosso dalla Uil di Novara
In quasi 21 anni di professione giornalistica sono diversi gli episodi di femminicidi di cui mi sono occupata, dalla cronaca stretta del momento alla sua evoluzione processuale. E ogni volta, recandomi sul luogo, provando sentimenti difficili da raccontare e una grande tristezza per una vita spezzata, mi sono chiesta come potesse essere successo, come potesse un amore, che dovrebbe essere ciò che c’è di più bello al mondo, trasformarsi, per gelosia, per voglia di possesso, per un’incomprensione, per una separazione che non si accetta, in una tragedia, nella morte di chi si amava. Due le vicende che più mi hanno colpito. Quella, nel 2010, di Simona Melchionda, la giovane di Oleggio, scomparsa e ritrovata dopo un mese, uccisa dal suo ex compagno, un carabiniere, Luca Sainaghi. Assassinata con un colpo di pistola e gettata nel Ticino in piena. E quella di Gisella Purpura, morta in strada, in un corso Cavour affollato di gente in una calda giornata di luglio del 2016, dopo essere stata ferita gravemente in casa con un coltello dal compagno Bilel Ilahi.
Episodi che, come detto poco sopra, lasciano molto dolore in chi resta. Perché l’assenza di una mamma, di una figlia, di una sorella, sarà sempre difficile da colmare. Una persona che si è amata, che ha fatto parte a lungo della nostra vita, o anche per breve tempo, ma in un rapporto intenso e sincero, non si dimenticherà mai. E altrettanto, altre tracce, altri ‘scavi’ nell’anima, lasciano anche le violenze vissute, viste, sentite in casa e che, ‘fortunatamente’, non hanno portato a una vittima.
Palazzo Fossati, sede del Tribunale di Novara
LE INIZIATIVE
A Novara e nel Novarese sono molte le iniziative messe in campo da anni per prevenire, contrastare e sensibilizzare sul tema. Da questo punto di vista, istituzioni, Forze dell’Ordine, associazioni sono ogni giorno in prima linea. Non solo il 25 Novembre, perché l’attenzione va tenuta alta sempre, 365 giorni l’anno. Proprio giovedì, in Questura, è stata inaugurata una stanza-rosa, uno spazio dedicato alle donne vittime di violenza che arrivano nei locali di piazza del Popolo per denunciare una situazione di abusi, in alcuni casi abusi che vanno avanti da anni e che la vittima non ha denunciato per paura, per vergogna o, anche, per non vedere naufragare un progetto di vita insieme. Per continuare a tenere unita la famiglia per i figli. Una stanza dedicata all’ascolto delle donne maltrattate o, comunque, di persone vulnerabili. Nome del progetto “Una stanza tutto per sé”. «Nella stanza – come ha spiegato il Questore, Rosanna Lavezzaro – non c’è una scrivania, ma ci sono un tavolino rotondo e un divanetto. Una scelta ben precisa per evitare di mettere soggezione alla donna che passa da noi a fare denuncia. Non va creato un distacco, ma vicinanza. Una donna, quella che si reca a fare denuncia, che già vive una situazione difficile, sentendo quel momento come il fallimento di una vita. Con questi arredi abbiamo voluto ricreare un ambiente famigliare, alleggerendo la donna di ogni tensione».
Lo spazio che accoglie “Una stanza tutta per sé”
La stanza nasce grazie all’apporto del Soroptimist Club Novara, guidato dalla presidente Giovanna Broggi, club che in questi giorni ha promosso anche alcuni incontri con i ragazzi del Ciofs di Novara con relatori il colonnello dei Carabinieri Eliseo Mattia Virgillo e l’avvocato Carla Casalis. Lo spazio ha lo scopo, hanno riferito Lavezzaro e Broggi, «di sostenere la donna nel delicato momento della denuncia degli abusi subiti, nel percorso verso il rispetto e la dignità della persona. Per rendere più semplice raccontare – hanno aggiunto – quello che ha vissuto, per infonderle tranquillità e coraggio».
I DATI
I dati, come riportato poco sopra con i numeri a livello nazionale, sono sempre preoccupanti. E anche Novara fa segnare numeri da non sottovalutare. Nel 2020 in Procura sono stati iscritti 262 fascicoli nell’ambito del Codice rosso, che raggruppa reati come maltrattamenti, violenza sessuale e stalking. Come anche 16 ‘modelli 45’, ossia quelli che riguardano fatti che non costituiscono reato, ma che vanno valutati con attenzione, «perché – ha spiegato il sostituto procuratore Chantal Dameglio durante la consueta riunione del Protocollo antiviolenza, che raduna tutte le realtà coinvolte nel sostenere e tutelare le vittime di violenza – potrebbero nascondere situazioni delicate». Fondamentale, come riferito dalla stessa Dameglio, è il dialogo con la donna, l’ascolto della vittima. Un ascolto che, nella stanza allestita al quinto piano della Questura, con vista sulla Cupola, è totalmente garantito. Tra i dati su cui riflettere, sempre forniti durante la riunione del Protocollo dalla consigliera provinciale alle Pari opportunità, Elena Foti, in riferimento alle donne che si sono rivolte all’ampia rete di aiuto esistente sul territorio novarese (due Centri antiviolenza, Comuni, Centro servizi pari opportunità della Provincia e i vari Consorzi), il numero di minori coinvolti in queste situazioni di violenza, ben 191. Bambini, ragazzi, che hanno visto mamma e papà litigare anche pesantemente.
La Procura di Novara
“Una stanza tutta per sé” ha visto fornire lo spazio dalla Questura e gli arredi dal Soroptimist, che ha fatto anche un altro dono importante alla Polizia di Stato novarese. Una valigetta con tutto il kit occorrente per registrare, con appositi programmi video, le deposizioni e le denunce, così che la donna maltrattata non debba sottoporsi alla dolorosa ripetizione del racconto delle umiliazioni subite, facendo fede quanto dichiarato nella saletta durante la registrazione. La donna si sente così accolta, ascoltata, compresa e tutelata.
La valigetta con tutto l’occorrente per le registrazioni donata alla Questura dal Soroptimist (nella foto la presidente Giovanna Broggi)
Ed è anche seguita da personale specializzato, quello della Seconda sezione della Squadra Mobile, implementata negli ultimi mesi da 4 a 6 operatori e che, da gennaio a novembre, ha lavorato su 57 procedimenti legati al Codice rosso. Un potenziamento del personale proprio perché, come ha spiegato il Questore, «occorre attenzione, ascolto, delicatezza. Sono interventi lunghi e delicati, per cui necessita grande precisione. Sono molte le persone da ascoltare e gli agenti devono anche saper capire quando siamo di fronte a una denuncia strumentale». Un mezzo, quello della valigetta, fondamentale anche poi nel corso del processo che verrà istruito in Tribunale. Spesso capita che la vittima, per paura, per timore, in aula, torni sui suoi passi, ritratti. Ma con gli audio e i video tutto sarà cristallizzato e ci sarà un aiuto maggiore al lavoro degli operatori di Polizia e alle stesse vittime.
Altri scatti dall’inaugurazione della stanza rosa in Questura
GLI STRUMENTI
Strumenti e iniziative, dunque, fondamentali e che ci sono, esistono, come anche gli strumenti in mano alle Forze dell’Ordine per reprimere. Strumenti che sono graduali: dall’ammonimento del Questore al divieto di avvicinamento sino all’allontanamento dalla casa di famiglia. Nonostante questo sono ancora tantissime le donne che non denunciano o che lo fanno tardivamente, solo quando iniziano a temere anche per i propri figli. «Negli ultimi 3 anni in Italia l’88% delle donne maltrattate, anche in casi gravi conclusi con un omicidio – ha raccontato sempre il Questore in un incontro al Coccia – non hanno mai prima denunciato. Chi maltratta non parte alzando le mani. Non comincia mai con uno schiaffo». Una frase, quest’ultima, che il Questore ‘prende a prestito’ da una battuta di un personaggio della serie tv Netflix “La casa di carta”, ossia l’ispettrice di Polizia Raquel Murillo, che, al bar con colui che più in là scoprirà essere il Professore, ossia l’ideatore della rapina alla Zecca di Spagna, spiegando la sua situazione di maltrattamenti, rivela, a un uomo quasi incredulo (difficile credere a un’agente di Polizia che subisca vessazioni): “Non inizia mai con uno schiaffone”.
L’ispettore Murillo e il Professore nella scena in cui lei racconta di essere vittima di violenze
In quella stessa parte della serie sempre Murillo rivelerà: “è come scendere le scale un poco per volta, come in certi film dell’orrore e qualcuno scende in cantina e c’è qualcuno che ti dice ‘non scendere, non devi farlo’. E invece lo fai. E così mi ha picchiato la prima volta, la seconda, la terza. E così abbiamo divorziato”. E anche l’ispettrice non denuncia. Teme di non essere creduta, visto che il maltrattante è un poliziotto come lei e uno dei più stimati del reparto. Denuncerà solo quando inizierà a temere per la sorella, con la quale l’ex inizia un rapporto sentimentale. E invece denunciare è fondamentale, non va sottovalutato. «Fidatevi delle Forze dell’Ordine, affidatevi. Vi daremo sempre ascolto – ha più volte riferito in occasioni pubbliche il Questore – Troppo spesso le donne perdonano, offrono un’altra chance, pensano di essere loro nel torto e ascoltano consigli di amici o vicini di casa. Parlatene con noi, venite da noi. Abbiamo il personale per ascoltarvi, accompagnarvi, seguirvi. È difficile altrimenti aiutarvi. Abbiate coraggio e fidatevi di noi».
L’ASCOLTO
L’ascolto, dunque, è fondamentale. Spesso una donna vittima di violenza si confida più facilmente con un estraneo che non con una persona amica e conosciuta da anni o con un famigliare, coi quali proverebbe vergogna, anche perché certamente sono persone che conoscono anche il lui della storia. Questo è quanto accaduto anche a Murillo, che era al terzo incontro col Professore, ma che non conosceva assolutamente. Professore al quale dirà “Ho una 9 millimetri infilata nella fondina, ma la verità è che non so come prendermi cura di me stessa”.
Ecco perché è importante che Novara sia apripista in Piemonte per il progetto #SicurezzaVera, che ha lo scopo di rendere i pubblici esercizi non solo un punto di incontro in totale sicurezza ma anche un presidio di legalità contro la violenza di genere. Un progetto che interesserà 20 città italiane, Novara è l’ottava in cui parte, e che è stato presentato qualche settimana fa all’Arengo. L’iniziativa si attua grazie alla sinergia avviata col protocollo siglato tra Fipe, Federazione degli esercizi pubblici, e Polizia di Stato. #SicurezzaVera nasce da un’idea del gruppo delle donne imprenditrici di Fipe Confcommercio. Una campagna di informazione e sensibilizzazione. Gli agenti tengono corsi agli addetti di bar, ristoranti e pub, per indicare loro come intervenire correttamente di fronte a episodi di violenza di genere e, soprattutto, come riconoscere e gestire una situazione di pericolo.
Così i locali pubblici si trasformeranno in punti di riferimento per chi avrà bisogno di aiuto. Valentina Picca Bianchi, presidente nazionale del gruppo donne Fipe: «un progetto che necessita dell’apporto di tutti. Confrontandoci – ha spiegato – abbiamo notato come, spesso, ci si trovi dinanzi, anche nei locali, ad attenzioni non desiderate. Così è nato il progetto. I locali pubblici, grazie alla Polizia, sapranno riconoscere l’emergenza, allertando i poliziotti. Grazie all’alto numero di locali pubblici sul territorio potremo costituire una significativa rete di presidio e prevenzione». Il Questore Lavezzaro: «il tema della violenza di genere è attuale e trasversale. Non risparmia nessuna categoria professionale ed economica. Occorrono sinergie e progetti di prevenzione. Più attori mettiamo in campo – ha aggiunto – più facilmente riusciremo a intercettare segnali di disagio e a intervenire. Devono però essere attori preparati». Alla Polizia, quindi, il compito di formare il personale dei locali pubblici, titolari come dipendenti, «con incontri e video, in cui presenteremo i mezzi a disposizione. A loro toccherà poi la segnalazione».
La presentazione dell’iniziativa #SicurezzaVera
#SicurezzaVera potrà costituire un importante radar sul territorio, perché «davanti a un caffè – ha ribadito il Questore – chi sta vivendo un’esperienza di violenza è più propenso ad aprirsi, a confidarsi, rispetto ad altri contesti». «Un progetto importante – ha commentato il prefetto Francesco Garsia – contro un fenomeno ben presente. #SicurezzaVera potrà dare una mano a far emergere le situazioni nascoste». Il progetto è stato delineato tra gli altri anche da Massimo Sartoretti, presidente Fipe Alto Piemonte, Elia Impaloni, del Centro antiviolenza, e Ivan De Grandis per la Provincia. La campagna ha il nome di una donna, Vera, che in germanico significa protezione, difesa; una donna che ha il diritto di vivere, crescere e camminare in sicurezza.
Un argomento articolato, dalle mille sfaccettature, quello della violenza sulle donne, per sconfiggere il quale si sta facendo molto. Ma che porta, visti i risultati che non cambiano o mutano molto lentamente, a dover fare ancora tanto. Serve un cambiamento culturale da parte di tutti, un processo culturale che spinga la donna a non provare vergogna, a non sentirsi in colpa e così a denunciare quanto vive, e che porti però anche l’uomo a capire come la donna non sia qualcosa di sua proprietà, ad accettare che quella persona lo voglia allontanare da sé. Come ha riferito il procuratore capo della Repubblica, Giuseppe Ferrando, all’inaugurazione della stanza rosa, «non si tratta solo di repressione, punto nel quale siamo già a una fase avanzata. E’ necessario puntare sulla prevenzione, un aspetto che deve arrivare a coinvolgere famiglia, scuole, l’intera società».
L’incontro in Prefettura sul tema della violenza alle donne con riflessione da parte degli studenti della Consulta provinciale
Un processo, dunque, culturale, di educazione «sentimentale, relazionale – ha aggiunto in un’altra occasione di questi giorni Lavezzaro, in un incontro con gli studenti della Consulta provinciale – di educazione al rispetto. Molto, inoltre, occorre fare sul maltrattante, sul ‘sex offender’. A Vercelli – ha aggiunto Lavezzaro – esiste una parte del carcere dedicata ai ‘sex offender’. Un progetto ha portato a chiedere loro se avevano capito il perché si trovavano lì. Oltre l’80% ha detto di ‘no’, quasi fosse normale picchiare la compagna. Dopo qualche mese e l’avanzamento di progetti e laboratori e interventi con loro il 75% diceva di aver capito la gravità dei propri comportamenti. Se non comprendiamo da dove si origina, non riusciremo a interrompere il fenomeno. Sono convinta – ha concluso – che occorra intervenire su più aspetti, dalla denuncia al cambio di passo culturale al lavoro anche con i maltrattanti. Dobbiamo arrivare a non leggere più, al prossimo 25 Novembre, 109 femminicidi».
Nessun territorio dell’Italia è esente dalla criminalità organizzata. A riferirlo, in maniera chiara, è il procuratore aggiunto Alessandra Dolci, capo della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano da fine 2017, erede di Ilda Boccassini, con cui ha a lungo lavorato. Il magistrato, nelle scorse settimane, è stato ospite a Novara di un incontro promosso dall’associazione La Torre-Mattarella con Libera, per le iniziative in programma per la Giornata del 21 marzo, Giornata della Memoria in ricordo delle vittime innocenti delle mafie (proprio Novara ha ospitato l’evento regionale per il Piemonte, con l’arrivo di 8mila giovani in città da tutti i territori piemontesi).