Il “Santa”, come viene chiamata la Comunità per Minori Santa Lucia di via Azario 18 a Novara dai ragazzi che, negli anni, da qui sono passati e qui sono stati ospitati, accolti e accompagnati come figli, è una realtà che a me fa sempre battere forte il cuore.
Una grande casa dove, ogni volta che vi transito, o per un servizio giornalistico da confezionare o per una veloce chiacchierata per qualche bel progetto con l’attuale direttrice o anche con la presidente, così come con i molti educatori e volontari, mi lascia sempre sensazioni forti, emozioni uniche, che mi fanno stare bene. Sensazioni positive e vibranti, che ti fanno rendere conto di come la Comunità sia una delle più straordinarie realtà del nostro territorio a fianco dei minori. Una delle istituzioni più significative della città e con una grande storia alle spalle, visto che il Santa Lucia ha attraversato ben quattro secoli di storia, quattro secoli di storia di Novara, resistendo anche a momenti particolarmente critici.

Quest’anno, infatti, la Comunità per minori, che tradizionalmente celebra la sua festa il 13 dicembre, festa della patrona Santa Lucia, taglia il traguardo dei 422 anni di vita. Una vita trascorsa accanto ai bimbi, ai ragazzi, soli o in difficoltà. Come raccontato qualche riga più su si tratta di un luogo da dove io esco sempre rinfrancata e piena di buoni propositi, torno a casa davvero felice. La mia volontà non solo di raccontare il volontariato nei miei pezzi, ma anche di metterlo in pratica (sempre quando il lavoro me lo consentirà un pochettino), quando esco dal “Santa”, è a mille, sono convinta di poter fare di tutto e di più. Lì, come in tanti altri luoghi della solidarietà novarese, ma per mie vicende il “Santa” è il “Santa”, comprendi come fare il bene fa bene: aiuti l’altro, aiuti ragazzi meno fortunati, ma al contempo fai bene anche a te stesso, stai meglio.

Esci rinnovato e contento di quanto svolto per loro. Questa la ragione per cui, per chi mi conosce al di fuori di questo blog e dei miei articoli sui giornali in questi vent’anni (ora esclusivamente su L’Azione e con una trasmissione sulle frequenze di Onda Novara tv), il secondo libro di un’avventura intrapresa ormai sei anni fa, ossia “La Novara del Bene”, iniziativa editoriale per far conoscere le belle realtà del nostro volontariato attraverso una serie di libri e anche grazie a una ricchissima pagina Facebook (che racconta le associazioni, ma anche i bei gesti svolti per la comunità da singoli, da gruppi, da Forze dell’Ordine), sarà dedicato al Santa Lucia. Una realtà che ho conosciuto da piccola grazie a un’amica, che al “Santa” ha vissuto qualche mese, e che poi mi è riecheggiata in testa negli anni successivi per cose legate al mio privato molto lontano. E che poi ho trovato giusto raccontare nel mio lavoro. C’è già anche un titolo per il libro, che ovviamente non rivelo, non ‘spoilero’ direbbero i più giovani. Ora servirebbe solo mettersi a digitare rapidamente le belle storie raccolte qualche anno fa e trasformarle magicamente in racconti di vita, con un bel prologo e una bella conclusione. Chi vivrà, vedrà. Ce la farà Moc (la mia sigla sui giornali)? Per intanto vi racconto un po’ di Santa Lucia traendo spunto da diversi articoli scritti negli anni per le testate con cui ho lavorato, ma traendo anche dettagli e racconti dal mio cuore, dai miei incontri con la direttrice Cristina Signorelli, con la presidente del Consiglio d’amministrazione Emanuela Rossi (direttrice del “Santa” per un decennio), con i ragazzi e con tutto lo staff che quotidianamente li segue.

Il “Santa” ha da sempre posto lo sguardo sull’infanzia e sull’adolescenza abbandonata e in difficoltà, sin dalle sue origini. Quattro secoli in cui l’istituto non ha mai smesso di essere a fianco ai minori.
Alla sua costituzione – il 2 aprile 1599 con un atto davanti al notaio, in vescovado – contribuirono tutte le forze della società locale, la Chiesa, con il vescovo di Novara, Carlo Bascapè, la nobildonna Costanza Avogadro, appartenente a una delle famiglie più antiche del Novarese, e la Confraternita dei Disciplinati del Santo Spirito. Primo nome: “Hospitale delle vergini fanciulle del Santo Spirito”. Obiettivo, all’epoca, aiutare dodici ragazze orfane. La prima collocazione di quella che prese il nome definitivo di “Congregazione delle fanciulle vergini poverelle”, la casa e la chiesa vecchia di S. Bartolomeo nel sobborgo di S. Gaudenzio, alla periferia di Novara. Una sinergia tra Chiesa e comunità civile che caratterizza ancor oggi l’istituto novarese, con un Consiglio d’Amministrazione composto da tre membri nominati dal vescovo e due dal sindaco. A gestire la casa, sino al 1938, personale laico. Subentrarono quindi le religiose, con le suore di San Giuseppe. Negli ultimi anni si è tornati a una gestione da parte di laici. Per chi volesse conoscere la storia nei secoli del “Santa” è a disposizione un libro straordinario, “L’hospitale di Santa Lucia. Un’istituzione novarese dal 1599 al servizio del disagio giovanile”, di Marina Airoldi Tuniz, uscito per Interlinea edizioni nel 1998.

Oggi accoglie per la maggior parte ragazzi stranieri non accompagnati, giunti quindi in Italia senza genitori. Ragazzi di 13 anni, che, per poter giungere in Italia, hanno affrontato viaggi della speranza che li hanno visti stipati a bordo di un barcone in balia delle onde del mare, rischiando la loro giovane vita; altri, della stessa età, sono invece arrivati via terra, caricati da qualcuno su un treno con una valigia con qualche indumento e spediti lontani dalla loro terra d’origine. Sono minori stranieri non accompagnati, i primi per lo più egiziani, i secondi albanesi, che, arrivati in Italia e poi a Novara, trovano accoglienza in diverse strutture della città e dell’hinterland. Molti di loro costituiscono i nuovi ospiti del “Santa”. Un servizio, un aiuto a questi ragazzi che la Comunità porta avanti con un team di educatori, operatori e volontari. Se prima i bambini e i ragazzi accolti erano per lo più italiani e anche molto piccoli, da qualche anno gli ospiti hanno tra i 13 e i quasi 18 anni (al compimento del 18esimo anno i ragazzi lasciano la casa, ma sono comunque seguiti) e sono per lo più stranieri. Una popolazione, quindi, mutata e che richiede nuove tipologie di interventi.
I ragazzi ospitati sono spesso di nazionalità diverse, dalla Costa d’Avorio come anche dal Mali e dalla Guinea e poi appunto egiziani e albanesi. «I primi – ci raccontava tempo fa la direttrice Signorelli – hanno fatto viaggi folli, terribili al solo pensarci, considerando che sono poco più che bambini. I loro racconti hanno lasciato attoniti tutti noi. A viaggiare in mare per 10-12 giorni, dormendo molto poco e vivendo in condizioni assurde. Gli albanesi arrivano in Italia per studiare, la vedono come un ‘college’, gli egiziani per trovare una soluzione ai problemi che vivono nelle loro terre».
Ragazzi in difficoltà anche in questo caso, ma con nuove esigenze cui far fronte. «Un tempo – aggiunge la direttrice – disponevamo di borse lavoro, che consentivano di trovare qualche lavoretto per i più grandi, così da far racimolare loro qualche soldino. Adesso dobbiamo fare da ‘ponte’ noi, con la paghetta per qualche lavoro svolto in Comunità. Molti se li mettono da parte, inviandoli anche a casa in Africa. Altri li tengono per sé per le piccole esigenze quotidiane. Una cosa bella della comunità egiziana è che si aiutano tra loro. C’è già qualche egiziano uscito dal “Santa”, che fa poi da tramite per un lavoro, una volta che il ragazzo compie 18 anni ed esce dalla Comunità. Questo per i più grandi, i più piccoli vanno a scuola. Alcuni sono alla scuola media Bellini di via Vallauri, altri vanno al Cpia di via Aquileia. Due volte a settimana frequentano la scuola di lingua di S. Egidio. Li seguiamo anche negli iter burocratici. Tutti sono regolarizzati, tutti hanno il permesso di soggiorno. Anzi abbiamo un’ottima sinergia con la Questura, che ringraziamo, perché ci ha sempre aiutato, facilitando gli appuntamenti. A 18 anni, per convertire il permesso, invio al Comitato stranieri di Roma il percorso compiuto dal ragazzo. E’ innegabile che difficoltà ci siano, qualcuno è stato allontanato, ma altri ragazzi, la maggior parte, ci danno soddisfazioni, a scuola, come anche nel dare una mano in Comunità. Cercano di crearsi un futuro importante». Giovani che, una volta fuori dal Santa Lucia, non si dimenticano il bene ricevuto: «lavoro qui dal 1994 – racconta ancora Signorelli – e passano sempre ragazzi che ho visto crescere. Ci presentano le loro mogli, i loro figli e ci raccontano delle loro vite».

I ragazzi, come tutti i loro coetanei, hanno dovuto fronteggiare le difficoltà legate al Covid 19, in particolare quelle legate al lockdown dello scorso anno. Ventidue ragazzi, tra i 13 e i 18 anni, in un’età dove uscire con gli amici è qualcosa di vitale, chiusi nella loro casa per lungo tempo. I ragazzi hanno comunque ben risposto alla ‘chiusura’ forzata, dedicando il proprio tempo, terminati gli impegni di scuola, a tanti altri progetti, a tante altre attività. Questa, del resto, la magia della Comunità per minori Santa Lucia. Il frutto di un grande lavoro e di una grande vicinanza ai ragazzi da parte del personale, educatori e direzione. Una casa che, come tutti, ha dovuto adattarsi al periodo legato al Covid-19. Del resto il Santa Lucia ha saputo, nella sua storia, sopravvivere a tante altre criticità. «Unica istituzione che si occupava di educazione – ricorda la presidente Emanuela Rossi – rimasta in piedi in periodo napoleonico». I giovani hanno capito la situazione e ben si sono adeguati, grazie anche al fatto che il “Santa” dispone di ampi spazi esterni. La mattina veniva dedicata alla scuola. Il resto della giornata è stata divisa tra partite a pallone, momenti di studio a gruppi e in cucina, «dove i ragazzi si sono dilettati nella preparazione di dolci. E poi hanno festeggiato i loro compleanni, vivendo – ha riferito la direttrice Signorelli – la loro quotidianità. Bravi loro e bravi sono stati gli educatori che, 24 h su 24, 7 giorni su 7, sono stati sul campo».

In tempo di emergenza Covid, nella casa di via Azario, entrava solo il personale, gli educatori e la direttrice. Sui ragazzi, sull’intera Comunità, ha sempre vegliato «lo sguardo attento di S. Lucia». Uno sguardo che ha anche aiutato i giovani usciti dal “Santa” negli anni che li hanno portati all’età adulta. Basti ricordare come un giovanissimo calciatore del Camerun Douala, scappato a soli 17 anni dal Torneo Giovanile di Viareggio con un compagno di squadra alla ricerca di maggior fortuna, sia giunto in Piemonte, dapprima a Vercelli e quindi accolto al “Santa”. Qui un incontro gli cambierà la vita e Daniel Maa Boumsong (era il febbraio del 2004) arriverà alla Scala del Calcio, giocando nell’Inter e a fianco ai suoi campioni di sempre. Ma questa è un’altra storia e sarà nel secondo libro de “La Novara del Bene”, insieme a tante altre storie positive del Santa Lucia.
Monica Curino























