“Apro l’anima e gli occhi” di Eugenio Borgna: un gesto, un sorriso e il silenzio spesso dicono più delle parole

“Apro l’anima e gli occhi. Coscienza interiore e comunicazione”, edito da Interlinea, è l’ultimo lavoro di Eugenio Borgna, psichiatra e saggista novarese. Un volume che l’autore ha preparato in occasione dell’ultima edizione del Festival della Dignità Umana. Un Festival che, promosso dall’Associazione Dignità e Lavoro Cecco Fornara Odv, nelle scorse settimane, ha portato a Novara, Borgomanero e Arona, tra gli altri, Ferruccio De Bortoli, editorialista del Corriere della Sera, Tiziana Ferrario, già giornalista Rai, Alì Ehsani, insegnante a Roma, fuggito da Kabul e lo scrittore svedese Björn Larsson.

Al centro del nuovo lavoro di Borgna ci sono i modi con cui comunichiamo, con le parole ma anche con il silenzio, che, spesso, dice più di qualsiasi altra parola. Ne ho potuto parlare con l’autore in un’intervista per il giornale per cui lavoro, L’Azione-I settimanali della Diocesi di Novara, un’intervista che riporto ora sul mio blog, in maniera più ampia, con altri passaggi ascoltati da Borgna.

«La comunicazione – spiega – è un’esperienza di vita continua, sia lo si voglia sia non lo si voglia. Un’esperienza nella quale siamo obbligati: non si può sfuggire. Ogni giorno, in ogni istante, siamo in comunicazione. Questo tenendo presente che ‘comunicazione’ ha in sé più significati. I linguisti la definirebbero una parola ‘valigia’ o parola ‘marmellata’. Ha con sé il significato di dialogo, colloquio, essere in ascolto, in partecipazione, immedesimazione. Tutti questi aspetti – sottolinea Borgna – vanno sempre considerati. La tesi, la speranza, che mi ha accompagnato nello scrivere questa riflessione sulla comunicazione, è stata quella di immergerla nelle esperienze di vita quotidiana».

Una riflessione nata da un colloquio con l’editore Roberto Cicala e ispirandosi a una poesia di Clemente Rebora, “Tempo” e al verso “Apro l’anima e gli occhi”. «In questo libro ho voluto riflettere – racconta l’autore – sul come le parole contino, soprattutto quando si sanno scegliere quelle adatte, facendo emergere significati emozionali e spirituali di vicende della vita. Una caratteristica del libro è senz’altro la concretezza, valutando la comunicazione nella nostra quotidianità, cercando di coglierne i significati più profondi, quelli più interiori». Lo psichiatra novarese si è chiesto ad esempio «come entriamo in contatto con un malato, quali parole scegliamo, quale importanza diamo al silenzio. Spesso le parole non servono. La straordinaria modernità del titolo del libro sta nel legare anima e occhi. Ogni forma di comunicazione deve tenere conto dell’anima, dello spirito, delle emozioni con cui si entra in contatto con gli altri. Non dimenticando mai che le parole sono importanti, ma anche gli occhi. Con un malato sono un elemento fondamentale». Borgna riflette anche sul modo di comunicare di un insegnante. «Come guardano i docenti i loro studenti? Tengono conto di allievi con grande timidezza e sensibilità, di quegli studenti che non sanno esprimere sentimenti che pure hanno dentro? Spesso il silenzio non è impreparazione, ma nasconde molto altro. Le parole con cui si entra in contatto con l’altro hanno grande valore, vanno esaminate, analizzate, ben pensate. Pensiamo ai medici che devono parlare di demenza o malattia mentale, agli oncologi, dove formulare diagnosi di questa durezza finisce con l’essere una comunicazione ancora più dolorosa della malattia».

Ecco che, quindi, occorre valutare, soppesare, come comunicare una diagnosi e, talora, come non comunicarla. Le parole sono importanti, ma hanno anche dei limiti. «Dinanzi alla malattia tendiamo tutti – spiega Borgna – a dare alla nostra voce un timbro diverso, rendendola più addolorata, ma non è possibile. Sono più importanti i gesti. Come la carezza ai bambini del discorso di Papa Giovanni XXIII, che riporto nel libro. Spesso un sorriso, una carezza, un gesto, sono più utili e terapeutici di mille parole. Le parole poi cambiano significato in base alla sintonia che si crea con chi ci ascolta, una sintonia che può nascere solo se intuiamo i sentimenti, le emozioni, le angosce della persona davanti a noi. Spesso siamo tutti comprensibilmente presi dal dire parole inutili a chi sta male, invece un sorriso fa più bene. Lo diceva Leopardi ma anche Emily Dickinson, che ho citato nel libro, che voleva ‘rubare un sorriso a una persona che sta bene per regalarlo a chi sta male’. Ecco che è fondamentale l’ascolto: se non sappiamo ascoltare le nostre parole, i nostri gesti, questo può creare sofferenza a chi già ne ha molte. Non c’è comunicazione se non c’è ascolto. Occorre saper ascoltare le parole, ma anche saper ascoltare e interpretare il silenzio, che è un modo di comunicare».

Monica Curino

Comunità per minori Santa Lucia: una storia di cuore sempre accanto ai bambini dal 1599

Il “Santa”, come viene chiamata la Comunità per Minori Santa Lucia di via Azario 18 a Novara dai ragazzi che, negli anni, da qui sono passati e qui sono stati ospitati, accolti e accompagnati come figli, è una realtà che a me fa sempre battere forte il cuore.

Una grande casa dove, ogni volta che vi transito, o per un servizio giornalistico da confezionare o per una veloce chiacchierata per qualche bel progetto con l’attuale direttrice o anche con la presidente, così come con i molti educatori e volontari, mi lascia sempre sensazioni forti, emozioni uniche, che mi fanno stare bene. Sensazioni positive e vibranti, che ti fanno rendere conto di come la Comunità sia una delle più straordinarie realtà del nostro territorio a fianco dei minori. Una delle istituzioni più significative della città e con una grande storia alle spalle, visto che il Santa Lucia ha attraversato ben quattro secoli di storia, quattro secoli di storia di Novara, resistendo anche a momenti particolarmente critici.

L’esterno della Comunità per Minori Santa Lucia

Quest’anno, infatti, la Comunità per minori, che tradizionalmente celebra la sua festa il 13 dicembre, festa della patrona Santa Lucia, taglia il traguardo dei 422 anni di vita. Una vita trascorsa accanto ai bimbi, ai ragazzi, soli o in difficoltà. Come raccontato qualche riga più su si tratta di un luogo da dove io esco sempre rinfrancata e piena di buoni propositi, torno a casa davvero felice. La mia volontà non solo di raccontare il volontariato nei miei pezzi, ma anche di metterlo in pratica (sempre quando il lavoro me lo consentirà un pochettino), quando esco dal “Santa”, è a mille, sono convinta di poter fare di tutto e di più. Lì, come in tanti altri luoghi della solidarietà novarese, ma per mie vicende il “Santa” è il “Santa”, comprendi come fare il bene fa bene: aiuti l’altro, aiuti ragazzi meno fortunati, ma al contempo fai bene anche a te stesso, stai meglio.

A sinistra la direttrice Cristina Signorelli, a destra l’attuale presidente Emanuela Rossi. Al centro il precedente presidente, l’avvocato Andrea Zanetta

Esci rinnovato e contento di quanto svolto per loro. Questa la ragione per cui, per chi mi conosce al di fuori di questo blog e dei miei articoli sui giornali in questi vent’anni (ora esclusivamente su L’Azione e con una trasmissione sulle frequenze di Onda Novara tv), il secondo libro di un’avventura intrapresa ormai sei anni fa, ossia “La Novara del Bene”, iniziativa editoriale per far conoscere le belle realtà del nostro volontariato attraverso una serie di libri e anche grazie a una ricchissima pagina Facebook (che racconta le associazioni, ma anche i bei gesti svolti per la comunità da singoli, da gruppi, da Forze dell’Ordine), sarà dedicato al Santa Lucia. Una realtà che ho conosciuto da piccola grazie a un’amica, che al “Santa” ha vissuto qualche mese, e che poi mi è riecheggiata in testa negli anni successivi per cose legate al mio privato molto lontano. E che poi ho trovato giusto raccontare nel mio lavoro. C’è già anche un titolo per il libro, che ovviamente non rivelo, non ‘spoilero’ direbbero i più giovani. Ora servirebbe solo mettersi a digitare rapidamente le belle storie raccolte qualche anno fa e trasformarle magicamente in racconti di vita, con un bel prologo e una bella conclusione. Chi vivrà, vedrà. Ce la farà Moc (la mia sigla sui giornali)? Per intanto vi racconto un po’ di Santa Lucia traendo spunto da diversi articoli scritti negli anni per le testate con cui ho lavorato, ma traendo anche dettagli e racconti dal mio cuore, dai miei incontri con la direttrice Cristina Signorelli, con la presidente del Consiglio d’amministrazione Emanuela Rossi (direttrice del “Santa” per un decennio), con i ragazzi e con tutto lo staff che quotidianamente li segue.

Momenti all’interno della Casa

Il “Santa” ha da sempre posto lo sguardo sull’infanzia e sull’adolescenza abbandonata e in difficoltà, sin dalle sue origini. Quattro secoli in cui l’istituto non ha mai smesso di essere a fianco ai minori.

Alla sua costituzione – il 2 aprile 1599 con un atto davanti al notaio, in vescovado – contribuirono tutte le forze della società locale, la Chiesa, con il vescovo di Novara, Carlo Bascapè, la nobildonna Costanza Avogadro, appartenente a una delle famiglie più antiche del Novarese, e la Confraternita dei Disciplinati del Santo Spirito. Primo nome: “Hospitale delle vergini fanciulle del Santo Spirito”. Obiettivo, all’epoca, aiutare dodici ragazze orfane. La prima collocazione di quella che prese il nome definitivo di “Congregazione delle fanciulle vergini poverelle”, la casa e la chiesa vecchia di S. Bartolomeo nel sobborgo di S. Gaudenzio, alla periferia di Novara. Una sinergia tra Chiesa e comunità civile che caratterizza ancor oggi l’istituto novarese, con un Consiglio d’Amministrazione composto da tre membri nominati dal vescovo e due dal sindaco. A gestire la casa, sino al 1938, personale laico. Subentrarono quindi le religiose, con le suore di San Giuseppe. Negli ultimi anni si è tornati a una gestione da parte di laici. Per chi volesse conoscere la storia nei secoli del “Santa” è a disposizione un libro straordinario, “L’hospitale di Santa Lucia. Un’istituzione novarese dal 1599 al servizio del disagio giovanile”, di Marina Airoldi Tuniz, uscito per Interlinea edizioni nel 1998.

Oggi accoglie per la maggior parte ragazzi stranieri non accompagnati, giunti quindi in Italia senza genitori. Ragazzi di 13 anni, che, per poter giungere in Italia, hanno affrontato viaggi della speranza che li hanno visti stipati a bordo di un barcone in balia delle onde del mare, rischiando la loro giovane vita; altri, della stessa età, sono invece arrivati via terra, caricati da qualcuno su un treno con una valigia con qualche indumento e spediti lontani dalla loro terra d’origine. Sono minori stranieri non accompagnati, i primi per lo più egiziani, i secondi albanesi, che, arrivati in Italia e poi a Novara, trovano accoglienza in diverse strutture della città e dell’hinterland. Molti di loro costituiscono i nuovi ospiti del “Santa”. Un servizio, un aiuto a questi ragazzi che la Comunità porta avanti con un team di educatori, operatori e volontari. Se prima i bambini e i ragazzi accolti erano per lo più italiani e anche molto piccoli, da qualche anno gli ospiti hanno tra i 13 e i quasi 18 anni (al compimento del 18esimo anno i ragazzi lasciano la casa, ma sono comunque seguiti) e sono per lo più stranieri. Una popolazione, quindi, mutata e che richiede nuove tipologie di interventi.

I ragazzi ospitati sono spesso di nazionalità diverse, dalla Costa d’Avorio come anche dal Mali e dalla Guinea e poi appunto egiziani e albanesi. «I primi – ci raccontava tempo fa la direttrice Signorelli – hanno fatto viaggi folli, terribili al solo pensarci, considerando che sono poco più che bambini. I loro racconti hanno lasciato attoniti tutti noi. A viaggiare in mare per 10-12 giorni, dormendo molto poco e vivendo in condizioni assurde. Gli albanesi arrivano in Italia per studiare, la vedono come un ‘college’, gli egiziani per trovare una soluzione ai problemi che vivono nelle loro terre».

Ragazzi in difficoltà anche in questo caso, ma con nuove esigenze cui far fronte. «Un tempo – aggiunge la direttrice – disponevamo di borse lavoro, che consentivano di trovare qualche lavoretto per i più grandi, così da far racimolare loro qualche soldino. Adesso dobbiamo fare da ‘ponte’ noi, con la paghetta per qualche lavoro svolto in Comunità. Molti se li mettono da parte, inviandoli anche a casa in Africa. Altri li tengono per sé per le piccole esigenze quotidiane. Una cosa bella della comunità egiziana è che si aiutano tra loro. C’è già qualche egiziano uscito dal “Santa”, che fa poi da tramite per un lavoro, una volta che il ragazzo compie 18 anni ed esce dalla Comunità. Questo per i più grandi, i più piccoli vanno a scuola. Alcuni sono alla scuola media Bellini di via Vallauri, altri vanno al Cpia di via Aquileia. Due volte a settimana frequentano la scuola di lingua di S. Egidio. Li seguiamo anche negli iter burocratici. Tutti sono regolarizzati, tutti hanno il permesso di soggiorno. Anzi abbiamo un’ottima sinergia con la Questura, che ringraziamo, perché ci ha sempre aiutato, facilitando gli appuntamenti. A 18 anni, per convertire il permesso, invio al Comitato stranieri di Roma il percorso compiuto dal ragazzo. E’ innegabile che difficoltà ci siano, qualcuno è stato allontanato, ma altri ragazzi, la maggior parte, ci danno soddisfazioni, a scuola, come anche nel dare una mano in Comunità. Cercano di crearsi un futuro importante». Giovani che, una volta fuori dal Santa Lucia, non si dimenticano il bene ricevuto: «lavoro qui dal 1994 – racconta ancora Signorelli – e passano sempre ragazzi che ho visto crescere. Ci presentano le loro mogli, i loro figli e ci raccontano delle loro vite».

I ragazzi, come tutti i loro coetanei, hanno dovuto fronteggiare le difficoltà legate al Covid 19, in particolare quelle legate al lockdown dello scorso anno. Ventidue ragazzi, tra i 13 e i 18 anni, in un’età dove uscire con gli amici è qualcosa di vitale, chiusi nella loro casa per lungo tempo. I ragazzi hanno comunque ben risposto alla ‘chiusura’ forzata, dedicando il proprio tempo, terminati gli impegni di scuola, a tanti altri progetti, a tante altre attività. Questa, del resto, la magia della Comunità per minori Santa Lucia. Il frutto di un grande lavoro e di una grande vicinanza ai ragazzi da parte del personale, educatori e direzione. Una casa che, come tutti, ha dovuto adattarsi al periodo legato al Covid-19. Del resto il Santa Lucia ha saputo, nella sua storia, sopravvivere a tante altre criticità. «Unica istituzione che si occupava di educazione – ricorda la presidente Emanuela Rossi – rimasta in piedi in periodo napoleonico». I giovani hanno capito la situazione e ben si sono adeguati, grazie anche al fatto che il “Santa” dispone di ampi spazi esterni. La mattina veniva dedicata alla scuola. Il resto della giornata è stata divisa tra partite a pallone, momenti di studio a gruppi e in cucina, «dove i ragazzi si sono dilettati nella preparazione di dolci. E poi hanno festeggiato i loro compleanni, vivendo – ha riferito la direttrice Signorelli – la loro quotidianità. Bravi loro e bravi sono stati gli educatori che, 24 h su 24, 7 giorni su 7, sono stati sul campo».

In tempo di emergenza Covid, nella casa di via Azario, entrava solo il personale, gli educatori e la direttrice. Sui ragazzi, sull’intera Comunità, ha sempre vegliato «lo sguardo attento di S. Lucia». Uno sguardo che ha anche aiutato i giovani usciti dal “Santa” negli anni che li hanno portati all’età adulta. Basti ricordare come un giovanissimo calciatore del Camerun Douala, scappato a soli 17 anni dal Torneo Giovanile di Viareggio con un compagno di squadra alla ricerca di maggior fortuna, sia giunto in Piemonte, dapprima a Vercelli e quindi accolto al “Santa”. Qui un incontro gli cambierà la vita e Daniel Maa Boumsong (era il febbraio del 2004) arriverà alla Scala del Calcio, giocando nell’Inter e a fianco ai suoi campioni di sempre. Ma questa è un’altra storia e sarà nel secondo libro de “La Novara del Bene”, insieme a tante altre storie positive del Santa Lucia.

Monica Curino

Il dono del trapianto dopo l’esperienza della dialisi raccontato da una giovane novarese

Il tema dei trapianti, per situazioni vissute in questi miei primi 40 anni e un pezzetto di vita, è da sempre a me molto caro. Una ragione che ha fatto sì che me ne occupassi anche a livello lavorativo, con articoli e approfondimenti sulle testate giornalistiche con cui ho collaborato e lavorato. Ecco perché anche su “Le interviste di Moc”, su uno spazio dunque tutto mio, non può mancare qualcosa che parli del trapianto e dell’importante dono che questo rappresenta per chi ne necessita. Qui riporto la storia e la voce di una novarese, che, scoperta improvvisamente la malattia che aveva solo 20 anni, attraverso l’esperienza dolorosa della dialisi e, quindi, del successivo dono del trapianto, è giunta a riscoprire se stessa e la vera amicizia.

Dalla malattia, dunque, alla scoperta della vera amicizia, ma anche a una riscoperta di sé e all’esperienza del dono del trapianto, vissuta per ben due volte. Un indagare nei propri pensieri, che, tra le difficoltà di lunghi anni di dialisi per una malattia mai sospettata, ha portato a un’importante crescita personale.

È il cammino attraversato, da metà degli anni Novanta, da una novarese, che, per una patologia renale, ha dovuto sottoporsi per due volte, prima per quattro anni e mezzo poi per quasi due, a dialisi. E che adesso, da 12 anni, grazie al dono del trapianto, ricevuto per due volte, nel 2001 e nel 2009, sta bene.

La storia

«Sono stata male – racconta – nell’estate del 1996, ma in quel momento non ci diedi molta importanza. A novembre, dato che nulla cambiava, ho deciso di andare dal medico. Gli esami hanno riscontrato livelli anomali di creatinina, sostanza che indica l’andamento dell’attività renale. I miei reni non funzionavano più, erano piccoli, atrofizzati. Sono stata ricoverata d’urgenza in ospedale a Novara e, prima di Natale, sono entrata in dialisi». Qualcosa che ha letteralmente rivoluzionato la vita della giovane.

La dialisi stravolge tutto: ogni cosa fatta sino a poco prima non la si può più fare, se non in modo limitato. Tutto deve seguire i ritmi della dialisi, dall’alimentazione al lavoro agli appuntamenti con gli amici, alle vacanze, sino agli orari per le medicine. Figurarsi cosa possa aver significato questa “dipendenza” per una ragazza che non aveva mai avuto alcuna malattia ed era una tra le più vivaci e attive del suo gruppo di amiche. «Non sapevo cosa fosse la dialisi – spiega – e pertanto tutto è stato duro e traumatico. Sei condizionata dall’essere attaccata a una macchina per molte ore per più giorni a settimana. Alcune cose non le puoi più mangiare, devi controllare tutto quanto mangi e ti senti sempre stanca. Ho avuto crisi di accettazione. Fortunatamente non sono mai stata sola. Gli amici non mi hanno mai abbandonato: li ho avuti sempre al mio fianco in ogni istante».

Il sostegno degli amici

Il grande affetto l’ha aiutata. «Ognuno, mentre ero in ospedale, viveva la dialisi in modo diverso. Io avevo alti e bassi e, a volte, la situazione m’innervosiva. Non fare più ciò che hai fatto per una vita non è facile da accettare, ma ce l’ho fatta». Anni, quelli della “dipendenza” dalla dialisi, che, «pur se pesanti, mi hanno aiutata a risolvere alcune cose. Prima di ammalarmi avevo poca voglia d’uscire, di andare in giro. Volevo capire quali fossero i veri amici. Il non poter fare alcune cose mi ha cambiata. Mi sono aperta maggiormente con gli altri. Ho iniziato a parlare di più, a scherzare. Dopo un anno mi sono fidanzata con un ragazzo straordinario, che oggi è da anni mio marito. Non pensavo che qualcuno potesse stare con una persona con i miei problemi: ammalata e con tutto quel che ne consegue. È strano: con la dialisi non hai più la salute, ma a me son giunte anche diverse situazioni positive».

Il trapianto

Dopo anni di dialisi e lunghi viaggi tra un centro trapianti e l’altro per le analisi per entrare in lista, la notizia attesa, ma anche inaspettata: a Parma c’è il rene per lei, l’ora del trapianto è arrivata. Era il luglio del 2001. «La notizia mi faceva contenta, felice, ma ero spaventata. Da quando ti chiamano sino a che non ti svegli, non sei sicura del trapianto. Fortunatamente è andata bene. Se ti dovessi risvegliare da una simile operazione e, nel caso qualcosa sia andato storto, dovessi riprendere la dialisi, sarebbe qualcosa di straziante, tale da gettarti nel baratro più assoluto». Circondata da amici e famigliari, la giovane inizia così la sua nuova vita, proteggendo il dono ricevuto.

Un grande dono

«Il trapianto è importante perché accetti che qualcuno, con la sua morte, ti aiuti a rivivere. È un dono che ti giunge dai famigliari della persona che non c’è più. Ci tieni a preservarlo, a tenerlo bene. Il dono non è solo quello del giovane deceduto che ti dà il suo rene, ma soprattutto la volontà dei famigliari, che danno il consenso all’espianto degli organi. È difficile che genitori che si trovano dinanzi alla tragedia di un figlio morto in giovane età accettino di donare i suoi organi. A me, per età e corporatura – spiega – era necessario il rene di un giovane. Eppure è successo. Con la donazione, i genitori vedono continuare qualcosa del figlio in un’altra persona. Ecco perché il trapianto è importante per chi lo fa, ma anche per chi lo riceve. Ringrazi i parenti e la persona che, in vita, ha tenuto così bene l’organo, da consentirne l’espianto e il trapianto su una persona malata. Anche se il nuovo rene diventa cosa tua, ha più importanza di un organo tuo da sempre. Hai un impegno verso la persona che te l’ha donato, restituendoti ciò che di più bello esista, la vita».

Nuova vita

A 26 anni, quindi, il ritorno alla vita. «Dopo il trapianto, sono tornata alla vita di sempre. Non c’era più l’angoscia di cercare il posto per le vacanze sei mesi prima, perché occorreva trovare una zona dove ci fosse la presenza di un centro dialisi. Non ero più vincolata nel mio lavoro, praticamente in nulla. C’è stata però la novità del soffrire di vertigini. Penso fosse qualcosa legato al donatore. Ho preso bene anche questo. In montagna vado come prima e, al più, mi tengo stretta a qualcuno».

Tutto bene per qualche anno, sino a quando tornano i problemi e occorre un nuovo trapianto. «Per varie vicende ho dovuto eliminare un farmaco e il rene s’è ammalato. Quando ho saputo di dover tornare in dialisi è stato uno shock più grande di quello vissuto la prima volta». La giovane ben sapeva a cosa sarebbe nuovamente andata incontro. «Conoscevo bene cosa significasse. Dover tornare in quella stanza, attaccata a quella macchina per ore e ore, dopo essere tornata alla vita di sempre, è stato atroce e molto duro». Nella drammaticità, anche qualcosa di positivo. Rispetto alla prima volta, le pratiche per poter giungere al trapianto sono state più celeri. «Entro in dialisi – ricorda – ma faccio già tutte le pratiche per il trapianto. Molti esami erano già pronti e così sono entrata in lista più velocemente. La prima volta occorse un anno, la seconda molto meno. Tra l’altro la prima volta che ho dovuto entrarci a Novara non c’era ancora il centro trapianti. All’inizio della malattia, quindi, ho dovuto fare le pratiche altrove, a Torino e a Parma, la seconda volta, invece, ho potuto farle, oltre che a Parma, anche a Novara. Son così ripartita da capo. La dialisi ha funzionato e sono tornata a stare meglio. Mancava solo il trapianto. Le previsioni davano un’attesa dai due anni e mezzo in su. Fortunatamente in un anno e mezzo è stato a disposizione un rene adatto a me, dapprima a Novara, quindi, la volta buona, a Parma. Era l’agosto del 2009. Qui, per la seconda volta, ho ricevuto uno dei doni più grandi che la vita può riservare».

Una sorpresa anche in questo caso. «Non me lo aspettavo così presto. Aver perso il primo rene è stato un trauma. Era come aver deluso qualcuno – spiega la novarese – come aver gettato via un’occasione, pur senza aver colpe. Mi dicevo: “magari se stava con qualcun altro durava di più”. Ora, quel primo rene ce l’ho sempre qui con me. Lavora meno e da solo non basterebbe. Necessita dell’aiuto di quello che gli sta a fianco e che mi è stato trapiantato nel 2009: entrambi doni preziosi che mi consentono una vita normale, pur se giustamente sotto controllo. Un dono che ogni giorno cerco di conservare al meglio».

Monica Curino

“The Journey Begins”. Si parte! Il viaggio ha finalmente inizio

“The journey begins”. Così, quando ho voluto aprire un mio blog personale, poco più di due anni fa, era l’aprile del 2019, ho trovato intitolata una sorta di pagina introduttiva, una pagina che a me è parsa come già selezionata.

All’epoca non ero pratica di blog. In internet avevo solo esperienza di social e siti dei giornali per cui cui ho collaborato e con cui lavoro da vent’anni a questa parte e poco più.

Di blog, a parte un’altra piccola esperienza poi tramontata a causa del poco tempo a disposizione, conoscevo e conosco ben poco. Pertanto chiedo già da ora scusa se, per caso, capiterà di imbattersi in qualche situazione grafica o altro di non perfetto. Ma imparerò e mi farò perdonare da tutti coloro che vorranno essere miei lettori e seguirmi in questa avventura, che non ho intenzione di mollare o di aggiornare solo, come successo sino a questa calda estate targata 2021, una o due volte l’anno. Del resto, come dice qualcuno che stimo molto, un vero mito, “tutto è perfettibile”.

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Il titolo della pagina così impostata, tra l’altro, “The journey begins”, “Il viaggio inizia”, mi è sin da subito piaciuto molto. Ben rappresentava e ben rappresenta tutt’ora quanto vorrei portare avanti in questo spazio tutto mio, un po’ meno rigido delle pagine di un giornale e un po’ più, come dire, aperto. Dove poter ‘mixare’ temi da sempre a me cari, l’associazionismo, la solidarietà, il sociale, la cronaca nera (perché quella il mio percorso giornalistico mi ha fatto incontrare sin da subito e seguire a lungo e un po’ ancora ora), la musica, tutto ciò insomma che mi fa battere il cuore e vivere forte emozioni nel momento che lo racconto, riportandolo sulle pagine di un giornale o appunto, come accadrà qui, anche di un blog. L’intenzione è inserire ne le “Le interviste di Moc (Monica Fiocchi)” articoli e servizi che posso aver già realizzato per le testate giornalistiche per cui ho lavorato e lavoro, ma che hanno ancora molto da dire e che ovviamente verranno aggiornati all’oggi o ampliati di quanto, sulle pagine di un giornale, per ovvi motivi di spazio, non c’è potuto stare.

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Saranno presenti anche interviste realizzate appositamente per il blog, come è successo lo scorso aprile, sempre 2021, con l’intervista al Questore di Novara, Rosanna Lavezzaro, preparata e richiesta per la mia pagina social “La Novara del Bene” e quindi riportata integralmente sul blog, come anche pezzi che non hanno visto la luce né sulla testata per la quale lavoro da 20 anni (L’Azione-Stampa diocesana novarese) né sulle altre per cui ho collaborato, dal Corriere di Novara a La Prealpina, dal Novara Oggi al Periodico Novarese. Potrà trovare magari spazio qualche sensazione, qualche evento vissuto, qualche concerto.

Novità del 2023, a breve, anche i racconti di alcuni viaggi, di alcune gite, effettuati negli ultimi mesi. Obiettivo raccontare le bellezze delle nostre città, le bellezze dell’Italia, che in tanti ancora, non sapendo cosa si perdono, disprezzano, privilegiando per le vacanze mete straniere.

Insomma un blog professionale ma anche di cuore, di passioni, di ciò che fa vivere e palpitare con forza Moc, che si emoziona anche per un’intervista a lungo attesa a una persona che stima, così come anche per qualcosa di meno eclatante. Ma se non ci fossero le emozioni sai che noia la vita? E dunque che abbia inizio questo viaggio… Con una premessa: non chiedetemi perché Monica Fiocchi, se il mio cognome, per ora, è ancora Curino. Chi mi conosce, chi mi vuole bene, lo sa. E quindi non devo spiegare nulla. Anzi, per tutti, sono Fiocchi. E che Fiocchi!! E ora partiamo!

Monica Fiocchi Curino

 

L’impegno della Polizia a favore della comunità tra scelte, equilibrio e buon senso: intervista al Questore di Novara, Rosanna Lavezzaro

Oggi vogliamo parlare delle Forze di Polizia e del bene che, ogni giorno, mettono in campo per la comunità, per tutti i cittadini. Spesso in condizioni difficili e critiche, con decisioni da assumere in pochi istanti, valutando tante variabili e applicando buon senso ed equilibrio. Sempre, però, a sostegno e per il bene, dunque, dell’intera comunità.

Lo abbiamo voluto fare con una lunga intervista al Questore Rosanna Lavezzaro, primo questore donna della provincia di Novara, alla guida della Polizia novarese dall’agosto del 2018. Una lunga esperienza nei servizi d’ordine pubblico per grandi eventi, dal G8 di Genova e L’Aquila sino alle manifestazioni No Tav in Val di Susa, le Olimpiadi di Torino e le partite di Torino e Juventus allo stadio. Con lei anche uno sguardo sui numeri delle donne impegnate in Polizia.

Siete tutti i giorni in mezzo alla gente, accanto ai cittadini, tenendo fede alla mission dell’esserci sempre, tra le peculiarità principali della Polizia. È difficile?

«No, non è difficile. Noi abbiamo avuto, con la legge 121 del 1981, un’importante ridefinizione del DNA della nostra Amministrazione, ora piuttosto diverso da quello di un tempo quando eravamo il Corpo delle Guardie di pubblica sicurezza. Il nostro nuovo codice genetico è differente da tutte le Forze di Polizia, un unicum, che ci ha portati a essere sempre accanto alla gente, in loro soccorso».

A sinistra il Questore, Rosanna Lavezzaro. A destra l’ex dirigente della Squadra Mobile, Valeria Dulbecco
Un momento della festa per il patrono della Polizia di Stato, San Michele Arcangelo

Quali le novità apportate dalla legge, che proprio in questi giorni ha tagliato il traguardo dei 40 anni?

«Quattro i punti fondamentali. La smilitarizzazione del Corpo, l’ingresso dei sindacati, la parità assoluta di diritti e doveri e di carriera tra uomini e donne, dove molto già aveva fatto la legge Anselmi del 1977 (con la quale fu vietata, in materia di accesso a qualunque lavoro, ogni discriminazione tra uomini e donne, ndr) e la creazione di un ruolo nuovo e particolarmente strategico, quello degli ispettori. Un ruolo che doveva fare da tramite tra la “base” e la dirigenza. La Polizia che nasce nel 1981, come delinea il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con parole che condivido e apprezzo molto, ha accresciuto l’“empatia democratica”, avvicinando ulteriormente Forze di Polizia e comunità. Non siamo militari. Siamo in grado di leggere, di interpretare quanto ci succede intorno, grazie alla nostra proiezione sull’esterno, tra la gente. Certo occorre uscire dai “palazzi” ed essere presenti in mezzo ai cittadini. Ed è quello che noi facciamo quotidianamente. Se io rimanessi chiusa qui in ufficio, non capterei le necessità e le richieste che giungono dalla gente. Siamo la prima risposta dello Stato al cittadino, il segmento istituzionale con cui il cittadino si confronta e con cui si rapporta sulla strada. Ecco perché non è difficile essere accanto alla gente. È a volte faticoso, ma è bellissimo ed entusiasmante (due aggettivi che Lavezzaro ripete più volte con un grande sorriso, ndr). Ed è il nostro nuovo DNA, la nostra peculiarità e la nostra vocazione».

Un’intervista (foto Visconti)

Vi trovate sovente a far fronte a situazioni critiche, dinanzi a persone che si sono macchiate di reati efferati. È possibile trovare il bene anche in questi casi e restare positivi?

«Sì, si riesce a trovare il bene. Anche perché certi atteggiamenti nascono da storie, da vicende, molto lontane, e a volte molto dolorose, da aspetti della vita di ciascuno. Io, poi, sono un’inguaribile ottimista! Credo fortemente nella rieducazione della pena, nel recupero della persona che è stata condannata, come anche nella giustizia riparativa. Noi abbiamo il dovere di intervenire, ripristinare o recidere le situazioni che ci troviamo davanti, e decidendo sul momento e valutando ogni minimo dettaglio. Senza però mai perdere di vista un tratto, un elemento, che per me è fondamentale: l’umanità. La nostra stella polare deve essere un mix di buon senso, equilibrio e umanità. Questi gli aspetti che ci devono guidare, le nostre luci. Non vuol dire farsi guidare da un buonismo esagerato, ma essere una Polizia realmente vicina alla gente, che capisce, che comprende quanto i cittadini stanno vivendo. Per noi è fondamentale in primis la prevenzione e, solo in seconda battuta, se non ci sono alternative, la repressione. Ci tengo che il tratto con cui i miei ragazzi operano sia umano e rispettoso della persona che lo Stato comunque ci affida in quel momento. Seri e decisi, ma agendo sempre con grande umanità. Certo ci sono situazioni particolari e molto difficili da gestire, ma non dobbiamo mai rinunciare alla ricerca del “miglior equilibrio possibile”, date ovviamente le condizioni in cui ci troviamo a operare. La Polizia, inoltre, deve capire che chi si rivolge a noi lo fa perché vive una situazione di fragilità e per questo dobbiamo sempre avere in mente che noi interveniamo per aiutare, per cercare di risolvere una difficoltà o una criticità».

Evento, alla scuola elementare Rigutini (Istituto Comprensivo Bellini) per la presentazione e distribuzione, alle classi quarte della primaria, dell’agenda scolastica “Il mio diario”
Altro scatto da l’evento “Il mio diario”. Accanto al Questore, il prefetto Pasquale Antonio Gioffrè

Nella sua carriera ha dovuto operare in ambiti difficili, in quartieri come San Salvario a Torino. Cosa le ha lasciato quell’esperienza?

«Sono stati i miei primi anni. Nel 1990, proprio nella mia città, sono stata assegnata al Commissariato Barriera Nizza, che aveva giurisdizione su San Salvario. Sono stati tre anni che ricordo ancora con gioia ed entusiasmo, anni molto movimentati e intensi. Ancora non avevo impegni famigliari, ero solo fidanzata, ed ero spesso fuori con la squadra di polizia giudiziaria. Almeno tre notti a settimana le passavo fuori, impegnata in attività di contrasto alla microcriminalità con grandi maestri, colleghi che erano arrivati dalla Squadra Mobile. Ero la loro dirigente, è vero, ma c’era grande sinergia e da loro ho appreso molto. Erano collaboratori particolarmente capaci e dalle grandi conoscenze. Tre anni in cui da loro ho tentato di apprendere il massimo. Ricordo che abbiamo preso molti rapinatori, così come numerosi spacciatori. La Squadra Mobile quasi ci invidiava questi risultati. Anni davvero bellissimi, pur se si operava in un quartiere difficile. Sono poi stata assegnata alla Digos, dove sono rimasta 9 anni e, quindi, sempre a Torino, altri 12 anni all’Ufficio Immigrazione e, prima di diventare Questore di Vercelli nell’aprile del 2016, un breve periodo, sempre nel capoluogo torinese, come Capo di Gabinetto del Questore».

Una conferenza stampa in Questura. Accanto a Lavezzaro, l’ex procuratrice capo della Repubblica di Novara, Marilinda Mineccia

È capitato di collaborare con il mondo delle associazioni, del Terzo Settore?

«Sì, molto. Per me gli anni come dirigente dell’Ufficio Immigrazione sono stati molto gratificanti e ricchi di incontri con persone e associazioni del “privato sociale”. Ho avuto modo di rapportarmi con la Caritas, con la Croce Rossa e con tante altre realtà del mondo associativo che si occupano del tema. Ho toccato con mano come l’immigrazione sia trasversale rispetto alla società, instaurando rapporti con il mondo della scuola, il mondo del lavoro, quello della sanità e persino con la motorizzazione. In quegli anni, i primi anni 2000, ho preso un Ufficio in ginocchio, con situazioni molto difficili. La Polizia veniva vista come la “controparte” e non volevamo fosse così. Serviva ascolto. Ho cercato quindi, insieme ai miei collaboratori, di ridisegnare tutti i rapporti con l’esterno, lavorando con la Caritas, ricevendo i sindacati dei lavoratori stranieri. Abbiamo cercato di spiegare la normativa. Una norma, quella sull’immigrazione, affascinante, ma che cambia in continuazione. In quegli anni abbiamo fatto davvero grandi cose. Oltre a ridisegnare l’intero assetto organizzativo dell’Ufficio, siamo stati i primi in Italia a sperimentare e a dare il via al sistema di prenotazione via sms delle istanze dei cittadini stranieri. Quando sono arrivata ho trovato, infatti, 300 persone in coda già dalla mezzanotte, anche con bambini al seguito. Una situazione che andava risolta. Un’esperienza entusiasmante, molto bella, ma anche faticosa, soprattutto i primi tre anni, perché abbiamo dovuto ricostruire e riprogrammare. Abbiamo cercato il dialogo e garantito attenzione sulle varie problematiche. Ho un ricordo molto bello. Ho incontrato persone delle cittadinanze più diverse e con alcune sono rimasta in contatto. Il quadro che ho alle mie spalle qui in ufficio è un dono di alcuni di loro».

Un evento della Polizia di Stato nel cortile del Broletto
All’inaugurazione della targa dedicata a Giorgio Strehler lo scorso gennaio, nell’ambito del Progetto Strehler, con tante realtà del territorio coinvolte
Il dono di una modernissima bicicletta al giovane Riccardo, cui era stata rubata

Da quasi tre anni è il Questore di Novara, come si trova e che provincia ha trovato?

«Sono arrivata a Novara dopo due anni e tre mesi a Vercelli. Una provincia più piccola e maggiormente a vocazione agricola. Il Novarese ha più una vocazione industriale e, come già a Vercelli, mi trovo molto bene. È un territorio con un grande senso delle istituzioni e con grande rispetto. Si è subito instaurata una proficua sinergia con gli attori istituzionali, dal Comune alla Provincia, dalla Procura alla Prefettura. Novara è una città con criticità ridotte. C’era un problema zona Stazione, che però è stato risanato, mentre per il quartiere S. Agabio abbiamo dovuto prendere contromisure particolari. Ora abbiamo due Volanti fisse per turno, prima ce n’era una sola, a volte riusciamo a impiegarne anche tre per turno. È una città, una provincia, molto vivibile e molto ben organizzata, dove poter camminare in centro senza particolari problemi; un territorio con un voto pienamente soddisfacente».

Alcuni controlli della Polizia di Stato in corso Trieste

Quanti uomini e donne dirige?

«Dirigo circa 370 agenti, tra Questura, Polizia stradale e Polizia ferroviaria. Di questi 323 sono uomini e 44 sono donne. La presenza di donne in Polizia sta comunque crescendo, andando a ricoprire un po’ tutti i ruoli. Basti pensare che, quando nel 2016 sono stata nominata Questore, in tutta Italia eravamo in 7, ora il numero di donne nel ruolo di Questore è raddoppiato, raggiungendo le 14 unità. Un segnale importante».

Quali le sfide future che attendono la Polizia?

«Dovremo essere sempre più in grado di intercettare le necessità della gente, le loro difficoltà, ancor di più durante e dopo questo periodo legato all’emergenza Covid. Mi sono occupata di preparare una prefazione a un libro sulla pandemia, nella quale parlo di un giusto equilibrio nel far rispettare le regole, senza però perdere di vista le difficoltà e i problemi della gente. Noi dovremo avere un occhio di riguardo importante a questo aspetto. Sono molte le cose che cambieranno in futuro dopo questo difficile periodo per tutti. C’è una frase in cui credo molto e presente nel film “Wonder” (pellicola del 2017 con Julia Roberts e Owen Wilson, che narra di un bimbo di 10 anni, Auggie Pullman, con una malformazione cranio-facciale, ndr), una frase scritta dall’insegnante alla lavagna e poi letta da una compagna di Auggie, Summer. “Se potete scegliere tra essere giusti ed essere gentili, siate gentili”. Una frase molto sottile, che si evidenzia con quel ‘se potete’. La gentilezza fa la differenza perché ho sempre creduto che nel più sta il meno. Ecco, la nostra attività deve badare anche a questo. Siamo chiamati a trovare un punto di mediazione: non ci si deve arroccare su posizioni preconcette, ma parlare, mediare, ascoltare e rispettare. Dobbiamo capire quando e come intervenire e con quali modalità: l’empatia a volte è una necessità irrinunciabile. Non sono una che guarda troppo ai numeri, ma certamente guardo a una Polizia che sia vicina alla gente ed equilibrata. Ci si deve porre con autorevolezza e non con autorità. Vorrei che i ragazzi mi seguissero su questo punto. L’essere autorevoli e non autoritari lo reputo un grande valore aggiunto. La Polizia moderna, come riferisce Mattarella, si discosta da quella degli anni ’70. È una Polizia dinamica, democratica, fortemente aperta e vicina alla gente. Un processo di grande maturazione sempre continuato dal 1981 e che sono fiduciosa proseguirà. Certo le sbavature ci sono e ci saranno ancora, ma la strada è indubbiamente quella giusta».

Monica Curino

25 Aprile, un ricordo del partigiano Guerrino Comoli: il racconto della sua esperienza in Valsesia

Oggi ricorre il 75esimo anniversario di una data importante per il nostro Paese, quella della Liberazione. Per la prima volta, da allora, da quel lontano 1945, a causa dell’emergenza sanitaria in corso, non la si potrà celebrare e vivere nelle piazze, nelle strade, non si potranno avere commemorazioni con orazioni ufficiali, con la presenza di autorità e degli ultimi partigiani ancora rimasti, né con i ragazzi delle scuole che intonano brani della Resistenza e cantano “Bella ciao”. Un momento, le celebrazioni per il 25 Aprile, sempre molto sentito, perché racchiude i valori che hanno portato alla nostra Costituzione. La Liberazione sarà comunque ricordata sui social dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia con video, fotografie e dirette streaming, perché oggi, come allora, è fondamentale ricordare e preservare quei valori e ricordare quei ragazzi che hanno combattuto per la nostra libertà.

Per questa ragione, in questo mio spazio, in questo mio blog, un po’ altalenante negli aggiornamenti, voglio riportare, aggiornandola qua e là rispetto a come uscì nel 2017 su L’Azione, un’intervista realizzata con uno degli ultimi partigiani novaresi, con uno di quei ragazzi che combatté per la nostra libertà, una delle interviste che più ho amato realizzare in questi quasi 20 anni di professione giornalistica.

Del resto questo blog vuole essere davvero una raccolta delle interviste, delle persone, delle storie, che più mi hanno lasciato qualcosa e, soprattutto, insegnato qualcosa. Un incontro straordinario è stato proprio quello con il partigiano novarese Guerrino Comoli, due nomi di battaglia, ‘Negar’ per i capelli e la carnagione scuri e ‘Nuara’, per la sua provenienza. Guerrino oggi non c’è più, se n’è andato nell’estate del 2018, non prima di riuscire a esaudire il suo sogno, ottenere il diploma da perito industriale, giusta conclusione del percorso di studi che aveva intrapreso prima di partire partigiano, quando, da lì a poco, avrebbe dovuto sostenere gli esami. Un dono, una sorpresa, fatto a Guerrino dall’Istituto Omar. Ricordiamo anche questo di Guerrino, la sua grande commozione nello stringere tra le mani quel diploma atteso 70 anni.

«Guardi – mi aveva raccontato in quell’occasione – quando ho visto quel diploma, ho pianto. Ci tenevo tanto a diplomarmi, ma sono partito. All’Omar sono spesso stato a parlare con i ragazzi. Con loro ho creato un bel rapporto e spesso ho raccontato d’aver studiato nella loro scuola. Di giorno lavoravo, alla sera frequentavo il corso per le maestranze di cinque anni, all’esame arrivammo in 14, ma non l’ho potuto dare perché partii per dare il mio aiuto. E così hanno pensato di farmi questa sorpresa. Sono perito industriale: è bellissimo. Hanno ritrovato i libri dell’epoca e mi hanno consegnato il diploma».

Quando andai a casa sua nell’aprile del 2017, per l’intervista cui ho poco sopra accennato, aveva da poco compiuto 91 anni. Mi colpì subito per la sua gentilezza, il suo garbo, ma anche e soprattutto per lo spirito e la forza che aveva: la forza di un giovane, di un ragazzo. Una forza che ha a lungo portato ai giovani d’oggi, quando, nelle scuole, ha raccontato la sua esperienza da partigiano. Un racconto di un giovane di ieri, che ha lottato per la pace, la giustizia, la democrazia, la libertà, rivolto alle nuove generazioni, perché non dimentichino. Mi ha raccontato di quei tempi, della sua passione per la montagna. Una chiacchierata di oltre due ore e che, se non fosse stato per una telefonata da me ricevuta (qualcuno mi reclamava a casa), sarebbe proseguita ancora a lungo, tanti gli aneddoti, tante le storie che mi aveva raccontato quel giorno: non solo della guerra di Liberazione, ma anche di lavoro, di vita. Il tutto assieme alla moglie. Questo è Guerrino Comoli, nato a Rimini: da sempre novarese, di Sant’Agabio.

Un uomo fiero di aver partecipato alla guerra di Liberazione. «La lotta partigiana – mi raccontava – è stata una lotta giusta. Furono tempi duri, in cui troppe persone persero la vita. Ma non invano». Un periodo fatto di privazioni, con tanta paura di morire, di cui Guerrino non ha mai rinnegato nulla. E dinanzi alle difficoltà di oggi dei giovani, li esortava a reagire. «All’epoca c’erano valori importanti come la solidarietà. Oggi troppi giovani sono allo sbando senza un lavoro: dico loro di lottare. Noi lo facemmo».

Comoli prese parte alla lotta partigiana a 18 anni, per 10 mesi e 25 giorni. «Sino a 4 anni fa – ci spiegava – non avevo mai parlato nelle scuole. Non mi piaceva ricordare queste cose. Ho iniziato e ho raccolto i miei racconti nel libro “Io c’ero”». Tornando a quegli anni: «ero figlio di un operaio e si faticava. Per lavorare si era costretti a essere iscritti al partito fascista. Ero allergico all’obbligo di partecipare ai loro eventi. Erano tempi in cui noi giovani dovevamo scegliere. O arruolarci con i fascisti – mi disse Guerrino – o andare in Germania, dove si organizzava il nuovo esercito italiano o in montagna con i partigiani. Io scelsi questa strada».

Guerrino andò in Ossola, ma qui, per la notizia di un rastrellamento nazifascista, non poté arruolarsi e tornò a Novara. A quel punto decide di andare in Valsesia, dove incontra i partigiani garibaldini di Cino Moscatelli. Il 2 luglio 1944 inizia il rastrellamento della Valsesia dai nazifascisti e i partigiani attraversano quelle montagne. «Ci siamo inerpicati a lungo. Era luglio, ma c’era la neve. A un certo punto arriviamo a un albergo ad Alagna e troviamo un po’ d’aiuto. A me regalano una coperta, dalla quale recuperare strisce per fasciare i piedi scalzi. Non mi ero portato le scarpe adatte da Novara e sui sentieri si erano distrutte». Sul Monte Tovo, l’ingresso di Guerrino nell’81° brigata Volante Loss.

Il suo battaglione fu inviato a Sizzano. «Eravamo 100 uomini. Non avevamo nulla. Eravamo nei boschi, circondati dai fascisti. La popolazione ci ha sfamati. Facevamo operazioni lontano dagli abitati, perché non volevamo ripercussioni sui civili. I fascisti torturavano, uccidevano anche per vendicarsi di un torto o di un loro morto. Tra noi usavamo nomi di battaglia per sicurezza. Dividevamo tutto. Avevamo le nostre canzoni, che davano un po’ di sollievo». Guerrino, che era operaio alla Sant’Andrea, in quell’occasione mi ricordò anche altri episodi: «un giorno mi chiesero se conoscevo tale Caimo, che doveva portare un camioncino con scarpe per noi, e che era di Novara come me. Dovevo appurare che, a Fara, la strada alternativa al centro, dove si trovavano i fascisti, fosse sicura per il camioncino. Andai in perlustrazione in bicicletta e da un bar uscirono due fascisti. Sono scappato, rifugiandomi dietro un muro, con la rivoltella in mano e pensando a cosa fare. Se ne andarono e ripresi la mia strada».

Una paura vissuta anche gli ultimi giorni della lotta partigiana. Novara fu liberata il 26 aprile. «Nella notte del 25 – il racconto di Guerrino – scendemmo da Sizzano a Novara. Eravamo a Veveri, quando vedemmo un’autocolonna tedesca con carri armati. Ero giunto dopo mesi di insicurezza quasi a casa, a 500 metri in linea d’aria, e dovevo morire? Vidi la colonna fermarsi sotto il ponte e Moscatelli, il vescovo e altri parlare. Ero salvo». A Novara «passammo tra gente che ci festeggiava. Ricordo tutti i 25 Aprile da allora. Era una festa, si cantava, si ballava. Ora non lo fanno più: non è giusto».

Poco prima dell’incontro che ebbi in casa sua Guerrino aveva parlato con i ragazzi della scuola Calvino di Cerano per un concorso sul 25 Aprile, giorno in cui è stato poi premiato dall’Anpi ceranese.

Guerrino è stato spesso nelle scuole, così come un altro partigiano novarese, suo grande amico, Vincenzo Grimaldi, il capitano Bellini. Grimaldi, scomparso nel 2017, fu capo partigiano in Val Varaita, operando nella 181ª e XV Brigata Garibaldi in Val Varaita, dal settembre 1943 all’aprile 1945. Dopo la Liberazione si arruolò nel Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza. Le sue testimonianze sono raccolte in tanti interventi e in diverse pubblicazioni. Le sue memorie sono state scritte in “Tutti pazzi o tutti eroi”, edito nel 2008 e presentato al Salone Internazionale del libro di Torino. Il capitano Bellini ha lasciato un’imponente mole di documentazione a Istituti Storici, biblioteche, scuole e sedi Anpi nazionali. «Mi sento ancora un partigiano», ha dichiarato fino all’ultimo istante. Guerrino, detto “Negar” o “Nuara” e Vincenzo, il capitano Bellini, ecco due ragazzi di allora che hanno combattuto per la nostra libertà: a loro va il nostro grazie.

Monica Curino

La straordinaria storia di Luca Trapanese e della piccola Alba in “Nata per te”

«Alba non è stata abbandonata. La sua mamma ha compiuto un grande gesto di dignità, coraggio e civiltà. Ha usufruito della legge che consente a una donna di poter partorire in ospedale in anonimato, garantendo una possibilità alla figlia. La mamma di Alba ha lasciato la piccola per me, garantendole una possibilità. Le sarò sempre grato».

A parlare è Luca Trapanese, il 42enne single che, nell’estate del 2017, ha preso in affido e poi adottato Alba, una neonata di poco meno di un mese con sindrome di Down. Una piccola non riconosciuta dalla mamma e che sino ad allora una trentina di famiglie non aveva voluto prendere con sé. «Anche in questo caso non mi sento di dire che queste trenta famiglie abbiano abbandonato la bambina, ma semmai – spiega Trapanese, che giovedì 24 ottobre è stato ospite a Novara per presentare “Nata per te”, il volume che racconta la sua storia di adozione – non erano pronte, non erano idonee ad affrontare un figlio disabile. Questo per un problema della società, che è impreparata e vede la sindrome di Down, la disabilità, come un difetto. Non è così. Alba non è malata. La sindrome di Down non è una malattia, semmai una condizione di vita diversa, ma piena di prospettive. La disabilità non è una sconfitta, un bimbo down non è difettato. Alba non è difettata. E’ una bimba bellissima e con una voglia di vivere pazzesca, una bambina allegra, tosta, determinata. Si sveglia e si addormenta col sorriso, è una gioia mi ha letteralmente cambiato la vita». Alba «è una persona, è mia figlia e penserò a lei sino alla fine, ma è anche figlia della società. Avremo compiuto una grande conquista quando Alba sarà vista come persona e non come ragazza con la sindrome di down, allora non ci sarà più una differenza con qualcun altro. Una comunità deve saper accogliere le differenze».

Una storia, quella di Luca e Alba, molto bella e racchiusa in un libro scritto a quattro mani con Luca Mercadante. Una bimba, la piccola Alba, che aspettava solo di essere accolta. Nel libro è raccontata con un altro padre, Mercadante appunto, che interroga Trapanese e fatica a comprenderne le ragioni.

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Trapanese, napoletano, un’intera vita nel sociale accanto alle persone disabili e alle loro famiglie (ha fondato nel 2007 a Napoli l’associazione “A ruota libera onlus”, per dare alle persone disabili la possibilità di socializzare, integrarsi e coltivare talenti e ha dato vita a una comunità per ragazzi orfani e disabili), aveva fatto richiesta, da tempo, di poter accudire un bimbo disabile, senza porre alcuna condizione. «Alba non è stata una seconda scelta – spiega ancora – Se avessi potuto accedere al Registro delle adozioni, avrei comunque fatto domanda per un bimbo con disabilità». Un anno dopo averla avuta in affido, Trapanese ha potuto adottare la bimba, che ora è ufficialmente sua figlia. Come è stato il primo incontro con la piccola, gli chiediamo, mentre è in viaggio in auto tra una presentazione e l’altra. «Il primo incontro – ci risponde – è stato quando io sono andato in Tribunale a prendere il decreto e poi direttamente in ospedale. Io, sino ad allora, Alba non l’avevo mai vista. Quando ho fatto il primo colloquio mi hanno solo detto che era un neonato femmina con sindrome di down e che aveva 20 giorni, poi sono passati 7 giorni per dirmi che ero stato scelto io e sono andato direttamente in ospedale a prendere Alba. E’ stato il primo giorno che l’ho vista e, quindi, anche il giorno che l’ho presa con me. Aveva trenta giorni esatti. Avevo l’auto piena di cose per un neonato, perché in quel lasso di tempo che ho dovuto aspettare, ho comprato di tutto e di più, ma non l’ho portato a casa, perché io sono anche credente, ma anche napoletano e pertanto molto superstizioso. Nel parcheggio ho spacchettato il porta enfant e ho messo la piccola Alba».

Trapanese è stato in città in un evento benefico promosso da Anffas Novara, Borgomanero e Valsesia e Fondazione Comunità Novarese, con la sinergia del Circolo dei Lettori. Papà Luca ha raccontato il suo percorso, a dialogo con Barbara Bozzola. I fondi raccolti durante la serata sono stati devoluti al progetto Anffas “Il Paese delle Vacanze”, che promuove un nuovo concetto di ‘tempo libero di qualità’ per le persone disabili e per le loro famiglie. La legge italiana dà la possibilità ai single di adottare un bimbo solo in alcuni casi particolari, uno di questi è la disabilità. «Si tratta di una legge ormai datata, è del 1983, che fa riferimento a una famiglia che non esiste più – commenta Trapanese – Io sono favorevole all’adozione da parte di uomini e donne singoli, perché ci sono tante persone, che, pur non avendo una relazione, possono essere ottimi genitori. Si offrirebbero più possibilità ai tanti bambini in istituto».

Monica Curino

Alcolismo: «Uscire dal buio si può», il racconto di chi ce l’ha fatta

«Ho cominciato a bere, in modo moderato, a 16 anni. Da adolescente ho provato di tutto, anche le droghe. Sono finito però nell’alcol: lui ti spegne dentro. Dai 20 ai 33 anni ho vissuto nel buio. Ora ne sono fuori: non tocco alcol da 3 anni e sono vivo più che mai. Ci ho messo tanto, ho dovuto finire in ospedale e accorgermi che stavo perdendo la mia famiglia. Dall’alcolismo, lo dico anche per aiutare altri che ci sono finiti dentro, si può uscire».

Francesco ha 36 anni e fa parte dei 60 novaresi che si incontrano nei Club Alcologici Territoriali di Novara, otto tra capoluogo e provincia, riuniti sotto Acat Novarese. C’è chi frequenta i Club da solo, chi con i famigliari: si raccontano le proprie difficoltà e si ascoltano gli altri. «Sono uscito dall’alcol grazie al Club – prosegue Francesco – Non mi fermavo più, neppure quando mi tolsero la patente. Poi ho capito cosa stavo perdendo ed è partita la mia risalita. Ne sono uscito con gli incontri e non con le comunità. Nei Club non ti giudicano, ti ascoltano e insieme si affrontano i problemi. Ho deciso di vivere la mia vita da sobrio. Sono diventato servitore-insegnante (figura che facilita la discussione nei Club, ndr), così posso restituire l’aiuto ricevuto».

Ne è uscito anche Giorgio, 56 anni, caduto nell’alcolismo a 45 e che, lo scorso luglio, ha tagliato i 2 anni da astinente. «Prima ero un bevitore sociale (chi beve una dose di alcol giornaliera limitata, ndr). Poi – spiega – ho perso in poco tempo i genitori e il lavoro che avevo in Liguria non andava bene. A quel punto ho iniziato a bere sempre di più». Arriva così al Sert. Gli viene consigliata una struttura dove curarsi, ma Giorgio decide di tornare nel Novarese, pensando di potercela fare da solo, di poterne uscire con le proprie forze. Le difficoltà, invece, «aumentavano. Due anni fa ho chiesto aiuto. Stavo perdendo mia moglie, che mi era stata sempre vicina. Sono andato al Fatebenefratelli di San Maurizio Canavese e ho iniziato a stare bene. Sono poi arrivato al Club: sempre con mia moglie. Ho incontrato persone col mio stesso problema. Dopo il corso sono diventato servitore-insegnante e, con altri, ho aperto un Club a Borgomanero. Mi sento utile. Ho recuperato tanti affetti e sono ripartito».

Tra i più anziani frequentatori dei Club di Novara, Pier Sandro Bellotti e la sua famiglia. E’ entrato nel 1993 per aiutare il padre e da allora non ha mai lasciato, aiutando come servitore-insegnante. «Acat Novarese raduna tutti i Club Territoriali della provincia, otto. Due, a Borgomanero e Trecate, sono nuovi. Io, per mio padre – spiega Bellotti – ho fatto parte del primo Club aperto a Novara. Siamo stati fruitori e anche volontari, sia io sia mia moglie. Come Acat operiamo con i servizi pubblici e con il Cst. Vogliamo sensibilizzare sui rischi legati al consumo di alcol e sul poter trovare nei Club un aiuto per affrontare e superare insieme le sofferenze legate ai problemi alcol correlati». I Club sono comunità multifamigliari che operano con il metodo dello psichiatra Hudolin. «Negli incontri parliamo delle situazioni che viviamo. Il servitore-insegnante aiuta la comunicazione. Si parla di com’è andata la settimana, dei problemi col bere. Consideriamo l’alcolismo non una malattia, ma uno stile di vita non corretto, che va cambiato. Lavoriamo sui rapporti coi famigliari e quando non c’è più un problema di alcol, parliamo d’altro. Le ‘medicine’ sono l’ascolto, l’amicizia, la condivisione».

La maggior parte dei fruitori arrivano dal Sert, altri dalle famiglie e altri con il passaparola. Gli incontri sono settimanali. A Novara due Club si ritrovano il lunedì dalle 21 alle 22,30, uno il martedì e uno il mercoledì, sempre tra le 21 e le 22,30. A Cameri al lunedì dalle 18 alle 19,30, a Galliate e a Borgomanero, il martedì, dalle 21 alle 22,30, a Trecate il giovedì dalle 21 alle 22,30. Per info: acatnovarese@libero.it.

A Novara, per chi sta cercando di uscire dall’alcolismo, c’è una sezione degli Alcolisti Anonimi (A.A.). Il gruppo novarese si trova in via alle Scuole 18 a Olengo. Le riunioni sono il lunedì e il giovedì dalle 21 alle 22,30 e il secondo sabato del mese, dalle 15 alle 17. Per informazioni è disponibile il numero verde di Alcolisti Anonimi Italia 800411406 oppure per il Gruppo San Gaudenzio, quello legato a Novara, il 3346538616.

«Siamo un’associazione di promozione sociale – spiega Federico, membro degli Alcolisti Anonimi di Novara – Un gruppo di persone con un passato da alcolisti, che si incontrano e propongono sedute di gruppo per il recupero delle persone dipendenti dall’alcol, il tutto attraverso un percorso condiviso tra i partecipanti. Un metodo di recupero – continua Federico – avviato nel 1935 negli Usa e giunto in Italia nel 1972. All’epoca si accorsero che un alcolista che ha smesso di bere ha una grandissima capacità di raggiungere e aiutare l’alcolista che ancora beve. La nostra assistenza si fonda sull’auto-mutuo-aiuto. Aiutiamo gli altri a uscire dall’alcolismo, ma aiutiamo anche noi stessi a non ricaderci. Questo perché, aiutando chi dipende adesso dall’alcol, rivediamo i nostri errori ed evitiamo di ricascarci». A.A. collabora con Acat Novarese. Rispetto ad Acat, in A.A. i famigliari hanno un’associazione a sé.

Monica Curino

Criminalità organizzata: nessun territorio ne è esente. Intervista al capo della Dda di Milano

Nessun territorio dell’Italia è esente dalla criminalità organizzata. A riferirlo, in maniera chiara, è il procuratore aggiunto Alessandra Dolci, capo della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano da fine 2017, erede di Ilda Boccassini, con cui ha a lungo lavorato. Il magistrato, nelle scorse settimane, è stato ospite a Novara di un incontro promosso dall’associazione La Torre-Mattarella con Libera, per le iniziative in programma per la Giornata del 21 marzo, Giornata della Memoria in ricordo delle vittime innocenti delle mafie (proprio Novara ha ospitato l’evento regionale per il Piemonte, con l’arrivo di 8mila giovani in città da tutti i territori piemontesi).

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