Bullismo e cyberbullismo: “non voltatevi dall’altra parte”

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LE PAROLE FANNO PIÙ MALE DELLE BOTTE

“Le parole fanno più male delle botte”. Una frase diretta, dura, ma quanto mai vera, lasciata scritta da Carolina Picchio, novarese e prima vittima di cyberbullismo in Italia. La giovane, nel gennaio del 2013, a soli 14 anni, dopo essersi vista umiliata in rete, in particolare sui social, in un video e in alcune immagini dove era priva di coscienza, non ha trovato altra via d’uscita che togliersi la vita. “Caro”, come la chiamavano gli amici e i famigliari, era una ragazzina allegra e altruista, ma i commenti postati sotto a quel video, anche da parte di persone che non conosceva, sono stati troppo forti da poterli superare. Un monito, quel “Le parole fanno più male delle botte”, come anche un altro messaggio, altrettanto forte, “Spero che adesso siate più sensibili sulle parole…”, che rappresentano il ‘testamento’ di ‘Caro’ e con le quali voglio prendere il via per questo nuovo articolo del blog.

Un approfondimento che doveva essere pubblicato a dicembre poco dopo aver seguito per L’Azione un evento e aver effettuato in precedenza una serie di interviste a tema bullismo e cyberbullismo per rendere il servizio su quell’appuntamento, la presentazione del libro “Un colpevole silenzio” dell’avvocato Daniela Missaglia, più ricco di dettagli e con una disamina che andasse anche oltre il volume. Un libro che, tra l’altro, racconta la storia di un ragazzino di soli 13 anni, Giovanni, che, vittima a scuola dei bulli, per paura, per vergogna, non ne riesce a parlare con nessuno, neppure con la mamma e con la nonna. Confida tutti i soprusi cui è sottoposto a un piccolo diario, che viene trovato solo dopo la sua morte. Sì, perché anche Giovanni, come ‘Caro’, a un certo punto non regge più quelle parole, quelle angherie, quei maltrattamenti cui viene sottoposto dai compagni di scuola, e decide di togliersi la vita. A ritrovarlo, nella casa che amava, la casa delle vacanze, la nonna. Un volume che ha un’incredibile potenza.

Se posso permettermi un consiglio è quello, per tutti, di leggerlo. Io l’ho fatto nel periodo di Natale e fa riflettere: è un pugno nello stomaco per tutti, forte e diretto, un gancio al volto. Un libro per chi è genitore, per educatori, per insegnanti, formatori, animatori, davvero per tutti coloro che si rapportano quotidianamente con i ragazzi. Ma anche per chi non è solito avere a che fare con loro, perché il bullismo è anche quello nei confronti di persone adulte, che si pensa spesso abbiano i giusti strumenti per reagire, ma, talora, anche per loro, non è così. Occorre concretamente capire il reale valore delle parole.

Ecco dicevo che questo articolo doveva essere scritto e ampliato rispetto a come lo avevo allestito per il giornale a dicembre, ma si sa che qui il tempo latita, il lavoro ti rincorre sempre. Ampliarlo perché la sera della presentazione del volume, oltre a uscire cose che avevo raccolto in anticipo, è emerso anche molto altro. Sensazioni, umori. E ancora di più sono emersi durante la lettura del volume.

GIORNATA CONTRO IL BULLISMO E RIFLESSIONE DA “UN COLPEVOLE SILENZIO”

L’articolo arriva ora, a distanza di pochi giorni dalla Giornata contro il bullismo e il cyberbullismo del 7 febbraio e la Giornata della sicurezza in rete, dell’8, due eventi che, ormai, si protraggono per una settimana, pur se l’attenzione sui due temi va tenuta alta tutto l’anno. Perché proprio le storie di Carolina e di Giovanni evidenziano con forza come il bullismo vada contrastato ogni giorno, senza mai tacere o guardare dall’altra parte. Il cyberbullismo, inoltre, evidenzia come strumenti come la rete o i social, nati per aiutarci, per facilitare il ritrovarsi, spesso si trasformino in vere e proprie trappole. Da cui è difficile uscire, da cui è difficile riprendersi.

E parto proprio dall’appello che maggiormente è emerso in quel pomeriggio nel salone dell’Arengo del Broletto per la presentazione del libro dell’avvocato Missaglia. «Non voltatevi dall’altra parte, non rimanete a guardare fermi e impassibili davanti a campanelli d’allarme, anche banali. Occorre agire, intervenire». Nel bullismo, come in altre situazioni, l’indifferenza e il silenzio uccidono. «La responsabilità è di tutti. Genitori, compagni di scuola, compagni di squadra, amici». Giovanni, nel libro, è rimasto solo e inascoltato. Relatrici, ospiti del Circolo dei lettori, l’autrice e il Questore di Novara, Rosanna Lavezzaro, moderate dalla criminologa novarese Marilena Guglielmetti.

Se le parole fanno più male delle botte come scriveva Carolina, il silenzio e il voltarsi dall’altra parte o far finta di non vedere lo fa ancora di più. Fa sentire soli, una solitudine difficile da contrastare. E non ha girato lo sguardo altrove, una giovane che ho potuto conoscere proprio nella fase di realizzazione di questo servizio (scritto prima che l’appuntamento si svolgesse, come spesso capita, giusto le fotografie sono state realizzate in diretta), Giada Siddi. Una ragazza di quinta dell’Omar che, dinanzi a qualcosa che non quadrava, non ha atteso un attimo e si è attivata. Giada, come altri ragazzi della scuola diretta da Francesco Ticozzi, fa parte del Gruppo Noi, che, nell’istituto, si occupa di far fronte a episodi di bullismo che si manifestino tra i ragazzi. Molto attive, nel contrasto al fenomeno, sono anche le associazioni del territorio.

IL CORAGGIO DI AGIRE

Giada è riuscita, segnalando quanto scoperto, a far chiudere alcune pagine Telegram dove molti giovani scambiavano materiale pornografico e pedopornografico. «Uno scambio – mi ha spiegato quando l’ho intervistata al telefono – condotto per insultare, deridere e vendere immagini che ritraggono ragazze e ragazzi incoscienti, talora minorenni, che, nella maggior parte dei casi, non sanno di essere vittime». La giovane si è accorta di questi gruppi da un post scorto su Instagram, dove vedeva apparire una serie di schermate con messaggi agghiaccianti che rimandavano poi a Telegram. «Un social, questo – ha proseguito la giovane – dove ci sono meno probabilità di essere rintracciati e per questo, credo, usato per tali scopi, per azioni che vanno contro la decenza, l’etica e l’onestà. Pagine con persone che non tengono in minimo conto le paure degli altri, calpestando ogni diritto di un individuo». Altri erano a conoscenza di queste pagine, «ma nessuno ha fatto nulla. Mi hanno detto: “tanto è così da anni”». Giada, invece, ha agito. Dapprima ha condiviso alcuni post, sempre su Instagram, per far riflettere sulla tematica, «post cui non ho avuto alcuna risposta, nessuna reazione, il silenzio più totale».

Successivamente, parlandone anche a scuola, si è rivolta agli enti preposti. «Non potevo non fare qualcosa. Come membro di Noi, cerco di fare la differenza. Ho contattato la Polizia postale – ha raccontato – che ha raccolto quanto avevo visto. Dopo un mese mi hanno avvisato della chiusura delle pagine incriminate. Per me è stata una grande gioia. E poi una sensazione di liberazione da un peso, che, pur non avendomi toccato in prima persona, sentivo sulle spalle». Giada ha riferito poi la bella notizia ai compagni del Gruppo Noi, la felicità di essere «riuscita a fare la differenza».

Giada, alla presentazione del volume al Broletto, cui il Gruppo Noi era stato invitato dal Questore, non ha potuto esserci, ma un altro studente del Noi, Matteo Bolognini, ha letto il racconto della sua esperienza, colpendo il pubblico presente.

Un problema, il bullismo e il cyberbullismo, che, come ha rimarcato Guglielmetti, «ha diverse angolature e necessita di un approccio multidisciplinare». «E’ uno dei pochissimi libri – ha poi aggiunto il Questore, riferendosi al volume al centro del pomeriggio – che, negli ultimi tempi, pur col poco tempo a disposizione, mi ha portato a una lettura compulsiva. Un volume profondo e che esamina bene il rapporto madre-figlio. Un libro che ben rende il fenomeno del bullismo. Avrei solo cambiato il titolo in “Colpevoli silenzi”. Spesso ci si chiede se si fa tutto quello che si può per i propri figli, oberati come siamo dal lavoro e dalle incombenze. Dovremmo chiedere più spesso ‘come stai?’, ‘ti posso aiutare?’, ‘c’è qualcosa che non va?’».

GLI STRUMENTI PER FRONTEGGIARE IL FENOMENO

Lavezzaro è quindi passata a parlare degli strumenti che ha a disposizione la Polizia per fronteggiare bullismo e cyberbullismo. «A occuparsi del fenomeno, che in città ha visto i gravi episodi di Tommaso nel 2009 e di Carolina nel 2013 – ha spiegato – è il nostro Ufficio minori, il cui responsabile è Roberto Musco, da sempre attento alla tematica».

Due i piani di intervento. In primis un’azione preventiva e di sensibilizzazione all’interno delle scuole. Incontri e progetti che portiamo avanti grazie alla sinergia di insegnanti e dirigenti scolastici, che, in questi anni, hanno mostrato un’attenzione sempre più alta al problema. È molto il lavoro che conduciamo negli istituti scolastici di tutta la provincia». La seconda azione è costituita da uno strumento messo a disposizione dalla legge 71/2017 sul cyberbullismo, di cui è stata promotrice e prima firmataria l’ex senatrice novarese, Elena Ferrara, «ed è l’ammonimento. Un provvedimento mutuato – ha rilevato Lavezzaro – dagli interventi contro lo stalking e la violenza di genere. Uno strumento che ha un fine educativo e che può essere richiesto anche dalla stessa vittima, anche al di sotto dei 14 anni. Non ha valore penale. Si cerca di far capire al bullo, ammonendolo oralmente, il disvalore dell’azione compiuta e come questa sua azione, questo suo atteggiamento, possa avere gravi, se non gravissime, conseguenze sulla vittima».

Uno strumento che, però, per ora, come il Questore ha sottolineato anche in un più recente intervento, in occasione della tappa novarese della campagna “Una vita da social” in piazza Duomo venerdì 11 febbraio, sembra essere poco conosciuto o, comunque, poco richiesto.

«Ho disposto sinora un ammonimento a marzo e un altro nel 2019 – ha proseguito all’Arengo il Questore – Davvero molto pochi, se si valuta la situazione del fenomeno, le storie di cui spesso veniamo a conoscenza». In cinque anni, da quando la legge nata dalla vicenda di Carolina è entrata in vigore, in tutta Italia, sono stati solo 72 quelli richiesti. «Sono pochissimi – ha ribadito venerdì scorso – Voi tutti almeno una volta – ha detto parlando ai ragazzi che hanno partecipato all’iniziativa – avete conosciuto episodi di bullismo ai danni di qualche amico. Eppure non è mai venuto fuori, nessuno ce l’ha mai detto. In Piemonte sono stati 14 gli ammonimenti in questi 5 anni in cui il provvedimento è attivo. Uno strumento importante, ma che, e la cosa mi dispiace molto, non viene utilizzato o è poco conosciuto».

Gli strumenti, dunque, ci sono. E lo ha rimarcato anche l’avvocato Missaglia. «Forse c’è poca conoscenza di questi importanti mezzi, pur con le numerose campagne di sensibilizzazione che vengono portate avanti. Probabilmente è per questo che, spinta anche da episodi che ho dovuto seguire per professione, mi sono messa a scrivere questo libro. Un volume che ho iniziato e concluso durante il lockdown. Centrale è la questione dell’ascolto – ha aggiunto – I ragazzi tendono a non denunciare. Temono che dalla denuncia possa derivare qualcosa di più grave, di peggiore, ma così non è. Anzi occorre intervenire il prima possibile. I ragazzini, i branchi di bulli, non sanno cosa sia un reato. Sono per questo molti gli aspetti del fenomeno da approfondire. Tra l’altro, durante la pandemia, la piaga del bullismo e del cyberbullismo è cresciuta, i casi sono aumentati. Spesso manca anche un’adeguata formazione da parte di chi lavora con i ragazzi. Occorre coinvolgere maggiormente gli adulti. Anche perché – ha poi sottolineato – quando il problema del bullismo o di quello in rete emergono spesso la tragedia è già avvenuta».

Come è capitato con Carolina e con lo stesso protagonista del libro di Missaglia, ispirato a una storia vera. «I ragazzini, a quell’età – ha ancora spiegato – pensano di poter fare quel che vogliono ed ecco l’importanza della responsabilità degli adulti, dei genitori». In “Un colpevole silenzio” l’avvocato tratta le questioni della ‘culpa in vigilando’ e della ‘culpa in educando’, che si riferiscono alla responsabilità dei soggetti che devono sorvegliare i minori. Nella storia di Giovanni del libro si registrano una catena incessante di errori incredibili, con nessuno che si accorge di quanto sta avvenendo, pur con alcuni segnali, nel rendimento scolastico (con Giovanni che a scuola era sempre andato bene) come anche nella sua eccessiva magrezza, nel suo sguardo triste, diverso dal solito. Nel suo non voler più andare agli allenamenti di nuoto.

IL LAVORO CON LE FAMIGLIE

«A volte è davvero difficile intervenire. Occorre intercettare le famiglie, che è ciò che noi tentiamo sempre di fare. A volte – ha ripreso Lavezzaro – c’è un vuoto assoluto. Si cerca di far cambiare quel ragazzo “difficile”, ma la strada è complicata, ricca di ostacoli. Quando affido un ragazzo problematico a qualcuno, per recuperarlo, per aiutarlo a superare, deve essere un qualcuno dotato di un importante carisma o il ragazzino non ne avrà alcun beneficio. Ecco l’importanza del ruolo degli educatori e delle loro capacità». Il Questore ha accennato a un giovanissimo, a un ‘bulletto’, per il quale, per calmarlo e farlo riflettere, era dovuta intervenire anche lei. «Era stato molto ‘strafottente’, ci sbeffeggiava – ha raccontato – Ricordo di avergli detto che, avesse continuato a quel modo, ci saremmo sicuramente ritrovati. E in effetti così è stato. È risultato qualche tempo dopo coinvolto in una rapina. Serve un adulto di riferimento e capace di farsi seguire, ascoltare».

A farle eco Missaglia: «spesso i bulli arrivano da situazioni critiche, da vissuti di violenza assistita, che sicuramente segnano profondamente una vita, ma non è sempre così. Quello che è certo è che, ormai, tutto viene vissuto come virtuale, come artefatto. Non si rendono conto del danno che producono alle vittime. Almeno il 35% dei ragazzi – ha poi aggiunto, fornendo un dato – soffrono, sono colpiti, dal fenomeno del cyberbullismo. E i i genitori, sui quali occorre intervenire, in taluni casi, sono difficili da coinvolgere e quasi assenti».

L’IMPORTANZA DI EDUCATORI AUTOREVOLI

Occorre agire, come ha rilevato il Questore, «con una manovra a tenaglia. Servono docenti preparati, autorevoli, in grado di farsi ascoltare e di essere da esempio, da pungolo per i ragazzi». Il Questore, per spiegare l’importanza di un educatore carismatico e autorevole, ha raccontato una sua esperienza: «mio figlio, iscritto a una scuola superiore salesiana, spesso mi chiedeva di cambiargli istituto, perché voleva andare più spesso a sciare con gli amici. ‘Qui, invece – mi diceva – devo sempre studiare tanto e non posso’. Non gli ho cambiato scuola. Quando è uscito dal liceo, un suo docente gli ha detto ‘bravo’, ma che, per le sue capacità, avrebbe potuto fare molto di più. Probabilmente quella frase ha fatto scattare in lui qualcosa di importante. E un mese e mezzo fa si è laureato con il massimo dei voti. Mi ha detto ‘meno male non mi hai cambiato scuola’ e poi ha voluto assolutamente, prima dei festeggiamenti in famiglia, andare a trovare quel prof, informandolo di come era andata. Evidentemente era riuscito a pungerlo nell’orgoglio, qualcosa di quanto gli aveva detto durante gli anni del liceo. Ecco i docenti autorevoli e con carisma. Occorre investire sulla classe degli insegnanti». Una frase, un appello, quest’ultimo, ribadito anche dalla direttrice del Circolo dei lettori e già docente, Paola Turchelli.

NOTE A MARGINE SUL LIBRO “UN COLPEVOLE SILENZIO”

«La storia di Giovanni, raccolta da un’amica – ha spiegato l’autrice – mi ha fatto venire i brividi. Una storia nella quale non si poteva tornare indietro. Occorre un cambio radicale. O stai zitto o fai qualcosa. I compagni di scuola, gli insegnanti, tutti avrebbero dovuto parlare». Nella prima parte del volume si scopre chi è Giovanni con il racconto di chi gli ha voluto bene. Nella seconda parte del libro si mescolano giustizia e dolore e i tre personaggi, la mamma e la nonna del giovane e il giornalista, chiamato a occuparsi di quanto accaduto a Giovanni, a leggere quel diario straziante, decidono di agire. «Dalla mia professione avevo raccolto pagine di ragazzi bullizzati, materiale che ho utilizzato in questa parte – ha proseguito Missaglia – rendendolo fruibile a tutti nella forma di romanzo, per far riflettere, per cercare di impedire che altri fatti analoghi si ripetano. Nella prima parte ci sono stralci di dialoghi tra la mamma e la nonna. La seconda parte punta a riaprire il caso, affinché non si valuti quel gesto come un suicidio punto e basta. Non per avere un risarcimento, si chiede giustizia per riflettere, per capire cosa possa essere accaduto e appunto impedire che riaccada. Io credo poco alle statistiche, che lasciano il tempo che trovano. Il problema c’è, esiste e c’è anche del sommerso. Occorre partire dalla prevenzione sui bulli. Facendo capire loro, ai bulli, che, oltre a essere cattivi, sono anche ignoranti. Un’indagine giudiziaria, quella presente nel libro, che non riguarda solo i bulli, ma che coinvolge tutti quelli che avrebbero potuto dire, educare, ascoltare e fare di più».
Monica Fiocchi Curino

Don Luigi Ciotti ai ragazzi: «siate protagonisti del cambiamento»

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Qualche giorno fa scrivevo così su Facebook: “Di mattinate come queste ne servirebbero molte di più. Che persona straordinaria don Luigi Ciotti. Sono passate poco più di 8 ore da quando è finito l’incontro, ma ho ancora qui, nella testa, nel cuore soprattutto, tutto quanto ha detto”. Nel post, come mio solito, avevo scritto anche altro. Quel di più, che rimanda in qualche modo a me, alla mia vita, quel di più che ho sempre qualche timore a rivelare, a scoprire. Nulla di cui vergognarsi, tutt’altro, ma penso sempre di essere sbagliata o, comunque, di sbagliare a vivere così intensamente certi incontri, certi eventi, certe iniziative che il lavoro mi porta a seguire e, in questo caso, sento di poter dire davvero ‘mi dona’.

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E allora partiamo. Pronti a raccontare una due giorni, mercoledì primo e giovedì 2 dicembre, che è stata in grado di coinvolgere 1.200 bambini e ragazzi, moltissimi operatori della Polizia di Stato, 25 associazioni del territorio e non solo. Due giorni voluti e promossi dalla Polizia di Stato di Novara e che ha visto la concreta collaborazione della scuola, del Comune e dell’Ufficio scolastico provinciale. Protagonisti l’Istituto superiore Bellini-Nervi per una mattinata con don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e presidente di Libera contro le mafie, e l’Istituto Comprensivo Bellini (scuola materna, scuola elementare e scuola media) con 25 stand di associazioni nelle strade intorno ai plessi scolastici. Una doppia iniziativa che ha avuto lo scopo di promuovere tra i più giovani la cultura della legalità, del rispetto delle regole, del senso civico. E questo è quanto è successo.

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È stata soprattutto, come riferito dal Questore Rosanna Lavezzaro, «una grande iniezione di legalità». Un’iniezione di legalità che ha fatto centro anche tra i più grandi. Non solo tra i ragazzi dell’Istituto Bellini-Nervi, ma anche tra docenti, giornalisti e altri adulti, che hanno potuto ascoltare le parole di don Ciotti e, in più occasioni, commuoversi.

Ad aprire la mattinata il dirigente scolastico Leonardo Giuseppe Brunetto, che ha rimarcato l’importanza dell’incontro, e il Questore Lavezzaro, che, dopo un breve saluto, ha mostrato ai ragazzi un estratto dal film “Baby gang”, che racconta di alcuni giovanissimi che, nella periferia romana, finiscono con il delinquere. Un video molto duro, con un giovane che perde la vita e un altro che finisce in carcere, che ha lasciato sicuramente il segno tra gli studenti (600 nella palestra di via Liguria, altri 600 collegati in Dad). «Vi ho voluto mostrare questo filmato – ha detto il Questore – non per dire che voi siete quei ragazzi là. Di sicuro non andate a sparare alle persone, non avete uno skimmer. Questo è per mostrarvi il paradosso, una scelta che quei ragazzi hanno compiuto e che è uscita fuori dal loro controllo, senza più alcun legame con la realtà. Questo il messaggio. Prima di arrivare a quella scena, a quel finale, questi ragazzi si erano messi in qualcosa di più grande di loro, attuando una scelta sbagliata, una scelta dalla quale non sono più riusciti a uscire».

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Non hanno potuto fare una scelta diversa «o uscirne, perché – ha aggiunto Lavezzaro, rivolgendosi agli studenti – non avevano alle spalle famiglie, professori, amici, che li aiutassero. Sono stati più sfortunati di voi. Facciamo attenzione a non creare facili giustificazioni, a dare scusanti inutili. Ciò che non è corretto e va contro le regole non va giustificato. Questi ragazzi hanno sbagliato perché hanno voluto tutto e subito, in modo facile e senza fatica. Sembravano spavaldi, ma avete visto l’ultima scena? Con il ragazzo in carcere disperato. Ci sono scelte da cui non si riesce a tornare indietro. Mi sento di dirvi di portare avanti scelte giuste e consapevoli. Sento di dirvelo più come mamma che come Questore di Novara. Sappiate sfruttare al meglio le occasioni che la vita vi riserva. Uscendo da quest’incontro avrete un insegnamento che porterete con voi nel tempo. Fate fruttare positivamente quest’incontro».

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Don Ciotti ha, quindi, coinvolto e spronato i ragazzi con la sua grande capacità comunicativa e raccontando la sua storia. Ha parlato di responsabilità da assumersi, del valore delle parole, delle parole da non dire. Li ha invitati a essere protagonisti «del cambiamento. Ricordatevi, però, che è il ‘noi’ che vince, il lavorare insieme con gli altri». Il sacerdote, che prima di iniziare l’incontro non ha mancato di salutare a uno a uno la maggior parte dei ragazzi, ha esordito sottolineando l’importanza degli istituti professionali. «Siate orgogliosi di far parte di questa scuola – ha detto – Anch’io, quando ero ragazzo, frequentavo una scuola professionale per ottenere il diploma in telefonia e telegrafia».

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Ha poi ha raccontato la sua storia di immigrato a 6 anni, «quando – ha spiegato – abbiamo dovuto abbandonare il cuore delle Dolomiti e trasferirci a Torino, nel quartiere Crocetta. La mia famiglia era molto povera. Papà aveva trovato un lavoro qui in Piemonte, faceva il manovale, ma non aveva trovato una casa per tutti noi. L’impresa per cui lavorava – ha proseguito don Ciotti – gli disse di utilizzare una baracca del cantiere. Quella baracca, una di quelle dove si stava costruendo il futuro Politecnico, diventò così la nostra abitazione». Negli anni «papà da manovale passò a muratore e, quindi, a capomastro». E ancora, raccontando di se stesso, lasciando un’importante lezione ai ragazzi: «Mamma prendeva i vestiti usati dalla San Vincenzo. Li lavava e sistemava sempre. Si può essere poveri, ma dignitosi».

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E poi un fatto che, in prima elementare, ha cambiato la vita al sacerdote. «A scuola mi sentivo diverso – ha rivelato ai ragazzi – perché i miei genitori non potevano fornire anche a me fiocco e grembiule come alle mie sorelle. Ero il solo che non li aveva in tutto l’istituto, una scuola della Torino bene. I bambini mi guardavano in maniera diversa. Un giorno, poi, la maestra, mentre altri compagni disturbavano, se la prese a malo modo con me, che non avevo fatto nulla. Mi disse: “Ma che cosa vuoi tu montanaro!”. Io mi sentii ancora una volta diverso, povero e le lanciai contro un calamaio, raggiungendole il vestito. Fui espulso dalla scuola e accompagnato a casa dal bidello. Piangevo – ha proseguito don Ciotti – perché sapevo di aver fatto qualcosa che non avrei dovuto fare. Un gesto sicuramente sbagliato. Mamma, pur capendo che avevo voluto difendere le mie origini, la nostra dignità, mi diede una dura lezione. ‘Non si risponde alla violenza, anche solo verbale, con altra violenza’. Fui isolato anche dagli altri bambini, i genitori li tenevano lontani da me. In prima elementare ero diventato il bambino cattivo da cui stare alla larga». E qui sta la lezione per tutti, ragazzi come adulti: «A volte occorre distinguere, capire e non fermarci alle apparenze di un gesto. È un grande atto d’amore, se una persona sbaglia, aiutarla a prendere coscienza delle proprie responsabilità, delle proprie fragilità, senza però giustificarla». Anche perché il male di oggi è la “paccaterapia”, così l’ha definita don Ciotti, ossia «la pacca sulle spalle, con genitori che con questa modalità giustificano tutto e anzi se la prendono, sovente, con i professori. Questo non serve a nessuno. Ciascuno deve prendersi le proprie responsabilità».

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Il sacerdote è passato poi a raccontare l’incontro che a 17 anni ha deciso per sempre il suo futuro, la sua vita. «Prendevo spesso il tram e, passando in un punto di Torino, vedevo sempre seduto su una panchina con tre cappotti addosso per coprirsi un uomo intento a leggere. Da subito mi colpì. Sottolineava tutto quanto leggeva, pur nelle difficoltà non aveva perso la voglia di conoscere. Era quello che oggi viene definito un ‘senzatetto’, un ‘barbone’. Volevo capire perché fosse sempre solo. Un giorno mi decisi, scesi dal tram e lo raggiunsi». Era un ex medico molto stimato «di un paesone del Nord Italia, che, dopo una dura tempesta, la morte della famiglia in un incidente stradale, era caduto in depressione. Per diversi giorni cercai di instaurare con lui un rapporto, ma niente. Avevo pensato anche che fosse sordo. Ricordate, ragazzi, è molto importante l’ascolto, il creare una relazione. In lui vidi gli occhi della disperazione. Fu proprio lui che, segnato duramente dalla vita, mi indicò alcuni ragazzi dall’altra parte della strada, in un bar. Ragazzi che si ‘sballavano’. “Vedi cosa fanno?”, mi disse. Erano giovani che mescolavano alcool e medicinali, perdendosi. A Torino l’eroina, a quei tempi, non era ancora arrivata. Quell’ex medico mi esortò a intervenire: “Vai e fai qualcosa per quei ragazzi. Io sono malato e non posso aiutarli“».

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Detto, fatto. Un giorno don Ciotti non trovò più il ‘senzatetto’ sulla panchina, quel medico non c’era più, ma ormai per lui quell’invito, quell’appello, era diventato un impegno, una missione. «Quell’incontro non poteva finire così. Da lì è iniziato tutto, dovevo fare qualcosa per le persone ai margini, in difficoltà, sole. Partì così il gruppo Abele e poi tante altre esperienze. Ovviamente qualcosa che ho fatto non da solo, ma con gli altri. Ribadisco che è il ‘noi’ il motore di tutto».

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Il sacerdote ha parlato anche di mafia e di Giovanni Falcone: «Lo conobbi a un corso di formazione per le Forze di Polizia su droghe e dipendenze a Gorizia. Accadeva due mesi prima della strage di Capaci. Al termine di quella giornata intensa ci abbracciammo, rimandandoci a un caffè o a Roma o a Palermo. Non riuscimmo a mantenere questa promessa. Il giorno della strage, tra l’altro, mi trovavo in Sicilia per un corso». Ed ecco l’invito «a non lasciare sole quelle scuole, quelle città. Quello delle mafie, a oggi, è un problema trasversale – ha aggiunto – che tocca ogni regione. La mafia è ormai ben presente anche al Nord: dove ci sono i soldi, dove ci sono gli affari, arrivano i tentacoli delle mafie. Don Luigi Sturzo, già nel 1900, diceva che le mafie hanno piedi in Sicilia e forse testa a Roma. Proprio dopo Capaci nacque l’idea di Libera. Un impegno che portiamo tutt’ora avanti. La strada è tortuosa e lunga e la mafia ha anche cercato di uccidermi, ragione per cui ho la scorta. Ma non ci arrendiamo e occorre che tutti si faccia la nostra parte. Occorre una “rivolta” dei cittadini, delle coscienze. Smettiamola di fare i professionisti della lamentela e pensiamo a cosa possiamo fare di più noi concretamente, al fianco delle istituzioni. Il contrasto alle mafie non può essere demandato alle Forze dell’Ordine soltanto. Deve coinvolgere noi tutti. Non possiamo fare da spettatori se vogliamo cambiare le cose». E ancora: «La scuola è un valore, eppure siamo agli ultimi posti in tema di povertà educativa. Una società che non investe sui giovani non è una buona società. Dobbiamo investire su loro».

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Un ultimo appello, infine, rivolto ai ragazzi, a tutti: «Non sprechiamo la nostra vita. Non possiamo vivere di questi telefonini, tutti di corsa, tutto veloce. Si perde il senso critico. Dobbiamo, invece, recuperare le relazioni, parlare. Le parole sono importanti. Usiamole, dicendo però quelle giuste. Le parole, infatti, possono dividere, ma possono anche unire ed essere meravigliose, essere d’aiuto e di sostegno. Parliamo tra di noi, confrontiamoci».

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Giovedì 2, poi, ecco l’appuntamento per i più piccoli, a Sant’Agabio. 600 i ragazzi presenti, tra bimbi della materna e ragazzini delle elementari e delle medie. Centocinquanta operatori di Polizia e di associazioni coinvolti e 25 stand lungo via De Amicis, via Vallauri e via della Riotta. Tre gli stand della Polizia, con personale della Questura, della Polizia stradale e del Nucleo Cinofili. Presenti anche, per tutta la giornata, gli stand di Alpini Gruppo di Trecate, Asl 13, Aib Piemonte, Cassiopea, Casa Alessia, Anmil (Associazione Nazionale fra lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro), Gruppo Noi dell’Omar (contro il bullismo), Polizia locale, Sbulloniamoci sportello contro il bullismo, Istituto Comprensivo Bellini con tutte le sue scuole (presente la dirigente Maria Caterina Barberis), Comunità Educativa Giovanile, Centro per le famiglie Comune di Novara, Giustizia Riparativa, Croce Rossa Italiana-Comitato di Novara, 118, Falegnameria sociale Fadabrav, Fai, Igor Volley, Libera, Liberazione e Speranza, Lilt, Associazione di pubblica assistenza Novara Soccorso, il Progetto per Tommaso, la Protezione Civile-Gruppo Scorpion Novara, la Comunità di Sant’Egidio.

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Tutti pronti dal mattino per spiegare ai bambini e ai ragazzi attività e importanza del rispetto delle regole, del rispetto dell’altro. Un’occasione in cui i ragazzi hanno potuto anche salire in sella alle motociclette della Polizia stradale e a bordo delle auto della Polizia di Stato, come anche della Polizia locale. Ad allietare la giornata intervalli musicali a cura della sezione musicale dell’Istituto Comprensivo Bellini, con i ragazzi diretti dai docenti di musica.

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Un concerto che, sul sagrato della chiesa, sulle note de “L’amico è” di Dario Baldan Bembo, ha entusiasmato tutti, ragazzi, famiglie, autorità comprese: assessori (presenti Giulia Negri per l’Istruzione, Raffaele Lanzo per la Polizia locale e Luca Piantanida per le Politiche sociali), sindaco e Questore hanno battuto il tempo e intonato il celebre brano sull’amicizia.

«Un momento di aggregazione per i ragazzi – ha riferito il Prefetto Francesco Garsia – molto importante. Avete potuto conoscere tante associazioni e Forze di Polizia». Il sindaco Alessandro Canelli: «grazie alla Questura per questa giornata, che vi avvicina – ha detto ai ragazzi – alle istituzioni che lavorano per noi e per voi». Il Questore Lavezzaro: «Un’iniziativa, una mattinata affinché siate cittadini più consapevoli, più responsabili. Oggi abbiamo la scuola fuori dalla scuola. I ragazzi ascoltano, seguono, si interessano, purché chi parla loro si sappia far ascoltare. Un grazie per come avete partecipato. E raccontate qualcosa ai vostri genitori di questa giornata». Il grazie per la giornata anche dalla preside del comprensivo Bellini e da Roberto Musco della Polizia, che si è occupato dell’organizzazione dell’evento. «Grazie al supporto fornito dalla scuola – ha detto – Una giornata per tutti voi, per diventare cittadini consapevoli».

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Davanti alla sede del Bellini, in via Vallauri, alcuni ragazzi hanno letto brani tratti da un libro sul tema del bullismo insieme all’ex senatrice Elena Ferrara, cui si deve la legge contro il cyberbullismo, di cui è stata prima firmataria.

Questore e Prefetto sono poi stati accompagnati in un tour per tutti gli stand, fermandosi anche a quello del Gruppo Noi dell’Omar. In quest’occasione il Questore ha invitato i ragazzi al Salone dell’Arengo del Broletto per la presentazione, giovedì 16 dicembre alle 18, del libro “Un colpevole silenzio” di Daniela Missaglia. Un libro che racconta la storia di un giovanissimo vittima di bullismo.

Monica Curino

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