Un paio di mesi fa avevo pubblicato un articolo sull’importanza di non utilizzare il telefonino mentre si è alla guida. Un comportamento che porta a incidenti stradali, molti, a vittime, anche giovani, e a danni irreparabili per chi sopravvive. Tanto per chi, coinvolto nel sinistro, resta con qualche grave disabilità quanto per chi perde un proprio caro.
I miei articoli, i miei approfondimenti, i miei pezzi, a maggior ragione sul mio blog personale, partono sempre da qualcosa di vissuto direttamente o sul campo, nei miei girovagare per il giornale per cui lavoro, o nella mia vita privata. Da ‘cose’ che si vivono, tanto positive, che ti portano anche al pianto, quello di gioia, quanto negative, batoste che o ti mandano in cortocircuito o ti spingono a crescere e velocemente. E oltre a crescere, a pensare e a riflettere.
Questo articolo, che, citando qualcuno più celebre di me e vissuto secoli fa, raggiungerà giusto ‘i miei venticinque lettori’ (direi anche meno), potrebbe far discutere per una presunta condanna del telefonino. Ma l’intento non è condannare uno strumento che, comunque, ha rivoluzionato le nostre vite, permettendoci di raggiungere amici e familiari rapidamente da un capo all’altro del mondo e anche se si è fuori casa, lontani dal telefono fisso.
Semmai l’obiettivo è quello di fare una riflessione, di rivolgere un invito (non mi permetterei mai di fare moniti o dare consigli, ai miei migliori amici forse e a me, soprattutto, sì, ai miei 25 lettori no) a tutti a rallentare con questo strumento, tanto utile quanto anche pericoloso.
Sì, il cellulare è potenzialmente pericoloso se non lo si utilizza con senno e responsabilità, diventandone, nel peggiore dei casi, dipendenti, userei una parola più forte, schiavi.
Tra notifiche, controlli incessanti dei mipiace sui social, del se la spunta diventa azzurra e se l’amico o compagno ti risponde. Con inevitabili conseguenze nella vita di tutti i giorni, nei rapporti con amici e famigliari.
Il telefonino, con Sms, Whatsapp e quant’altro, che restano pur sempre solo testi scritti, spesso fraintendibili, in quanto, se non sono vocali, non hanno un tono, una indicazione di come viene detta una cosa, porta anche a rovinare rapporti che durano da anni o che, nati da poco, viaggiavano a mille ed erano bellissimi.
Il rischio di dipenderci e di fare tutto con questo ‘aggeggio infernale’ è grosso e il pericolo di combinare disastri, perdendo ciò che si ha di più caro, il rapporto con un’amica, un amico, un compagno, una compagna, anche un famigliare, perché capita, è altissimo.
Magari usate il telefonino spesso perché questo implica il vostro lavoro, questo è quanto accade, ad esempio, a me. Ma cercate di non farvi fagocitare. Parlo anche per esperienza diretta. C’è stato un periodo, e forse c’è ancora, anzi c’è, in cui il telefonino per me era qualcosa da cui non mi staccavo mai, qualche amico ‘cavoli è una tua appendice, okay il lavoro, okay tutto, ma resta con noi, spegnilo o ritiralo’. Amici ancor più veri e che ti vogliono aiutare, ‘se oggi lo guardi mentre festeggiamo, guai’. Era così quando seguivo la cronaca nera 365 giorni l’anno, quasi 24 ore su 24 e quando attendevo risposte per servizi importanti. Però, in effetti, non è vita. Anche perché, poi, in attesa magari di una risposta, su quel mezzo per me infernale rimanevo, chattando con qualche amico, giocando coi giochini scaricati da Google Play o già sul cellulare. E la dipendenza cresceva. Poi si arriva a non saper affrontare più nulla direttamente, a voce, di persona, confrontandosi, mettendo, come si dice, la faccia.
Sì, perché anche i problemi poi li tratti con un whatsapp spesso inutile e dannoso e magari, perché non comprendi la risposta della persona a cui vuoi un bene dell’anima, ‘giri’, anzi spieghi la risposta a un altro amico per capire, per avere un suggerimento, per non litigare con la persona a cui tieni. E se la persona a cui vuoi bene lo scopre diventa un pasticcio, anche se fatto senza malizia e per mantenere l’amicizia a cui non vorresti mai rinunciare, perché una delle amicizie della vita. E queste sono poche. Io ne conto due così importanti. Ne ho viste e ascoltate di situazioni così.
Tutto questo per spiegare e dire: Grazie tecnologia, grazie di averci dato la possibilità di poter comunicare ovunque, in ogni momento, a ogni distanza geografica e non più solo dalle 4 pareti di casa, grazie per averci fornito altri strumenti nel telefonino che ci consentono, magari in vacanza, di scovare posti da visitare e quant’altro. Però ‘caro mio telefonino non rovinarci la vita e le amicizie più care’. Ma questo ovviamente dipende da noi. E mi metto in primis anche io. Dipende da me.
Da mesi evito l’utilizzo in auto, in giro cerco di non guardarlo mentre cammino verso la sede del lavoro o altro, alle cene con gli amici, alle giornate con gli amici, uno sguardo veloce e stop (sino a maggio ero lì a guardarlo a go go, forse uno schermo per difendermi dalla timidezza? Può essere. Ma la si supera, parlando). Whatsapp sul pc? Ovviamente, per il lavoro ce l’ho, ma ora, da qualche giorno, chiudo la pagina. Non deve distrarmi né influenzarmi o spingermi a guardare che so gli stati degli amici o se un’amica ha risposto, se se se se. La comunicazione deve essere, almeno per me, per una supergalattica timidissima, ora, grazie alla professione intrapresa, ‘solo’ timida, una sfida, solo verbale. E non mi devo far fagocitare dal telefonino. Si perdono attimi importanti di vita, di amicizie, di rapporti, che sono ciò che di più bello esiste in una vita.
Troppo spesso tendiamo tutti a sottovalutare il rischio che il rispondere a una telefonata o a un messaggio al cellulare mentre si è alla guida possa comportare. Si pensa sempre, sbagliando, «tanto non mi succede nulla», «vuoi che non riesca a controllare bene anche la strada?» o ancora «tanto è solo un vocale, cosa vuoi che mi distragga, non è come digitare un testo». Altrettanto spesso, presi dalle nostre corse quotidiane, da vite sempre a mille, se non al limite, si tende a pensare che, quanto raccontato da giornali e tg, non possa mai riguardarci, non possa mai toccarci da vicino e davvero. Eppure non è così.
Senza contare che, a oggi, l’80% degli incidenti è dovuto all’utilizzo di smartphone alla guida.
Sino a qualche mese fa la vedevo un po’ anch’io così, non posso negarlo. Poi, per me, rispondere o mandare un messaggio, guidando, consente (usiamo ‘consentiva’) di ottimizzare, a volte, il carico di lavoro che ho per il giornale. Metto giù date di interviste, incontri per servizi, raccolgo informazioni. Ma è sbagliato. O si fa una cosa o l’altra. Piuttosto, se è così urgente qualcosa, ci si ferma, si parcheggia l’auto e o si chiama o si scrive un messaggio. Poi si riparte.
Eppure di storie di incidenti particolarmente gravi, legati anche all’utilizzo del telefonino, in 22 anni di giornali, ne ho dovute raccontare, scrivere. Ho anche partecipato a incontri di sensibilizzazione sul tema della sicurezza stradale, che, oltre a vedere l’obbligo delle cinture di sicurezza, del non mettersi alla guida in condizioni alterate, vede anche il divieto di utilizzare il telefonino mentre si è al volante. Incontri spesso ‘tosti’, ma che, pur condividendo le raccomandazioni di Polizia, Carabinieri e sanitari, non hanno mutato il mio modo alla guida.
Questo, almeno, sino ai primi di febbraio di quest’anno, quando l’ennesimo incontro seguito per il giornale di questo tipo mi ha colpito più del solito, lasciandomi dentro molto.
Nell’ascoltare le testimonianze di genitori che hanno perso i propri figli o per colpa di un cellulare o per qualcuno alla guida in stato alterato, ho sentito come un pugno allo stomaco, un gancio al volto. E faceva molto male. Probabilmente ha influito il fatto che, tra le testimonianze, ci fosse quella di un’amica che ho da qualche anno, che è sulla sedia a rotelle, ma di cui mai ho conosciuto le cause di questa condizione. Quel giorno, al Ravizza, scuola che ha ospitato l’incontro, le ho apprese: qualcuno che era alla guida in stato alterato già al mattino presto, che, con la propria auto, ha impattato con quella della mia amica, di Mary. Che, però, da quell’episodio, ha saputo reagire, e con una forza incredibile, diventando anche campionessa paralimpica di tiro con l’arco.
I relatori dell’incontro sulla sicurezza stradale al Ravizza
La mattinata è stato l’evento conclusivo di un ciclo di lezioni nelle scuole superiori sulla sicurezza stradale. A promuovere gli appuntamenti, dal titolo “La vita non si beve”, la Prefettura con il viceprefetto aggiunto Antonio Moscatello, con 118, Polizia e Carabinieri.
Dopo quell’incontro il mio rapporto con il cellulare alla guida è cambiato. Non posso dire di non averlo più usato, mentirei e non è qualcosa che amo fare, ma certo l”ho utilizzato molto meno. Le prime settimane appena avevo la tentazione di rispondere a qualche ‘bip’, di guardare la qualunque, lo rigettavo e, se avevo il telefonino nella tasca della giacca, lo buttavo sul sedile posteriore così da allontanare la tentazione.
Altre volte l’ho proprio posto nell’angolo più recondito del mio zaino o della mia borsa, ancora prima di salire in auto, per evitare.
Poi, ammetto, che qualche volta, dopo un mese, l’ho riusato, ma ancora oggi mi torna alla mente quella lezione a scuola e, quindi, su 10 volte che vorrei rispondere o vorrei usarlo, mi capita di farlo solo una volta. E punto a rendere questo a livello 0.
Nei primi giorni ho anche avuto alcuni incubi la notte. Sogni in cui mi capitava di avere un incidente particolarmente grave e mi soccorrevano amici che, conoscendo il mio, all’epoca, smodato uso del telefonino, erano sì preoccupati per le mie condizioni, ma, al contempo, commentavano ‘Era sicuramente con quel telefonino del cavolo’.
In quell’incontro, come anticipato, molti gli interventi. Tutti volti a far capire agli studenti, ma direi anche a qualcuno più attempato, come l’auto «sia come avere un’arma carica con sé. Occorre saperla utilizzare e, soprattutto, è necessario tenere sempre alta l’attenzione».
Queste le frasi del comandante della Polizia stradale di Novara, Riccardo Peviani, agli allievi.
Una mattinata intensa, durante la quale i ragazzi hanno potuto ascoltare gli esperti e apprendere l’importanza del rispetto delle regole.
Dall’allacciarsi le cinture di sicurezza, anche sui sedili posteriori (sì, anche qui è fondamentale, quanti incidenti abbiamo raccontato con persone ferite, se non decedute, anche sedute sui sedili dietro), al non guidare stando al telefonino, sino al non porsi al volante in condizioni alterate. O perché si è bevuto o perché si sono assunte sostanze stupefacenti.
«Piuttosto di mettervi alla guida così, fate guidare un amico che non ha bevuto o chiamate qualcuno a casa», hanno detto i relatori. Oltre a Peviani anche Il sottotenente dei Carabinieri, Ruggiero Penza, che ha illustrato come ci siano obblighi e regole da rispettare anche per i monopattini, un mezzo ormai utilizzato da tutti sulle strade.
La parte sicuramente più emotiva e che credo sia andata a buon segno tra i ragazzi è stata quella gestita dal 118, con Roberta Tacconi e Michela Agnesina.
La prima ha raccontato il funzionamento della centrale e delle procedure di primo soccorso, rilevando come sia importante, quando si chiama il 118. E come altrettanto sia fondamentale «fornire indicazioni corrette». Agnesina ha aggiunto: «non possiamo permetterci, quando interveniamo, di provare emozioni. In quegli istanti dobbiamo agire. Il brutto è poi il ritorno a casa, quando emergono tutte le emozioni. Faccio l’infermiera da quasi 30 anni e ancora non mi sono abituata a veder morire persone così giovani».
Ha poi introdotto due testimonianze video che hanno lasciato un segno forte tra tutti. A partire da quella di Mariangela Perna, novarese, su una carrozzina da anni, dopo essere stata investita da un automobilista ubriaco (la mia amica paralimpica). Un incidente che le ha cambiato la vita. Mariangela però non si è arresa. Ai ragazzi ha detto: «fate attenzione quando siete alla guida. Se si è al volante, non bastano due occhi. Non usate il cellulare».
Molto accorate le parole di Lucia e Franco Cibo Ottone, che hanno perso la loro Isabella in un incidente stradale nel marzo del 2017: «la vita è una sola, ragazzi – hanno detto agli studenti del Ravizza – rispettatela».
A chiudere l’incontro le parole di Agnesina agli studenti: «Non guardate alla Polizia e alle Forze dell’Ordine come a persone che vogliono ostacolarvi. Loro, sulla strada, sono i vostri migliori amici. È meglio che vi riportino a casa senza patente, ma sani, che, invece, portino nelle case le patenti, senza di voi».
Oggi, al centro del nuovo articolo del blog, c’è la forza di volontà di una persona, Andrea Devicenzi, che, dinanzi all’amputazione di una gamba, per lui sportivo sin da bambino, non si è fermato, non si è in alcun modo abbattuto.
Ha saputo reagire e andare avanti, conquistando riconoscimenti, partecipando a gare al limite e, soprattutto, diventando un esempio per tanti, tantissimi, giovani. Mi sento di dire un esempio per tutti, perché troppo spesso, tutti, ci abbattiamo per cose di piccolo conto, ce la prendiamo, ci piangiamo addosso per delle inezie. E, invece, dovremmo capire quanto sono altre le ‘cose’ importanti della vita.
Devicenzi ha portato e porta in giro la sua esperienza ed è diventato, anche come professione, un vero e proprio motivatore per tutti, squadre di calcio, atleti, ragazzi nelle scuole.
L’ho incontrato 6 anni fa a un doppio evento promosso a Novara con gli studenti del Ciofs e della scuola media Immacolata. Un appuntamento che, come ha lasciato molto nei ragazzi, ha fatto altrettanto con me.
Un nuovo articolo, dunque, nel blog. Avevo detto, del resto, che non volevo lasciare abbandonato per troppo tempo questo spazio internet tutto mio. Anche perché mi offre un’occasione importante per esprimermi e andare oltre l’oggettività che, ovviamente, come è richiesto dal mio lavoro, cerco di mantenere sempre alta nei miei articoli per il giornale per cui lavoro, L’Azione.
L’incontro con gli studenti nel 2017
Un blog mi consente di mettere un po’ più di quello che sono io, di Monica. Non che ami raccontarmi, non sono una che vuole stare al centro dell’attenzione. È sufficiente chiedere a qualche amico per scoprire che, in compagnia, mi nascondo, che, in un’occasione pubblica, scappo. Fatta eccezione quando devo presentare i libri che ho voluto dedicare alle belle realtà della solidarietà novarese e per cui devo per forza farcela e parlare in pubblico.
LeintervistediMoc mi permette di dare più spazio alle mie passioni, a quei pezzi che amo fare, al di là di un ‘compito’ assegnato dalla testata giornalistica per cui lavoro o ho lavorato in passato.
Mi lascia raccontare con un po’ più di cuore quegli incontri che, in ventidue anni di giornalismo, hanno lasciato una grande traccia nell’anima, nel profondo.
Un uomo, Devicenzi, che è l’esempio di come, anche dinanzi alle difficoltà della vita, persino le più dure, le più toste da affrontare, ci si possa sempre rialzare. Anche dopo l’amputazione di una gamba a soli 17 anni.
Cremonese, 50 anni da compiere (li farà a luglio), nell’agosto del 1990, in sella alla motocicletta a lungo sognata, è rimasto vittima di un grave incidente, che gli ha causato l’amputazione della gamba sinistra.
Un evento tragico per tutti, certo difficile da accettare per una persona che praticava sport da quando aveva 5 anni, tra calcio, ciclismo, camminate e triathlon. E che, comunque, a riprova della sua grande forza d’animo, ha continuato a fare.
Un evento che, come spiegato agli studenti, gli ha cambiato innegabilmente la vita, ma al quale Devicenzi ha saputo reagire. «Una gamba se n’era andata – ha raccontato – ma non la voglia di vivere ogni giorno al massimo delle mie possibilità».
Oggi, Devicenzi è un performance coach, professionista che aiuta a raggiungere gli obiettivi, e formatore esperenziale. Lavora con le persone, guidandole, step dopo step, al raggiungimento dei propri obiettivi e a performance migliori.
Incontri che Devicenzi conduce in scuole, squadre sportive e aziende.
Dopo l’incidente del 1990 per lui inizia una nuova vita, che, negli anni, lo porta a imprese inimmaginabili anche per chi non ha menomazioni. Partecipa a gare di ciclismo per qualificarsi alle Paralimpiadi 2012, nel 2010 raggiunge, primo atleta amputato di gamba, il KardlungLa, in India, a quota 5.602 metri, un raid in autosufficienza sulla strada carrozzabile più alta del mondo in sella a una bici e poi ancora paratriathlon (nuoto, bici e corsa), con una medaglia di bronzo e una d’argento (la prima ai Campionati Europei in Israele del 2012, la seconda agli Europei in Turchia del 2013).
Arriva, così, a lasciare il suo lavoro da dipendente, diventando formatore e mental coach.
Nel 2014 inizia un’attività a favore dei ragazzi, che prosegue ancora oggi, nel 2023, come si può apprendere dal suo sito. Dà vita al primo Giro d’Italia formativo, rivolto ai giovani, «per renderli consapevoli – ci aveva raccontato – delle straordinarie capacità e talenti che hanno già dentro di loro». Nell’inverno dello stesso anno, in quest’ambito, nasce Progetto 22.
Al 2017 Devicenzi aveva incontrato decine di migliaia di ragazzi nelle scuole di tutta Italia. «Il nome del progetto – aveva spiegato – deriva dai 22 valori che cerco di raccontare e far vivere ai ragazzi a ogni incontro negli istituti scolastici. Parlo della mia storia, aiutandoli a interpretare gli eventi della loro vita in modo positivo, ascoltando se stessi, credendo nei propri mezzi. Non devono diventare schiavi di quelli che sono i modelli di oggi. Ognuno di noi è un essere unico e irripetibile, con i propri pregi e – aveva sottolineato – risorse straordinarie, troppe volte date per scontate».
Un progetto realizzato con Oso (Ogni sport oltre) della Fondazione Vodafone Italia e con sponsor, «che ci aiutano. Parleremo di ragazzi che ho incontrato nel mio percorso nelle scuole. A Novara ho parlato di Luca, studente del Ciofs, che ha vissuto la mia stessa esperienza, perdendo una gamba in un incidente con lo scooter qualche anno fa, e di ragazzi che hanno sofferto di anoressia e bulimia».
Il Ciofs aveva conosciuto Devicenzi quando uno dei ragazzi della scuola era rimasto vittima di un incidente, in cui aveva perso la gamba. L’atleta paralimpico si era messo immediatamente a disposizione, intervenendo a scuola con una mattinata incentrata su Progetto22».
Un incontro che ha lasciato una traccia importante nei ragazzi che l’hanno ascoltato.
Un esempio per tutti Devicenzi: «quando mi sono trovato amputato, ho pensato che, per ottenere successo nella mia vita, un successo sportivo, famigliare, lavorativo, non sarebbe stato il numero delle mie gambe a determinare questo, ma quanto avevo nella mia testa. Così sono partite le mie sfide. Nel 2010 – ci aveva raccontato – l’India mi ha aperto un mondo, cambiandomi per sempre, avvicinandomi ai percorsi di crescita personali e a queste avventure. Importanti sono stati gli amici, la famiglia, mia moglie Jessica, con cui ho avuto due splendide bambine, Giulia e Noemi. Non mi hanno mai fatto sentire diverso».
Una mattinata insolita che ha saputo coinvolgere gli studenti più di qualsiasi altra materia, perché ha permesso loro di mettersi a confronto con la vita vera e con un atleta e anche un compagno di scuola che, nonostante le difficoltà, gli ostacoli della vita, ce l’hanno fatta.
«Occorre avere delle priorità – aveva detto ai ragazzi – e perseguirle». Una mattinata ricca di emozioni.
Chi è solito passare di qui, a curiosare quanto viene pubblicato sul blog, avrà intuito come un argomento a me caro è quello del contrasto al bullismo e alla sua forma più moderna, quella del cyberbullismo.
Un fenomeno che non riguarda soltanto bambini e ragazzi, a cui si pensa appena si fa riferimento a questi due termini, ma che interessa e coinvolge tutti, indistintamente. Perché le parole feriscono, fanno male e in bambini, ragazzi, giovani e adulti che stanno vivendo situazioni di particolare fragilità possono causare danni irreparabili.
C’è chi, per una parola, una frase detta male, a volte senza neppure l’intenzione di ferire (e questo ci deve far riflettere e contare sino a mille prima di dire qualsiasi cosa), entra in un cortocircuito, in un black out senza fine. Un cortocircuito da cui è difficile uscire e che, spesso, può portare a conseguenze tragiche. Tanto tra i ragazzi, quanto tra gli adulti.
A farci capire chiaramente quanto alle parole necessiti fare attenzione è stata Carolina Picchio, la giovane novarese prima vittima di cyberbullismo in Italia. Nei suoi diari, nei suoi appunti, tra le tante frasi, quella che a giusta ragione può rappresentare il suo monito per il futuro: “Le parole fanno più male delle botte”.
O ancora: “Il bullismo… tutto qui? Siete così insensibili”. Con lei il primo processo in Italia per cyberbullismo e una nuova, importante e concreta, attenzione sulla tematica. Quella che, prima, fatta eccezione da parte di chi quotidianamente si occupa di bambini e ragazzi (insegnanti, animatori, educatori, sacerdoti), mancava.
Ho conosciuto tanti amici con figli vittime di bullismo, al centro di veri accanimenti: o per il loro aspetto fisico o per qualche difetto nel parlare, magari una lieve balbuzie, ma anche la ‘r’ moscia o altri pseudo difetti di pronuncia (pseudo perché difetti non sono), o solo perché un po’ più timidi e introversi degli altri; magari impacciati.
E le situazioni che si vivono non sono certo semplici. A volte il bambino, il ragazzo, smette di mangiare, non vuole più andare a scuola, si chiude a riccio e non si riesce più a entrare nel suo mondo, per cercare di capire cosa sta accadendo. E, soprattutto, per aiutarlo.
Una situazione non certo diversa dal passato, quando la ragazzina ero io, i famosi anni ’80. Ricordo come fosse oggi, che di anni ne sono passati davvero molti, le battute, pessime, nei confronti di un ragazzo della mia compagnia che camminava male per un problema alla gamba, da “Pinocchio” a “Gamba di Legno”.
O anche quelli, sempre epoca delle medie, nei confronti di un amico che, solo perché non reagiva con le botte agli scherzi che subiva, veniva etichettato come effeminato e preso costantemente a calci nello zaino, pur di rompergli gli occhiali che ritirava lì terminate le lezioni.
Certo non c’era il web, che ha acuito il problema in maniera esponenziale, con scherzi e offese che si moltiplicano per mille. E che ti possono raggiungere ovunque, sul tuo smartphone, sul tuo tablet, sul tuo pc.
A quei tempi erano le parole a voce, gli atteggiamenti, a fare male. Una situazione che non cambiava (e non cambia neppure ora) passando dalle medie alle superiori, dove ci dovrebbe essere o si aspetterebbe di avere una maggiore attenzione, vista l’età più grande dei ragazzi.
Così non era e non è. Ricordo ancora un “ma che sedere hai, hai messo su una quintalata” da una compagna di classe in un’assemblea in occasione di un’occupazione della scuola a fine quasi della seconda liceo. Quella frase, almeno a posteriori penso furono quelle poche parole lì, scatenò in me, che pensavo di essere una persona abbastanza forte e ‘intaccabile’ dalle parole che feriscono l’anima, un’attenzione morbosa per il cibo, arrivando a calcolare tutto quanto entrava nel mio corpo, controllando quanto bevessi, ogni briciola di pane ingoiata. E poi ginnastica, io già sportiva, biciclettate infinite, addominali dopo ogni pranzo e ogni cena. Ricordo solo che arrivai a pesare 38 chili scarsi, dagli allora 52-53, per 1,60 o poco meno di altezza. E che, per molti anni, rinunciai a piatti prelibati, dalla pizza (ora, se ‘Baby’, la finisco tutta e mi dico ‘ma cosa ti sei persa, Moni!”) ai primi, squisiti, che preparava mamma e che io non volevo in alcun modo. Riducendomi a essere uno ‘scheletrino’ e preoccupando chi mi stava accanto. La superai da sola, credo verso la fine del percorso universitario e nei primi anni del lavoro.
Ecco l’importanza delle parole, che troppe volte sottovalutiamo. Le parole, se toste, se sbagliate, se brutte, feriscono, fanno male, scavano dentro. Certo ci sono anche quelle belle, i “Grazie”, gli “Scusa”, i complimenti, quelli veri, non quelli falsi o detti così per dire, i “forza” a chi sta lottando con qualcosa di più grande di lui. I “credi in te stesso, ce la farai”. Queste sono le parole, le frasi da usare.
Quelle ‘brutte’, quando ricevute, sono difficili da gestire da un bambino o da un ragazzo. A volte, come ho scritto all’inizio, anche da un adulto con un’eccessiva sensibilità o che, in quel momento della vita, sta vivendo difficoltà e problemi che magari cerca di nascondere, ma esistono. E sono, per lui, un vero macigno. Non sappiamo, inoltre, mai come può vivere una persona qualcosa che a noi sembra in un modo, magari una banalità, ma per quella persona è ciò a cui più tiene nella vita. Non tutti abbiamo la stessa sensibilità, lo stesso modo di reagire alle difficoltà della vita.
Non dico tutto questo per farmi bella. Ma perché sono davvero cose in cui credo e che ho sperimentato e sperimento tutt’ora nella mia vita, sulla mia pelle e dai racconti di tanti amici.
Le parole sono quanto di più bello abbiamo a disposizione per comunicare tra noi, per raccontare a un amico qualcosa che sentiamo dal cuore, per dire ‘ti voglio bene’. E quante volte si fatica a pronunciare queste tre parole magiche e bellissime? Io stessa, pur non conoscendo tutt’ora la ragione, ho sempre faticato a dirle, anche a chi volevo e voglio un bene infinito. Da qualche tempo riesco e sto bene quando le pronuncio. Sembrerà debolezza, farà tenerezza? A me, sinceramente, non importa. O quantomeno non importa più, perché è bellissimo dirle. Le parole ci aiutano a dire ‘ti amo’ alla persona che amiamo, a essere di sostegno a chi non sta bene, a chi, magari, è stato ferito da altre parole, di tutt’altro genere, quelle ‘cattive’.
Ecco dobbiamo imparare a usare le parole, a capire la loro importanza e a usare quelle che fanno bene all’anima. Soprattutto dobbiamo capire le nostre emozioni, valutarle, esaminarle e comprenderle.
Da un po’, una nuova maturità, un malessere, un cambiamento? Non lo so. A me è sufficiente usare un epiteto poco simpatico nei confronti di un amico o di una persona a me vicina, per mettermi subito sotto esame. A volte basta un “cretinetti” o un “pisquano” (reminiscenza dei tempi del liceo, dove, in classe, lo utilizzava anche una professoressa). Un istante dopo che quella parola è stata pronunciata vorrei mordermi la lingua e tornare indietro. Sia lui sia rimasto sia non gli abbia cagionato nulla. Non c’è motivo di offendere: si può ragionare, riflettere insieme. Se mi accade come reazione, pur se potrebbe esserci una giustificazione, lavoro affinché non mi accada più.
Se dovesse capitare senza alcun motivo, le elucubrazioni sono più lunghe. Lavoro su cosa mi ha spinto, cerco di capire me stessa, ciò che sento, perché ho detto quella parola, quella frase.
Le “brutte” parole sono sempre sbagliate, anche se “sollecitate” da qualcosa. Non dico che si debba cercare di essere perfetti, quasi santi, ma, se si sbaglia, a quel punto ecco un’altra parola magica: ”scusa”.
Sono tutte le ragioni per cui, da parte mia, ci sarà sempre grande stima nei confronti di tutti coloro che si impegnano, con azioni, progetti, sportelli d’ascolto, ad aiutare le vittime di bullismo e di cyberbullismo. Soprattutto i ragazzi, i bambini, che sono il nostro futuro. Sono loro che vanno tutelati. Apprezzerò sempre chi attiverà progetti in questa direzione. Ad associazioni, singoli e realtà che danno vita, oltre che a progetti, anche a importanti iniziative di prevenzione e sensibilizzazione. Perché, e mai è sbagliato ribadirlo, la prevenzione è fondamentale.
I bambini e i ragazzi bullizzati, di oggi e di ieri, ringrazieranno sempre.
Sul territorio di Novara e del Novarese sono diverse le realtà che si occupano di questo, spesso in sinergia con le scuole. Si va da Fondazione Carolina, nata in memoria di Carolina Picchio, al Progetto per Tommaso, che ricorda un altra giovane vittima di cyberbullismo, Tommaso appunto, studente del liceo scientifico Antonelli.
E poi, ultima nata, ma già molto attiva e con tante iniziative e tanti progetti in cantiere, l’associazione di promozione sociale Sbulloniamo Insieme, che ha la sua sede in corso della Vittoria 5 D.
Oggi, nella settimana in cui è stata celebrata la Giornata contro il bullismo e il cyberbullismo, che ricorre ogni anno il 7 febbraio, dopo aver visto in azione il suo staff più volte, tanto nelle scuole quanto in convegni e iniziative, è proprio di Sbulloniamo che vi voglio parlare.
Una squadra tutta al femminile, entusiasta e sempre al servizio dei nostri bambini, dei nostri ragazzi.
L’associazione, dalla sua fondazione, nell’aprile del 2019 come sportello, poi diventata vera e propria associazione nell’aprile 2022, si occupa di arginare e prevenire i fenomeni di bullismo e disagio giovanile, educare alla legalità e creare un punto di contatto e dialogo sociale tra giovani, famiglie, scuole, istituzioni e imprese presenti sul territorio.
Sbulloniamo accoglie tutti coloro che presentino problemi di bullismo o di cyberbullismo, fornendo ascolto e sostegno. Un servizio gratuito per rispondere alle situazioni di disagio. A farne parte un importante team di professionisti, che aiuteranno a individuare il problema e a riconoscerlo, fornendo supporto psicologico, educativo e legale.
Presidente dell’associazione, Michela Agnesina. A fare parte della squadra Alessandra Porzio, educatrice professionale e tutor dell’apprendimento, Silvia Rampone, psicologa psicoterapeuta, Anna Bosco, avvocato civilista, Sara Vescera, medico chirurgo e psicoterapeuta, Letizia Manfrin, laurea in Scienze e tecniche psicologiche, Francesca Pagetti, psicologa e analista del comportamento, Anna Zandrino, avvocato familiarità e minorile, curatore speciale dei minori (Foro di Torino), Martina Ramella, ricercatrice scientifica, Vanessa Cerina, pedagogista, Martina Porzio, social media e addetto stampa, Gianina Apostol, collaboratrice studio legale, Patrizia Gerardi, segretaria associazione e supporto grafico. Per informazioni sportelloascoltosbulloniamo@gmail.com oppure telefonando o inviando un sms o WhatsApp tutti i giorni, al numero 3518374556. Disponibili anche le pagine Facebook e Instagram “Sbulloniamo insieme”.
Lo staff di Sbulloniamo a un evento al Broletto con lo psicoterapeuta Alberto Pellai
Molte le iniziative portate avanti in questi primi anni di vita dell’associazione.
Si parte dalla seconda edizione del concorso scolastico “Il bullismo visto dai miei occhi”, che ha aperto ufficialmente la seconda annualità il 7 febbraio 2023, Giornata, come anticipato, contro bullismo e cyberbullismo.
Un appuntamento nel quale sono coinvolte tutte le scuole del territorio, di ogni ordine e grado, che possono partecipare al concorso con testi, disegni, riflessioni, ma anche con segnalazioni. I lavori dovranno essere consegnati entro il 28 febbraio, inviando il materiale alla mail sportelloascoltosbulloniamo@gmail.com. Si potrà imbucare i lavori preparati anche nelle apposite buche delle lettere allestite nelle scuole del territorio.
Alcune immagini dei lavori prodotti per la prima edizione del concorso
Dallo scorso autunno, invece, l’associazione sta promuovendo nelle scuole “Tu chiamale se vuoi… emozioni“.
Una serie di incontri in cui si riflette sui sentimenti, sulle emozioni, sul rispetto dell’altro e, elemento che ritorna e fondamentale nella lotta al bullismo, sul valore delle parole, sulla loro potenza. «Un progetto – come ha spesso riferito la presidente – che molte scuole hanno chiesto e in cui coinvolgiamo direttamente, i bambini, i ragazzi».
Lo staff di Sbulloniamo parla così ai ragazzi di empatia, dell’importanza di mettersi nei panni dell’altro, di educazione all’ascolto e di legalità. Un’educazione alle emozioni per aiutare a riconoscerle e a comprenderle, arrivando a dominarle senza nasconderle e a trasformarle in un mezzo per conoscere l’altro e, quindi, per arrivare a saperle gestire. Senza farsi sopraffare. Un percorso bello, interessante e coinvolgente, che, in alcuni casi, sarebbe utile e di supporto anche agli adulti. I ragazzi riflettono su tutti questi aspetti, evidenziando situazioni ed eventi tanto positivi quanto negativi che riguardano la classe. Li segnalano e poi ne parlano con lo staff di Sbulloniamo.
Tra gli altri eventi di grande successo, nel settembre del 2021, al campo sportivo di Veveri, “Sbulloniamo giocando insieme”. Un modo per avvicinare i bambini e i ragazzi alle Forze dell’Ordine. Obiettivo far capire loro che Polizia, Carabinieri e Polizia locale non sono nemici o solo quelli che fanno le multe. Ma sono soprattutto amici a cui chiedere aiuto quando si è in difficoltà. Un pomeriggio di grande successo, con la partecipazione anche di molte autorità, dal sindaco Alessandro Canelli al presidente del Centro servizi per il territorio, Daniele Giaime. Nel pomeriggio dimostrazioni e momenti di gioco organizzati, in sinergia con le associazioni del territorio presenti.
Lo scorso Natale, un’originalissima raccolta fondi, con l’Albero di Natale delle emozioni. Con un piccolo contributo lo si poteva addobbare con una pallina emozionale. Sono stati così raccolti fondi utili al progetto scolastico sulle emozioni.
L’albero delle emozioni
Poco prima, a novembre, in un Arengo del Broletto gremito in ogni ordine di posti, ecco l’arrivo in città dello scrittore e psicoterapeuta Alberto Pellai, invitato proprio da Sbulloniamo con il Centro di giustizia riparativa per parlare di ‘educazione digitale’, un tema particolarmente sentito da chi, ogni giorno, vive a stretto contatto con bambini e ragazzi. Genitori, insegnanti, animatori.
Pellai, nell’occasione, ha rivolto un invito alle famiglie, ai genitori, ma anche agli insegnanti e a tutti coloro che, quotidianamente, si rapportano con giovani e giovanissimi. Un invito a essere referenti di responsabilità nei confronti dei pre-adolescenti. In particolare di fronte al web, all’utilizzo sempre più precoce di smartphone e social network. All’uso improprio di oggetti che espongono i giovanissimi a situazioni alle quali spesso difficilmente sanno reagire e reggere e che possono anche portare a conseguenze molto gravi. E questo, tra l’altro, non solo tra i giovani, come emerge da tante notizie di cronaca, che raccontano di suicidi anche tra adulti, che non sono riusciti a sostenere la forte esposizione mediatica cui sono stati sottoposti sui social. Obiettivo è stato parlare e confrontarsi sui bisogni educativi nell’età evolutiva dei nativi digitali, cercando di comprendere come aiutare i giovanissimi dinanzi al web e allo smartphone, che, spesso, è nelle mani dei ragazzi da molto presto, come recita il titolo di uno dei libri di Pellai e dello stesso incontro al Broletto, “Tutto troppo presto”.
A emergere la necessità di fare rete, di promuovere sempre più incontri e azioni per affrontare il fenomeno. «I pre-adolescenti – ha riferito Pellai – hanno un cervello emotivo, affamato di emozioni intense. Nell’età della pre-adolescenza la parte emotiva del cervello diventa potentissima, quella cognitiva, invece, resta, tra i 10 e i 14 anni, immatura. Non hanno le capacità di integrare funzionamento emotivo e cognitivo. Per questo è nostro compito aiutarli. Tocca a noi genitori essere referenti di responsabilità, portando i nostri figli a riflettere».
L’associazione è stata anche tra i protagonisti delle due edizioni de “La strada si fa scuola”, iniziativa promossa dalla Polizia di Stato di Novara con le associazioni e le scuole del territorio.
Le autorità allo stand di Sbulloniamo alla prima edizione de “La strada si fa scuola”
Progetti, iniziative, azioni che proseguono tutto l’anno, incessantemente. E che, spesso, si realizzano in sinergia con le Forze dell’Ordine, a partire dalla Polizia di Stato.
Proprio la Polizia, in occasione della Giornata contro il bullismo, insieme a Rai Documentari, ha presentato “Senza rete”, un docufilm che racconta il cyberbullismo per sensibilizzare all’uso consapevole del web.
“È un incubo e non so come uscirne, vorrei solo sparire per sempre”. Con queste parole inizia “Senza Rete”, un docufilm che racconta il cyberbullismo provando a svelarne la natura: un mostro da guardare in faccia per poterlo riconoscere e affrontare.
L’idea di questo documentario nasce dall’intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno scolastico lo scorso 16 settembre a Grugliasco (TO), che, ricordando il dramma di Alessandro Cascone – il giovane di Gragnano suicida a 13 anni vittima di bullismo – ha sollecitato un maggior impegno al contrasto del cyberbullismo da parte dell’intera società e ricordato il valore della scuola, centrale per la nostra Repubblica.
Per chi volesse riveder il docufilm, che ha una durata di poco più di cinquanta minuti, è disponibile su Rai Play.
E ora, a conclusione di questo articolo lunghissimo (sul giornale avrei già dovuto tagliare da un pezzo e ovviamente non avrei potuto inserire quello che provo quando vedo o ascolto un atto di bullismo, pensando anche alla me ragazzina), non mi resta che ricordare quanto scriveva “Caro”, ossia “Le parole fanno più male delle botte”. Osando aggiungere “Usiamo quelle buone, quelle positive” e, per chi si trova in mezzo a queste situazioni, un invito a rivolgersi a chi sa aiutare, come Sbulloniamo Insieme e tante altre realtà presenti sul territorio. Non dimenticando le nostre Forze dell’Ordine.
Oggi è la Giornata della Memoria, ricorrenza internazionale che viene celebrata il 27 gennaio di ogni anno per commemorare le vittime dell’Olocausto. Una data significativa decisa dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il primo novembre del 2005 durante la 42esima riunione plenaria. Una Giornata, spesso un’intera settimana, per ricordare una delle più grandi tragedie dell’umanità. E che sul nostro territorio, a Novara e nel Novarese, vede ogni anno l’organizzazione di moltissimi eventi e di tante iniziative per ricordare, per non dimenticare. Protagonisti degli incontri, quasi sempre, le nuove generazioni, i ragazzi, i più giovani. Perché una tragedia di queste proporzioni non va dimenticata e, soprattutto, non si deve ripetere. Occorre imparare la lezione che ci ha lasciato il passato e, quindi, diventa importante tramandare quanto successo agli adulti del futuro.
Così oggi posto un mio articolo dello scorso anno, quando, in un convegno ospitato all’Arengo del Broletto, promosso dall’Ufficio Scolastico provinciale di Novara, coordinato da Gabriella Colla, e dal titolo “Educare alla Memoria”, protagonisti della mattinata erano stati proprio i ragazzi, gli studenti delle scuole medie e degli istituti superiori. Una seconda edizione del convegno è stata promossa per quest’anno e si è svolta nella giornata di giovedì 26 gennaio (se volete leggere l’edizione 2023 qui il link de L’Azione), sempre a Novara.
Nel convegno del 2022 Camilla Zanardi, Anna Erbetta, Luca Loro Piana, Maria Elisabetta Lo Giudice, della 3 A della scuola media di Boca dell’Istituto comprensivo Borgomanero 2, hanno ricordato Becky Behar, ultima sopravvissuta alla strage nazista di Meina. A partire dalla lettura del libro “La guerra di Becky” di Antonio Ferrara e da un incontro, via web, con la figlia di Behar, Rossana Ottolenghi. A coordinarli la docente Cinzia Bovio. «Abbiamo letto – spiegano – la storia di Becky. La sua vicenda ci ha colpito. Poi abbiamo potuto parlare con la figlia che ci ha raccontato di una donna disponibile con tutti e solare, nonostante quanto avesse subito». Hanno aggiunto: «abbiamo appreso l’esistenza della Shoah a scuola. Siamo rimasti attoniti dinanzi all’odio che si era scatenato in quegli anni, odio verso le altre persone. Ci è parso surreale».
Arengo del Broletto
Gli studenti del Duca D’Aosta, rappresentati dall’insegnante Renata Regis, hanno ideato disegni significativi sulla Shoah mostrati a video. I ragazzi del Bonfantini hanno letto brani dal libro di Giovanni Grasso “Il caso Kaufmann”. E ancora il liceo coreutico e musicale Casorati, con i docenti Dino Scalabrin e Fabio Bellofiore, hanno partecipato con un video con alcuni brani musicali eseguiti. Da “Hallelujah” di Cohen passando per Imagine. E ancora Manuela Bernardi, presidente Consulta provinciale degli studenti e coordinatrice regionale delle Consulte e Maria Grazia Aschei, ex studentessa del Casorati, hanno raccontato testimonianze della memoria. La seconda, in particolare, del suo viaggio del 2019 ad Auschwitz: «la Shoah ci deve insegnare a non ripetere più quegli errori che sono autentiche atrocità». Il rabbino Alberto Somekh: «la Shoah deve insegnare a non ripetere gli stessi errori e orrori». Il sindaco di Novara Alessandro Canelli: «un convegno importante, come la “Run for mem”, con cui abbiamo risposto alla vergogna del corteo no pass che rimandava ai lager».
A volte gli approfondimenti che inserisco sul mio blog, dove c’è Monica a tutto tondo, con le sue passioni, il suo lavoro (sì, mancano la cronaca nera e la giudiziaria, i miei settori per vent’anni e che ancora, a tratti, seguo, ma è una mia scelta; magari nascerà un altro blog dedicato), sono articoli già elaborati per i giornali con alcune aggiunte, con altre informazioni. Aggiunte, informazioni, nate dall’esperienza, da novità emerse successivamente. Non accadrà, salvo qualche aggettivo, qualche avverbio, qualche età per forza modificata, per quanto ‘posterò’ nella giornata di oggi.
Si tratta di un articolo, di un ampio servizio, realizzato per la Festa della Donna del marzo di esattamente due anni fa. Un servizio che ho amato svolgere, pur se sempre di corsa e con due tappe distinte in Questura (la base per questo approfondimento). E che racconta due donne, di età diverse, che vivono la divisa come una seconda pelle, che vivono l’impegno in Polizia come una vera e propria missione. Una delle due già era una mia conoscenza, l’altra l’ho conosciuta in quell’occasione, salvo esserci viste in precedenza sempre di corsa alle manifestazioni, quelle da me seguite per il giornale e da lei per il suo impegno come agente della Digos con i suoi colleghi. L’ho amato fare, questo servizio, per l’amore che nutro nei confronti delle Forze dell’Ordine, sempre in nostro aiuto, e anche perché, ormai non è più un segreto, è la prima professione, quella della poliziotta, che avrei voluto intraprendere. Avevo all’incirca 15-16 anni, ero un maschiaccio che amava le moto, in particolare le Guzzi, e che sognava di aiutare il prossimo entrando in Polizia.
Ma non c’era l’altezza in centimetri e, poi, una mamma sempre super apprensiva e altre ‘amenità’, hanno ‘tarpato’ le ali alla me giovane di allora. Passai per diverse idee sul cosa fare da grande, dalla piccola chimica all’architetto sino appunto, infine, all’amore infinito per il giornalismo. Ma senza mai dimenticare la Polizia, che ho potuto raccontare nelle operazioni di cronaca, ma anche con le tantissime attività portate avanti con i ragazzi o con gli approfondimenti con interviste ai diversi Questori che si sono alternati in città, da quando, nel lontano 2001, son partita con la mia avventura nel giornalismo. Ci sono poi tornata a pensare alla professione che volevo fare un tempo? Sì, quando fu tolta l’altezza, ma ormai avevo superato l’età per fare ingresso in Polizia. Comunque mi appassiono quando devo raccontarla, quando conosco nuovi agenti, uomini e donne, che danno tutto se stessi per gli altri. Ecco perché ho amato raccontare Maria Rosaria Delli Santi, 57 anni, e Sandra Mazza, 45 anni.
Ed ecco che ve le racconto.
Rosaria Delli Santi
Per lei la divisa da poliziotta è una seconda pelle, tanto da sentirsela addosso anche quando non la porta. La divisa l’ha accompagnata, nella cappella della Questura di Novara, anche quando si è sposata con un collega. È l’orgoglio «dell’essere al servizio della giustizia. Non c’è complimento più bello di quando mi dicono ‘come porti bene la divisa, te la senti proprio addosso’». Lei è la sovrintendente Maria Rosaria Delli Santi, prima donna poliziotta giunta a Novara nel maggio del 1987. Da allora è stata alle Volanti, alla Mobile, all’Ufficio di Gabinetto e ora è segretaria del Questore.
Quando ha deciso di entrare in Polizia? «Sin da giovanissima desideravo dedicarmi a un lavoro che fosse di supporto alla giustizia. Così, nel 1981, ho partecipato al primo concorso aperto anche alle donne e sono passata. Ho seguito i corsi a Bolzano e a Pescara e sono entrata in Polizia il 6 ottobre 1986. In quell’occasione, con quel concorso, ci fu un importante ingresso di donne come agenti, il 30%. Il mio primo incarico è stato a Novara, dove sono tutt’ora».
Il Corpo di Polizia ha aperto alle donne quando ancora si pensava che le forze dell’ordine avessero solo un “volto” maschile. Ha avuto difficoltà? «All’inizio alcuni colleghi erano diffidenti con un’agente donna: oggi non accade più. Dopo poco ho trovato collaborazione. Ero molto giovane e questo li ha portati a sostenermi. Molti colleghi maschi si sono ricreduti rispetto alle prime settimane in cui ero arrivata, scoprendo come anche noi donne potessimo dare una mano importante. Come anche la sensibilità femminile servisse in questa professione. Anzi è d’aiuto in ambiti come l’Ufficio Minori. L’inizio è stato sì difficile, ma poi ho ricevuto collaborazione e comprensione, sempre ricambiati. Quando sono stata alla Mobile, che prevede un lavoro diverso dalla Volante, i colleghi mi hanno aiutato. Poi sono arrivate tante altre donne».
Rosaria Delli Santi
Il lavoro da poliziotta e la famiglia? «Le difficoltà erano quelle che aveva qualsiasi donna che lavorava su turni. Conciliare la famiglia con il lavoro è complicato, ma è quanto accade con tutti coloro che fanno i turni. Temevo di sottrarre tempo alle mie figlie, ma non è successo. È sufficiente organizzarsi. Certo da allora ci sono stati molti miglioramenti. A partire dagli strumenti a sostegno della donna. All’epoca non c’era ad esempio il congedo parentale».
Sono cambiati anche gli spazi della Questura. «Sì. Quando arrivai in città era una ‘caserma’ prettamente pensata per i maschi. Negli anni è stata, invece, ampiamente adeguata alle nuove esigenze, anche con tanto di spogliatoi».
Sandra Mazza
Assistente capo, in Polizia dal 2003. È a Novara dal 2005, dove dapprima è stata impegnata alla Volante, sino al 2013, e adesso alla Digos. Un’attività delicata. Le eventuali difficoltà per una donna? «Nel mio percorso personale in Polizia non ho mai avuto problemi. Con la Digos abbiamo un’attività che ci vede molto all’esterno. Dobbiamo avere la capacità di comunicare con le persone, di trovare la ‘chiave’ per parlare con loro. Che sia un manifestante o che sia un operaio che sta per perdere il lavoro. La nostra è un’opera di mediazione, parlando con l’operaio, così come con il datore di lavoro. E in questo l’essere donna aiuta».
Ha mai ricevuto offese come donna da manifestanti o tifosi? «Al di là dell’immaginario collettivo, c’è rispetto. Mi è successo di intervenire per dialogare e non si sono segnalate difficoltà. Se si verifica qualche offesa non ce l’hanno con la persona, con la donna Sandra, ma in generale con la Polizia. È fondamentale come ci si pone come persona, come ci si pone con loro».
Il rapporto con i colleghi uomini. Ci sono state resistenze? «No, in nessun modo. A parte qualche normale differenza di carattere all’inizio, come può capitare con tutti, non ho mai registrato problemi. Certo io non sono stata una delle prime donne ad arrivare e, quindi, c’era già il ‘terreno’ creato da altre colleghe. Si lavora insieme, ci si aiuta. Nel mio percorso non ho mai vissuto problemi legati al mio essere donna».
Sandra Mazza
L’esperienza alle Volanti? «Sia la Volante sia la Digos sono incarichi operativi, che ti portano a contatto con la gente. La Digos è mediazione, la Volante primo intervento. Il rapporto con i colleghi maschi, ad esempio, è proprio quello che si crea alle Volanti. Quando la gente chiede aiuto, il personale fa squadra, diventa una seconda famiglia, collabora, si sostiene. Con i colleghi incontrati alla Volante ho un rapporto splendido. Lì ho lasciato una parte del mio cuore».
La sensibilità femminile aiuta? Lavoro e famiglia? «Ci sono alcuni interventi in cui la sensibilità di una donna aiuta molto. Penso agli interventi per liti in famiglia o anche con la presenza di minori. La donna vittima preferisce solitamente rapportarsi con un’agente donna. Ci sono comunque anche molti colleghi maschi con una pari sensibilità. Per quanto riguarda famiglia e lavoro è questione di organizzarsi. Sono mamma di una bimba di 10 anni e con un po’ di attenzione si riesce a fare tutto, sia il lavoro che amo, sia stare con la mia famiglia. Felice del percorso che ho fatto». Monica Curino
Forse i tanti anni vissuti come animatrice in oratorio. Forse il tempo trascorso a seguire bambini e ragazzi di vicini di casa, quando mamma e papà non c’erano, mi hanno portato a essere particolarmente sensibile alla situazione dei giovani, dei ragazzi. E questo pur non avendo figli e non facendo l’insegnante di professione. Forse, visto l’aspetto giovanile che tutti mi indicano, mi sento ancora una di loro? O forse sento ancora vicine alcune problematiche che bimbi, ragazzi e giovani vivono e stanno ancor di più vivendo ora dopo questi quasi tre anni che tutto hanno fermato, che tutto hanno messo come ‘in stand-by’. Una situazione difficile per noi adulti, figurarsi per chi si è trovato dinanzi a tutti questi cambiamenti, a questo vivere come in una bolla, impossibilitati a fare qualsiasi cosa, senza gli idonei strumenti.
Per questa ragione ho accolto positivamente quando il giornale per cui lavoro, L’Azione, mi ha chiesto un approfondimento sul tema dei giovani, sul come stanno, su quanto desiderano, sul come hanno vissuto questi anni e, adesso, questa ripartenza. Un approfondimento per il quale ho sentito più voci, da docenti e dirigenti d’istituto a sacerdoti, passando per gli stessi ragazzi. Certo la parte che ha fatto maggiormente emergere la condizione giovanile di oggi è quella in cui ho potuto intervistare psicologi, psicoterapeuti ed educatrici. Ne è uscito un quadro interessante, di ragazzi che hanno delle difficoltà, soprattutto nel relazionarsi con gli altri, ma che cercano comunque di ripartire, di riprendersi da questi 3 anni di zero relazioni, di tutto fermo.
Quello che è uscito, come anticipato, è che i giovani, isolati a lungo davanti solo allo schermo di un pc, non sono più in grado di costruire rapporti. O, quantomeno, faticano e non poco. Accade, soprattutto, per i più piccoli, per i ragazzi delle elementari e delle medie, ma la situazione non lascia certo esenti i ragazzi delle superiori. Nell’ultimo periodo, inoltre, possibile conseguenza di questo biennio di stop, che tutto ha stravolto, sono in forte aumento le richieste d’aiuto di giovani e giovanissimi.
In particolare, spiega Sara Vescera, medico psicoterapeuta dello staff di “Sbulloniamo Insieme”, associazione e sportello d’ascolto attivo contro bullismo e cyberbullismo, «si registrano casi di disturbi alimentari, che interessano un po’ tutte le fasce d’età giovanile, e disturbi dell’umore. Non mancano segnalazioni – aggiunge – di disturbi del comportamento. Tutte situazioni che, dopo la pandemia, sono andate peggiorando. Sono diversi anche gli episodi di autolesionismo. Una situazione che, certo, preoccupa e sulla quale hanno influito i lunghi periodi di isolamento durante la fase più critica della pandemia, ma anche la chiusura degli istituti scolastici». Le scuole, infatti, sono strumenti importanti e fondamentali per i ragazzi, luoghi dove ci si forma e dove nascono le prime amicizie, le prime relazioni della vita. «Con la loro chiusura – riprende Vescera – si è ‘fermato’ non solo un luogo di educazione, ma anche un posto dove si imparano competenze, dove si impara a costruirle. Alcune competenze, a quell’età, non ci sono ancora. E la loro assenza non può che determinare problemi, creare situazioni di difficoltà ai bambini come anche ai ragazzi. A tutti loro è capitato, durante la pandemia, di provare sentimenti, emozioni – prosegue la psicoterapeuta – che non potevano controllare, che non sapevano spiegare. Hanno trascorso ore e ore davanti al pc e questo ha portato anche a un sensibile aumento dei casi di dipendenza da internet, social e videogames».
Come medico attivo anche al 118 Vescera conferma anche una crescita «di casi di violenza, di aggressività, con protagonisti giovani e giovanissimi. Diverse le chiamate che riceviamo alla centrale in tal senso». È poi cresciuto «l’abuso di droghe, a cui i ragazzi ricorrono non per evadere, ma per lenire il disagio che vivono». Difficile indicare una fascia d’età che più abbia risentito della pandemia o che ora segnali problemi. Certamente i ragazzi delle medie, «l’età adolescenziale, che è il periodo che segna l’inizio dello sviluppo delle competenze sociali».
SARA VESCERA
Da qui l’importanza di agire nelle scuole, sin dalla primaria. Un’azione che “Sbulloniamo Insieme”, guidata da Michela Agnesina e con un team composto anche da educatrici e avvocati, porta avanti sin dalla sua nascita. «Noi – spiega Alessandra Porzio, educatrice dell’associazione – entriamo da tempo nelle scuole, in particolare elementari e medie, con progetti e iniziative per aiutare i ragazzi. Hanno davvero bisogno di aiuto, necessitano di adulti che possano accompagnarli, seguirli e aiutarli, soprattutto dopo quanto vissuto col Covid. Sono molti gli strascichi che viviamo quando entriamo in classe. I bambini hanno ancora un po’ di chiusura nell’aprirsi con l’altro, preferiscono quasi rimanere in una vita parallela, nella vita virtuale, che è quella poi che hanno vissuto nei due anni di pandemia. Hanno perso la capacità di relazionarsi con i compagni. Vediamo che fanno davvero fatica. Hanno perso l’abitudine a fare quello che, prima, era quotidianità». Nelle aule il team di “Sbulloniamo” riscontra, poi, come, da parte dei ragazzi, «esista un forte bisogno di uno spazio dove dialogare. Loro vivono le emozioni o a zero o a mille. O sono felicissimi o abbattuti. Hanno bisogno, in questo, la mediazione di un adulto. Non è tutto bianco, come non è tutto nero. Noi li aiutiamo a decodificare le emozioni che provano. Hanno una forte necessità di essere ascoltati. Del resto, in questi due anni, alcuni si sono ritrovati da bambini ad adolescenti e il passo non è da poco. Noi adulti abbiamo le competenze per affrontare quanto ha comportato il Covid, loro – rileva Porzio – no. Dobbiamo farci raccontare cosa hanno vissuto e dire loro che ora si deve tornare alla vita vera».
ALESSANDRA PORZIO
Certo, rispetto allo scorso anno, rileva Rossella Grandi, psicologa, che opera nelle scuole anche a contrasto della dispersione scolastica, «la situazione è migliorata. Già il poter vedersi senza mascherina significa tanto. Ricordo casi di attacchi di panico, di disturbi alimentari, ma soprattutto nel 2021. Sembra i ragazzi stiano gradualmente riabituandosi. Certo occorre sempre mettersi in ascolto dei ragazzi». Per affrontare il disagio «serve – conclude Vescera – potenziare i punti d’ascolto e far capire alle famiglie che esistono realtà e servizi che possono accompagnarle».
I ragazzi, come ha aggiunto don Simonpietro De Grandis, coadiutore alla parrocchia di San Martino, mostrano «comunque una grande voglia di impegnarsi, di fare bene, come anche di stare insieme e di promuovere iniziative per gli altri, per la comunità. In oratorio ho un maggior numero di animatori ora del periodo pre Covid. Certo c’è l’altro aspetto, quello della crescita di problemi come ansia e disturbi alimentari», ma questa voglia di impegnarsi fa ben sperare.
DON SIMONPIETRO DE GRANDIS
E i ragazzi stessi cosa vogliono, cosa chiedono ai grandi? Cosa pensano del fatto che, la maggior parte delle volte, finiscono sui giornali e in tv per situazioni negative? Gli studenti dell’Omar sono sicuri: chiedono un dialogo sincero con gli adulti e spazi dove incontrarsi, ma anche comprensione e autorevolezza. Richieste che fanno agli adulti per essere accompagnati in quel difficile mestiere che è diventare uomini e donne.
Sono ragazzi e ragazze che non guardano più la tv, che non si interessano di politica, «perché ogni partito scredita l’altro e non mette in luce le proprie proposte» e che si informano su internet. «Un dialogo con gli adulti – spiega Luca Denetto – è fondamentale, perché il Covid ci ha lasciato molte difficoltà. Un dialogo – prosegue – che possa aiutarci. Noi giovani non siamo quelli che vediamo sui giornali, etichettati come ‘mele marce’. È sgradevole vedersi dipinti così. Sono solo una minima parte i ragazzi autori di azioni poco edificanti, che partecipano ai rave o si macchiano di reati. Non si nasce cattivi, lo si diventa. È poi utile uno spazio dove avere uno scambio tra noi ragazzi e dove gli adulti possano fornire la loro esperienza». Cristian Pennacchio fa parte del Gruppo Noi, che nella scuola diretta da Francesco Ticozzi aiuta i compagni a far fronte al bullismo: «I problemi emersi ora tra i giovani derivano dal post Covid. Qualcosa che ha cambiato tutto, che ha rivoluzionato le nostre vite. Occorre cercare di tornare a prima. Non sono stati anni da buttare, ma dobbiamo farne tesoro. La pandemia ha messo in ginocchio le relazioni. Io sono estroverso, ma sono stati comunque anni duri». Federico Mondello: «quando c’è stata la pandemia, ero alle medie da poco e non conoscevo nessuno. L’isolamento ha acuito questa situazione e non ho potuto fare amicizie. Ma se ragiono adesso il Covid mi ha fatto ragionare. Ora mi sento bene e sono più aperto. Io ho trovato una valvola di sfogo con un nuovo hobby: creo portachiavi. Si possono superare queste situazioni e ritrovare se stessi, imparando cose nuove e chiedendo aiuto ai grandi». «Quello che mi manca oggi è più comprensione – dice Francesco Grasso – più autorevolezza e chiare regole da rispettare. Queste ultime, ovviamente, che siano motivate. Serve a niente porre dei paletti se non si spiega a noi giovani il perché viene fatto. Ecco spiegato il motivo per il quale, in qualsiasi ambito, tanti eccedono, vanno oltre senza ben capire qual è il limite da non superare». Anche le forme di bullismo sono una brutta bestia da gestire e domare. «Tante volte – confermano Morgana Godio, anche lei del Gruppo Noi, e Chiara Cristianelli – non si riesce a comprendere che anche quello che si ritiene un ‘semplice scherzo’ può essere percepito in modo diverso dalla persona che lo subisce. È lì, in quel momento, che va fermata la battuta. Occorre aver più sensibilità verso gli altri e valutare in anticipo quali effetti potrebbe generare una parola o un’azione spesso fuori luogo. Sotto questo aspetto anche la scuola potrebbe migliorare la situazione dotandosi di personale formato ad assicurare un supporto psicologico a quanti ne hanno realmente bisogno».
Altro punto delicato e importante, da sempre e ancor di più in questo periodo successivo alla pandemia, è la famiglia. «In casa io ho da sempre un confronto molto aperto – aggiunge Mattia Tucci – sarà forse per questo che non avverto particolari mancanze. Sono un amante della libertà, dei viaggi. Mi piace scoprire, conoscere, apprezzare. Faccio volontariato ormai da qualche anno in Croce Rossa. Poco alla volta, dopo un inizio complicato per qualche pregiudizio di troppo rispetto alla mia giovane età, mi sono sentito parte di un bel gruppo. Inclusione, accettazione, buone maniere verso gli altri non dovrebbero mai mancare». Monica Curino
A Ponzana sono stata spesso in questi 21 anni di lavoro (ho iniziato questa professione solo un anno prima che Casa Shalom, la struttura che nelle campagne novaresi segue i malati di Aids, aprisse). Sono stata in visita per le tradizionali feste dell’Associazione Amici di Casa Shalom, gruppo di volontari che aiuta nella gestione della casa don Dino Campiotti, cui si deve la nascita di questa splendida realtà della solidarietà, e per alcune ricorrenze, come gli anniversari. L’ultimo solo qualche settimana fa, quando sono stati celebrati i primi vent’anni della struttura, aperta nell’aprile del 2002, ma con una genesi che risale sino al 1996.
Le occasioni che ho più amato, però, e che mi hanno dato tanto, a livello emotivo e poi di parole da trascrivere sui giornali per cui ho lavorato, sono state le due volte in cui ho proprio conosciuto alcuni ragazzi, uomini e donne dalla vita difficile, ‘tribolata’ e con mille tentativi per riprendersi, e parlato con loro. Alcuni, in particolare quelli che ho intervistato la prima volta, per “Il periodico novarese”, nella calda estate del 2006, con in sottofondo la tv che raccontava i gol della nostra nazionale, che vincerà poi quei mondiali, purtroppo non ci sono più, altri sono riusciti a farcela e sono ripartiti con il piede giusto con la vita. A quei ragazzi mi ero affezionata, mi aveva colpito molto Cri (Cristina), uno scricciolo (assieme non facevamo credo neanche 80 chili), ma con una grande forza di volontà, perché voleva farcela, pur se sapeva che era tutto molto difficile, che era caduta troppe volte e che ogni volta rialzarsi, come mi aveva detto, era sempre più dura. La seconda volta è stata più recente, era il 2017, e quegli uomini e quelle donne, quei ‘ragazzi’ che un po’ avevano perso la strada, sono ancora qui e si sono ripresi.
L’ultima volta ho incontrato anche Claudia, poco più di 50 anni, che ha iniziato con gli stupefacenti a 13 anni, «per trasgressione», mi aveva raccontato. «Ho capito che era un problema quando aspettavo mia figlia, che ora ha 15 anni e che spesso viene a trovarmi. Vorrei vederla di più, avere una casa mia dove stare con lei. La amo più di me stessa, è una brava ragazza. Quando l’ho avuta, ho smesso di farmi e ho cercato di crescerla, ma ho dovuto darla in affido. Qualcosa che mi ha spinto sino al farmi del male da sola – ha poi aggiunto – Vorrei anche recuperare il rapporto con mio figlio più grande, che da poco mi ha reso nonna. Ho l’Aids, ma a Ponzana sto bene». E con Claudia, Pietro, che non ha l’Aids, ma ben ha compreso il significato e quanto vuole portare avanti Casa Shalom.
«Se sono qua – mi aveva raccontato, tra un sorriso e l’altro – devo ringraziare don Dino Campiotti. Lui mi ha fatto uscire dal carcere, consentendomi di trascorrere a Ponzana i domiciliari. Ero disperato. Se non ci fosse stato don Dino, non sarei più qui. Quello che vorrei far capire a chi sta fuori è che dovrebbero venire nella casa a fare i volontari. Dovrebbero vedere quello che si vive qui. Ci sono un calore e una luce straordinaria. Si sta bene e ci si aiuta».
Per tutte queste ragioni, per questo cuore che si riempie ad ascoltare e raccogliere queste storie di vita, non ho voluto mancare in alcun modo alla festa per i vent’anni della Casa, dove, come al solito, il quadriportico della struttura, come la cappella di San Martino, la serra, tutto quanto si trova accanto a Casa Shalom, mi hanno subito fatto dimenticare ogni minima preoccupazione che potessi avere prima di arrivare a Ponzana. In questo spazio si respira serenità o, come dice la parola stessa ‘Shalom’, pace. Una tappa a Casa Shalom che, questa volta, ha avuto anche il merito di rinsaldare un’amicizia. Sì, perché sono andata a Ponzana in compagnia di un’amica che non vedevo da tempo, quella che, quando si è bambini, si definisce ‘migliore amica’ o ‘amica del cuore’. Gli anni e le vicissitudini della vita ci avevano allontanato un po’, ma questa tappa insieme nelle campagne novaresi ha avuto il merito, oltre a darmi un sacco di serenità, di rinsaldare quell’amicizia. E non solo. Ho anche ritrovato Pietro, che, ora, vive da solo, ma non ha dimenticato l’aiuto di Casa Shalom, e continua a recarsi a Ponzana per dare una mano ai volontari, per dare il suo contributo.
Comunque eccoci a Ponzana, dove, a fare gli onori di casa, con operatori, educatori e volontari, è don Campiotti, che, subito, ha voluto raccontare di chi non c’è più. Tra loro «Angelo, accolto dal dio dei drogati, espressione che gli era familiare e che aveva preso a prestito dal mitico Fabrizio De André; Cricri, che aveva scelto il paradiso nella grande piantagione di ciliegi in fiore sulla collina. E poi… Maria, l’africana, ossessionata dal desiderio di tornare a casa; Alberto, ‘il veggente cieco’, che si illuminava per avere riscoperto la bellezza della vita e ancora Sergio, finissimo animatore di piano-bar, che sognava un concerto in cielo con tutti i suoi compagni di strada». Uomini e donne che non ci sono più, ma che continuano a vivere tra chi, operatori e volontari, non smette di lottare per ricordare che l’Aids, nonostante il silenzio che sembra essere calato sulla patologia, è ancora tra noi. Ben presente. Ha cambiato le sue modalità, ma c’è ancora, le persone continuano a infettarsi.
Questo il messaggio che il fondatore ha voluto lanciare nell’importante anniversario, «il problema c’è ancora e troppi ragazzi sono morti per un silenzio colpevole che continua, purtroppo, anche oggi». Si parla ancora troppo poco di Aids: «In tanti, nelle tv e nelle radio, faticano a raccontarlo, a ricordare anche solo la Giornata Mondiale contro un problema che non tocca solo le regioni subsahariane, ma anche l’Italia. Non è sufficiente, tra l’altro – aggiunge don Campiotti – ricordarsene solo il primo di dicembre, Giornata Mondiale contro l’Aids. Abbiamo a che fare con un silenzio ostinato, che coinvolge anche educatori e adulti, cui occorre opporsi, perché serve avere consapevolezza che l’Hiv-Aids è ancora presente e ogni anno migliaia di persone si infettano senza rendersene conto. Non sono più tossicodipendenti o omosessuali come all’inizio. Ora, a infettarsi, sono per lo più eterosessuali, tra i 15 e i 30 anni. Occorre, quindi – conclude don Dino – intervenire, sensibilizzare, parlarne».
Nel pomeriggio anche la possibilità di visitare la Cappella di San Martino di Ponzana, presente negli spazi di Casa Shalom e che vanta al suo interno straordinari affreschi risalenti al XIV secolo. A fare da ‘cicerone’ proprio don Campiotti. Per l’occasione, tra l’altro, è stato stampato il volume “Ponzana e il suo S. Martino” (Edizioni Shalom), a cura di don Campiotti e con interventi di don Paolo Milani, direttore dell’Archivio diocesano e di Giovanna Mastrotisi, responsabile della Novaria restauri, che si è occupata dell’intervento nella cappella. C’è stato poi spazio per l’associazione Amici di Shalom, che, nata nel 2003, conta 150 iscritti ed è guidata da Elsa Occhetta. Una trentina i volontari attivi in aiuto della Casa. Durante il pomeriggio sono state raccolte donazioni a favore delle attività del gruppo e chi ha voluto ha potuto iscriversi all’associazione.
La casa-alloggio Shalom è stata inaugurata il 6 aprile 2002 dall’allora vescovo, monsignor Renato Corti. Una storia che risale sino al 1996, quando la Diocesi e l’Istituto di sostentamento del Clero, ciascuno per la propria parte, hanno deciso di cedere in comodato d’uso gli edifici e l’area circostante l’attuale casa all’associazione Comunità Villa Segù, realtà che, all’epoca, a Olengo, già si occupava di persone con problemi di tossicodipendenza e altra realtà il cui motore era don Dino Campiotti. «Da allora – spiega il sacerdote – sono un centinaio le persone che sono passate nella casa, fruendo dell’ospitalità e delle cure per riprendere il cammino della vita. Molte non sono più tra noi, ma ci hanno insegnato a non fingere indifferenza, a continuare l’impegno per i malati e per sensibilizzare sull’Hiv/Aids».
La Casa è diventata uno strumento dove il sostegno alla terapia, l’attenzione ai problemi psicologici individuali e la prospettiva di una ‘ripartenza’ per la vita hanno costituito i pilastri del cammino comunitario e del progetto educativo. «Gli ospiti ci sono indicati dalle Asl piemontesi. C’è chi è riuscito a ripartire nella vita, chi a trovare un lavoro. Chi non c’è più». Ci sono tanti ragazzi al cimitero di Novara, a quello di Casalino. A disposizione ci sono una decina di camere singole con servizi. Nel 2006, accanto alla casa madre, è sorta Casa Betania, che accoglie ospiti speciali, ossia persone che, concluso il cammino di base, stanno preparandosi a un inserimento nella vita regolare.
“Le parole fanno più male delle botte”. Una frase diretta, dura, ma quanto mai vera, lasciata scritta da Carolina Picchio, novarese e prima vittima di cyberbullismo in Italia. La giovane, nel gennaio del 2013, a soli 14 anni, dopo essersi vista umiliata in rete, in particolare sui social, in un video e in alcune immagini dove era priva di coscienza, non ha trovato altra via d’uscita che togliersi la vita. “Caro”, come la chiamavano gli amici e i famigliari, era una ragazzina allegra e altruista, ma i commenti postati sotto a quel video, anche da parte di persone che non conosceva, sono stati troppo forti da poterli superare. Un monito, quel “Le parole fanno più male delle botte”, come anche un altro messaggio, altrettanto forte, “Spero che adesso siate più sensibili sulle parole…”, che rappresentano il ‘testamento’ di ‘Caro’ e con le quali voglio prendere il via per questo nuovo articolo del blog.
Un approfondimento che doveva essere pubblicato a dicembre poco dopo aver seguito per L’Azione un evento e aver effettuato in precedenza una serie di interviste a tema bullismo e cyberbullismo per rendere il servizio su quell’appuntamento, la presentazione del libro “Un colpevole silenzio” dell’avvocato Daniela Missaglia, più ricco di dettagli e con una disamina che andasse anche oltre il volume. Un libro che, tra l’altro, racconta la storia di un ragazzino di soli 13 anni, Giovanni, che, vittima a scuola dei bulli, per paura, per vergogna, non ne riesce a parlare con nessuno, neppure con la mamma e con la nonna. Confida tutti i soprusi cui è sottoposto a un piccolo diario, che viene trovato solo dopo la sua morte. Sì, perché anche Giovanni, come ‘Caro’, a un certo punto non regge più quelle parole, quelle angherie, quei maltrattamenti cui viene sottoposto dai compagni di scuola, e decide di togliersi la vita. A ritrovarlo, nella casa che amava, la casa delle vacanze, la nonna. Un volume che ha un’incredibile potenza.
Se posso permettermi un consiglio è quello, per tutti, di leggerlo. Io l’ho fatto nel periodo di Natale e fa riflettere: è un pugno nello stomaco per tutti, forte e diretto, un gancio al volto. Un libro per chi è genitore, per educatori, per insegnanti, formatori, animatori, davvero per tutti coloro che si rapportano quotidianamente con i ragazzi. Ma anche per chi non è solito avere a che fare con loro, perché il bullismo è anche quello nei confronti di persone adulte, che si pensa spesso abbiano i giusti strumenti per reagire, ma, talora, anche per loro, non è così. Occorre concretamente capire il reale valore delle parole.
Ecco dicevo che questo articolo doveva essere scritto e ampliato rispetto a come lo avevo allestito per il giornale a dicembre, ma si sa che qui il tempo latita, il lavoro ti rincorre sempre. Ampliarlo perché la sera della presentazione del volume, oltre a uscire cose che avevo raccolto in anticipo, è emerso anche molto altro. Sensazioni, umori. E ancora di più sono emersi durante la lettura del volume.
GIORNATA CONTRO IL BULLISMO E RIFLESSIONE DA “UN COLPEVOLE SILENZIO”
L’articolo arriva ora, a distanza di pochi giorni dalla Giornata contro il bullismo e il cyberbullismo del 7 febbraio e la Giornata della sicurezza in rete, dell’8, due eventi che, ormai, si protraggono per una settimana, pur se l’attenzione sui due temi va tenuta alta tutto l’anno. Perché proprio le storie di Carolina e di Giovanni evidenziano con forza come il bullismo vada contrastato ogni giorno, senza mai tacere o guardare dall’altra parte. Il cyberbullismo, inoltre, evidenzia come strumenti come la rete o i social, nati per aiutarci, per facilitare il ritrovarsi, spesso si trasformino in vere e proprie trappole. Da cui è difficile uscire, da cui è difficile riprendersi.
E parto proprio dall’appello che maggiormente è emerso in quel pomeriggio nel salone dell’Arengo del Broletto per la presentazione del libro dell’avvocato Missaglia. «Non voltatevi dall’altra parte, non rimanete a guardare fermi e impassibili davanti a campanelli d’allarme, anche banali. Occorre agire, intervenire». Nel bullismo, come in altre situazioni, l’indifferenza e il silenzio uccidono. «La responsabilità è di tutti. Genitori, compagni di scuola, compagni di squadra, amici». Giovanni, nel libro, è rimasto solo e inascoltato. Relatrici, ospiti del Circolo dei lettori, l’autrice e il Questore di Novara, Rosanna Lavezzaro, moderate dalla criminologa novarese Marilena Guglielmetti.
Se le parole fanno più male delle botte come scriveva Carolina, il silenzio e il voltarsi dall’altra parte o far finta di non vedere lo fa ancora di più. Fa sentire soli, una solitudine difficile da contrastare. E non ha girato lo sguardo altrove, una giovane che ho potuto conoscere proprio nella fase di realizzazione di questo servizio (scritto prima che l’appuntamento si svolgesse, come spesso capita, giusto le fotografie sono state realizzate in diretta), Giada Siddi. Una ragazza di quinta dell’Omar che, dinanzi a qualcosa che non quadrava, non ha atteso un attimo e si è attivata. Giada, come altri ragazzi della scuola diretta da Francesco Ticozzi, fa parte del Gruppo Noi, che, nell’istituto, si occupa di far fronte a episodi di bullismo che si manifestino tra i ragazzi. Molto attive, nel contrasto al fenomeno, sono anche le associazioni del territorio.
IL CORAGGIO DI AGIRE
Giada è riuscita, segnalando quanto scoperto, a far chiudere alcune pagine Telegram dove molti giovani scambiavano materiale pornografico e pedopornografico. «Uno scambio – mi ha spiegato quando l’ho intervistata al telefono – condotto per insultare, deridere e vendere immagini che ritraggono ragazze e ragazzi incoscienti, talora minorenni, che, nella maggior parte dei casi, non sanno di essere vittime». La giovane si è accorta di questi gruppi da un post scorto su Instagram, dove vedeva apparire una serie di schermate con messaggi agghiaccianti che rimandavano poi a Telegram. «Un social, questo – ha proseguito la giovane – dove ci sono meno probabilità di essere rintracciati e per questo, credo, usato per tali scopi, per azioni che vanno contro la decenza, l’etica e l’onestà. Pagine con persone che non tengono in minimo conto le paure degli altri, calpestando ogni diritto di un individuo». Altri erano a conoscenza di queste pagine, «ma nessuno ha fatto nulla. Mi hanno detto: “tanto è così da anni”». Giada, invece, ha agito. Dapprima ha condiviso alcuni post, sempre su Instagram, per far riflettere sulla tematica, «post cui non ho avuto alcuna risposta, nessuna reazione, il silenzio più totale».
Successivamente, parlandone anche a scuola, si è rivolta agli enti preposti. «Non potevo non fare qualcosa. Come membro di Noi, cerco di fare la differenza. Ho contattato la Polizia postale – ha raccontato – che ha raccolto quanto avevo visto. Dopo un mese mi hanno avvisato della chiusura delle pagine incriminate. Per me è stata una grande gioia. E poi una sensazione di liberazione da un peso, che, pur non avendomi toccato in prima persona, sentivo sulle spalle». Giada ha riferito poi la bella notizia ai compagni del Gruppo Noi, la felicità di essere «riuscita a fare la differenza».
Giada, alla presentazione del volume al Broletto, cui il Gruppo Noi era stato invitato dal Questore, non ha potuto esserci, ma un altro studente del Noi, Matteo Bolognini, ha letto il racconto della sua esperienza, colpendo il pubblico presente.
Un problema, il bullismo e il cyberbullismo, che, come ha rimarcato Guglielmetti, «ha diverse angolature e necessita di un approccio multidisciplinare». «E’ uno dei pochissimi libri – ha poi aggiunto il Questore, riferendosi al volume al centro del pomeriggio – che, negli ultimi tempi, pur col poco tempo a disposizione, mi ha portato a una lettura compulsiva. Un volume profondo e che esamina bene il rapporto madre-figlio. Un libro che ben rende il fenomeno del bullismo. Avrei solo cambiato il titolo in “Colpevoli silenzi”. Spesso ci si chiede se si fa tutto quello che si può per i propri figli, oberati come siamo dal lavoro e dalle incombenze. Dovremmo chiedere più spesso ‘come stai?’, ‘ti posso aiutare?’, ‘c’è qualcosa che non va?’».
GLI STRUMENTI PER FRONTEGGIARE IL FENOMENO
Lavezzaro è quindi passata a parlare degli strumenti che ha a disposizione la Polizia per fronteggiare bullismo e cyberbullismo. «A occuparsi del fenomeno, che in città ha visto i gravi episodi di Tommaso nel 2009 e di Carolina nel 2013 – ha spiegato – è il nostro Ufficio minori, il cui responsabile è Roberto Musco, da sempre attento alla tematica».
Due i piani di intervento. In primis un’azione preventiva e di sensibilizzazione all’interno delle scuole. Incontri e progetti che portiamo avanti grazie alla sinergia di insegnanti e dirigenti scolastici, che, in questi anni, hanno mostrato un’attenzione sempre più alta al problema. È molto il lavoro che conduciamo negli istituti scolastici di tutta la provincia». La seconda azione è costituita da uno strumento messo a disposizione dalla legge 71/2017 sul cyberbullismo, di cui è stata promotrice e prima firmataria l’ex senatrice novarese, Elena Ferrara, «ed è l’ammonimento. Un provvedimento mutuato – ha rilevato Lavezzaro – dagli interventi contro lo stalking e la violenza di genere. Uno strumento che ha un fine educativo e che può essere richiesto anche dalla stessa vittima, anche al di sotto dei 14 anni. Non ha valore penale. Si cerca di far capire al bullo, ammonendolo oralmente, il disvalore dell’azione compiuta e come questa sua azione, questo suo atteggiamento, possa avere gravi, se non gravissime, conseguenze sulla vittima».
Uno strumento che, però, per ora, come il Questore ha sottolineato anche in un più recente intervento, in occasione della tappa novarese della campagna “Una vita da social” in piazza Duomo venerdì 11 febbraio, sembra essere poco conosciuto o, comunque, poco richiesto.
«Ho disposto sinora un ammonimento a marzo e un altro nel 2019 – ha proseguito all’Arengo il Questore – Davvero molto pochi, se si valuta la situazione del fenomeno, le storie di cui spesso veniamo a conoscenza». In cinque anni, da quando la legge nata dalla vicenda di Carolina è entrata in vigore, in tutta Italia, sono stati solo 72 quelli richiesti. «Sono pochissimi – ha ribadito venerdì scorso – Voi tutti almeno una volta – ha detto parlando ai ragazzi che hanno partecipato all’iniziativa – avete conosciuto episodi di bullismo ai danni di qualche amico. Eppure non è mai venuto fuori, nessuno ce l’ha mai detto. In Piemonte sono stati 14 gli ammonimenti in questi 5 anni in cui il provvedimento è attivo. Uno strumento importante, ma che, e la cosa mi dispiace molto, non viene utilizzato o è poco conosciuto».
Gli strumenti, dunque, ci sono. E lo ha rimarcato anche l’avvocato Missaglia. «Forse c’è poca conoscenza di questi importanti mezzi, pur con le numerose campagne di sensibilizzazione che vengono portate avanti. Probabilmente è per questo che, spinta anche da episodi che ho dovuto seguire per professione, mi sono messa a scrivere questo libro. Un volume che ho iniziato e concluso durante il lockdown. Centrale è la questione dell’ascolto – ha aggiunto – I ragazzi tendono a non denunciare. Temono che dalla denuncia possa derivare qualcosa di più grave, di peggiore, ma così non è. Anzi occorre intervenire il prima possibile. I ragazzini, i branchi di bulli, non sanno cosa sia un reato. Sono per questo molti gli aspetti del fenomeno da approfondire. Tra l’altro, durante la pandemia, la piaga del bullismo e del cyberbullismo è cresciuta, i casi sono aumentati. Spesso manca anche un’adeguata formazione da parte di chi lavora con i ragazzi. Occorre coinvolgere maggiormente gli adulti. Anche perché – ha poi sottolineato – quando il problema del bullismo o di quello in rete emergono spesso la tragedia è già avvenuta».
Come è capitato con Carolina e con lo stesso protagonista del libro di Missaglia, ispirato a una storia vera. «I ragazzini, a quell’età – ha ancora spiegato – pensano di poter fare quel che vogliono ed ecco l’importanza della responsabilità degli adulti, dei genitori». In “Un colpevole silenzio” l’avvocato tratta le questioni della ‘culpa in vigilando’ e della ‘culpa in educando’, che si riferiscono alla responsabilità dei soggetti che devono sorvegliare i minori. Nella storia di Giovanni del libro si registrano una catena incessante di errori incredibili, con nessuno che si accorge di quanto sta avvenendo, pur con alcuni segnali, nel rendimento scolastico (con Giovanni che a scuola era sempre andato bene) come anche nella sua eccessiva magrezza, nel suo sguardo triste, diverso dal solito. Nel suo non voler più andare agli allenamenti di nuoto.
IL LAVORO CON LE FAMIGLIE
«A volte è davvero difficile intervenire. Occorre intercettare le famiglie, che è ciò che noi tentiamo sempre di fare. A volte – ha ripreso Lavezzaro – c’è un vuoto assoluto. Si cerca di far cambiare quel ragazzo “difficile”, ma la strada è complicata, ricca di ostacoli. Quando affido un ragazzo problematico a qualcuno, per recuperarlo, per aiutarlo a superare, deve essere un qualcuno dotato di un importante carisma o il ragazzino non ne avrà alcun beneficio. Ecco l’importanza del ruolo degli educatori e delle loro capacità». Il Questore ha accennato a un giovanissimo, a un ‘bulletto’, per il quale, per calmarlo e farlo riflettere, era dovuta intervenire anche lei. «Era stato molto ‘strafottente’, ci sbeffeggiava – ha raccontato – Ricordo di avergli detto che, avesse continuato a quel modo, ci saremmo sicuramente ritrovati. E in effetti così è stato. È risultato qualche tempo dopo coinvolto in una rapina. Serve un adulto di riferimento e capace di farsi seguire, ascoltare».
A farle eco Missaglia: «spesso i bulli arrivano da situazioni critiche, da vissuti di violenza assistita, che sicuramente segnano profondamente una vita, ma non è sempre così. Quello che è certo è che, ormai, tutto viene vissuto come virtuale, come artefatto. Non si rendono conto del danno che producono alle vittime. Almeno il 35% dei ragazzi – ha poi aggiunto, fornendo un dato – soffrono, sono colpiti, dal fenomeno del cyberbullismo. E i i genitori, sui quali occorre intervenire, in taluni casi, sono difficili da coinvolgere e quasi assenti».
L’IMPORTANZA DI EDUCATORI AUTOREVOLI
Occorre agire, come ha rilevato il Questore, «con una manovra a tenaglia. Servono docenti preparati, autorevoli, in grado di farsi ascoltare e di essere da esempio, da pungolo per i ragazzi». Il Questore, per spiegare l’importanza di un educatore carismatico e autorevole, ha raccontato una sua esperienza: «mio figlio, iscritto a una scuola superiore salesiana, spesso mi chiedeva di cambiargli istituto, perché voleva andare più spesso a sciare con gli amici. ‘Qui, invece – mi diceva – devo sempre studiare tanto e non posso’. Non gli ho cambiato scuola. Quando è uscito dal liceo, un suo docente gli ha detto ‘bravo’, ma che, per le sue capacità, avrebbe potuto fare molto di più. Probabilmente quella frase ha fatto scattare in lui qualcosa di importante. E un mese e mezzo fa si è laureato con il massimo dei voti. Mi ha detto ‘meno male non mi hai cambiato scuola’ e poi ha voluto assolutamente, prima dei festeggiamenti in famiglia, andare a trovare quel prof, informandolo di come era andata. Evidentemente era riuscito a pungerlo nell’orgoglio, qualcosa di quanto gli aveva detto durante gli anni del liceo. Ecco i docenti autorevoli e con carisma. Occorre investire sulla classe degli insegnanti». Una frase, un appello, quest’ultimo, ribadito anche dalla direttrice del Circolo dei lettori e già docente, Paola Turchelli.
NOTE A MARGINE SUL LIBRO “UN COLPEVOLE SILENZIO”
«La storia di Giovanni, raccolta da un’amica – ha spiegato l’autrice – mi ha fatto venire i brividi. Una storia nella quale non si poteva tornare indietro. Occorre un cambio radicale. O stai zitto o fai qualcosa. I compagni di scuola, gli insegnanti, tutti avrebbero dovuto parlare». Nella prima parte del volume si scopre chi è Giovanni con il racconto di chi gli ha voluto bene. Nella seconda parte del libro si mescolano giustizia e dolore e i tre personaggi, la mamma e la nonna del giovane e il giornalista, chiamato a occuparsi di quanto accaduto a Giovanni, a leggere quel diario straziante, decidono di agire. «Dalla mia professione avevo raccolto pagine di ragazzi bullizzati, materiale che ho utilizzato in questa parte – ha proseguito Missaglia – rendendolo fruibile a tutti nella forma di romanzo, per far riflettere, per cercare di impedire che altri fatti analoghi si ripetano. Nella prima parte ci sono stralci di dialoghi tra la mamma e la nonna. La seconda parte punta a riaprire il caso, affinché non si valuti quel gesto come un suicidio punto e basta. Non per avere un risarcimento, si chiede giustizia per riflettere, per capire cosa possa essere accaduto e appunto impedire che riaccada. Io credo poco alle statistiche, che lasciano il tempo che trovano. Il problema c’è, esiste e c’è anche del sommerso. Occorre partire dalla prevenzione sui bulli. Facendo capire loro, ai bulli, che, oltre a essere cattivi, sono anche ignoranti. Un’indagine giudiziaria, quella presente nel libro, che non riguarda solo i bulli, ma che coinvolge tutti quelli che avrebbero potuto dire, educare, ascoltare e fare di più». Monica Fiocchi Curino
Oggi, dopo gli ultimi articoli dedicati a iniziative messe in campo dalle Forze di Polizia per affrontare temi importanti come il contrasto alla violenza di genere e diffondere la cultura della legalità tra bambini e ragazzi, cambio argomento e racconto di un incontro vissuto per lavoro qualche settimana fa. Un appuntamento per la presentazione di un libro sull’Africa. Un continente che mi affascina sin da quando ero ragazzina, perché, pur con le tante difficoltà che, innegabilmente, incontra e vive, ha saputo sempre reagire e andare avanti.
Sin da piccolina ho potuto conoscere uomini e donne con esperienze missionarie. Dalla ‘mia’ suor Miriam, pianzolina all’epoca attiva nella parrocchia di Sant’Agabio, tutt’ora missionaria in Mali, alla mia miglior amica che, quando non aveva più di 18-19 anni, decise di seguire proprio suor Miriam e vivere un’esperienza significativa in Africa. E, poi, negli anni, un altro sacerdote, intervistato a fine 2020, mentre aveva fatto rientro a Novara, don Valeriano Barbero. Senza dimenticare Giovanni Mairati, mio amico da anni e, ormai, per me, “Il signor Giò” del mio primo libro, “Il diario della Casa dei Girasoli”. Lui, con Casa Alessia, ha coinvolto tantissime persone, giovani e meno giovani, a partire per l’Africa, precisamente per il Burundi, ma anche per l’India e per l’Ecuador, in Sud America, per aiutare gli altri, in particolare i bambini.
Un aiuto, un sostegno, che stava anche per travolgere me. Sì, non nego, che un’esperienza di questo tipo, prima o poi vorrei viverla. Ma lotto con una grande paura, quella dell’aereo. E con un’altra: quella del distacco, della lontananza dalle persone che amo. Ho sempre il timore (sì, direi davvero assurdo) che, mentre sono via o mentre vivo qualcosa che nessuno mai si aspetterebbe da me e di davvero insolito, possa succedere qualcosa a mia madre, ai miei amici. Gliel’ho anche detto, in passato: «mi piacerebbe tanto, Giò, partire con voi per qualche bel progetto con i piccoli di qualche Paese lontano», ma poi…. cosa canta Mina? “Parole, parole, parole”. Sarebbe sufficiente accantonare un po’ di timori, un po’ di paure, ma mica è facile. E a bordo di un aereo ci sono anche stata. Ben due volte, ma, dopo l’ultima, forse perché prima di partire per il rientro a Novara c’è stato un forte temporale, mai più un aereo.
Dopo tutto questo preambolo forse è bene partire con la cronaca della presentazione del libro sull’Africa, che qualche settimana fa mi ha colpito. Il libro è “Quello che possiamo imparare dall’Africa. La salute come bene comune”. Autore è don Dante Carraro, sacerdote, medico e direttore di Medici con l’Africa Cuamm. Il volume è stato scritto con Paolo Di Paolo e, pubblicato da Laterza, è stato presentato in Vescovado.
Già dal suo esordio don Dante mi ha catturato, perché ha detto qualcosa sull’Africa che, come ho raccontato più sopra, ben rende ciò che io stessa penso sul continente africano. «Nessuno racconta di un’Africa che aiuta l’Africa. Sui giornali – ha riferito – appare solo la narrazione di un continente in difficoltà, quello dilaniato, in molti suoi Paesi, dalla guerra. Ma in Africa c’è molto di più». A dialogare col sacerdote, in un viaggio alla scoperta dell’Africa e di quanto ci può insegnare, Beatrice Buratti, Paolo Pescio e Flavio Bobbio, cooperanti Cuamm delle nostre zone. «Come Cuamm – ha poi continuato don Carraro – in questo momento stiamo lavorando molto in Sud Sudan. E tanti medici arrivano ad aiutarci dall’Uganda. Questo testimonia la vitalità dell’Africa, dove molti giovani sono orgogliosi di dare una mano al proprio Paese».
Un pomeriggio nel quale don Carraro, Buratti, originaria di Biella e ostetrica all’ospedale Maggiore di Novara, e il marito Pescio di Vercelli, ingegnere per una multinazionale, moderati da Bobbio, hanno raccontato la propria esperienza. In avvio di incontro un filmato di presentazione del Cuamm, che, nato nel 1950, opera ora in 8 Paesi africani. «Il mio innamoramento dell’Africa – ha spiegato don Carraro – parte molti anni fa. Il mio primo viaggio è del 1995. Un’esperienza che mi ha lasciato stordito. Il Mozambico è straordinario, sempre nuovo, sempre affascinante. Dopo il Mozambico sono stato in Etiopia e in Uganda». Un continente in cui ogni giorno la differenza è quella tra la vita e la morte. Il sacerdote ha ricordato la prima volta che ha visto morire un bimbo. «Sembrava sorridesse. Era, invece – ha aggiunto – un irrigidimento dei muscoli del volto. È morto a causa del tetano. Ecco, se pensassimo a questo, capiremmo tante cose. Da noi ci si lamenta continuamente e disponiamo di ogni cura, per il tetano e per tante altre malattie. Così non accade in Africa. Eppure nessuno si lamenta, nessuno si piange addosso». L’Africa «ci insegna che il lamento non serve. Quello che va fatto è passare dal lamento al rammendo, a pensare a come uscirne, a come poter andare avanti. L’Africa a me ha insegnato a provare a trovare strade nuove per dare valore a quanto ci sembrava perduto. Non solo. Mi ha insegnato – ha ancora detto – a mettere alla prova tutti gli schemi fissi, compreso un certo delirio di onnipotenza occidentale. In Africa ho imparato come la frugalità non è un limite, ma può trasformarsi in un’opportunità per far leva più sull’intelligenza e lo studio che non, invece, sul denaro».
Buratti e Pescio, tra l’altro, si sono conosciuti grazie all’impegno nei rispettivi centri missionari e anche a loro l’Africa ha dato molto. «Ci siamo conosciuti e fidanzati grazie all’esperienza missionaria – ha spiegato Pescio – Dopo pochi giorni Beatrice mi ha annunciato che sarebbe partita per un anno in Angola. Certo rimasi sorpreso, ma sono esperienze in cui crediamo entrambi. È poi tornata e ci siamo sposati e, dopo, è nato nostro figlio Giacomo. Per noi l’Africa è tutto», tanto è vero che poi la coppia è tornata in Angola, precisamente a Chiulo, anche con il figlio.
«Volevamo restituire all’Africa quanto ci ha dato – ha aggiunto Buratti – Un continente dove la mia professione è fondamentale. In Italia è facile trovare un pediatra, un’ostetrica, non accade così in Africa, dove tutto è più difficile, dove manca tutto». Il Cuamm e i suoi tanti missionari fanno questo, mettono al centro la persona e si occupano dell’accesso alle cure per tutti, bambini come adulti. Monica Curino