Qualche giorno fa scrivevo così su Facebook: “Di mattinate come queste ne servirebbero molte di più. Che persona straordinaria don Luigi Ciotti. Sono passate poco più di 8 ore da quando è finito l’incontro, ma ho ancora qui, nella testa, nel cuore soprattutto, tutto quanto ha detto”. Nel post, come mio solito, avevo scritto anche altro. Quel di più, che rimanda in qualche modo a me, alla mia vita, quel di più che ho sempre qualche timore a rivelare, a scoprire. Nulla di cui vergognarsi, tutt’altro, ma penso sempre di essere sbagliata o, comunque, di sbagliare a vivere così intensamente certi incontri, certi eventi, certe iniziative che il lavoro mi porta a seguire e, in questo caso, sento di poter dire davvero ‘mi dona’.
E allora partiamo. Pronti a raccontare una due giorni, mercoledì primo e giovedì 2 dicembre, che è stata in grado di coinvolgere 1.200 bambini e ragazzi, moltissimi operatori della Polizia di Stato, 25 associazioni del territorio e non solo. Due giorni voluti e promossi dalla Polizia di Stato di Novara e che ha visto la concreta collaborazione della scuola, del Comune e dell’Ufficio scolastico provinciale. Protagonisti l’Istituto superiore Bellini-Nervi per una mattinata con don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e presidente di Libera contro le mafie, e l’Istituto Comprensivo Bellini (scuola materna, scuola elementare e scuola media) con 25 stand di associazioni nelle strade intorno ai plessi scolastici. Una doppia iniziativa che ha avuto lo scopo di promuovere tra i più giovani la cultura della legalità, del rispetto delle regole, del senso civico. E questo è quanto è successo.
È stata soprattutto, come riferito dal Questore Rosanna Lavezzaro, «una grande iniezione di legalità». Un’iniezione di legalità che ha fatto centro anche tra i più grandi. Non solo tra i ragazzi dell’Istituto Bellini-Nervi, ma anche tra docenti, giornalisti e altri adulti, che hanno potuto ascoltare le parole di don Ciotti e, in più occasioni, commuoversi.
Ad aprire la mattinata il dirigente scolastico Leonardo Giuseppe Brunetto, che ha rimarcato l’importanza dell’incontro, e il Questore Lavezzaro, che, dopo un breve saluto, ha mostrato ai ragazzi un estratto dal film “Baby gang”, che racconta di alcuni giovanissimi che, nella periferia romana, finiscono con il delinquere. Un video molto duro, con un giovane che perde la vita e un altro che finisce in carcere, che ha lasciato sicuramente il segno tra gli studenti (600 nella palestra di via Liguria, altri 600 collegati in Dad). «Vi ho voluto mostrare questo filmato – ha detto il Questore – non per dire che voi siete quei ragazzi là. Di sicuro non andate a sparare alle persone, non avete uno skimmer. Questo è per mostrarvi il paradosso, una scelta che quei ragazzi hanno compiuto e che è uscita fuori dal loro controllo, senza più alcun legame con la realtà. Questo il messaggio. Prima di arrivare a quella scena, a quel finale, questi ragazzi si erano messi in qualcosa di più grande di loro, attuando una scelta sbagliata, una scelta dalla quale non sono più riusciti a uscire».
Non hanno potuto fare una scelta diversa «o uscirne, perché – ha aggiunto Lavezzaro, rivolgendosi agli studenti – non avevano alle spalle famiglie, professori, amici, che li aiutassero. Sono stati più sfortunati di voi. Facciamo attenzione a non creare facili giustificazioni, a dare scusanti inutili. Ciò che non è corretto e va contro le regole non va giustificato. Questi ragazzi hanno sbagliato perché hanno voluto tutto e subito, in modo facile e senza fatica. Sembravano spavaldi, ma avete visto l’ultima scena? Con il ragazzo in carcere disperato. Ci sono scelte da cui non si riesce a tornare indietro. Mi sento di dirvi di portare avanti scelte giuste e consapevoli. Sento di dirvelo più come mamma che come Questore di Novara. Sappiate sfruttare al meglio le occasioni che la vita vi riserva. Uscendo da quest’incontro avrete un insegnamento che porterete con voi nel tempo. Fate fruttare positivamente quest’incontro».
Don Ciotti ha, quindi, coinvolto e spronato i ragazzi con la sua grande capacità comunicativa e raccontando la sua storia. Ha parlato di responsabilità da assumersi, del valore delle parole, delle parole da non dire. Li ha invitati a essere protagonisti «del cambiamento. Ricordatevi, però, che è il ‘noi’ che vince, il lavorare insieme con gli altri». Il sacerdote, che prima di iniziare l’incontro non ha mancato di salutare a uno a uno la maggior parte dei ragazzi, ha esordito sottolineando l’importanza degli istituti professionali. «Siate orgogliosi di far parte di questa scuola – ha detto – Anch’io, quando ero ragazzo, frequentavo una scuola professionale per ottenere il diploma in telefonia e telegrafia».
Ha poi ha raccontato la sua storia di immigrato a 6 anni, «quando – ha spiegato – abbiamo dovuto abbandonare il cuore delle Dolomiti e trasferirci a Torino, nel quartiere Crocetta. La mia famiglia era molto povera. Papà aveva trovato un lavoro qui in Piemonte, faceva il manovale, ma non aveva trovato una casa per tutti noi. L’impresa per cui lavorava – ha proseguito don Ciotti – gli disse di utilizzare una baracca del cantiere. Quella baracca, una di quelle dove si stava costruendo il futuro Politecnico, diventò così la nostra abitazione». Negli anni «papà da manovale passò a muratore e, quindi, a capomastro». E ancora, raccontando di se stesso, lasciando un’importante lezione ai ragazzi: «Mamma prendeva i vestiti usati dalla San Vincenzo. Li lavava e sistemava sempre. Si può essere poveri, ma dignitosi».
E poi un fatto che, in prima elementare, ha cambiato la vita al sacerdote. «A scuola mi sentivo diverso – ha rivelato ai ragazzi – perché i miei genitori non potevano fornire anche a me fiocco e grembiule come alle mie sorelle. Ero il solo che non li aveva in tutto l’istituto, una scuola della Torino bene. I bambini mi guardavano in maniera diversa. Un giorno, poi, la maestra, mentre altri compagni disturbavano, se la prese a malo modo con me, che non avevo fatto nulla. Mi disse: “Ma che cosa vuoi tu montanaro!”. Io mi sentii ancora una volta diverso, povero e le lanciai contro un calamaio, raggiungendole il vestito. Fui espulso dalla scuola e accompagnato a casa dal bidello. Piangevo – ha proseguito don Ciotti – perché sapevo di aver fatto qualcosa che non avrei dovuto fare. Un gesto sicuramente sbagliato. Mamma, pur capendo che avevo voluto difendere le mie origini, la nostra dignità, mi diede una dura lezione. ‘Non si risponde alla violenza, anche solo verbale, con altra violenza’. Fui isolato anche dagli altri bambini, i genitori li tenevano lontani da me. In prima elementare ero diventato il bambino cattivo da cui stare alla larga». E qui sta la lezione per tutti, ragazzi come adulti: «A volte occorre distinguere, capire e non fermarci alle apparenze di un gesto. È un grande atto d’amore, se una persona sbaglia, aiutarla a prendere coscienza delle proprie responsabilità, delle proprie fragilità, senza però giustificarla». Anche perché il male di oggi è la “paccaterapia”, così l’ha definita don Ciotti, ossia «la pacca sulle spalle, con genitori che con questa modalità giustificano tutto e anzi se la prendono, sovente, con i professori. Questo non serve a nessuno. Ciascuno deve prendersi le proprie responsabilità».
Il sacerdote è passato poi a raccontare l’incontro che a 17 anni ha deciso per sempre il suo futuro, la sua vita. «Prendevo spesso il tram e, passando in un punto di Torino, vedevo sempre seduto su una panchina con tre cappotti addosso per coprirsi un uomo intento a leggere. Da subito mi colpì. Sottolineava tutto quanto leggeva, pur nelle difficoltà non aveva perso la voglia di conoscere. Era quello che oggi viene definito un ‘senzatetto’, un ‘barbone’. Volevo capire perché fosse sempre solo. Un giorno mi decisi, scesi dal tram e lo raggiunsi». Era un ex medico molto stimato «di un paesone del Nord Italia, che, dopo una dura tempesta, la morte della famiglia in un incidente stradale, era caduto in depressione. Per diversi giorni cercai di instaurare con lui un rapporto, ma niente. Avevo pensato anche che fosse sordo. Ricordate, ragazzi, è molto importante l’ascolto, il creare una relazione. In lui vidi gli occhi della disperazione. Fu proprio lui che, segnato duramente dalla vita, mi indicò alcuni ragazzi dall’altra parte della strada, in un bar. Ragazzi che si ‘sballavano’. “Vedi cosa fanno?”, mi disse. Erano giovani che mescolavano alcool e medicinali, perdendosi. A Torino l’eroina, a quei tempi, non era ancora arrivata. Quell’ex medico mi esortò a intervenire: “Vai e fai qualcosa per quei ragazzi. Io sono malato e non posso aiutarli“».
Detto, fatto. Un giorno don Ciotti non trovò più il ‘senzatetto’ sulla panchina, quel medico non c’era più, ma ormai per lui quell’invito, quell’appello, era diventato un impegno, una missione. «Quell’incontro non poteva finire così. Da lì è iniziato tutto, dovevo fare qualcosa per le persone ai margini, in difficoltà, sole. Partì così il gruppo Abele e poi tante altre esperienze. Ovviamente qualcosa che ho fatto non da solo, ma con gli altri. Ribadisco che è il ‘noi’ il motore di tutto».
Il sacerdote ha parlato anche di mafia e di Giovanni Falcone: «Lo conobbi a un corso di formazione per le Forze di Polizia su droghe e dipendenze a Gorizia. Accadeva due mesi prima della strage di Capaci. Al termine di quella giornata intensa ci abbracciammo, rimandandoci a un caffè o a Roma o a Palermo. Non riuscimmo a mantenere questa promessa. Il giorno della strage, tra l’altro, mi trovavo in Sicilia per un corso». Ed ecco l’invito «a non lasciare sole quelle scuole, quelle città. Quello delle mafie, a oggi, è un problema trasversale – ha aggiunto – che tocca ogni regione. La mafia è ormai ben presente anche al Nord: dove ci sono i soldi, dove ci sono gli affari, arrivano i tentacoli delle mafie. Don Luigi Sturzo, già nel 1900, diceva che le mafie hanno piedi in Sicilia e forse testa a Roma. Proprio dopo Capaci nacque l’idea di Libera. Un impegno che portiamo tutt’ora avanti. La strada è tortuosa e lunga e la mafia ha anche cercato di uccidermi, ragione per cui ho la scorta. Ma non ci arrendiamo e occorre che tutti si faccia la nostra parte. Occorre una “rivolta” dei cittadini, delle coscienze. Smettiamola di fare i professionisti della lamentela e pensiamo a cosa possiamo fare di più noi concretamente, al fianco delle istituzioni. Il contrasto alle mafie non può essere demandato alle Forze dell’Ordine soltanto. Deve coinvolgere noi tutti. Non possiamo fare da spettatori se vogliamo cambiare le cose». E ancora: «La scuola è un valore, eppure siamo agli ultimi posti in tema di povertà educativa. Una società che non investe sui giovani non è una buona società. Dobbiamo investire su loro».
Un ultimo appello, infine, rivolto ai ragazzi, a tutti: «Non sprechiamo la nostra vita. Non possiamo vivere di questi telefonini, tutti di corsa, tutto veloce. Si perde il senso critico. Dobbiamo, invece, recuperare le relazioni, parlare. Le parole sono importanti. Usiamole, dicendo però quelle giuste. Le parole, infatti, possono dividere, ma possono anche unire ed essere meravigliose, essere d’aiuto e di sostegno. Parliamo tra di noi, confrontiamoci».
Giovedì 2, poi, ecco l’appuntamento per i più piccoli, a Sant’Agabio. 600 i ragazzi presenti, tra bimbi della materna e ragazzini delle elementari e delle medie. Centocinquanta operatori di Polizia e di associazioni coinvolti e 25 stand lungo via De Amicis, via Vallauri e via della Riotta. Tre gli stand della Polizia, con personale della Questura, della Polizia stradale e del Nucleo Cinofili. Presenti anche, per tutta la giornata, gli stand di Alpini Gruppo di Trecate, Asl 13, Aib Piemonte, Cassiopea, Casa Alessia, Anmil (Associazione Nazionale fra lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro), Gruppo Noi dell’Omar (contro il bullismo), Polizia locale, Sbulloniamoci sportello contro il bullismo, Istituto Comprensivo Bellini con tutte le sue scuole (presente la dirigente Maria Caterina Barberis), Comunità Educativa Giovanile, Centro per le famiglie Comune di Novara, Giustizia Riparativa, Croce Rossa Italiana-Comitato di Novara, 118, Falegnameria sociale Fadabrav, Fai, Igor Volley, Libera, Liberazione e Speranza, Lilt, Associazione di pubblica assistenza Novara Soccorso, il Progetto per Tommaso, la Protezione Civile-Gruppo Scorpion Novara, la Comunità di Sant’Egidio.
Tutti pronti dal mattino per spiegare ai bambini e ai ragazzi attività e importanza del rispetto delle regole, del rispetto dell’altro. Un’occasione in cui i ragazzi hanno potuto anche salire in sella alle motociclette della Polizia stradale e a bordo delle auto della Polizia di Stato, come anche della Polizia locale. Ad allietare la giornata intervalli musicali a cura della sezione musicale dell’Istituto Comprensivo Bellini, con i ragazzi diretti dai docenti di musica.
Un concerto che, sul sagrato della chiesa, sulle note de “L’amico è” di Dario Baldan Bembo, ha entusiasmato tutti, ragazzi, famiglie, autorità comprese: assessori (presenti Giulia Negri per l’Istruzione, Raffaele Lanzo per la Polizia locale e Luca Piantanida per le Politiche sociali), sindaco e Questore hanno battuto il tempo e intonato il celebre brano sull’amicizia.
«Un momento di aggregazione per i ragazzi – ha riferito il Prefetto Francesco Garsia – molto importante. Avete potuto conoscere tante associazioni e Forze di Polizia». Il sindaco Alessandro Canelli: «grazie alla Questura per questa giornata, che vi avvicina – ha detto ai ragazzi – alle istituzioni che lavorano per noi e per voi». Il Questore Lavezzaro: «Un’iniziativa, una mattinata affinché siate cittadini più consapevoli, più responsabili. Oggi abbiamo la scuola fuori dalla scuola. I ragazzi ascoltano, seguono, si interessano, purché chi parla loro si sappia far ascoltare. Un grazie per come avete partecipato. E raccontate qualcosa ai vostri genitori di questa giornata». Il grazie per la giornata anche dalla preside del comprensivo Bellini e da Roberto Musco della Polizia, che si è occupato dell’organizzazione dell’evento. «Grazie al supporto fornito dalla scuola – ha detto – Una giornata per tutti voi, per diventare cittadini consapevoli».
Davanti alla sede del Bellini, in via Vallauri, alcuni ragazzi hanno letto brani tratti da un libro sul tema del bullismo insieme all’ex senatrice Elena Ferrara, cui si deve la legge contro il cyberbullismo, di cui è stata prima firmataria.
Questore e Prefetto sono poi stati accompagnati in un tour per tutti gli stand, fermandosi anche a quello del Gruppo Noi dell’Omar. In quest’occasione il Questore ha invitato i ragazzi al Salone dell’Arengo del Broletto per la presentazione, giovedì 16 dicembre alle 18, del libro “Un colpevole silenzio” di Daniela Missaglia. Un libro che racconta la storia di un giovanissimo vittima di bullismo.
Monica Curino



















































