Il volontariato: un’esperienza che fa crescere

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Sono giorni che la voglia di scrivere – intendendo quella scrittura diversa da quella abituale per me per i giornali – preme con forza. Come un’urgenza. Gianna Nannini canterebbe, dalla sua struggente e significativa “Notti senza cuore”, “un’urgenza di vivere”. E io, parafrasandola, direi “un’urgenza di scrivere”. Di mettere giù pensieri, di riflettere, di scrivere per ricordarmi momenti belli, per imprimerli nella mente, ma anche lasciarli in qualcosa che, grazie a questo blog, mi rimarrà anche, chissà, tra decenni. Voglia anche di scrivere per riflettere sulle difficoltà, sugli errori che si compiono anche quando si cerca con tutto se stessi di non farli, quando la paura – che bisognerebbe mai avere o averla solo quando ha senso – porta a compiere stupidate e a dire o fare cose sbagliate. Soprattutto a chi si Ama. Amici, amiche, compagni, genitori, tutti.

Foto di Jerzy Górecki da Pixabay

Quindi quale sarà il tema di questo nuovo articolo del blog? Non so spiegarlo neppure io ora che lo sto avviando. Forse raccontare di un anno colmo di gioia e di bellissime esperienze. Questo, almeno, a partire da poco prima dello scorso Natale. Quando, per la prima volta, anche se all’epoca non ero ancora concretamente una volontaria, ho iniziato un’esperienza che da tempo volevo fare, il volontariato. Non raccontandolo, come ho sempre fatto, incontrando persone straordinarie, alcune che non ci sono più e che serbo nel cuore, ma ‘praticandolo’.

All’epoca, erano i Mercatini in Castello a Galliate, ero solo un’aiutante – manco tanto abile, mi cadevano i sacchetti con cui impacchettare, i resti, tutto – poi ho vissuto mesi in cui ogni esperienza mi ha portato tanti istanti, tanti momenti da tenere stretti nel cuore e nella mente. E che soprattutto mi hanno arricchito umanamente e cambiato anche. Umanamente è sufficiente vivere anche mezz’ora nello stare con gli altri, con le altre volontarie, a spiegare cosa fa l’associazione nella quale sei riuscita finalmente a impegnarti, e lo capisci.

Le persone che si avvicinano, tu che cerchi di vincere la tua timidezza e spieghi quanto fanno le educatrici, le psicologhe con i bambini e i ragazzi nelle scuole, un lavoro straordinario.

Mercatino al Castello di Galliate-Foto per gentilezza di Clarissa Brusati-Gianmaria Balboni

Anche cambiare? Sì, il volontariato ti cambia, profondamente. Dentro, fuori. In ogni poro della tua pelle. Comprendi meglio tante cose. E a me ha cambiato perché – anche se c’è chi dice che non sembra, che paio sicura di me stessa – io, in realtà, sono sempre stata in primis timida e poi piena, anzi stra-colma, proprio in maniera scandalosa, di paure. Provate a chiedere a chi mi conosce davvero, ma davvero in ogni mio dettaglio. Alcune paure sono davvero stupide, direi pazzesche, ma sono timori su cui io sovente mi perdevo e ancora mi perdo, meno, ma mi perdo, combinando disastri emozionali, sono i due termini più giusti da usare. La paura più grande? Deludere chi si vuole bene, ma tanto eh, quelle persone che arrivano nella tua vita e la stravolgono positivamente. E che tu ringrazieresti a vita e le abbracceresti un giorno sì e un giorno sì, proprio come quando da piccola, per la paura del buio prima di addormentarsi, magari abbracciavate il vostro peluche. Ma sono persone vere e che esistono e che si è fortunati ad avere accanto.

Io, non dico da quel giorno, ma man mano, innanzitutto ho stretto nuove amicizie, anche importanti ritengo, all’interno del gruppo dell’associazione. E poi ho preso un po’ più coscienza di me. E, ad esempio in quei giorni, un fine settimana, pur avendo timore a uscire dalla casetta a fermare e a raccontare dell’associazione, che poi è “Sbulloniamo Insieme”, l’ho fatto. Balbettavo un po’, eh, ma sono riuscita a spiegare e, insieme al resto del team – perché il volontariato è un lavoro di squadra, dove ogni componente è fondamentale, nessuno escluso, dal primo all’ultimo arrivato – ad avvicinare nuove persone all’associazione, portando qualche donazione, che sono ciò di più importante per consentire a una realtà del volontariato di andare avanti, di vivere e realizzare le proprie attività.

In questo caso attività a contrasto di bullismo, cyberbullismo, disagio giovanile nelle scuole, ma anche con eventi su tutto il territorio. Spesso con le Forze dell’Ordine, il 118 e anche altre associazioni. Mi sono vista diversa. Una delle mie amiche l’ha notato e me l’ha detto. Io non lo so, ma era vero, ce l’avevo fatta un po’ a smussare ulteriormente la mia timidezza, a sentirmi più sicura, ad avere più fiducia in me stessa.

Ma il bello è poi stato con le attività coi ragazzi. Prima c’è stato un altro mercatino, quello della Solidarietà a Novara, con temperature sempre più rigide – si sa è a ridosso del Natale – e con accanto altre associazioni con tanti amici. Conosciuti o per le interviste di questi 23 anni di giornalismo … sì sono vecchia e occorre crescere sempre … o perché composte da amici conosciuti nei miei anni a scuola, a partire dalla storica professoressa di matematica delle medie impegnata nell’associazione Bruna Delsignore, a tanti altri, all’amico poliziotto in pensione a Giovanni di Sos Antiplagio.

Immagine d’insieme del Mercatino della Solidarietà dicembre 2023

Ma coi ragazzi, normodotati e speciali, il cuore si è riempito di gioia, immensa. Vederli modellare con la creta, dipingere, proporre per i lavoretti, impegnarsi, è stata una lezione di vita. Spesso noi, cosiddetti normali, che poi cosa significa normalità?, ci si abbatte sul nulla, direi proprio sul nulla cosmico (a me è capitato in questi scorsi giorni, finendo in un black out da cui sto riemergendo forse ora), loro no. Avanti, sempre, e con forza. Da Paolo a Francesca, da Emily a Federico a tanti altri. E che lavoretti, e che creazioni. Coloratissime e super originali. Un’attività che Sbulloniamo porta avanti con Concentrici grazie all’iniziativa “All inclusive. Tutti uguali tutti diversi. A Novara e dintorni”.

Laboratorio di creta

E poi l’attività di pet-therapy, con la simpatica cagnolona Cloe. I bambini scatenati nell’accarezzarla e nel seguire i consigli dell’educatrice, ma anche noi adulti in estasi dal vedere i giochi della cagnolona e come i ragazzi fossero felici, contenti, superando ostacoli, imparando a relazionarsi con l’altro, a giocare, a gestire autonomie e molto altro. Un’emozione che trovo difficile da spiegare. Strano visto il mio lavoro, eh? Restare senza parole. Ma succede a volte. E significa che assistere a questa attività è stato qualcosa di incredibile, di grandissimo.

Non sono mancati i laboratori di lettura con il racconto di un elefantino dai mille colori, che si sentiva diverso dagli altri, ma che in realtà era come loro e anche più bello, molto più bello direi io che amo il patchwork di colori. Perché la diversità è una ricchezza. Altro elemento che noi grandi spesso dimentichiamo. Dovremmo forse tutti tornare bambini. L’altro, il diverso, è sempre in grado di arricchirti, di insegnarti molto. A me è capitato parlando con molti dei ragazzi. Con Paolo, e la nostra comune passione per l’Inter, nei nostri ‘improbabili’ duetti canori nelle prove per l’evento finale di “All inclusive” e anche nel pranzo tutti insieme, quando – di fronte a me e accanto alla presidente dell’associazione – si è messo a intonare tutti i brani degli 883 e a raccontare di cadute in terra che “nulla mi hanno fatto”.

Con Fede, riaccompagnato a casa in auto, occasione in cui abbiamo parlato delle rispettive difficoltà a chiedere aiuto, con Manuel, con Francesca, con cui siamo state ore assieme al banchetto dell’associazione a Boom. Ragazzi splendidi e che mi hanno dato tanto.

Per questo, anche col lavoro sempre presente, ho sempre cercato di organizzare in modo che potessi stare con loro, a volte anche facendo notte a scrivere. Ma non sentivo la stanchezza dopo essere stata con loro alle prove. Avevo sempre delle nuove energie, pur con tutta la giornata in giro in ufficio e per conferenze.

E poi? Manca il baskin, che è credo uno dei momenti più belli vissuti quest’anno, comprensivo di iper sederata della Moni…, che si è buttata su una palla come se avesse ancora solo vent’anni. Parliamo della pallacanestro che fa giocare insieme ragazzi speciali e normodotati. E vi posso assicurare che non è meno entusiasmante del basket tradizionale. Appassiona moltissimo anche il baskin, direi molto di più. Altro che i Chicago Bulls, i Boston Celtics e i Los Angeles Lakers.. Ma esistono ancora? Erano le squadre del basket americano di quando ero appassionata io, tifavo i Celtics. E qui due menzioni speciali, a Emily, che ogni volta che le si passa la palla fa canestro come neppure Magic Johnson o Larry Bird (l’ho detto sono d’antan, sono i campioni americani di quando ero tifosa io) e a Manuel, scatenatissimo pur di portare punti alla propria squadra, divertendosi.

E grande chiusura un evento che è stato capace di tenermi fuori casa dalle 16 all’una di notte di un sabato di ormai un mese fa, ossia “All inclusive-Il gran finale”, in cui tutti temevamo la pioggia, questo meteo ballerino di questa estate anomala. E invece, perché c’era il bello a cui assistere, direi il bellissimo, l’emozione allo stato puro, ha piovuto tutto intorno e a Novara e nel cortile del Broletto, no. Ha guardato giù una ragazza speciale, Isabella, che ha fatto un enorme regalo, mantenendo il meteo clemente, ai suoi genitori e alla sua Amica super.

Che bello dare una mano, anche piccola, vedere tutti collaborare a una super riuscita dell’evento, sentirsi parte di qualcosa di unico e straordinario. E poi i ragazzi a sera, sul palco, e prima in piazza Duomo con lo show di baskin. A sera a suonare “Bolero”, “Another brick in the wall” dei Pink Floyd, altri a ballare. Semplicemente qualcosa che resta dentro, nel più profondo (ancora di più avendo potuto avere il privilegio di assistere alle loro prove, alla preparazione).

Ecco per me un anno, soprattutto a partire dai primi di novembre – prima ero, come dico io, caduta, che non credevo più in me per tante cose, per timori, paure, errori – fantastico, dove, ma non c’entra nulla il volontariato, ho anche potuto assistere in diretta a una serata del Festival di Sanremo, ritengo quella più bella, quella dei duetti. E anche qui, comunque, le persone importanti contano. Non sarei andata e non avrei accettato l’invito di un amico storico se non mi avesse spinto, ribaltandomi anche, qualcuna di quelle persone, si parla sempre di Amici, di cui parlo sopra, che ti stravolgono la vita e hai solo il timore di perdere. E anche in questo caso il volontariato mi ha accompagnato nel viaggio di andata e ritorno, perché ero stata coinvolta in un incontro con associazioni al mio ritorno, dove, appena scesa dal treno e con un panino al volo, avrei dovuto moderare e introdurre l’incontro, quindi dovevo prepararmi. Su tutto occorre prepararsi. L’ho imparato quest’anno sempre dalle persone che ti stravolgono. Senza dimenticare il ‘mio’ Santa Lucia, la Comunità per Minori di via Azario, sempre a Novara: quest’anno ancora altre presentazioni del libro e ho rivarcato la soglia di una realtà che amo da sempre per una grande festa all’immensa suor Carla Miloni organizzata dalla presidente e da tutto lo staff e dai ragazzi della Comunità. Spero di rivarcarla ancora, perché il mio volontariato vorrei ampliarlo.

Come poter chiudere questo post? Dedicato al volontariato ma anche alle difficoltà della vita? So solo che a me ha fatto bene, anche se negli ultimi giorni mi sono persa. Ecco forse qui una riflessione che c’entra poco. Se ci tenete a una persona e avete paura di sbagliare con lei, aspettate mille volte, miliardi di volte, prima di scrivere una stupidata. La potreste ferire, anche senza volerlo. O farla arrabbiare seriamente. Prima, soprattutto, di dire una bugia. Anche piccola che possa essere (e io ho imparato che, con un Amico o un’Amica, mai sarà piccola, sembrerà che la prendiate in giro. Okay non era il vostro intento, ma credetemi chi la riceverà, se vi vuole bene, tanto, la penserà così e poi sarà dura), creerà un danno, un cortocircuito. Speriamo risanabile. Ma dopo occorre mai più sbagliare. Se avete, se abbiamo, se ho, spesso tanta, paura, fermatevi un giro. Pensateci e non rispondete, non scrivete nulla. E se vi pentite di cosa avete scritto perché non eravate in forma, perché eravate in crisi, migliorate il messaggio successivo, non cancellate dicendo una bugia. E’ un monito che faccio soprattutto a me, che di amici importanti ne ho. Due sicuramente, direi quattro, ma per come ce l’ho fatta negli ultimi anni sono due gli Amici da ringraziare e rispettare, quindi non mandando messaggi sconclusionati o cancellazioni o troppi messaggi o ecco dicendo bugie. Se li perdessi, non saprei farmene una ragione. Dobbiamo metterci nei panni degli altri, quindi aspettiamo un giro, rileggiamo bene, contiamo fino a 10, se serve anche a mille miliardi. Potrebbero essere anche loro in un momento di difficoltà, che magari non conosciamo. Bisogna saper leggere i messaggi, ascoltare le parole, non far che scrivere i propri o dire a voce i propri. Così si perde ciò che dicono gli altri e l’empatia, così tanto importante, non la metterete in pratica, mandandola solo a farsi friggere. Io credo tanto all’empatia, ma mi accorgo che spesso non la metto in pratica. E questo mi fa male.

Gli Amici sono importanti, sono la parte più intima e importante di una vita. Io ne ho trovati così, non me lo perdonerei mai se li ferissi e li perdessi. Vorrei sempre poterli aiutare anche io, pur se così ‘paurosa’. Forse un po’ il volontariato ha aiutato in questo. Se si ha sbagliato, accettate il colpo e cercate di rimediare, con forza e assumendosi le proprie responsabilità. E sì viva il volontariato e le splendide persone che ho potuto conoscere in questo annetto.

Monica Curino

“All inclusive a Novara e dintorni, tutti uguali tutti diversi”, un progetto di vera inclusione

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Oggi il nuovo articolo è dedicato alle associazioni di volontariato e ai numerosi progetti a cui danno vita e che portano avanti ogni giorno dell’anno con tenacia e impegno. Con l’obiettivo di aiutare sempre chi è in difficoltà, chi attraversa un momento, un periodo, critico.

Tra i temi che sento di più c’è quello del contrasto al bullismo, un fenomeno che riguarda non solo i ragazzi, ma anche gli adulti. Un fenomeno che, negli anni, è mutato, si è evoluto, andando a toccare anche internet, la rete, con l'”avvento” del cyber-bullismo.

Uno scatto di Ballincantiamoci al Broletto

Ecco perché quanto racconterò in questo nuovo articolo è un progetto che coinvolge un’associazione che ha fatto della sua mission il contrasto a bullismo e cyberbullismo, Sbulloniamo Insieme, nata nel 2019 come sportello d’ascolto e poi, dopo qualche anno, diventata vera associazione. Un’importante realtà, molto attiva nelle scuole di Novara e del Novarese. Da Romentino a, tra non molto, a Invorio. Ma non solo Sbulloniamo. Con l’associazione guidata da Michela Agnesina in questo nuovo progetto ci sarà anche Concentrici, presieduta da Simonetta Foglia, una realtà che, da quando è nata, si dedica a progetti e iniziative di inclusione.

E questo è quello a cui punta il progetto “All inclusive a Novara e dintorni, tutti uguali tutti diversi”.

A portare a questa nuova iniziativa l’onda lunga di Ballincantiamoci, l’evento che il 17 giugno dello scorso anno ha incantato l’intero Broletto, a Novara, con un grande spettacolo con ragazzi normodotati e diversamente abili insieme. Dal desiderio dei ragazzi che quanto accaduto quella sera, qualcosa che ha letteralmente rapito tutti i presenti, non si fermasse, è nato “All inclusive”.

Il pubblico a Ballincantiamoci

Con Sbulloniamo e Concentrici tante realtà del territorio. “All inclusive” porterà, per tutto l’anno scolastico 2023-2024, laboratori creativi, di lettura, pittura e cucito, esperienze sportive come il baskin, che consente di giocare insieme a pallacanestro ragazzi disabili e normodotati, realizzando un esempio perfetto di inclusione.

Ci saranno anche esperienze a contatto con la natura, incontri nelle scuole con 118, Forze dell’Ordine, Aeronautica, Vigili del fuoco e istituzioni, senza dimenticare la musica, con la futura orchestra “Sbullonati”, che nascerà alla Scuola di Musica Dedalo. E ancora i laboratori di pasticceria, alcuni si sono già svolti nelle scorse settimane, e il progetto “Tu chiamale se vuoi emozioni”, che nelle scuole educa a riconoscere le emozioni.

Obiettivo del progetto costruire, con incontri nelle scuole e sul territorio, una vera inclusione. Le due associazioni, con i rispettivi volontari e le presidenti, hanno saputo coinvolgere scuole (Vco Formazione, Immacolata e Levi Montalcini), istituzioni (Comune, Provincia e Centro servizi per il territorio Cst) e Forze dell’Ordine.

“Ballincantiamoci”, con l’esibizione di ragazzi con disabilità e normodotati, aveva letteralmente gremito il cortile del Broletto, entusiasmando il pubblico, che non ha smesso un attimo di applaudire. «Dopo quella serata – rileva Agnesina – i ragazzi ci hanno chiesto di non fermarci, di non lasciare quell’appuntamento come qualcosa di isolato. Ci siamo messi tutti subito al lavoro, pensando a un progetto educativo, di supporto e che potesse consentire loro di fare nuove esperienze e di crescere. Così è nato “All inclusive”».

Ancora Ballincantiamoci 2023

Laboratori e attività, dunque, affinché normodotati e disabili possano trascorrere momenti di condivisione, amicizia e sensibilizzazione, conoscendo anche le istituzioni e il lavoro e i compiti di realtà come 118, Polizia, Carabinieri e Aeronautica.
«Importante in questo progetto – aggiunge Lina Letizia di Concentrici – è la rete che si è costruita. Sono già state realizzate iniziative con il baskin e con i laboratori di pasticceria».

E i laboratori riprenderanno a breve, come potete apprendere anche dalle pagine social delle due associazioni. Obiettivo, come ha detto al momento della presentazione all’Arengo del Broletto Daniele Giaime, presidente del Centro servizi per il territorio (che sostiene “All inclusive”), «è facilitare la socializzazione e il benessere psico-fisico dei partecipanti, ma anche rafforzare le capacità relazionali e di comunicazione tra ragazzi», imparando il rispetto reciproco, la condivisione e l’attenzione a temi come disabilità e volontariato.

Un progetto che ha anche il sostegno di Comune e Provincia. «La fragilità riguarda tutti – commenta Marianna Condito, giovane di Concentrici – La diversità è ricchezza ed è bello mettere a frutto le potenzialità di tutti».

Chi volesse può sostenere il progetto con una donazione. Anche una piccola donazione può fare tanto e consentire di realizzare progetti e iniziative importanti per i nostri giovani come “All Inclusive”. Qui sotto dove poter donare.

Qui le modalità per sostenere “All Inclusive” e altri progetti per i bambini e i ragazzi

In Zambia portando musica ai ragazzi di strada: l’esperienza di Massimo Fiocchi Malaspina e Lucrezia Drei

Oggi, in questo nuovo articolo del mio blog, voglio raccontarvi dell’esperienza vissuta da Massimo Fiocchi Malaspina, direttore d’orchestra novarese, ora direttore musicale di palcoscenico al teatro Regio di Parma, e dalla compagna, Lucrezia Drei, soprano, che, la scorsa estate, hanno trascorso quasi un mese tra i bambini e i ragazzi di strada dello Zambia, entrando in contatto con la povertà più vera, più dura. «Un luogo – mi ha raccontato Massimo Fiocchi – dove manca tutto e dove si è costretti a sniffare colla per non sentire la fame e il freddo. Un posto in cui la musica – ha poi aggiunto – diventa un linguaggio universale».

Un’esperienza, quella dei due musicisti, intensa e travolgente. Certo ricca di storie di vita, di momenti, attimi, vissuti, che Massimo e Lucrezia non dimenticheranno mai. Un’esperienza che racconto perché, da sempre, apprezzo chi ha il coraggio di mettersi in gioco per gli altri. Di prendere e partire per andare ad aiutare chi ha meno di noi. Una proposta che, qualche tempo fa, qualcuno, Giovanni Mairati di Casa Alessia, ha fatto anche a me (direzione Ecuador), ma sino a che non vincerò la paura dell’aereo sarà difficile. Quanto avrei voluto accettare, ma la paura è stata più grande. Ma chissà mai, magari in futuro. Del resto con Massimo avrò qualcosa in comune, no? Non portiamo a caso il medesimo cognome (anche se per me è quello di mamma). E spesso mi si dice che non so stare ferma senza fare qualcosa, senza dare vita a qualche iniziativa come lui.

Comunque, tornando a Massimo e Lucrezia. I due musicisti hanno portato nella capitale dello Zambia, a Lusaka, un laboratorio di canto corale per bimbi e ragazzi dai 7 ai 15 anni.

Un’esperienza che li ha portati a vedere situazioni terribili, ma anche straordinarie. «Un mondo – spiega Fiocchi Malaspina – che abbiamo appena sfiorato, dove manca tutto, ma in cui, per questo, si condivide con gioia la voce, le doti atletiche, il tempo trascorso insieme, come anche la voglia, di imparare».


Ma com’è nata l’idea di andare in Africa e di portare un laboratorio di canto? «Da tempo – rileva il direttore d’orchestra novarese – con Lucrezia pensavamo a un progetto con i bambini di quei Paesi. Il contatto è stata “Amani for Africa”, associazione laica milanese, che abbiamo conosciuto con un video su YouTube, postato da Pablo Trincia de “Le Iene”. Nel filmato si parlava di un progetto in Kenya per recuperare i bimbi di strada di Nairobi. A quel punto abbiamo contattato l’associazione con l’idea del laboratorio. Ci hanno risposto quasi subito. Erano interessati e ci hanno invitati a un campo di incontro in Zambia, a Mthunzi, dove esiste un centro di Amani, parallelo a quello di Nairobi, che raccoglie alcuni dei moltissimi bambini e ragazzi di strada di Lusaka. Un centro legato a Koinonia, una comunità di laici cristiani, impegnati nel sociale, una realtà fondata da Renato “Kizito” Sesana, padre comboniano di Lecco. Un uomo che è un esempio per quanto fa e per quanto ha realizzato in molti anni in Kenya, Zambia e in Sudan».

Il centro punta a dare una vita alternativa a quei bimbi e a quei ragazzi che sono gli ultimi tra gli ultimi, contrastando l’analfabetismo e allontanandoli dalla strada. «Ci sono assistenti sociali – riprende Fiocchi – che sono ex ragazzi di strada, che hanno studiato, sono formati e passano giornate in giro per Lusaka, cercando gli “street children”. Recuperano quelli che sembrano disposti a voler cambiare vita, compatibilmente con le risorse disponibili, che dipendono in parte anche dal sostegno di “Amani”. Danno loro un’occasione importante, li fanno studiare e li portano sino all’università, che in Zambia è molto costosa. C’è chi, abituato alla vita di strada, difficilmente si recupera – spiega il direttore d’orchestra – ma ci sono anche molti ragazzi che hanno potuto vivere una vita migliore grazie al centro».

Fiocchi e Drei, oltre a tenere il laboratorio di canto corale, per cui bambini e ragazzi sono stati entusiasti e collaborativi, hanno accompagnato gli assistenti sociali in strada. «Un’esperienza – rilevano entrambi – molto dura e devastante. Capisci davvero quanto sono lontani l’Occidente e la sua ricchezza, lontanissimi. Sono ragazzi che vivono in un Paese con straordinarie bellezze naturali, che però non sono accessibili, per i costi, ai suoi abitanti. Sono accessibili solo ai ricchi occidentali. Eppure, nonostante questa povertà infinita, non perdono la gioia di vivere, di andare avanti: cantano, ballano, hanno piacere a stare insieme, fanno acrobazie, scherzano».

Ragazzi che, come sottolinea Drei, hanno una grande creatività, tanto da arrivare a creare strumenti musicali dal nulla. «Non sanno leggere la musica – aggiunge Fiocchi, che ha da poco registrato un video con il Coro di Voci Bianche del Regio di Parma per un film di Marco Bellocchio – ma suonano gli strumenti che hanno a disposizione. Siamo stati anche in altri centri gestiti da Amani e in un centro d’accoglienza, dove i ragazzi ci hanno accolti come ci conoscessero da sempre». Drei: «abbiamo cantato, danzato e giocato con bambini che hanno storie devastanti alle spalle, ma vivono il loro presente e si dedicano a progetti futuri con intensità ed energia, quelle che, spesso – rileva Lucrezia – nel nostro mondo, perdiamo tra un impegno e una preoccupazione».
Monica Curino

Accanto ai malati di Aids per aiutarli a ripartire. La ‘mission’ di Casa Shalom

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A Ponzana sono stata spesso in questi 21 anni di lavoro (ho iniziato questa professione solo un anno prima che Casa Shalom, la struttura che nelle campagne novaresi segue i malati di Aids, aprisse). Sono stata in visita per le tradizionali feste dell’Associazione Amici di Casa Shalom, gruppo di volontari che aiuta nella gestione della casa don Dino Campiotti, cui si deve la nascita di questa splendida realtà della solidarietà, e per alcune ricorrenze, come gli anniversari. L’ultimo solo qualche settimana fa, quando sono stati celebrati i primi vent’anni della struttura, aperta nell’aprile del 2002, ma con una genesi che risale sino al 1996.

Le occasioni che ho più amato, però, e che mi hanno dato tanto, a livello emotivo e poi di parole da trascrivere sui giornali per cui ho lavorato, sono state le due volte in cui ho proprio conosciuto alcuni ragazzi, uomini e donne dalla vita difficile, ‘tribolata’ e con mille tentativi per riprendersi, e parlato con loro. Alcuni, in particolare quelli che ho intervistato la prima volta, per “Il periodico novarese”, nella calda estate del 2006, con in sottofondo la tv che raccontava i gol della nostra nazionale, che vincerà poi quei mondiali, purtroppo non ci sono più, altri sono riusciti a farcela e sono ripartiti con il piede giusto con la vita. A quei ragazzi mi ero affezionata, mi aveva colpito molto Cri (Cristina), uno scricciolo (assieme non facevamo credo neanche 80 chili), ma con una grande forza di volontà, perché voleva farcela, pur se sapeva che era tutto molto difficile, che era caduta troppe volte e che ogni volta rialzarsi, come mi aveva detto, era sempre più dura. La seconda volta è stata più recente, era il 2017, e quegli uomini e quelle donne, quei ‘ragazzi’ che un po’ avevano perso la strada, sono ancora qui e si sono ripresi.

L’ultima volta ho incontrato anche Claudia, poco più di 50 anni, che ha iniziato con gli stupefacenti a 13 anni, «per trasgressione», mi aveva raccontato. «Ho capito che era un problema quando aspettavo mia figlia, che ora ha 15 anni e che spesso viene a trovarmi. Vorrei vederla di più, avere una casa mia dove stare con lei.  La amo più di me stessa, è una brava ragazza. Quando l’ho avuta, ho smesso di farmi e ho cercato di crescerla, ma ho dovuto darla in affido. Qualcosa che mi ha spinto sino al farmi del male da sola – ha poi aggiunto – Vorrei anche recuperare il rapporto con mio figlio più grande, che da poco mi ha reso nonna. Ho l’Aids, ma a Ponzana sto bene». E con Claudia, Pietro, che non ha l’Aids, ma ben ha compreso il significato e quanto vuole portare avanti Casa Shalom.

«Se sono qua – mi aveva raccontato, tra un sorriso e l’altro – devo ringraziare don Dino Campiotti. Lui mi ha fatto uscire dal carcere, consentendomi di trascorrere a Ponzana i domiciliari. Ero disperato. Se non ci fosse stato don Dino, non sarei più qui. Quello che vorrei far capire a chi sta fuori è che dovrebbero venire nella casa a fare i volontari. Dovrebbero vedere quello che si vive qui. Ci sono un calore e una luce straordinaria. Si sta bene e ci si aiuta».

Per tutte queste ragioni, per questo cuore che si riempie ad ascoltare e raccogliere queste storie di vita, non ho voluto mancare in alcun modo alla festa per i vent’anni della Casa, dove, come al solito, il quadriportico della struttura, come la cappella di San Martino, la serra, tutto quanto si trova accanto a Casa Shalom, mi hanno subito fatto dimenticare ogni minima preoccupazione che potessi avere prima di arrivare a Ponzana. In questo spazio si respira serenità o, come dice la parola stessa ‘Shalom’, pace. Una tappa a Casa Shalom che, questa volta, ha avuto anche il merito di rinsaldare un’amicizia. Sì, perché sono andata a Ponzana in compagnia di un’amica che non vedevo da tempo, quella che, quando si è bambini, si definisce ‘migliore amica’ o ‘amica del cuore’. Gli anni e le vicissitudini della vita ci avevano allontanato un po’, ma questa tappa insieme nelle campagne novaresi ha avuto il merito, oltre a darmi un sacco di serenità, di rinsaldare quell’amicizia. E non solo. Ho anche ritrovato Pietro, che, ora, vive da solo, ma non ha dimenticato l’aiuto di Casa Shalom, e continua a recarsi a Ponzana per dare una mano ai volontari, per dare il suo contributo.

Comunque eccoci a Ponzana, dove, a fare gli onori di casa, con operatori, educatori e volontari, è don Campiotti, che, subito, ha voluto raccontare di chi non c’è più. Tra loro «Angelo, accolto dal dio dei drogati, espressione che gli era familiare e che aveva preso a prestito dal mitico Fabrizio De André; Cricri, che aveva scelto il paradiso nella grande piantagione di ciliegi in fiore sulla collina. E poi… Maria, l’africana, ossessionata dal desiderio di tornare a casa; Alberto, ‘il veggente cieco’, che si illuminava per avere riscoperto la bellezza della vita e ancora Sergio, finissimo animatore di piano-bar, che sognava un concerto in cielo con tutti i suoi compagni di strada». Uomini e donne che non ci sono più, ma che continuano a vivere tra chi, operatori e volontari, non smette di lottare per ricordare che l’Aids, nonostante il silenzio che sembra essere calato sulla patologia, è ancora tra noi. Ben presente. Ha cambiato le sue modalità, ma c’è ancora, le persone continuano a infettarsi.

Questo il messaggio che il fondatore ha voluto lanciare nell’importante anniversario, «il problema c’è ancora e troppi ragazzi sono morti per un silenzio colpevole che continua, purtroppo, anche oggi». Si parla ancora troppo poco di Aids: «In tanti, nelle tv e nelle radio, faticano a raccontarlo, a ricordare anche solo la Giornata Mondiale contro un problema che non tocca solo le regioni subsahariane, ma anche l’Italia. Non è sufficiente, tra l’altro – aggiunge don Campiotti – ricordarsene solo il primo di dicembre, Giornata Mondiale contro l’Aids. Abbiamo a che fare con un silenzio ostinato, che coinvolge anche educatori e adulti, cui occorre opporsi, perché serve avere consapevolezza che l’Hiv-Aids è ancora presente e ogni anno migliaia di persone si infettano senza rendersene conto. Non sono più tossicodipendenti o omosessuali come all’inizio. Ora, a infettarsi, sono per lo più eterosessuali, tra i 15 e i 30 anni. Occorre, quindi – conclude don Dino – intervenire, sensibilizzare, parlarne».

Nel pomeriggio anche la possibilità di visitare la Cappella di San Martino di Ponzana, presente negli spazi di Casa Shalom e che vanta al suo interno straordinari affreschi risalenti al XIV secolo. A fare da ‘cicerone’ proprio don Campiotti. Per l’occasione, tra l’altro, è stato stampato il volume “Ponzana e il suo S. Martino” (Edizioni Shalom), a
cura di don Campiotti e con interventi di don Paolo Milani, direttore dell’Archivio diocesano e di Giovanna Mastrotisi, responsabile della Novaria restauri, che si è occupata dell’intervento nella cappella. C’è stato poi spazio per l’associazione Amici di Shalom, che, nata nel 2003, conta 150 iscritti ed è guidata da Elsa Occhetta. Una trentina i volontari attivi in aiuto della Casa. Durante il pomeriggio sono state raccolte donazioni a favore delle attività del gruppo e chi ha voluto ha potuto iscriversi all’associazione.

La casa-alloggio Shalom è stata inaugurata il 6 aprile 2002 dall’allora vescovo, monsignor Renato Corti. Una storia che risale sino al 1996, quando la Diocesi e l’Istituto di sostentamento del Clero, ciascuno per la propria parte, hanno deciso di cedere in comodato d’uso gli edifici e l’area circostante l’attuale casa all’associazione Comunità Villa Segù, realtà che, all’epoca, a Olengo, già si occupava di persone con problemi di tossicodipendenza e altra realtà il cui motore era don Dino Campiotti. «Da allora – spiega il sacerdote – sono un centinaio le persone che sono passate nella casa, fruendo dell’ospitalità e delle cure per riprendere il cammino della vita. Molte non sono più tra noi, ma ci hanno insegnato a non fingere indifferenza, a continuare l’impegno per i malati e per sensibilizzare sull’Hiv/Aids».

La Casa è diventata uno strumento dove il sostegno alla terapia, l’attenzione ai problemi psicologici individuali e la prospettiva di una ‘ripartenza’ per la vita hanno costituito i pilastri del cammino comunitario e del progetto educativo. «Gli ospiti ci sono indicati dalle Asl piemontesi. C’è chi è riuscito a ripartire nella vita, chi a trovare un lavoro. Chi non c’è più». Ci sono tanti ragazzi al cimitero di Novara, a quello di Casalino. A disposizione ci sono una decina di camere singole con servizi. Nel 2006, accanto alla casa madre, è sorta Casa Betania, che accoglie ospiti speciali, ossia persone che, concluso il cammino di base, stanno preparandosi a un inserimento nella vita regolare.

Monica Curino

A Novara la “Casa di Modesta” ridona una vita a chi per anni ha vissuto ai margini, agli ‘invisibili’

C’è chi per lunghi anni ha avuto per tetto solo il soffitto di un treno. Chi ha vissuto nei prefabbricati senza anima dell’ex Tav, in via Alberto da Giussano. Tutte ‘abitazioni’ di fortuna e non certo vere e proprie case dove poter dare vita a progetti, dove poter cercare di rimettersi in pista nella vita, di riprendere una strada da poter percorrere con sicurezza e tranquillità.

Immagine di repertorio

Ora tre di queste persone ‘invisibili’, perché così risultano alla società, grazie alla Comunità di Sant’Egidio di Novara, ma anche alla loro volontà di riprendersi, di ripartire, vivono in una vera casa, di quelle dove chi è più fortunato è solito tornare ogni giorno per ritrovare affetti, serenità e riposo.

Foto di repertorio

Questa è “Casa di Modesta”, un appartamento che, a Sant’Antonio, a Novara, ospita tre persone che prima cercavano un riparo per la notte tra treni e luoghi abbandonati della città. Tre ‘invisibili’ e che, adesso, hanno una casa e stanno seguendo un percorso per reinserirsi nella società. «La Casa – spiega Stefano Taverna della Comunità di Sant’Egidio – prende il nome da Modesta, anziana senza dimora morta alla stazione Termini di Roma nel 1983 priva di soccorsi. Il personale dell’ambulanza si rifiutò di raccoglierla perché sporca. E nasce – aggiunge – da un sogno: aiutare quelle persone che incontriamo per strada o alla mensa a uscire dalla precarietà. Un alloggio dove sperimentare la condivisione».

Foto di repertorio

Marco, uno degli attuali ospiti, ha 60 anni e non viveva in una casa da un decennio. Prima di finire in strada aveva avuto anche un lavoro, si occupava di vendere le materie prime per i prodotti di pasticceria e gelateria. «Sono di Angera, nel Varesotto. Avevo una vita agiata, poi, con il divorzio sono nati i problemi – racconta – Ho iniziato anche a bere e, quando è capitato, non c’ero più con la testa. Ora non tocco alcool da 3 anni. All’inizio mi sono trasferito a Meina. Successivamente non sono più riuscito a pagare l’affitto e sono stato accolto in una comunità a Cerano, qui nel Novarese».

Marco però non riusciva a vedere un futuro per sé, vedeva tutto buio e tra mille difficoltà. «Dopo aver parlato con il responsabile, annunciando la mia scelta, ho deciso di lasciare la comunità – spiega – Sono così arrivato in stazione a Novara, dove ho appreso di un luogo abbandonato in cui trovare riparo e dove sono andato, fermandomi qualche giorno. Poi è giunto il prefabbricato alla Tav – era il periodo più duro del Covid – dove sono rimasto 4 mesi. Finito l’allarme più forte sono dovuto uscire, perché non avevo la residenza. E così ecco altri 8 mesi in un posto abbandonato. Devo ringraziare Stefano e gli assistenti sociali – continua – che mi hanno dato una mano nell’ottenere la residenza. Sono così potuto tornare alla Tav, dove ho trascorso altri 7 mesi, sino a che Stefano non ha trovato quest’alloggio. Ero un invisibile, senza documenti, e non potevo avere accesso a nulla, proprio a nessun servizio. E pensare che per lavoro sono stato anche sino in Africa, precisamente in Marocco, dove avevo aperto un ristorante con piano bar. Ad aiutarmi sono stati Sant’Egidio e il Sert. È stata una gioia poter di nuovo stare in una casa. Ora cerco un lavoro. Spero che qualcuno possa aiutarmi».

Da sinistra a destra Francesca Colajanni, Marco e Stefano Taverna (foto Alessandro Visconti)

Marco è grato a chi lo sta sostenendo e una volta a settimana aiuta alla Casa Simeone e Anna della Comunità, dove sono accolti alcuni anziani. «Mi sembra giusto farlo per chi mi ha tirato fuori dai problemi in cui ero finito. Per ripartire ci deve essere la volontà di uscire, altrimenti non si riesce. Io volevo farcela e pian piano ce la sto facendo. Ora almeno vivo in una casa».

Con Marco ci sono altri due ospiti, uno di poco più giovane e un settantenne che ha sempre vissuto in strada, dormendo sui treni. Insieme si sostengono e ciascuno ha il suo spazio. «Sono persone – aggiungono Taverna e Francesca Colajanni, altra volontaria di Sant’Egidio – con cui instauriamo amicizia e fiducia. Uomini invisibili, perché da una vita senza documenti e dimenticati dalla società. Insieme cerchiamo di costruire un circolo virtuoso e di restituire loro ‘visibilità’, quella visibilità che consente loro di poter accedere ai servizi, a disporre di una casa e di molto altro». Un’abitazione, la “Casa di Modesta”, con tanto di balcone e terrazzino e dove tutti e tre stanno riprendendo in mano la propria vita, dormendo in un vero e proprio letto e mangiando e cenando in una casa.

Monica Curino

Quello che l’Africa ci può insegnare. Lo racconta don Dante Carraro, sacerdote, medico e direttore dei Medici con l’Africa Cuamm

Oggi, dopo gli ultimi articoli dedicati a iniziative messe in campo dalle Forze di Polizia per affrontare temi importanti come il contrasto alla violenza di genere e diffondere la cultura della legalità tra bambini e ragazzi, cambio argomento e racconto di un incontro vissuto per lavoro qualche settimana fa. Un appuntamento per la presentazione di un libro sull’Africa. Un continente che mi affascina sin da quando ero ragazzina, perché, pur con le tante difficoltà che, innegabilmente, incontra e vive, ha saputo sempre reagire e andare avanti.

Sin da piccolina ho potuto conoscere uomini e donne con esperienze missionarie. Dalla ‘mia’ suor Miriam, pianzolina all’epoca attiva nella parrocchia di Sant’Agabio, tutt’ora missionaria in Mali, alla mia miglior amica che, quando non aveva più di 18-19 anni, decise di seguire proprio suor Miriam e vivere un’esperienza significativa in Africa. E, poi, negli anni, un altro sacerdote, intervistato a fine 2020, mentre aveva fatto rientro a Novara, don Valeriano Barbero. Senza dimenticare Giovanni Mairati, mio amico da anni e, ormai, per me, “Il signor Giò” del mio primo libro, “Il diario della Casa dei Girasoli”. Lui, con Casa Alessia, ha coinvolto tantissime persone, giovani e meno giovani, a partire per l’Africa, precisamente per il Burundi, ma anche per l’India e per l’Ecuador, in Sud America, per aiutare gli altri, in particolare i bambini.

Un aiuto, un sostegno, che stava anche per travolgere me. Sì, non nego, che un’esperienza di questo tipo, prima o poi vorrei viverla. Ma lotto con una grande paura, quella dell’aereo. E con un’altra: quella del distacco, della lontananza dalle persone che amo. Ho sempre il timore (sì, direi davvero assurdo) che, mentre sono via o mentre vivo qualcosa che nessuno mai si aspetterebbe da me e di davvero insolito, possa succedere qualcosa a mia madre, ai miei amici. Gliel’ho anche detto, in passato: «mi piacerebbe tanto, Giò, partire con voi per qualche bel progetto con i piccoli di qualche Paese lontano», ma poi…. cosa canta Mina? “Parole, parole, parole”. Sarebbe sufficiente accantonare un po’ di timori, un po’ di paure, ma mica è facile. E a bordo di un aereo ci sono anche stata. Ben due volte, ma, dopo l’ultima, forse perché prima di partire per il rientro a Novara c’è stato un forte temporale, mai più un aereo.

Dopo tutto questo preambolo forse è bene partire con la cronaca della presentazione del libro sull’Africa, che qualche settimana fa mi ha colpito. Il libro è “Quello che possiamo imparare dall’Africa. La salute come bene comune”. Autore è don Dante Carraro, sacerdote, medico e direttore di Medici con l’Africa Cuamm. Il volume è stato scritto con Paolo Di Paolo e, pubblicato da Laterza, è stato presentato in Vescovado.

Già dal suo esordio don Dante mi ha catturato, perché ha detto qualcosa sull’Africa che, come ho raccontato più sopra, ben rende ciò che io stessa penso sul continente africano. «Nessuno racconta di un’Africa che aiuta l’Africa. Sui giornali – ha riferito – appare solo la narrazione di un continente in difficoltà, quello dilaniato, in molti suoi Paesi, dalla guerra. Ma in Africa c’è molto di più». A dialogare col sacerdote, in un viaggio alla scoperta dell’Africa e di quanto ci può insegnare, Beatrice Buratti, Paolo Pescio e Flavio Bobbio, cooperanti Cuamm delle nostre zone.
«Come Cuamm – ha poi continuato don Carraro – in questo momento stiamo lavorando molto in Sud Sudan. E tanti medici arrivano ad aiutarci dall’Uganda. Questo testimonia la vitalità dell’Africa, dove molti giovani sono orgogliosi di dare una mano al proprio Paese».

Un pomeriggio nel quale don Carraro, Buratti, originaria di Biella e ostetrica all’ospedale Maggiore di Novara, e il marito Pescio di Vercelli, ingegnere per una multinazionale, moderati da Bobbio, hanno raccontato la propria esperienza. In avvio di incontro un filmato di presentazione del Cuamm, che, nato nel 1950, opera ora in 8 Paesi africani. «Il mio innamoramento dell’Africa – ha spiegato don Carraro – parte molti anni fa. Il mio primo viaggio è del 1995. Un’esperienza che mi ha lasciato stordito. Il Mozambico è straordinario, sempre nuovo, sempre affascinante. Dopo il Mozambico sono stato in Etiopia e in Uganda». Un continente in cui ogni giorno la differenza è quella tra la vita e la morte. Il sacerdote ha ricordato la prima volta che ha visto morire un bimbo. «Sembrava sorridesse. Era, invece – ha aggiunto – un irrigidimento dei muscoli del volto. È morto a causa del tetano. Ecco, se pensassimo a questo, capiremmo tante cose. Da noi ci si lamenta continuamente e disponiamo di ogni cura, per il tetano e per tante altre malattie. Così non accade in Africa. Eppure nessuno si lamenta, nessuno si piange addosso». L’Africa «ci insegna che il lamento non serve. Quello che va fatto è passare dal lamento al rammendo, a pensare a come uscirne, a come poter andare avanti. L’Africa a me ha insegnato a provare a trovare strade nuove per dare valore a quanto ci sembrava perduto. Non solo. Mi ha insegnato – ha ancora detto – a mettere alla prova tutti gli schemi fissi, compreso un certo delirio di onnipotenza occidentale. In Africa ho imparato come la frugalità non è un limite, ma può trasformarsi in un’opportunità per far leva più sull’intelligenza e lo studio che non, invece, sul denaro».

Buratti e Pescio, tra l’altro, si sono conosciuti grazie all’impegno nei rispettivi centri missionari e anche a loro l’Africa ha dato molto. «Ci siamo conosciuti e fidanzati grazie all’esperienza missionaria – ha spiegato Pescio – Dopo pochi giorni Beatrice mi ha annunciato che sarebbe partita per un anno in Angola. Certo rimasi sorpreso, ma sono esperienze in cui crediamo entrambi. È poi tornata e ci siamo sposati e, dopo, è nato nostro figlio Giacomo. Per noi l’Africa è tutto», tanto è vero che poi la coppia è tornata in Angola, precisamente a Chiulo, anche con il figlio.

«Volevamo restituire all’Africa quanto ci ha dato – ha aggiunto Buratti – Un continente dove la mia professione è fondamentale. In Italia è facile trovare un pediatra, un’ostetrica, non accade così in Africa, dove tutto è più difficile, dove manca tutto». Il Cuamm e i suoi tanti missionari fanno questo, mettono al centro la persona e si occupano dell’accesso alle cure per tutti, bambini come adulti.
Monica Curino

Sclerosi laterale amiotrofica: una patologia invalidante che colpisce i pazienti, ma anche i famigliari

Seimila malati in Italia, 1.500 nuove diagnosi ogni anno e un centinaio di malati tra le province di Novara e del Verbano Cusio Ossola. Sono i numeri della Sclerosi laterale amiotrofica (Sla), conosciuta anche come morbo di Lou Gehrig, dal nome di un giocatore di baseball, la cui malattia, nel 1939, sollevò l’attenzione pubblica. Una malattia neurodegenerativa che non ha ancora una cura. E che, negli ultimi anni, ha visto abbassarsi l’età delle persone colpite, andando a toccare anche molte donne e molti giovani, persone tra i 40 e i 50 anni.

Sono i dati forniti da Fulvia Massimelli, novarese, da maggio presidente nazionale di Aisla, l’Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica, all’ultima conviviale dell’Ucid (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti).

Massimelli, commercialista, è volontaria dal 1999 dell’associazione, nata proprio a Novara nel 1983. Durante la serata, introdotta dal presidente Ucid Paolo Cattaneo, la presidente, oltre a illustrare i dati della malattia e i numeri di Aisla, che conta 2.400 soci e dal 2003 vanta un importante centro d’ascolto, ha spiegato cosa significhi essere un malato di Sla. «Seguiamo persone – ha esordito – che soffrono di una patologia seria. Uomini e donne in cui, nonostante una malattia così invalidante, il desiderio di vita resta intatto. Veri e propri guerrieri che non si arrendono mai». Partendo dalla condizione vissuta da tutti in questi due anni di Covid, Massimelli ha reso l’idea di come si senta un malato. «In questo periodo ci siamo resi conto, a causa delle mascherine che indossiamo, dell’importanza dell’aria che respiriamo. Abbiamo anche capito quanto possiamo essere vulnerabili e molto fragili. Queste sono condizioni in cui il malato di Sla vive ogni giorno. Sono persone – ha aggiunto – particolarmente fragili, ma anche molto coraggiose. La malattia colpisce le cellule nervose preposte al controllo dei muscoli volontari, i motoneuroni. La Sla è, infatti, definita anche come la malattia del motoneurone. Si registra in questo modo una progressiva diminuzione della capacità di movimento».

Gradualmente non si riesce più a parlare, a nutrirsi, a respirare. Si perde completamente la propria autonomia. «La Sla stravolge completamente la vita del malato e della sua famiglia. Si resta prigionieri di un corpo inerte, mantenendo però inalterate le capacità cognitive: una sensazione terribile. I malati provano sentimenti, ma non possono comunicare».

Per la cura servono strumenti complessi, un pc per comunicare, un ventilatore per respirare, un apparecchio per essere nutriti e, soprattutto, cure specialistiche continuative, che, per un malato grave, arrivano a costare anche 150mila euro l’anno. Come detto una patologia che coinvolge anche i famigliari, con grandi responsabilità, notti insonni e, spesso, perdita del lavoro. «Aisla offre assistenza gratuita ai malati. Vogliamo stimolare la loro voglia alla vita: dobbiamo accompagnarli per farli vivere dignitosamente. Il centro della nostra attività è la persona. Guardiamo agli aspetti sanitari, ma anche – conclude Massimelli – a quelli umani ed etici, alla fraternità».

Monica Curino

Comunità per minori Santa Lucia: una storia di cuore sempre accanto ai bambini dal 1599

Il “Santa”, come viene chiamata la Comunità per Minori Santa Lucia di via Azario 18 a Novara dai ragazzi che, negli anni, da qui sono passati e qui sono stati ospitati, accolti e accompagnati come figli, è una realtà che a me fa sempre battere forte il cuore.

Una grande casa dove, ogni volta che vi transito, o per un servizio giornalistico da confezionare o per una veloce chiacchierata per qualche bel progetto con l’attuale direttrice o anche con la presidente, così come con i molti educatori e volontari, mi lascia sempre sensazioni forti, emozioni uniche, che mi fanno stare bene. Sensazioni positive e vibranti, che ti fanno rendere conto di come la Comunità sia una delle più straordinarie realtà del nostro territorio a fianco dei minori. Una delle istituzioni più significative della città e con una grande storia alle spalle, visto che il Santa Lucia ha attraversato ben quattro secoli di storia, quattro secoli di storia di Novara, resistendo anche a momenti particolarmente critici.

L’esterno della Comunità per Minori Santa Lucia

Quest’anno, infatti, la Comunità per minori, che tradizionalmente celebra la sua festa il 13 dicembre, festa della patrona Santa Lucia, taglia il traguardo dei 422 anni di vita. Una vita trascorsa accanto ai bimbi, ai ragazzi, soli o in difficoltà. Come raccontato qualche riga più su si tratta di un luogo da dove io esco sempre rinfrancata e piena di buoni propositi, torno a casa davvero felice. La mia volontà non solo di raccontare il volontariato nei miei pezzi, ma anche di metterlo in pratica (sempre quando il lavoro me lo consentirà un pochettino), quando esco dal “Santa”, è a mille, sono convinta di poter fare di tutto e di più. Lì, come in tanti altri luoghi della solidarietà novarese, ma per mie vicende il “Santa” è il “Santa”, comprendi come fare il bene fa bene: aiuti l’altro, aiuti ragazzi meno fortunati, ma al contempo fai bene anche a te stesso, stai meglio.

A sinistra la direttrice Cristina Signorelli, a destra l’attuale presidente Emanuela Rossi. Al centro il precedente presidente, l’avvocato Andrea Zanetta

Esci rinnovato e contento di quanto svolto per loro. Questa la ragione per cui, per chi mi conosce al di fuori di questo blog e dei miei articoli sui giornali in questi vent’anni (ora esclusivamente su L’Azione e con una trasmissione sulle frequenze di Onda Novara tv), il secondo libro di un’avventura intrapresa ormai sei anni fa, ossia “La Novara del Bene”, iniziativa editoriale per far conoscere le belle realtà del nostro volontariato attraverso una serie di libri e anche grazie a una ricchissima pagina Facebook (che racconta le associazioni, ma anche i bei gesti svolti per la comunità da singoli, da gruppi, da Forze dell’Ordine), sarà dedicato al Santa Lucia. Una realtà che ho conosciuto da piccola grazie a un’amica, che al “Santa” ha vissuto qualche mese, e che poi mi è riecheggiata in testa negli anni successivi per cose legate al mio privato molto lontano. E che poi ho trovato giusto raccontare nel mio lavoro. C’è già anche un titolo per il libro, che ovviamente non rivelo, non ‘spoilero’ direbbero i più giovani. Ora servirebbe solo mettersi a digitare rapidamente le belle storie raccolte qualche anno fa e trasformarle magicamente in racconti di vita, con un bel prologo e una bella conclusione. Chi vivrà, vedrà. Ce la farà Moc (la mia sigla sui giornali)? Per intanto vi racconto un po’ di Santa Lucia traendo spunto da diversi articoli scritti negli anni per le testate con cui ho lavorato, ma traendo anche dettagli e racconti dal mio cuore, dai miei incontri con la direttrice Cristina Signorelli, con la presidente del Consiglio d’amministrazione Emanuela Rossi (direttrice del “Santa” per un decennio), con i ragazzi e con tutto lo staff che quotidianamente li segue.

Momenti all’interno della Casa

Il “Santa” ha da sempre posto lo sguardo sull’infanzia e sull’adolescenza abbandonata e in difficoltà, sin dalle sue origini. Quattro secoli in cui l’istituto non ha mai smesso di essere a fianco ai minori.

Alla sua costituzione – il 2 aprile 1599 con un atto davanti al notaio, in vescovado – contribuirono tutte le forze della società locale, la Chiesa, con il vescovo di Novara, Carlo Bascapè, la nobildonna Costanza Avogadro, appartenente a una delle famiglie più antiche del Novarese, e la Confraternita dei Disciplinati del Santo Spirito. Primo nome: “Hospitale delle vergini fanciulle del Santo Spirito”. Obiettivo, all’epoca, aiutare dodici ragazze orfane. La prima collocazione di quella che prese il nome definitivo di “Congregazione delle fanciulle vergini poverelle”, la casa e la chiesa vecchia di S. Bartolomeo nel sobborgo di S. Gaudenzio, alla periferia di Novara. Una sinergia tra Chiesa e comunità civile che caratterizza ancor oggi l’istituto novarese, con un Consiglio d’Amministrazione composto da tre membri nominati dal vescovo e due dal sindaco. A gestire la casa, sino al 1938, personale laico. Subentrarono quindi le religiose, con le suore di San Giuseppe. Negli ultimi anni si è tornati a una gestione da parte di laici. Per chi volesse conoscere la storia nei secoli del “Santa” è a disposizione un libro straordinario, “L’hospitale di Santa Lucia. Un’istituzione novarese dal 1599 al servizio del disagio giovanile”, di Marina Airoldi Tuniz, uscito per Interlinea edizioni nel 1998.

Oggi accoglie per la maggior parte ragazzi stranieri non accompagnati, giunti quindi in Italia senza genitori. Ragazzi di 13 anni, che, per poter giungere in Italia, hanno affrontato viaggi della speranza che li hanno visti stipati a bordo di un barcone in balia delle onde del mare, rischiando la loro giovane vita; altri, della stessa età, sono invece arrivati via terra, caricati da qualcuno su un treno con una valigia con qualche indumento e spediti lontani dalla loro terra d’origine. Sono minori stranieri non accompagnati, i primi per lo più egiziani, i secondi albanesi, che, arrivati in Italia e poi a Novara, trovano accoglienza in diverse strutture della città e dell’hinterland. Molti di loro costituiscono i nuovi ospiti del “Santa”. Un servizio, un aiuto a questi ragazzi che la Comunità porta avanti con un team di educatori, operatori e volontari. Se prima i bambini e i ragazzi accolti erano per lo più italiani e anche molto piccoli, da qualche anno gli ospiti hanno tra i 13 e i quasi 18 anni (al compimento del 18esimo anno i ragazzi lasciano la casa, ma sono comunque seguiti) e sono per lo più stranieri. Una popolazione, quindi, mutata e che richiede nuove tipologie di interventi.

I ragazzi ospitati sono spesso di nazionalità diverse, dalla Costa d’Avorio come anche dal Mali e dalla Guinea e poi appunto egiziani e albanesi. «I primi – ci raccontava tempo fa la direttrice Signorelli – hanno fatto viaggi folli, terribili al solo pensarci, considerando che sono poco più che bambini. I loro racconti hanno lasciato attoniti tutti noi. A viaggiare in mare per 10-12 giorni, dormendo molto poco e vivendo in condizioni assurde. Gli albanesi arrivano in Italia per studiare, la vedono come un ‘college’, gli egiziani per trovare una soluzione ai problemi che vivono nelle loro terre».

Ragazzi in difficoltà anche in questo caso, ma con nuove esigenze cui far fronte. «Un tempo – aggiunge la direttrice – disponevamo di borse lavoro, che consentivano di trovare qualche lavoretto per i più grandi, così da far racimolare loro qualche soldino. Adesso dobbiamo fare da ‘ponte’ noi, con la paghetta per qualche lavoro svolto in Comunità. Molti se li mettono da parte, inviandoli anche a casa in Africa. Altri li tengono per sé per le piccole esigenze quotidiane. Una cosa bella della comunità egiziana è che si aiutano tra loro. C’è già qualche egiziano uscito dal “Santa”, che fa poi da tramite per un lavoro, una volta che il ragazzo compie 18 anni ed esce dalla Comunità. Questo per i più grandi, i più piccoli vanno a scuola. Alcuni sono alla scuola media Bellini di via Vallauri, altri vanno al Cpia di via Aquileia. Due volte a settimana frequentano la scuola di lingua di S. Egidio. Li seguiamo anche negli iter burocratici. Tutti sono regolarizzati, tutti hanno il permesso di soggiorno. Anzi abbiamo un’ottima sinergia con la Questura, che ringraziamo, perché ci ha sempre aiutato, facilitando gli appuntamenti. A 18 anni, per convertire il permesso, invio al Comitato stranieri di Roma il percorso compiuto dal ragazzo. E’ innegabile che difficoltà ci siano, qualcuno è stato allontanato, ma altri ragazzi, la maggior parte, ci danno soddisfazioni, a scuola, come anche nel dare una mano in Comunità. Cercano di crearsi un futuro importante». Giovani che, una volta fuori dal Santa Lucia, non si dimenticano il bene ricevuto: «lavoro qui dal 1994 – racconta ancora Signorelli – e passano sempre ragazzi che ho visto crescere. Ci presentano le loro mogli, i loro figli e ci raccontano delle loro vite».

I ragazzi, come tutti i loro coetanei, hanno dovuto fronteggiare le difficoltà legate al Covid 19, in particolare quelle legate al lockdown dello scorso anno. Ventidue ragazzi, tra i 13 e i 18 anni, in un’età dove uscire con gli amici è qualcosa di vitale, chiusi nella loro casa per lungo tempo. I ragazzi hanno comunque ben risposto alla ‘chiusura’ forzata, dedicando il proprio tempo, terminati gli impegni di scuola, a tanti altri progetti, a tante altre attività. Questa, del resto, la magia della Comunità per minori Santa Lucia. Il frutto di un grande lavoro e di una grande vicinanza ai ragazzi da parte del personale, educatori e direzione. Una casa che, come tutti, ha dovuto adattarsi al periodo legato al Covid-19. Del resto il Santa Lucia ha saputo, nella sua storia, sopravvivere a tante altre criticità. «Unica istituzione che si occupava di educazione – ricorda la presidente Emanuela Rossi – rimasta in piedi in periodo napoleonico». I giovani hanno capito la situazione e ben si sono adeguati, grazie anche al fatto che il “Santa” dispone di ampi spazi esterni. La mattina veniva dedicata alla scuola. Il resto della giornata è stata divisa tra partite a pallone, momenti di studio a gruppi e in cucina, «dove i ragazzi si sono dilettati nella preparazione di dolci. E poi hanno festeggiato i loro compleanni, vivendo – ha riferito la direttrice Signorelli – la loro quotidianità. Bravi loro e bravi sono stati gli educatori che, 24 h su 24, 7 giorni su 7, sono stati sul campo».

In tempo di emergenza Covid, nella casa di via Azario, entrava solo il personale, gli educatori e la direttrice. Sui ragazzi, sull’intera Comunità, ha sempre vegliato «lo sguardo attento di S. Lucia». Uno sguardo che ha anche aiutato i giovani usciti dal “Santa” negli anni che li hanno portati all’età adulta. Basti ricordare come un giovanissimo calciatore del Camerun Douala, scappato a soli 17 anni dal Torneo Giovanile di Viareggio con un compagno di squadra alla ricerca di maggior fortuna, sia giunto in Piemonte, dapprima a Vercelli e quindi accolto al “Santa”. Qui un incontro gli cambierà la vita e Daniel Maa Boumsong (era il febbraio del 2004) arriverà alla Scala del Calcio, giocando nell’Inter e a fianco ai suoi campioni di sempre. Ma questa è un’altra storia e sarà nel secondo libro de “La Novara del Bene”, insieme a tante altre storie positive del Santa Lucia.

Monica Curino

L’impegno della Polizia a favore della comunità tra scelte, equilibrio e buon senso: intervista al Questore di Novara, Rosanna Lavezzaro

Oggi vogliamo parlare delle Forze di Polizia e del bene che, ogni giorno, mettono in campo per la comunità, per tutti i cittadini. Spesso in condizioni difficili e critiche, con decisioni da assumere in pochi istanti, valutando tante variabili e applicando buon senso ed equilibrio. Sempre, però, a sostegno e per il bene, dunque, dell’intera comunità.

Lo abbiamo voluto fare con una lunga intervista al Questore Rosanna Lavezzaro, primo questore donna della provincia di Novara, alla guida della Polizia novarese dall’agosto del 2018. Una lunga esperienza nei servizi d’ordine pubblico per grandi eventi, dal G8 di Genova e L’Aquila sino alle manifestazioni No Tav in Val di Susa, le Olimpiadi di Torino e le partite di Torino e Juventus allo stadio. Con lei anche uno sguardo sui numeri delle donne impegnate in Polizia.

Siete tutti i giorni in mezzo alla gente, accanto ai cittadini, tenendo fede alla mission dell’esserci sempre, tra le peculiarità principali della Polizia. È difficile?

«No, non è difficile. Noi abbiamo avuto, con la legge 121 del 1981, un’importante ridefinizione del DNA della nostra Amministrazione, ora piuttosto diverso da quello di un tempo quando eravamo il Corpo delle Guardie di pubblica sicurezza. Il nostro nuovo codice genetico è differente da tutte le Forze di Polizia, un unicum, che ci ha portati a essere sempre accanto alla gente, in loro soccorso».

A sinistra il Questore, Rosanna Lavezzaro. A destra l’ex dirigente della Squadra Mobile, Valeria Dulbecco
Un momento della festa per il patrono della Polizia di Stato, San Michele Arcangelo

Quali le novità apportate dalla legge, che proprio in questi giorni ha tagliato il traguardo dei 40 anni?

«Quattro i punti fondamentali. La smilitarizzazione del Corpo, l’ingresso dei sindacati, la parità assoluta di diritti e doveri e di carriera tra uomini e donne, dove molto già aveva fatto la legge Anselmi del 1977 (con la quale fu vietata, in materia di accesso a qualunque lavoro, ogni discriminazione tra uomini e donne, ndr) e la creazione di un ruolo nuovo e particolarmente strategico, quello degli ispettori. Un ruolo che doveva fare da tramite tra la “base” e la dirigenza. La Polizia che nasce nel 1981, come delinea il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con parole che condivido e apprezzo molto, ha accresciuto l’“empatia democratica”, avvicinando ulteriormente Forze di Polizia e comunità. Non siamo militari. Siamo in grado di leggere, di interpretare quanto ci succede intorno, grazie alla nostra proiezione sull’esterno, tra la gente. Certo occorre uscire dai “palazzi” ed essere presenti in mezzo ai cittadini. Ed è quello che noi facciamo quotidianamente. Se io rimanessi chiusa qui in ufficio, non capterei le necessità e le richieste che giungono dalla gente. Siamo la prima risposta dello Stato al cittadino, il segmento istituzionale con cui il cittadino si confronta e con cui si rapporta sulla strada. Ecco perché non è difficile essere accanto alla gente. È a volte faticoso, ma è bellissimo ed entusiasmante (due aggettivi che Lavezzaro ripete più volte con un grande sorriso, ndr). Ed è il nostro nuovo DNA, la nostra peculiarità e la nostra vocazione».

Un’intervista (foto Visconti)

Vi trovate sovente a far fronte a situazioni critiche, dinanzi a persone che si sono macchiate di reati efferati. È possibile trovare il bene anche in questi casi e restare positivi?

«Sì, si riesce a trovare il bene. Anche perché certi atteggiamenti nascono da storie, da vicende, molto lontane, e a volte molto dolorose, da aspetti della vita di ciascuno. Io, poi, sono un’inguaribile ottimista! Credo fortemente nella rieducazione della pena, nel recupero della persona che è stata condannata, come anche nella giustizia riparativa. Noi abbiamo il dovere di intervenire, ripristinare o recidere le situazioni che ci troviamo davanti, e decidendo sul momento e valutando ogni minimo dettaglio. Senza però mai perdere di vista un tratto, un elemento, che per me è fondamentale: l’umanità. La nostra stella polare deve essere un mix di buon senso, equilibrio e umanità. Questi gli aspetti che ci devono guidare, le nostre luci. Non vuol dire farsi guidare da un buonismo esagerato, ma essere una Polizia realmente vicina alla gente, che capisce, che comprende quanto i cittadini stanno vivendo. Per noi è fondamentale in primis la prevenzione e, solo in seconda battuta, se non ci sono alternative, la repressione. Ci tengo che il tratto con cui i miei ragazzi operano sia umano e rispettoso della persona che lo Stato comunque ci affida in quel momento. Seri e decisi, ma agendo sempre con grande umanità. Certo ci sono situazioni particolari e molto difficili da gestire, ma non dobbiamo mai rinunciare alla ricerca del “miglior equilibrio possibile”, date ovviamente le condizioni in cui ci troviamo a operare. La Polizia, inoltre, deve capire che chi si rivolge a noi lo fa perché vive una situazione di fragilità e per questo dobbiamo sempre avere in mente che noi interveniamo per aiutare, per cercare di risolvere una difficoltà o una criticità».

Evento, alla scuola elementare Rigutini (Istituto Comprensivo Bellini) per la presentazione e distribuzione, alle classi quarte della primaria, dell’agenda scolastica “Il mio diario”
Altro scatto da l’evento “Il mio diario”. Accanto al Questore, il prefetto Pasquale Antonio Gioffrè

Nella sua carriera ha dovuto operare in ambiti difficili, in quartieri come San Salvario a Torino. Cosa le ha lasciato quell’esperienza?

«Sono stati i miei primi anni. Nel 1990, proprio nella mia città, sono stata assegnata al Commissariato Barriera Nizza, che aveva giurisdizione su San Salvario. Sono stati tre anni che ricordo ancora con gioia ed entusiasmo, anni molto movimentati e intensi. Ancora non avevo impegni famigliari, ero solo fidanzata, ed ero spesso fuori con la squadra di polizia giudiziaria. Almeno tre notti a settimana le passavo fuori, impegnata in attività di contrasto alla microcriminalità con grandi maestri, colleghi che erano arrivati dalla Squadra Mobile. Ero la loro dirigente, è vero, ma c’era grande sinergia e da loro ho appreso molto. Erano collaboratori particolarmente capaci e dalle grandi conoscenze. Tre anni in cui da loro ho tentato di apprendere il massimo. Ricordo che abbiamo preso molti rapinatori, così come numerosi spacciatori. La Squadra Mobile quasi ci invidiava questi risultati. Anni davvero bellissimi, pur se si operava in un quartiere difficile. Sono poi stata assegnata alla Digos, dove sono rimasta 9 anni e, quindi, sempre a Torino, altri 12 anni all’Ufficio Immigrazione e, prima di diventare Questore di Vercelli nell’aprile del 2016, un breve periodo, sempre nel capoluogo torinese, come Capo di Gabinetto del Questore».

Una conferenza stampa in Questura. Accanto a Lavezzaro, l’ex procuratrice capo della Repubblica di Novara, Marilinda Mineccia

È capitato di collaborare con il mondo delle associazioni, del Terzo Settore?

«Sì, molto. Per me gli anni come dirigente dell’Ufficio Immigrazione sono stati molto gratificanti e ricchi di incontri con persone e associazioni del “privato sociale”. Ho avuto modo di rapportarmi con la Caritas, con la Croce Rossa e con tante altre realtà del mondo associativo che si occupano del tema. Ho toccato con mano come l’immigrazione sia trasversale rispetto alla società, instaurando rapporti con il mondo della scuola, il mondo del lavoro, quello della sanità e persino con la motorizzazione. In quegli anni, i primi anni 2000, ho preso un Ufficio in ginocchio, con situazioni molto difficili. La Polizia veniva vista come la “controparte” e non volevamo fosse così. Serviva ascolto. Ho cercato quindi, insieme ai miei collaboratori, di ridisegnare tutti i rapporti con l’esterno, lavorando con la Caritas, ricevendo i sindacati dei lavoratori stranieri. Abbiamo cercato di spiegare la normativa. Una norma, quella sull’immigrazione, affascinante, ma che cambia in continuazione. In quegli anni abbiamo fatto davvero grandi cose. Oltre a ridisegnare l’intero assetto organizzativo dell’Ufficio, siamo stati i primi in Italia a sperimentare e a dare il via al sistema di prenotazione via sms delle istanze dei cittadini stranieri. Quando sono arrivata ho trovato, infatti, 300 persone in coda già dalla mezzanotte, anche con bambini al seguito. Una situazione che andava risolta. Un’esperienza entusiasmante, molto bella, ma anche faticosa, soprattutto i primi tre anni, perché abbiamo dovuto ricostruire e riprogrammare. Abbiamo cercato il dialogo e garantito attenzione sulle varie problematiche. Ho un ricordo molto bello. Ho incontrato persone delle cittadinanze più diverse e con alcune sono rimasta in contatto. Il quadro che ho alle mie spalle qui in ufficio è un dono di alcuni di loro».

Un evento della Polizia di Stato nel cortile del Broletto
All’inaugurazione della targa dedicata a Giorgio Strehler lo scorso gennaio, nell’ambito del Progetto Strehler, con tante realtà del territorio coinvolte
Il dono di una modernissima bicicletta al giovane Riccardo, cui era stata rubata

Da quasi tre anni è il Questore di Novara, come si trova e che provincia ha trovato?

«Sono arrivata a Novara dopo due anni e tre mesi a Vercelli. Una provincia più piccola e maggiormente a vocazione agricola. Il Novarese ha più una vocazione industriale e, come già a Vercelli, mi trovo molto bene. È un territorio con un grande senso delle istituzioni e con grande rispetto. Si è subito instaurata una proficua sinergia con gli attori istituzionali, dal Comune alla Provincia, dalla Procura alla Prefettura. Novara è una città con criticità ridotte. C’era un problema zona Stazione, che però è stato risanato, mentre per il quartiere S. Agabio abbiamo dovuto prendere contromisure particolari. Ora abbiamo due Volanti fisse per turno, prima ce n’era una sola, a volte riusciamo a impiegarne anche tre per turno. È una città, una provincia, molto vivibile e molto ben organizzata, dove poter camminare in centro senza particolari problemi; un territorio con un voto pienamente soddisfacente».

Alcuni controlli della Polizia di Stato in corso Trieste

Quanti uomini e donne dirige?

«Dirigo circa 370 agenti, tra Questura, Polizia stradale e Polizia ferroviaria. Di questi 323 sono uomini e 44 sono donne. La presenza di donne in Polizia sta comunque crescendo, andando a ricoprire un po’ tutti i ruoli. Basti pensare che, quando nel 2016 sono stata nominata Questore, in tutta Italia eravamo in 7, ora il numero di donne nel ruolo di Questore è raddoppiato, raggiungendo le 14 unità. Un segnale importante».

Quali le sfide future che attendono la Polizia?

«Dovremo essere sempre più in grado di intercettare le necessità della gente, le loro difficoltà, ancor di più durante e dopo questo periodo legato all’emergenza Covid. Mi sono occupata di preparare una prefazione a un libro sulla pandemia, nella quale parlo di un giusto equilibrio nel far rispettare le regole, senza però perdere di vista le difficoltà e i problemi della gente. Noi dovremo avere un occhio di riguardo importante a questo aspetto. Sono molte le cose che cambieranno in futuro dopo questo difficile periodo per tutti. C’è una frase in cui credo molto e presente nel film “Wonder” (pellicola del 2017 con Julia Roberts e Owen Wilson, che narra di un bimbo di 10 anni, Auggie Pullman, con una malformazione cranio-facciale, ndr), una frase scritta dall’insegnante alla lavagna e poi letta da una compagna di Auggie, Summer. “Se potete scegliere tra essere giusti ed essere gentili, siate gentili”. Una frase molto sottile, che si evidenzia con quel ‘se potete’. La gentilezza fa la differenza perché ho sempre creduto che nel più sta il meno. Ecco, la nostra attività deve badare anche a questo. Siamo chiamati a trovare un punto di mediazione: non ci si deve arroccare su posizioni preconcette, ma parlare, mediare, ascoltare e rispettare. Dobbiamo capire quando e come intervenire e con quali modalità: l’empatia a volte è una necessità irrinunciabile. Non sono una che guarda troppo ai numeri, ma certamente guardo a una Polizia che sia vicina alla gente ed equilibrata. Ci si deve porre con autorevolezza e non con autorità. Vorrei che i ragazzi mi seguissero su questo punto. L’essere autorevoli e non autoritari lo reputo un grande valore aggiunto. La Polizia moderna, come riferisce Mattarella, si discosta da quella degli anni ’70. È una Polizia dinamica, democratica, fortemente aperta e vicina alla gente. Un processo di grande maturazione sempre continuato dal 1981 e che sono fiduciosa proseguirà. Certo le sbavature ci sono e ci saranno ancora, ma la strada è indubbiamente quella giusta».

Monica Curino