Deceduto il tunisino accoltellato domenica in via Della Riotta

Non ce l’ha fatta il tunisino rimasto gravemente ferito durante una lite nel pomeriggio di domenica 23 aprile a Novara. L’uomo, che si trovava ricoverato in Rianimazione in prognosi riservata, all’ospedale Maggiore, è deceduto nella tarda serata. Troppo grave la ferita riportata al petto, dove l’uomo era stato raggiunto da un collo di bottiglia rotto inferto dal rivale.

Tutto era successo in via Della Riotta, all’altezza del parco che si trova tra via Balossini, via Bossi e appunto via della Riotta.

L’accusa, per l’aggressore, passa ora da tentato omicidio a omicidio. L’uomo, dopo che già molte segnalazioni erano giunte alle Forze dell’Ordine da parte di chi passava nella zona o era presente sul posto, ha allertato la Polizia dell’accaduto.

Lite in strada a Novara: uomo accoltellato gravemente

Una lite tra due cittadini stranieri è degenerata intorno alle 15 di oggi, domenica 23 aprile, a Novara, con il grave ferimento di uno dei due.

Al culmine del litigio, avvenuto nella zona di Sant’Agabio, all’altezza del parchetto posto tra via Bossi e via della Riotta, infatti, uno dei due contendenti ha preso una bottiglia rotta trovata in strada e ferito gravemente l’altra persona.

Al centro dell’episodio, che ha visto l’intervento sul posto di tre vetture delle Volanti della Polizia di Stato, della Polizia scientifica e del personale del 118, due cittadini di nazionalità tunisina.

Il ferito, soccorso dai medici, è stato trasportato all’ospedale Maggiore con un codice rosso. Al momento è ricoverato in Rianimazione, in prognosi riservata.

L’aggressore è stato raggiunto e arrestato poco tempo dopo nella zona di corso Trieste, a ridosso di un supermercato. L’accusa, per l’uomo, è di tentato omicidio. Lui stesso, dopo alcune chiamate giunte alle Forze dell’Ordine dai molti presenti, ha allertato la Polizia.

Indagini in corso da parte della Polizia di Stato, che, giunta sul posto, ha recintato l’intera area. Forse, alla base della lite, un precedente diverbio, avvenuto qualche giorno fa nella medesima zona di Novara, con il coinvolgimento di altre persone. Un coinvolgimento di altri tunisini che si è registrato anche domenica pomeriggio, con un confronto di uno contro uno.

Il ferito è deceduto nella tarda serata di domenica.

Scontro tra un’ambulanza e un’auto a Novara

Incidente stradale tra un’autovettura e un’ambulanza nella prima serata di lunedì 10 aprile, a Novara.

Tutto è successo intorno alle 19,30 tra viale Mazzini e baluardo Massimo D’Azeglio, proprio a ridosso dell’ospedale Maggiore.

A quanto ricostruito l’ambulanza, a sirene spiegate, stava raggiungendo il Pronto soccorso del nosocomio cittadino con a bordo un paziente. Nell’incidente una persona è rimasta ferita lievemente, con un codice verde.

Sul posto, per soccorrere eventuali feriti, sono intervenute quattro ambulanze.

Il sinistro è stato visto da diversi novaresi in transito in centro città. A rilevare il sinistro, una pattuglia della Polizia locale, rimasta sul posto sino le 21,30.

Novara: controlli della Polizia, multati un barbiere e un bar

Servizi di controllo del territorio incrementati in città, a Novara, grazie all’utilizzo del Reparto Prevenzione Crimine di Torino. Controlli che sono stati effettuati nella giornata di oggi, venerdì 7 aprile

In particolare, come riferisce la Questura, sono stati effettuati, insieme alla Polizia locale, una serie di servizi che hanno portato a controllare 134 persone, 73 delle quali con precedenti di polizia, 17 veicoli e 10 esercizi commerciali.

Nel corso del servizio sono stati sanzionati due esercizi pubblici: uno di questi, un barbiere, perché aveva un dipendente irregolare, e poi un bar con un angolo slot non in regola.

Sono state poste al setaccio le zone della Stazione, di viale Manzoni, corso della Vittoria, centro e parco dell’Allea.

Bebè ha fretta di nascere: mamma partorisce in casa, a Novara, con l’aiuto del 118

Il blog, se lo conoscete, è nato per raccontare le mie passioni e anche, e soprattutto, le notizie positive, le belle storie che si registrano a Novara e nel Novarese. Poi, da qualche tempo, presenta anche una parte, per ora piccola, visti gli impegni legati al giornale per cui lavoro, dedicata alla cronaca ‘nera’, settore che seguo da 22 anni. E che ho sempre alternato alle storie positive, alle associazioni.

Proprio per questa attenzione alle storie positive oggi voglio riportarvi una notizia molto bella che riguarda Novara.

Nella notte tra domenica 2 e lunedì 3 aprile, ormai alle prime ore dell’alba, erano le 5, un piccolino è venuto alla luce nella casa dove abitano la sua mamma e il suo papà.

E’ successo in via della Noce, nella zona di Sant’Antonio. A far partorire la donna nella sua abitazione il personale del 118. Quando i sanitari sono arrivati nella casa della donna, che ha 29 anni, il travaglio era così avanti che è stato necessario far partorire la giovane direttamente nella sua abitazione.

A nascere un maschietto. Tanto la mamma quanto il piccolo, come riferiscono dal 118, stanno bene.

Sei ladri di rame arrestati dalla Polizia di Novara: un milione di euro guadagnati illecitamente in 4 anni

Polizia sgomina banda dedita a grandi furti di rame

Tutto è partito dal sequestro di un furgone con all’interno 1.700 chili di cavi in rame, effettuato un anno fa dagli agenti della Volante della Polizia di Stato di Novara.

Da quel sequestro, grazie a un’importante indagine della Squadra Mobile, la Questura ha scoperto e sgominato i presunti appartenenti a un’associazione per delinquere dedita al furto di cavi in rame e all’autoriciclaggio. Un gruppo che aveva base a San Pietro Mosezzo.

A comporre la banda, stando alla Polizia, sei persone, oltre a una settima come complice. Una banda organizzata con precisi criteri aziendali e dove ogni figura aveva un compito specifico.

In quattro anni, come emerso questa mattina, sabato primo aprile in una conferenza stampa in Questura a Novara, è riuscita a raccogliere illegalmente un milione di euro.

Dopo aver consumato molti furti di cavi in rame ai danni di grandi società del Milanese e del Novarese, i componenti della banda lo lavoravano, reimmettendolo sul mercato e ottenendo rilevanti guadagni.

Secondo gli investigatori a capo del gruppo ci sarebbe stato un novarese. L’uomo, dopo aver individuato il luogo da derubare ed effettuati accurati sopralluoghi, avrebbe impartito le direttive ai propri “dipendenti” affinché consumassero il reato negli orari e con modalità prestabilite.
I furti sarebbero avvenuti tutti in orari notturni. Il luogo di ritrovo dei ladri, come riferito dagli investigatori, era l’abitazione del “capo banda”, da dove, dopo aver prelevato tutta l’attrezzatura necessaria, partivano alla volta dei siti a cui fare “visita”.

Secondo una ricostruzione dei fatti a compiere materialmente i furti erano tre persone della banda, due uomini e una donna. I primi due entravano nelle ditte mentre la donna svolgeva il ruolo da autista e si appostava nelle vicinanze per fare il “palo”. La quantità di materiale asportato variava dai 500 ai 2000 kg e i furti avevano la durata di alcune ore.

Durante l’attività d’indagine gli agenti, dopo aver individuato il luogo in cui la banda stava per effettuare un nuovo colpo, la centrale termoelettrica vicina a Novara, hanno deciso di intervenire riuscendo a bloccare uno dei colpevoli, mentre il secondo è riuscito a fuggire nei boschi circostanti.

Dopo questo intervento, secondo gli investigatori, il presunto “capo” del gruppo non si è dato per vinto e, a distanza di pochi giorni, avrebbe organizzato un nuovo furto nei locali di una società di Casaleggio, partecipando di persona. Gli agenti della Mobile, guidati da Massimo Auneddu, una volta individuato il luogo, hanno organizzato un blitz durante il quale sono riusciti ad arrestare i tre. Uno di loro, pur di fuggire, non ha esitato, trovandosi su una scala a circa tre metri di altezza, a saltare addosso a uno dei poliziotti, procurandogli delle lesioni e venendo, comunque, fermato dopo una colluttazione.

I danni causati dai furti sono stati sempre notevoli. Oltre al danno e al costo di riparazione, infatti, le imprese, a causa del totale black out causato dall’asportazione dei cavi, dovevano interrompere la loro attività anche per diversi giorni.

L’accusa, così, per loro, è passata da tentato furto pluriaggravato a tentata rapina impropria.
Le indagini si sono quindi concentrate sull’ultimo membro della banda, ossia l’uomo che, stando all’ipotesi degli inquirenti, sarebbe stato addetto al ritiro del rame e alla successiva immissione sul mercato.

La perquisizione condotta nella sua abitazione ha permesso di trovare la documentazione che attesta la vendita del rame e dalla quale l’uomo, nell’arco degli ultimi 4 anni, come riferito poco prima, ha guadagnato oltre un milione di euro.

Il membro del gruppo, già conosciuto dalle Forze dell’Ordine e disoccupato, per non attirare l’attenzione su di sé, faceva transitare tutto il denaro sul conto corrente intestato alla propria compagna, incensurata e disoccupata. E’ stato inoltre scoperto che la coppia era proprietaria di due Ferrari, una Testarossa e una 360 Modena, del valore totale di oltre 200.000 euro. Le auto sono state individuate in un’officina situata fuori Novara, sottoposte a sequestro e messe a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.

Anche la donna è stata indagata a piede libero per riciclaggio. L’attività d’indagine ha consentito di recuperare circa 3000 chili di cavi in rame, di indagare 7 persone e di arrestarne tre, oltre a sequestrare le due Ferrari.

Omicidio-suicidio a Novara

Un uomo di 66 anni, Piero “Pierino” Rovelli, e una donna di 65, Rossella Maggi, marito e moglie, sono stati trovati morti nella loro abitazione di Lumellogno, alla periferia di Novara. La scoperta nel pomeriggio di mercoledì 8 marzo.

I due sono stati uccisi da alcuni colpi d’arma da fuoco. Stessa sorte anche per il barboncino della coppia, un cagnolino con il quale l’uomo era spesso visto in giro per le strade e le piazze del quartiere.

La prima ipotesi avanzata dagli inquirenti è quella di un omicidio-suicidio.

Sulla vicenda, comunque, al momento, vige il massimo riserbo. Sono in corso le indagini della Polizia di Stato, sul posto, in via Bonfantini 2, con la Squadra Mobile, la Scientifica e le Volanti. L’arma utilizzata sarebbe una carabina regolarmente detenuta dal 66enne.

A dare l’allarme, nelle prime ore del pomeriggio, la figlia dei due coniugi, che faticava a mettersi in contatto con i genitori. Sul posto sono così intervenuti i Vigili del fuoco, che, entrati nell’appartamento, hanno scoperto i due corpi senza vita. Sul luogo della tragedia sono intervenuti i sanitari del 118, che non hanno potuto far altro che constatare il decesso dei due sessantenni.

A sparare a moglie e cagnolino sarebbe stato, dalle prime risultanze, l’uomo.

Sono in corso le indagini per appurare l’orario esatto dell’accaduto e cosa possa aver spinto l’uomo al gesto. A coordinarle, la Procura della Repubblica di Novara.

Andrea Devicenzi: la forza di andare avanti

Oggi, al centro del nuovo articolo del blog, c’è la forza di volontà di una persona, Andrea Devicenzi, che, dinanzi all’amputazione di una gamba, per lui sportivo sin da bambino, non si è fermato, non si è in alcun modo abbattuto.

Ha saputo reagire e andare avanti, conquistando riconoscimenti, partecipando a gare al limite e, soprattutto, diventando un esempio per tanti, tantissimi, giovani. Mi sento di dire un esempio per tutti, perché troppo spesso, tutti, ci abbattiamo per cose di piccolo conto, ce la prendiamo, ci piangiamo addosso per delle inezie. E, invece, dovremmo capire quanto sono altre le ‘cose’ importanti della vita.

Devicenzi ha portato e porta in giro la sua esperienza ed è diventato, anche come professione, un vero e proprio motivatore per tutti, squadre di calcio, atleti, ragazzi nelle scuole.

L’ho incontrato 6 anni fa a un doppio evento promosso a Novara con gli studenti del Ciofs e della scuola media Immacolata. Un appuntamento che, come ha lasciato molto nei ragazzi, ha fatto altrettanto con me.

Un nuovo articolo, dunque, nel blog. Avevo detto, del resto, che non volevo lasciare abbandonato per troppo tempo questo spazio internet tutto mio. Anche perché mi offre un’occasione importante per esprimermi e andare oltre l’oggettività che, ovviamente, come è richiesto dal mio lavoro, cerco di mantenere sempre alta nei miei articoli per il giornale per cui lavoro, L’Azione.

L’incontro con gli studenti nel 2017

Un blog mi consente di mettere un po’ più di quello che sono io, di Monica. Non che ami raccontarmi, non sono una che vuole stare al centro dell’attenzione. È sufficiente chiedere a qualche amico per scoprire che, in compagnia, mi nascondo, che, in un’occasione pubblica, scappo. Fatta eccezione quando devo presentare i libri che ho voluto dedicare alle belle realtà della solidarietà novarese e per cui devo per forza farcela e parlare in pubblico.

LeintervistediMoc mi permette di dare più spazio alle mie passioni, a quei pezzi che amo fare, al di là di un ‘compito’ assegnato dalla testata giornalistica per cui lavoro o ho lavorato in passato.

Mi lascia raccontare con un po’ più di cuore quegli incontri che, in ventidue anni di giornalismo, hanno lasciato una grande traccia nell’anima, nel profondo.

Un uomo, Devicenzi, che è l’esempio di come, anche dinanzi alle difficoltà della vita, persino le più dure, le più toste da affrontare, ci si possa sempre rialzare. Anche dopo l’amputazione di una gamba a soli 17 anni.

Cremonese, 50 anni da compiere (li farà a luglio), nell’agosto del 1990, in sella alla motocicletta a lungo sognata, è rimasto vittima di un grave incidente, che gli ha causato l’amputazione della gamba sinistra.

Un evento tragico per tutti, certo difficile da accettare per una persona che praticava sport da quando aveva 5 anni, tra calcio, ciclismo, camminate e triathlon. E che, comunque, a riprova della sua grande forza d’animo, ha continuato a fare.

Un evento che, come spiegato agli studenti, gli ha cambiato innegabilmente la vita, ma al quale Devicenzi ha saputo reagire. «Una gamba se n’era andata – ha raccontato – ma non la voglia di vivere ogni giorno al massimo delle mie possibilità».

Oggi, Devicenzi è un performance coach, professionista che aiuta a raggiungere gli obiettivi, e formatore esperenziale. Lavora con le persone, guidandole, step dopo step, al raggiungimento dei propri obiettivi e a performance migliori.

Incontri che Devicenzi conduce in scuole, squadre sportive e aziende.

Dopo l’incidente del 1990 per lui inizia una nuova vita, che, negli anni, lo porta a imprese inimmaginabili anche per chi non ha menomazioni. Partecipa a gare di ciclismo per qualificarsi alle Paralimpiadi 2012, nel 2010 raggiunge, primo atleta amputato di gamba, il KardlungLa, in India, a quota 5.602 metri, un raid in autosufficienza sulla strada carrozzabile più alta del mondo in sella a una bici e poi ancora paratriathlon (nuoto, bici e corsa), con una medaglia di bronzo e una d’argento (la prima ai Campionati Europei in Israele del 2012, la seconda agli Europei in Turchia del 2013).

Arriva, così, a lasciare il suo lavoro da dipendente, diventando formatore e mental coach.

Nel 2014 inizia un’attività a favore dei ragazzi, che prosegue ancora oggi, nel 2023, come si può apprendere dal suo sito. Dà vita al primo Giro d’Italia formativo, rivolto ai giovani, «per renderli consapevoli – ci aveva raccontato – delle straordinarie capacità e talenti che hanno già dentro di loro». Nell’inverno dello stesso anno, in quest’ambito, nasce Progetto 22.

Al 2017 Devicenzi aveva incontrato decine di migliaia di ragazzi nelle scuole di tutta Italia. «Il nome del progetto – aveva spiegato – deriva dai 22 valori che cerco di raccontare e far vivere ai ragazzi a ogni incontro negli istituti scolastici. Parlo della mia storia, aiutandoli a interpretare gli eventi della loro vita in modo positivo, ascoltando se stessi, credendo nei propri mezzi. Non devono diventare schiavi di quelli che sono i modelli di oggi. Ognuno di noi è un essere unico e irripetibile, con i propri pregi e – aveva sottolineato – risorse straordinarie, troppe volte date per scontate».

Un progetto realizzato con Oso (Ogni sport oltre) della Fondazione Vodafone Italia e con sponsor, «che ci aiutano. Parleremo di ragazzi che ho incontrato nel mio percorso nelle scuole. A Novara ho parlato di Luca, studente del Ciofs, che ha vissuto la mia stessa esperienza, perdendo una gamba in un incidente con lo scooter qualche anno fa, e di ragazzi che hanno sofferto di anoressia e bulimia».

Il Ciofs aveva conosciuto Devicenzi quando uno dei ragazzi della scuola era rimasto vittima di un incidente, in cui aveva perso la gamba. L’atleta paralimpico si era messo immediatamente a disposizione, intervenendo a scuola con una mattinata incentrata su Progetto22».

Un incontro che ha lasciato una traccia importante nei ragazzi che l’hanno ascoltato.

Un esempio per tutti Devicenzi: «quando mi sono trovato amputato, ho pensato che, per ottenere successo nella mia vita, un successo sportivo, famigliare, lavorativo, non sarebbe stato il numero delle mie gambe a determinare questo, ma quanto avevo nella mia testa. Così sono partite le mie sfide. Nel 2010 – ci aveva raccontato – l’India mi ha aperto un mondo, cambiandomi per sempre, avvicinandomi ai percorsi di crescita personali e a queste avventure. Importanti sono stati gli amici, la famiglia, mia moglie Jessica, con cui ho avuto due splendide bambine, Giulia e Noemi. Non mi hanno mai fatto sentire diverso».

Una mattinata insolita che ha saputo coinvolgere gli studenti più di qualsiasi altra materia, perché ha permesso loro di mettersi a confronto con la vita vera e con un atleta e anche un compagno di scuola che, nonostante le difficoltà, gli ostacoli della vita, ce l’hanno fatta.

«Occorre avere delle priorità – aveva detto ai ragazzi – e perseguirle». Una mattinata ricca di emozioni.

Monica Fiocchi Curino

Bullismo e cyberbullismo: l’impegno delle associazioni

Un giovanissimo in lacrime, dopo essere stato bullizzato

Chi è solito passare di qui, a curiosare quanto viene pubblicato sul blog, avrà intuito come un argomento a me caro è quello del contrasto al bullismo e alla sua forma più moderna, quella del cyberbullismo.

Un fenomeno che non riguarda soltanto bambini e ragazzi, a cui si pensa appena si fa riferimento a questi due termini, ma che interessa e coinvolge tutti, indistintamente. Perché le parole feriscono, fanno male e in bambini, ragazzi, giovani e adulti che stanno vivendo situazioni di particolare fragilità possono causare danni irreparabili.

C’è chi, per una parola, una frase detta male, a volte senza neppure l’intenzione di ferire (e questo ci deve far riflettere e contare sino a mille prima di dire qualsiasi cosa), entra in un cortocircuito, in un black out senza fine. Un cortocircuito da cui è difficile uscire e che, spesso, può portare a conseguenze tragiche. Tanto tra i ragazzi, quanto tra gli adulti.

A farci capire chiaramente quanto alle parole necessiti fare attenzione è stata Carolina Picchio, la giovane novarese prima vittima di cyberbullismo in Italia. Nei suoi diari, nei suoi appunti, tra le tante frasi, quella che a giusta ragione può rappresentare il suo monito per il futuro: “Le parole fanno più male delle botte”.

O ancora: “Il bullismo… tutto qui? Siete così insensibili”. Con lei il primo processo in Italia per cyberbullismo e una nuova, importante e concreta, attenzione sulla tematica. Quella che, prima, fatta eccezione da parte di chi quotidianamente si occupa di bambini e ragazzi (insegnanti, animatori, educatori, sacerdoti), mancava.

Ho conosciuto tanti amici con figli vittime di bullismo, al centro di veri accanimenti: o per il loro aspetto fisico o per qualche difetto nel parlare, magari una lieve balbuzie, ma anche la ‘r’ moscia o altri pseudo difetti di pronuncia (pseudo perché difetti non sono), o solo perché un po’ più timidi e introversi degli altri; magari impacciati.

E le situazioni che si vivono non sono certo semplici. A volte il bambino, il ragazzo, smette di mangiare, non vuole più andare a scuola, si chiude a riccio e non si riesce più a entrare nel suo mondo, per cercare di capire cosa sta accadendo. E, soprattutto, per aiutarlo.

Una situazione non certo diversa dal passato, quando la ragazzina ero io, i famosi anni ’80. Ricordo come fosse oggi, che di anni ne sono passati davvero molti, le battute, pessime, nei confronti di un ragazzo della mia compagnia che camminava male per un problema alla gamba, da “Pinocchio” a “Gamba di Legno”.

O anche quelli, sempre epoca delle medie, nei confronti di un amico che, solo perché non reagiva con le botte agli scherzi che subiva, veniva etichettato come effeminato e preso costantemente a calci nello zaino, pur di rompergli gli occhiali che ritirava lì terminate le lezioni.

Certo non c’era il web, che ha acuito il problema in maniera esponenziale, con scherzi e offese che si moltiplicano per mille. E che ti possono raggiungere ovunque, sul tuo smartphone, sul tuo tablet, sul tuo pc.

A quei tempi erano le parole a voce, gli atteggiamenti, a fare male. Una situazione che non cambiava (e non cambia neppure ora) passando dalle medie alle superiori, dove ci dovrebbe essere o si aspetterebbe di avere una maggiore attenzione, vista l’età più grande dei ragazzi.

Così non era e non è. Ricordo ancora un “ma che sedere hai, hai messo su una quintalata” da una compagna di classe in un’assemblea in occasione di un’occupazione della scuola a fine quasi della seconda liceo. Quella frase, almeno a posteriori penso furono quelle poche parole lì, scatenò in me, che pensavo di essere una persona abbastanza forte e ‘intaccabile’ dalle parole che feriscono l’anima, un’attenzione morbosa per il cibo, arrivando a calcolare tutto quanto entrava nel mio corpo, controllando quanto bevessi, ogni briciola di pane ingoiata. E poi ginnastica, io già sportiva, biciclettate infinite, addominali dopo ogni pranzo e ogni cena. Ricordo solo che arrivai a pesare 38 chili scarsi, dagli allora 52-53, per 1,60 o poco meno di altezza. E che, per molti anni, rinunciai a piatti prelibati, dalla pizza (ora, se ‘Baby’, la finisco tutta e mi dico ‘ma cosa ti sei persa, Moni!”) ai primi, squisiti, che preparava mamma e che io non volevo in alcun modo. Riducendomi a essere uno ‘scheletrino’ e preoccupando chi mi stava accanto. La superai da sola, credo verso la fine del percorso universitario e nei primi anni del lavoro.

Ecco l’importanza delle parole, che troppe volte sottovalutiamo. Le parole, se toste, se sbagliate, se brutte, feriscono, fanno male, scavano dentro. Certo ci sono anche quelle belle, i “Grazie”, gli “Scusa”, i complimenti, quelli veri, non quelli falsi o detti così per dire, i “forza” a chi sta lottando con qualcosa di più grande di lui. I “credi in te stesso, ce la farai”. Queste sono le parole, le frasi da usare.

Quelle ‘brutte’, quando ricevute, sono difficili da gestire da un bambino o da un ragazzo. A volte, come ho scritto all’inizio, anche da un adulto con un’eccessiva sensibilità o che, in quel momento della vita, sta vivendo difficoltà e problemi che magari cerca di nascondere, ma esistono. E sono, per lui, un vero macigno. Non sappiamo, inoltre, mai come può vivere una persona qualcosa che a noi sembra in un modo, magari una banalità, ma per quella persona è ciò a cui più tiene nella vita. Non tutti abbiamo la stessa sensibilità, lo stesso modo di reagire alle difficoltà della vita.

Non dico tutto questo per farmi bella. Ma perché sono davvero cose in cui credo e che ho sperimentato e sperimento tutt’ora nella mia vita, sulla mia pelle e dai racconti di tanti amici.

Le parole sono quanto di più bello abbiamo a disposizione per comunicare tra noi, per raccontare a un amico qualcosa che sentiamo dal cuore, per dire ‘ti voglio bene’. E quante volte si fatica a pronunciare queste tre parole magiche e bellissime? Io stessa, pur non conoscendo tutt’ora la ragione, ho sempre faticato a dirle, anche a chi volevo e voglio un bene infinito. Da qualche tempo riesco e sto bene quando le pronuncio. Sembrerà debolezza, farà tenerezza? A me, sinceramente, non importa. O quantomeno non importa più, perché è bellissimo dirle. Le parole ci aiutano a dire ‘ti amo’ alla persona che amiamo, a essere di sostegno a chi non sta bene, a chi, magari, è stato ferito da altre parole, di tutt’altro genere, quelle ‘cattive’.

Ecco dobbiamo imparare a usare le parole, a capire la loro importanza e a usare quelle che fanno bene all’anima. Soprattutto dobbiamo capire le nostre emozioni, valutarle, esaminarle e comprenderle.

Da un po’, una nuova maturità, un malessere, un cambiamento? Non lo so. A me è sufficiente usare un epiteto poco simpatico nei confronti di un amico o di una persona a me vicina, per mettermi subito sotto esame. A volte basta un “cretinetti” o un “pisquano” (reminiscenza dei tempi del liceo, dove, in classe, lo utilizzava anche una professoressa). Un istante dopo che quella parola è stata pronunciata vorrei mordermi la lingua e tornare indietro. Sia lui sia rimasto sia non gli abbia cagionato nulla. Non c’è motivo di offendere: si può ragionare, riflettere insieme. Se mi accade come reazione, pur se potrebbe esserci una giustificazione, lavoro affinché non mi accada più.

Se dovesse capitare senza alcun motivo, le elucubrazioni sono più lunghe. Lavoro su cosa mi ha spinto, cerco di capire me stessa, ciò che sento, perché ho detto quella parola, quella frase.

Le “brutte” parole sono sempre sbagliate, anche se “sollecitate” da qualcosa. Non dico che si debba cercare di essere perfetti, quasi santi, ma, se si sbaglia, a quel punto ecco un’altra parola magica: ”scusa”.

Sono tutte le ragioni per cui, da parte mia, ci sarà sempre grande stima nei confronti di tutti coloro che si impegnano, con azioni, progetti, sportelli d’ascolto, ad aiutare le vittime di bullismo e di cyberbullismo. Soprattutto i ragazzi, i bambini, che sono il nostro futuro. Sono loro che vanno tutelati. Apprezzerò sempre chi attiverà progetti in questa direzione. Ad associazioni, singoli e realtà che danno vita, oltre che a progetti, anche a importanti iniziative di prevenzione e sensibilizzazione. Perché, e mai è sbagliato ribadirlo, la prevenzione è fondamentale.

I bambini e i ragazzi bullizzati, di oggi e di ieri, ringrazieranno sempre.

Sul territorio di Novara e del Novarese sono diverse le realtà che si occupano di questo, spesso in sinergia con le scuole. Si va da Fondazione Carolina, nata in memoria di Carolina Picchio, al Progetto per Tommaso, che ricorda un altra giovane vittima di cyberbullismo, Tommaso appunto, studente del liceo scientifico Antonelli.

E poi, ultima nata, ma già molto attiva e con tante iniziative e tanti progetti in cantiere, l’associazione di promozione sociale Sbulloniamo Insieme, che ha la sua sede in corso della Vittoria 5 D.

Oggi, nella settimana in cui è stata celebrata la Giornata contro il bullismo e il cyberbullismo, che ricorre ogni anno il 7 febbraio, dopo aver visto in azione il suo staff più volte, tanto nelle scuole quanto in convegni e iniziative, è proprio di Sbulloniamo che vi voglio parlare.

Una squadra tutta al femminile, entusiasta e sempre al servizio dei nostri bambini, dei nostri ragazzi.

L’associazione, dalla sua fondazione, nell’aprile del 2019 come sportello, poi diventata vera e propria associazione nell’aprile 2022, si occupa di arginare e prevenire i fenomeni di bullismo e disagio giovanile, educare alla legalità e creare un punto di contatto e dialogo sociale tra giovani, famiglie, scuole, istituzioni e imprese presenti sul territorio.

Sbulloniamo accoglie tutti coloro che presentino problemi di bullismo o di cyberbullismo, fornendo ascolto e sostegno. Un servizio gratuito per rispondere alle situazioni di disagio. A farne parte un importante team di professionisti, che aiuteranno a individuare il problema e a riconoscerlo, fornendo supporto psicologico, educativo e legale.

Presidente dell’associazione, Michela Agnesina. A fare parte della squadra Alessandra Porzio, educatrice professionale e tutor dell’apprendimento, Silvia Rampone, psicologa psicoterapeuta, Anna Bosco, avvocato civilista, Sara Vescera, medico chirurgo e psicoterapeuta, Letizia Manfrin, laurea in Scienze e tecniche psicologiche, Francesca Pagetti, psicologa e analista del comportamento, Anna Zandrino, avvocato familiarità e minorile, curatore speciale dei minori (Foro di Torino), Martina Ramella, ricercatrice scientifica, Vanessa Cerina, pedagogista, Martina Porzio, social media e addetto stampa, Gianina Apostol, collaboratrice studio legale, Patrizia Gerardi, segretaria associazione e supporto grafico. Per informazioni sportelloascoltosbulloniamo@gmail.com oppure telefonando o inviando un sms o WhatsApp tutti i giorni, al numero 3518374556. Disponibili anche le pagine Facebook e Instagram “Sbulloniamo insieme”.

Lo staff di Sbulloniamo a un evento al Broletto con lo psicoterapeuta Alberto Pellai

Molte le iniziative portate avanti in questi primi anni di vita dell’associazione.

Si parte dalla seconda edizione del concorso scolastico “Il bullismo visto dai miei occhi”, che ha aperto ufficialmente la seconda annualità il 7 febbraio 2023, Giornata, come anticipato, contro bullismo e cyberbullismo.

Un appuntamento nel quale sono coinvolte tutte le scuole del territorio, di ogni ordine e grado, che possono partecipare al concorso con testi, disegni, riflessioni, ma anche con segnalazioni. I lavori dovranno essere consegnati entro il 28 febbraio, inviando il materiale alla mail sportelloascoltosbulloniamo@gmail.com. Si potrà imbucare i lavori preparati anche nelle apposite buche delle lettere allestite nelle scuole del territorio.

Dallo scorso autunno, invece, l’associazione sta promuovendo nelle scuole “Tu chiamale se vuoi… emozioni“.

Una serie di incontri in cui si riflette sui sentimenti, sulle emozioni, sul rispetto dell’altro e, elemento che ritorna e fondamentale nella lotta al bullismo, sul valore delle parole, sulla loro potenza. «Un progetto – come ha spesso riferito la presidente – che molte scuole hanno chiesto e in cui coinvolgiamo direttamente, i bambini, i ragazzi».

Lo staff di Sbulloniamo parla così ai ragazzi di empatia, dell’importanza di mettersi nei panni dell’altro, di educazione all’ascolto e di legalità. Un’educazione alle emozioni per aiutare a riconoscerle e a comprenderle, arrivando a dominarle senza nasconderle e a trasformarle in un mezzo per conoscere l’altro e, quindi, per arrivare a saperle gestire. Senza farsi sopraffare. Un percorso bello, interessante e coinvolgente, che, in alcuni casi, sarebbe utile e di supporto anche agli adulti. I ragazzi riflettono su tutti questi aspetti, evidenziando situazioni ed eventi tanto positivi quanto negativi che riguardano la classe. Li segnalano e poi ne parlano con lo staff di Sbulloniamo.

Tra gli altri eventi di grande successo, nel settembre del 2021, al campo sportivo di Veveri, “Sbulloniamo giocando insieme”. Un modo per avvicinare i bambini e i ragazzi alle Forze dell’Ordine. Obiettivo far capire loro che Polizia, Carabinieri e Polizia locale non sono nemici o solo quelli che fanno le multe. Ma sono soprattutto amici a cui chiedere aiuto quando si è in difficoltà. Un pomeriggio di grande successo, con la partecipazione anche di molte autorità, dal sindaco Alessandro Canelli al presidente del Centro servizi per il territorio, Daniele Giaime. Nel pomeriggio dimostrazioni e momenti di gioco organizzati, in sinergia con le associazioni del territorio presenti.  

A maggio la partecipazione, nella zona antistante lo stadio, all’iniziativa “Aiutaci ad aiutare” con 118, Polizia, Carabinieri e tante altre associazioni di volontariato della città.

Lo scorso Natale, un’originalissima raccolta fondi, con l’Albero di Natale delle emozioni. Con un piccolo contributo lo si poteva addobbare con una pallina emozionale. Sono stati così raccolti fondi utili al progetto scolastico sulle emozioni.

L’albero delle emozioni

Poco prima, a novembre, in un Arengo del Broletto gremito in ogni ordine di posti, ecco l’arrivo in città dello scrittore e psicoterapeuta Alberto Pellai, invitato proprio da Sbulloniamo con il Centro di giustizia riparativa per parlare di ‘educazione digitale’, un tema particolarmente sentito da chi, ogni giorno, vive a stretto contatto con bambini e ragazzi. Genitori, insegnanti, animatori.

Pellai, nell’occasione, ha rivolto un invito alle famiglie, ai genitori, ma anche agli insegnanti e a tutti coloro che, quotidianamente, si rapportano con giovani e giovanissimi. Un invito a essere referenti di responsabilità nei confronti
dei pre-adolescenti. In particolare di fronte al web, all’utilizzo sempre più precoce di smartphone e social network. All’uso improprio di oggetti che espongono i giovanissimi a situazioni alle quali spesso difficilmente sanno reagire e reggere e che possono anche portare a conseguenze molto gravi. E questo, tra l’altro, non solo tra i giovani, come emerge da tante notizie di cronaca, che raccontano di suicidi anche tra adulti, che non sono riusciti a sostenere la forte esposizione mediatica cui sono stati sottoposti sui social.
Obiettivo è stato parlare e confrontarsi sui bisogni educativi nell’età evolutiva dei nativi digitali, cercando di comprendere come aiutare i giovanissimi dinanzi al web e allo smartphone, che, spesso, è nelle mani dei ragazzi da molto presto, come recita il titolo di uno dei libri di Pellai e dello stesso incontro al Broletto, “Tutto troppo presto”.

A emergere la necessità di fare rete, di promuovere sempre più incontri e azioni per affrontare il fenomeno. «I pre-adolescenti – ha riferito Pellai – hanno un cervello emotivo, affamato di emozioni intense. Nell’età della pre-adolescenza la parte emotiva del cervello diventa potentissima, quella cognitiva, invece, resta, tra i 10 e i 14 anni, immatura. Non hanno le capacità di integrare funzionamento emotivo e cognitivo. Per questo è nostro compito aiutarli. Tocca a noi genitori essere referenti di responsabilità, portando i nostri figli a riflettere».

L’associazione è stata anche tra i protagonisti delle due edizioni de “La strada si fa scuola”, iniziativa promossa dalla Polizia di Stato di Novara con le associazioni e le scuole del territorio.


Progetti, iniziative, azioni che proseguono tutto l’anno, incessantemente. E che, spesso, si realizzano in sinergia con le Forze dell’Ordine, a partire dalla Polizia di Stato.

Proprio la Polizia, in occasione della Giornata contro il bullismo, insieme a Rai Documentari, ha presentato “Senza rete”, un docufilm che racconta il cyberbullismo per sensibilizzare all’uso consapevole del web.

“È un incubo e non so come uscirne, vorrei solo sparire per sempre”. Con queste parole inizia “Senza Rete”, un docufilm che racconta il cyberbullismo provando a svelarne la natura: un mostro da guardare in faccia per poterlo riconoscere e affrontare.

L’idea di questo documentario nasce dall’intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno scolastico lo scorso 16 settembre a Grugliasco (TO), che, ricordando il dramma di Alessandro Cascone – il giovane di Gragnano suicida a 13 anni vittima di bullismo – ha sollecitato un maggior impegno al contrasto del cyberbullismo da parte dell’intera società e ricordato il valore della scuola, centrale per la nostra Repubblica.

Per chi volesse riveder il docufilm, che ha una durata di poco più di cinquanta minuti, è disponibile su Rai Play.

E ora, a conclusione di questo articolo lunghissimo (sul giornale avrei già dovuto tagliare da un pezzo e ovviamente non avrei potuto inserire quello che provo quando vedo o ascolto un atto di bullismo, pensando anche alla me ragazzina), non mi resta che ricordare quanto scriveva “Caro”, ossia “Le parole fanno più male delle botte”. Osando aggiungere “Usiamo quelle buone, quelle positive” e, per chi si trova in mezzo a queste situazioni, un invito a rivolgersi a chi sa aiutare, come Sbulloniamo Insieme e tante altre realtà presenti sul territorio. Non dimenticando le nostre Forze dell’Ordine.

Monica Fiocchi Curino

Giornata della Memoria: l’importanza di ricordare e tramandare alle nuove generazioni

Oggi è la Giornata della Memoria, ricorrenza internazionale che viene celebrata il 27 gennaio di ogni anno per commemorare le vittime dell’Olocausto. Una data significativa decisa dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il primo novembre del 2005 durante la 42esima riunione plenaria. Una Giornata, spesso un’intera settimana, per ricordare una delle più grandi tragedie dell’umanità. E che sul nostro territorio, a Novara e nel Novarese, vede ogni anno l’organizzazione di moltissimi eventi e di tante iniziative per ricordare, per non dimenticare. Protagonisti degli incontri, quasi sempre, le nuove generazioni, i ragazzi, i più giovani. Perché una tragedia di queste proporzioni non va dimenticata e, soprattutto, non si deve ripetere. Occorre imparare la lezione che ci ha lasciato il passato e, quindi, diventa importante tramandare quanto successo agli adulti del futuro.

Così oggi posto un mio articolo dello scorso anno, quando, in un convegno ospitato all’Arengo del Broletto, promosso dall’Ufficio Scolastico provinciale di Novara, coordinato da Gabriella Colla, e dal titolo “Educare alla Memoria”, protagonisti della mattinata erano stati proprio i ragazzi, gli studenti delle scuole medie e degli istituti superiori. Una seconda edizione del convegno è stata promossa per quest’anno e si è svolta nella giornata di giovedì 26 gennaio (se volete leggere l’edizione 2023 qui il link de L’Azione), sempre a Novara.

Nel convegno del 2022 Camilla Zanardi, Anna Erbetta, Luca Loro Piana, Maria Elisabetta Lo Giudice, della 3 A della scuola media di Boca dell’Istituto comprensivo Borgomanero 2, hanno ricordato Becky Behar, ultima sopravvissuta alla
strage nazista di Meina. A partire dalla lettura del libro “La guerra di Becky” di Antonio Ferrara e da un incontro, via web, con la figlia di Behar, Rossana Ottolenghi. A coordinarli la docente Cinzia Bovio. «Abbiamo letto – spiegano – la storia di Becky. La sua vicenda ci ha colpito. Poi abbiamo potuto parlare con la figlia che ci ha raccontato di una donna disponibile con tutti e solare, nonostante quanto avesse subito». Hanno aggiunto: «abbiamo appreso l’esistenza della Shoah a scuola. Siamo rimasti attoniti dinanzi all’odio che si era scatenato in quegli anni, odio verso le altre persone. Ci è parso surreale».

Arengo del Broletto


Gli studenti del Duca D’Aosta, rappresentati dall’insegnante Renata Regis, hanno ideato disegni significativi sulla Shoah mostrati a video. I ragazzi del Bonfantini hanno letto brani dal libro di Giovanni Grasso “Il caso Kaufmann”.
E ancora il liceo coreutico e musicale Casorati, con i docenti Dino Scalabrin e Fabio Bellofiore, hanno partecipato con un video con alcuni brani musicali eseguiti. Da “Hallelujah” di Cohen passando per Imagine. E ancora Manuela Bernardi, presidente Consulta provinciale degli studenti e coordinatrice regionale delle Consulte e Maria Grazia
Aschei, ex studentessa del Casorati, hanno raccontato testimonianze della memoria. La seconda, in particolare, del suo viaggio del 2019 ad Auschwitz: «la Shoah ci deve insegnare a non ripetere più quegli errori che sono autentiche atrocità». Il rabbino Alberto Somekh: «la Shoah deve insegnare a non ripetere gli stessi errori e orrori». Il
sindaco di Novara Alessandro Canelli: «un convegno importante, come la “Run for mem”, con cui abbiamo risposto alla vergogna del corteo no pass che rimandava ai lager».

Monica Fiocchi Curino