Il giornalismo tra cronaca nera, il rispetto delle vittime e la tv

In questo lungo agosto – mai un mese estivo mi è sembrato così infinito, e pensare che ho vissuto una delle vacanze di maggior durata della mia vita, ben 10 giorni interi per ricaricare un po’ le pile e, soprattutto, anima e corpo – è come se ho voglia solo di scrivere.

Sì, che ne avrò da scrivere da lunedì 26 agosto, quando riaprirà i battenti il giornale per cui lavoro ormai da 23 anni. Ma il blog, come il terzo libro che sto portando avanti, sono una scrittura diversa. Riflessiva, introspettiva a volte, che fa del bene a me e che mi porta appunto a riflettere, pensare e scandagliare.

Questo sarà probabilmente l’articolo più lungo mai postato sul blog e dove racconto la mia professione, quella di giornalista, e come l’ho vissuta e la vivo da sempre. Sin da quel lontano gennaio del 2001, quando mi trovai catapultata in casa parrocchiale a Sant’Agabio, per scrivere e controllare le ‘bozze’ della pagina parrocchiale de L’Azione, quella che all’epoca si chiamava “La Campana”. E che poi mi ha portato dapprima in tv a VideoNovara e quindi a L’Azione centrale (dove sono tutt’ora), al Corriere di Novara sino al 2019, al Novara Oggi, a Radio Abc, ora Radio Onda, alla Prealpina, dove iniziai a occuparmi con forza di cronaca nera, e anche a Tele MonteRosa. Dal momento che sarà lungo, proverò a porre molte fotografie e a inserire una serie di capitoletti.

Una conferenza stampa (immagine prodotta con l’Intelligenza Artificiale)

Per scriverlo prendo buona parte del testo con cui ho partecipato, nel 2021, a un volume voluto dalla mia direttrice al Corriere di Novara, Serena Fiocchi, “Cronaca mia”. Una serie di storie vere raccontate da 34 giornalisti in maniera meno da giornale e più da vera e propria esperienza. Insomma come si sono vissute storie raccolte, come è stato raccogliere le informazioni per un pezzo e quant’altro. Ecco, si parte.

Quando l’idea che da grande avrei fatto la giornalista sembrava prendere forma, dopo un iniziale lavoro in Università con il mio relatore della tesi, non mi sarei mai immaginata di finire in video. E questo pur se i giornalisti che più apprezzavo all’epoca erano, principalmente, giornalisti televisivi. Impensabile Monica in video, neppure per scommessa. Figurarsi: con quella timidezza che mi accompagnava da sempre. E che ancora mi accompagna. Un po’ meno, ma c’è. Mi sarei vista semplicemente in una redazione a scrivere, raccogliere notizie, anche uscendo e incontrando persone, portando a casa interviste, svolgendo approfondimenti, ma lontanissima da una telecamera. E invece, a parte l’avvio cartaceo, e all’epoca quasi casuale, per la pagina parrocchiale de L’Azione nel gennaio 2001, due giorni di lavoro concreto a Video Novara, nel luglio dello stesso anno, ed eccomi gettata, praticamente senza preavviso, a leggere il tg della sera. Era un lontanissimo luglio di 23 anni fa.

E l’indomani primo servizio con cameraman e primo stand up, ossia il pormi davanti alla telecamera e in pochi secondi presentare quello che stavamo seguendo. Con una voglia matta di scappare a casa o di mettermi semmai dall’altra parte della telecamera, a sostenerla, a imbracciarla. E questa non è stata la sola situazione anomala e impensata in cui mi sono imbattuta agli inizi di questo lavoro, che adoro e di cui credo non riuscirei mai a fare a meno. Ovviamente una professione da portare avanti con il rispetto del lettore e di chi si intervista e delle persone coinvolte in quanto, a volte, ci si trova a raccontare storie e vicende molto dure, tragiche e delicate.

Già era una rivoluzione andare in video a leggere notizie e lanciare servizi, ma non meno straordinario, per come immaginavo il mio lavoro, è stato il dover subito prendere in mano un settore particolarmente delicato come la cronaca nera: sparatorie, rapine, incidenti, sequestri di persone, omicidi. E, soprattutto, quanto ne conseguiva, con sentimenti, angosce da riuscire a raccontare senza ferire nessuno e rispettando il dolore, situazioni delicate a cui porre attenzione. E anche in questo caso andando contro a un’altra mia ‘debolezza’: un’altissima sensibilità. Che, spesso, mi porta, oltre a percepire più intensamente una parola o uno sguardo (a volte direi con delle vere e proprie paranoie), anche a valutare più del dovuto un termine da utilizzare, da scrivere.

I giornalisti sono ‘artigiani della parola’, che in ogni pezzo, dalla nera alla cultura, scelgono con cura i termini da impiegare, ma diciamo che, nella ‘nera’, è ancor più forte quest’attenzione. Lasciamo stare quando si devono raccontare fatti così crudi e che, in alcuni casi, riportano alla memoria situazioni vissute. Come può capitare a tutti.

Eppure è quanto è successo. Sino ad allora mi ero occupata di scuole del mio quartiere, di parrocchie e di iniziative promosse a S. Agabio. Ma al sabato di quella prima settimana in tv, ecco che la collega più esperta, quella che svolgeva questo lavoro già da diversi anni, mi lasciava un elenco, parlandomi di ‘giro cronaca’. Tradotto: una serie di telefonate da effettuare, da Polizia a Carabinieri, passando per tutte le Polizie stradali, i Vigili del fuoco e il 118. Obiettivo? Sapere se fosse successo qualcosa, qualche incidente, qualche episodio, da fornire poi nel tg successivo, o quello delle 14 o quello delle 19,30. Due le tornate da fare, almeno secondo le basi di allora, a mattino e a sera. Poi, negli anni a venire (perché quel settore diventò, in particolare con l’esperienza al quotidiano La Prealpina e al Corriere di Novara, la mia ‘specializzazione’), con maggior conoscenza di come funzionavano certi meccanismi, la tornata è stata posta anche a metà pomeriggio o alla sera ti trovavi a rincorrere la notizia per confezionare un servizio decente.

Ho iniziato come una studentessa disciplinata e, a un certo orario, ecco le telefonate e via via le crocette su quelle fatte, con accanto delle piccole note se per caso ci fosse stato qualcosa. Oppure le corse in regia se ci fosse stato qualcosa di grosso e da preparare subito.

In quei quasi due anni di tv, a dire il vero, non mi sono mai occupata di casi gravi. Credo solo rapine e qualche importante operazione delle Forze dell’Ordine illustrata nelle tradizionali conferenze stampa. Sì due casi si erano verificati, ma in uno, una lite con un giovane ucciso al Veglione di Capodanno in un paese dell’Est Sesia, ero lontana da Novara e mi sono dovuta occupare degli sviluppi al ritorno, senza viverla sul campo (i siti web non c’erano ancora o erano pochissimi, altrimenti avrei dovuto inserire il pezzo da Firenze). In un altro, invece, erano ormai i miei ultimi giorni in tv, anche in quell’episodio un omicidio, un cittadino albanese accoltellato in un parcheggio di corso della Vittoria nell’aprile 2003. E anche qui, mancando quel giorno diversi colleghi, ero riuscita ad andare a fare delle riprese quando tutto era ormai concluso. Avevo perso ciò per cui, negli anni futuri, con l’esperienza al quotidiano e anche al trisettimanale (poi tornato bisettimanale) e al suo sito web, avrei invece ogni volta, spesso con sentimenti alterni, vissuto. Ossia sul posto in pochi minuti e di fronte la scena del crimine con Forze dell’Ordine, magistrato di turno, medico legale, soccorsi, famigliari di eventuali vittime e spesso tanti curiosi. All’epoca, quindi, una ripresa della zona dove era accaduto il fatto e, poi, una telefonata in Questura per raccogliere qualche informazione e allestire il pezzo per il tg.

Foto di Franz P. Sauerteig da Pixabay

In poche settimane mi ero accorta che la ‘nera’, però, così, non era fatta bene. Non che si sviluppassero servizi con imprecisioni, ma spesso si giungeva dopo, si apprendevano le notizie dal giornale del giorno dopo e, quindi, si cercava di recuperare.

Per come la vivevo io, che ho sempre voluto fare bene, al limite della fobia, era qualcosa di grave (la tv deve essere immediatezza, come lo è ora un sito web, deve quindi uscire prima di un cartaceo) e mi domandavo come mai, pur avendo seguito alla lettera ogni numero di quell’elenco, non avessimo saputo qualcosa. Sembrava come aver vissuto, il giorno precedente, su un altro pianeta. Soprattutto quando era avvenuto qualcosa di eclatante. Gli incidenti, quelli sì, li avevamo sempre. A meno che accadessero a tg in onda. Ma altre cose, dalla rapina a situazioni più gravi, mancavano.

È stato in quel momento che ho scoperto termini come ‘ganci’ e ‘informatori’, ossia contatti non ufficiali, ma comunque appartenenti alle Forze dell’Ordine e non solo. Persone che, se hai con loro un buon rapporto e si fidano di come riporti e rispetti i fatti, ti segnalano in tempo reale fatti di cronaca che stanno accadendo. Dalla rapina del giorno sino a inchieste giudiziarie.

Ho iniziato così a farmi più furba e a cercare di costruirmi anch’io, nelle poche volte che uscivamo dalla tv per conferenze o qualche intervista, alcuni ganci. Ovviamente, poi, dovevi ottenere una conferma ufficiale. Ma, una volta che avevi anche una piccola informazione, era più facile farsi dire qualcosa. Spesso poi scattava anche una vera e propria partita a scacchi, a mosse, tra te e la Forza dell’Ordine ufficiale con cui parlavi. Ne ricordo tante, anche solo per un furto. Altre volte, invece, c’è stato il ricorrere a veri contorsionismi o al dover scrivere senza una conferma ufficiale, ma comunque riportando fatti di cui si era sicuri al 100%. Ovviamente usando i condizionali e le attenzioni del caso. E riuscendo a dare quello che in gergo giornalistico è un ‘buco’. Qualcosa che il ‘rivale’, gli altri giornali, non aveva.

Insomma, tornando ai tempi in cui per la prima volta mi sono avvicinata alla cronaca, non volevo più mancare una notizia. Volevo capire come mai a noi dicessero “Tutto tranquillo, non c’è nulla” e ad altri, non a tutti, giungessero tutte le notizie.

Una situazione che, come anticipato, era solo un’indicazione non di preferenze da parte delle Forze dell’Ordine, ma di colleghi che, con più esperienza, avevano contatti diversi da quelli ufficiali, e non si fermavano dinanzi a un semplice “non c’è nulla”. Soprattutto se avevano avuto qualche ‘soffiata’ da qualche gancio, carabiniere, poliziotto, avvocato o altro che fosse.

Così ho iniziato il mio completo immergermi nel giornalismo di nera. Ancor di più dopo aver chiuso il capitolo della tv, dove per la ‘cronaca’ ho seguito per lo più conferenze stampa e poco altro. In Tribunale non si andava (anzi mi era capitato di raccogliere qualcosa, chiamando un collega che già frequentava le aule di Palazzo Fossati) e i giri di cronaca sì davano frutto, ma non come mi è capitato poi dopo.

Ho continuato così con il mio impegno a L’azione, dove avevo iniziato, e, nel frattempo, è arrivata forse l’esperienza più importante della mia vita professionale di quel periodo, allora ancora come collaboratrice esterna. Quella del quotidiano in una testata storica del Varesotto e con una redazione a Verbania e corrispondenti da Novara, La Prealpina.

Era l’agosto del 2003 e, tra assenze legate alle ferie estive e altre necessità, ecco ritrovarmi ancora a dover scrivere di nera… Un’amica suora, negli anni successivi (tra Prealpina, OkNovara e Corriere di Novara la nera era diventata la mia quotidianità), è giunta anche a definirmi, anche in pubblico!, ‘la donna della nera’. Questo perché, quando mi chiamava, ero sempre alle prese con qualche brutto episodio di cronaca, impegnata a cercare conferme e a raccogliere voci, ma io non ho mai amato quest’espressione. Ricordo ancora l’avvocato che, a Palazzo Fossati, dinanzi a noi tre giornalisti di giudiziaria, faceva il verso dei corvacci. Mai e poi mai. Io no! Me ne occupavo, così aveva voluto il destino, ma la frase non mi piaceva, sapeva, ecco sì, di ‘corvaccio’, di qualcuno che attendeva il delitto, l’incidente. E questo non lo sono mai stata. Non ho mai voluto che accadesse qualcosa per poterne scrivere. Né mi sono mai annoiata se non capitavano situazioni gravi, pur se a volte succedeva che qualche capo ti chiedesse «ma qualche atto vandalico, qualche cassonetto bruciato?». Una richiesta a cui io, un po’ arrabbiata, ricordo che rispondevo: «se vuoi, scendo sotto casa e ne brucio tre!».

Palazzo Fossati, sede del Tribunale

Okay che, per un certo periodo in gioventù, oltre al giornalismo, avevo pensato anche a voler diventare da grande un’agente di Polizia, ma, anche lo fossi diventata, non avrei mai voluto che accadessero fatti tragici, anche se sapevo certamente che avrebbe potuto esserci l’eventualità. Avrei voluto solo essere, come lo sono i nostri poliziotti (come pure i carabinieri), in aiuto alla gente. Per me, pur con l’assillo del giro cronaca, del chiamare i ganci, del cercare di non prendere buchi e al più di darli (che era poi sempre un merito), le pagine del giornale si potevano riempire con altre notizie, altrettanto forti, ma belle. Come pure di altre vicende, politiche, culturali, di costume. Non doveva servire per forza il ‘fattaccio’.

Comunque, pronti e via. Terzo giorno di lavoro al quotidiano, obiettivo fare bene e mai sbagliare neppure una virgola (sono così, purtroppo), ed ecco il brutto episodio di nera. Una vicenda nella quale ho anche ottenuto un dettaglio in più rispetto ad altri. Un grosso incidente tra Novara e Vercelli con due morti, due giovanissimi. Una notizia che, complici lunghe code sulla strada con tanto di segnalazioni in redazione e sul mio telefonino (quei due ganci che ero riuscita a costruirmi in tv) e un giro cronaca eseguito a pochi istanti dallo scontro, siamo riusciti a prendere in tempo. Raccogliendo tanto i nomi delle vittime quanto qualche altra informazione. Quel giorno, però, quel mio primo pezzo ‘tosto’ di cronaca per un quotidiano cartaceo e storico non è stato certo semplice da scrivere. E non per la fatica del dover recuperare i nomi, qualcosa di mai semplice e per cui, sovente, occorre chiamare numeri che mai avrei pensato in vita mia o, persino, passare in obitorio. Cosa, quest’ultima, che io ho sempre rifiutato di fare. L’ho sempre vista come una violenza nei confronti dei famigliari, pur se mai ho condannato chi lo fa. Il lavoro uno lo porta avanti come vuole: per me era qualcosa di troppo forte, che andava oltre il mio essere. La volta che la redazione me lo ha chiesto quasi in maniera obbligata, ricordo di aver fatto finta di andare, gironzolando all’esterno senza entrare. Il cuore andava a mille per quella mamma e quel papà che piangevano un ragazzo. Così avevo recuperato i nomi in altro modo, faticando di più, ma, per come la vivo io, rispettando un dolore.

No, non era stato difficile scriverlo per la ricerca dei nomi o dei dettagli, quelli li avevo raccolti più o meno tutti in un’oretta. Ma perché quella strada l’avevo percorsa per quasi 5 anni, due volte al giorno, recandomi alla mia Università. In un attimo mi sono giunte alla memoria le serate in cui rientravo con una fitta nebbia e gli incidenti che anche all’epoca, ancora non conscia completamente di cosa avrei voluto fare della mia vita, accadevano in quella zona.

Poi, una volta raccolte le età delle due vittime, il cuore si chiudeva di più, perché erano poco più che ventenni. E in un attimo, come avverrà tanti anni dopo (ormai professionista e da tempo a scrivere di nera, era metà dicembre del 2016, quando tre studentesse persero la vita in un incidente a Suno), il pensiero è andato a un compagno di classe mai dimenticato della mia quinta liceo. Anche lui scomparso in un incidente a pochi giorni dal Natale. Sono stati tanti i sentimenti e i ricordi che mi hanno attraversato la mente mentre scrivevo quel primo pezzo di nera, interrotti ogni tanto da qualche sms (eh sì c’erano gli short message service, altro che Whatsapp, e io ancora non li sapevo ben usare… se penso al rapporto di dopo coi telefonini….) che aggiornava sulla dinamica del sinistro.

Alla memoria subito quel lunedì a scuola con i professori che cercavano di sostenere noi ragazzini di 17-19 anni massimo, che ancora non credevamo all’accaduto, pur se il banco vuoto era lì in tutta la sua evidenza. E la domenica l’avevamo trascorsa attaccati a una cornetta del telefono a piangere tra noi. Mi sono ricordata la mamma e il papà, che, con altre due amiche e compagne di scuola, eravamo andate a trovare: un dolore indicibile e mai scomparso. Ho cercato così, come ho sempre poi cercato di fare, di fornire le informazioni più corrette, senza soffermarmi in dettagli inutili, in quei particolari raccapriccianti che mai ho amato leggere anche quando questa professione non era neppure nei miei sogni. Cercando di essere solo una narratrice del fatto, oggettiva, ma pur sempre con una forte dose di sensibilità.

Impossibile non mettere un po’ di se stessi quando si raccontano fatti che ti riportano alla memoria situazioni che hai vissuto. Un pezzo, quel giorno, che, a detta dei miei responsabili e dei lettori, ha poi reso l’accaduto senza indugiare in nessun dettaglio macabro e fornendo maggiori informazioni di altri pezzi che erano usciti su altre testate. Più difficile è stato il pezzo per il giorno successivo, quando andavano ricordati i due ragazzi, cercando chi li avesse conosciuti. Amici, compagni di università, compagni della squadra di calcio in cui uno dei due militava e, come spesso viene richiesto, i famigliari. Ecco questa è una cosa a cui mai sono riuscita a piegarmi o ad abituarmi e adattarmi. Mi sono sempre rifiutata (ovviamente al capo dicevo che li avevo cercati) di chiamare i genitori in situazioni di questo tipo. Sarò sbagliata io, ma mi sembrava, e sembra tutt’ora, una mancanza di rispetto, un indagare troppo in un dolore privato. Mi sollecitavano a farlo, che sarebbe andato tutto bene. “Hai un’attenzione e una delicatezza fuori dal normale, figurati se li offendi o li ferisci”, mi dicevano (speriamo sia vero…), ma io, comunque, non cedevo. Certo è capitato lo abbia fatto, ma solo quando la cronaca di nuovo mi ha coinvolto, toccandomi da vicino, come quando un’amica di infanzia, per un malore improvviso, è morta dopo essere andata a scegliere le bomboniere per il suo matrimonio. Il giorno stesso ne ha scritto un collega, perché tutto era successo in una zona che seguiva lui, il giorno dopo è toccato a me, perché l’amica abitava a Novara ed era cresciuta nel mio quartiere. E allora non potevo fare diversamente. Di lei potevo scrivere a occhi chiusi, anche se erano tanti anni che non ci vedevamo, ma le condoglianze alla sua nonna, alla sua mamma e al suo papà, proprio perché li conoscevo, non potevo non farle. E così eccomi ad alzare la cornetta e a farmi anche raccontare di Alessia. È capitato così forse altre due volte in vent’anni di lavoro e in un caso erano trascorse almeno due settimane. Altrimenti io sono sempre ‘transitata’ dai migliori amici, da qualche collega, da un cugino, da un compagno di squadra, ‘evitando’ accuratamente mamme e papà. Qualcosa, il bloccarsi dal chiamare un genitore, che, forse, per un cronista di nera, può sembrare una pecca, un difetto. Con il passare dei mesi e degli anni mi sono, invece, accorta che così non è.

È capitato che qualche genitore chiamasse successivamente in redazione per ringraziarci di come avessimo ricordato il figlio e del fatto di non averli chiamati, almeno nell’immediatezza. Certo si mette più tempo nel preparare un pezzo cercando amici, compagni di scuola di un tempo, fidanzati, ma i pezzi li ho poi sempre prodotti. E così è stato quel giorno. Tra l’altro senza le facilitazioni di oggi, che quasi tutti sono iscritti a un social e dove si possono trovare informazioni, passioni e molto altro su Facebook.

Quelli erano altri anni. Si andava di suole consumate, andando sul posto dell’incidente, e di schede telefoniche del cellulare da decine di euro altrettanto consumate anche in poche ore, cercando chi potesse raccontarti un po’ di quei due ragazzi. Il tutto con ritmi indiavolati, rimandando ogni altro aspetto della tua vita. Il giorno dopo il pezzo è risultato completo, pur evitando la chiamata ai parenti più stretti. Da allora ho sempre fatto così.

Questo il mio primo giorno di cronista di nera per una testata cartacea, tra l’altro per un quotidiano. Da allora di giorni così ne ho vissuti molti altri. Giorni da contorsionista, con impegni famigliari da far conciliare e pranzi e cene abbandonati con le corse su rapine, dirottamenti di bus (come è successo nel 2007), sequestri, operazioni anti-droga e omicidi. Ai ritmi, pur con comprensibili litigi con mia madre (che continua a lamentarsi, ma sbaglia lei), mi sono presto abituata (non sono mai stata una tanto ferma). Un po’ meno alla crudezza e all’atrocità di alcuni episodi che ho dovuto raccontare e che si sono intrecciati, a volte, a giornate già per me critiche.

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Tra i primi episodi, quelli con contorsionismi e avventure quasi funamboliche, il cercare di arrivare a fare le riprese per un incidente stradale fortunatamente non grave. Un sinistro che aveva bloccato l’accesso a Novara (in questo caso ero ancora in tv). Quella strada l’ho raggiunta solo scalando una montagnetta, che ora non esiste più. Avevo abbandonato l’auto della tv sotto a un ponte e vai di ‘scalata’. Oppure la tentata rapina con spari e colluttazione tra Forze dell’Ordine e malviventi a un supermercato della mia zona, in un sabato sino ad allora tranquillo. Stavamo cenando ed ecco la segnalazione di due ganci e di qualche residente (sì ormai mi ero creata un bel giro di contatti di cui mi fidavo e che si fidavano di me). Mi sono affacciata al balcone e, vedendo le luci dei lampeggianti, ho abbandonato la bistecca che stavo addentando e sono corsa sul posto. Dove sono poi rimasta sino alle 23 circa, parlando con i Carabinieri e con alcuni dei ragazzi impegnati nella Giornata della Colletta Alimentare, presenti nel supermercato durante la tentata rapina. Senza contare le corse in auto con il titolare del sito con cui all’epoca collaboravo non appena appresa l’informazione del furto della salma di Mike Bongiorno dal cimitero di Dagnente. Lui guidava verso la località dell’Aronese e io al telefono, sballottolata qua e là nell’abitacolo per la velocità con cui andava, a raccogliere aggiornamenti e a cercare di metterli online con il cellulare.

Poi, una volta sul posto, a prepararsi in men che non si dica a fare uno stand up e a fronteggiare ancora la mia timidezza dopo anni che non ne facevo più uno (l’esperienza con OkNovara arriva ad almeno 10 anni da quella in tv). E poi, quando al piccolo cimitero erano arrivati altri colleghi e le tv nazionali, a fare a sportellate, io mingherlina, per raccogliere altre interviste.

Ricordo anche, pur se non con tutti i dettagli, perché se il quotidiano per cui ho lavorato ha chiuso la redazione di Verbania-Novara una dozzina di anni fa, gli anni che sono trascorsi sono tanti, alcune situazioni in cui quasi, perché le Forze dell’Ordine non si sbottonavano, mi sono messa a ‘indagare’ io. Per carità non volevo certo rubare il lavoro a professionisti che ho sempre stimato, ma dovevo portare a casa un risultato e scrivere un pezzo con tutte le informazioni corrette. Ed eccomi, per ottenere l’identità di una persona, al portone di una casa di corso Torino, dopo che una donna era stata trovata priva di vita a terra tra via Perazzi e via Santorre di Santarosa una domenica. Gli stessi Carabinieri non avevano potuto risalire rapidamente all’identità, perché la donna, deceduta per un improvviso infarto, era uscita di casa senza documenti. Aveva con sé solo un mazzo di chiavi. Non ricordo il dettaglio che mi ha portato alla zona dove alla fine la signora abitava, qualcosa che mi avevano certamente riferito i militari, che però appunto non fornivano il nome. So che non mi avevano indicato né il civico né che abitasse in corso Torino, ma lì mi ero trovata e una serie di elementi mi avevano fatto arrivare a dove abitava e a leggere un cognome sul citofono, che, pur se con la targhetta un po’ rovinata, aveva combaciato con altri elementi. In quel modo avevo saputo il nome.

Per raccontarvi meglio dovrei chiedere al mio ‘Guru’, un collega più grande di me e cui chiedo sempre consigli. La sera del giorno in cui era uscito l’articolo (il 2 gennaio di 12 anni fa) avevo cenato con lui, che, ascoltando il mio racconto, mi disse che avevo avuto grande intuito. Purtroppo non ricordo cosa fosse quel guizzo che mi aveva condotto all’androne di quella casa. Un episodio simile anche quando, in pochi giorni, a Novara, si era registrato il caso di una donna che ha ammesso di essere stata lei ad aver abbandonato qualche mese prima delle ossa umane nella chiesetta del cimitero, ossa che sarebbero appartenute a un suo parente e che lei pare avesse trafugato dal cimitero di Vercelli; pochi giorni dopo una donna si è tolta la vita in un canale della città. Una vicenda era seguita dalla Polizia, una dai Carabinieri.

I due nomi delle donne sembravano molto simili e qualcosa, non solo a me, non tornava. Ma per credo un paio di giorni le due vicende sono parse separate. Poi, a un tratto, ricordo di aver insistito con l’allora referente dell’Arma (tipo di averlo chiamato trenta volte in un giorno, no così mai, non l’ho mai fatto, ma 3-4 volte sì, ben distanziate le telefonate sia chiaro), che ha voluto fare un’ulteriore verifica ed ecco che le due donne erano in realtà una sola. Il giorno dopo eravamo stati poi i soli ad avere e a dare la notizia. E poi le corse e il rischio di perdersi in mezzo alle campagne, come quando, tutta trafelata perché ero in una conferenza stampa altrove, ossia in Provincia (beh la ‘nera’ quando succede è ovvio che ti veda immersa altrove, non puoi prepararti prima), mi sono messa sulla mia Fiestina per raggiungere un posto, tra Landiona e Arborio, dove era stata trovata un’auto bruciata con all’interno, purtroppo, un cadavere. E il mio capo di allora a farmi fretta per arrivare sul posto il prima possibile.

Ringrazio ancora oggi il mio padrino del battesimo, che, landionese doc, mi ha dato una mano a giungere sul posto. Altrimenti non c’era TomTom che potesse aiutare. Questi sono solo alcuni dei casi che rientrano in quelli vissuti correndo come una Formula Uno e con ‘avventure’ rocambolesche, ma non sono meno quelli che, molti dei quali sicuramente vissuti altrettanto di corsa, hanno anche visto emozioni contrastanti e un grande dolore nel dover raccontarli, come era stata la vicenda dei due ragazzi deceduti nell’incidente di quel mio primo giorno di nera al quotidiano o quello in cui ho dovuto ricordare un’amica dei tempi dei miei 14 anni.

Ne ho in mente tanti. A partire da un omicidio-suicidio di due anziani avvenuto nel mio quartiere, nel palazzo dove all’epoca abitavano persone che conoscevo e occasione in cui nella notte, strano per me, continuavo a rigirarmi nel letto, come quasi a presagire che fosse accaduto qualcosa. Un giorno quello, tra l’altro, in cui la nera aveva movimentato molto Novara, perché qualcos’altro di grave era accaduto, negli stessi istanti, a Galliate.

A occuparmi della vicenda nel capoluogo io, a Galliate un’altra collega. Non è stato facile parlare di quanto accaduto, un dramma della solitudine, del dolore, che meritava delicatezza e rispetto. Certo mi ha fatto effetto, giungendo lì, la gente che mi salutava. Ammetto che preferisco arrivare nei luoghi in cui avvengono situazioni così tristi da perfetta sconosciuta, come se nessuno mi conoscesse, a parte (altrimenti mi caccerebbero) le Forze dell’Ordine. Me ne sto sempre in disparte. Orecchie alzate, occhi sull’attenti, ma senza intralciare il lavoro di chi indaga (intervengo giusto quando li vedo mollare un istante ciò che stanno svolgendo) o mancare di rispetto al dolore dei famigliari. Però era il mio quartiere e, per molti, ‘ero la giornalista, quella che era stata in tv’ (ancora oggi, quando lo dicono, mi fa strano, mi fa effetto. Ma anche quando qualche amico mi presenta come ‘la giornalista’. Io voglio essere solo Monica) e così, quel giorno, al mio nome, si è voltato anche il responsabile della Scientifica.

È stato in quest’occasione che mi sono accorta di come, spesso, mi ponga troppi problemi, di come soppesi ogni minima parola, ogni virgola. Anche quando il pezzo è stato ben valutato ed è stato rispettato tutto. Qualcosa che, tra l’altro, da molti è visto positivamente. Penso anch’io così, ma vi assicuro che, quando mi metto, diventa qualcosa di molto negativo: con paranoie che durano giorni. Quel giorno quasi volevo dire al mio capo che non avrei voluto più fare la nera. Ma corri di qua corri di là e con i ganci che ti eri creata che ti chiamavano un giorno sì e un giorno sì, ormai era la mia vita. Certo ho dovuto cercare di farmi una bella corazza.

Credo che tra i dolori più assurdi o tra gli episodi che più mi hanno colpito, a volte anche per dettagli che esulano dalla cronaca, ci siano l’omicidio di Gisella, morta in strada in un corso Cavour pieno di gente in giro in una calda giornata estiva, era il 2016, e la morte di Carolina. Vicende e pezzi in cui ho messo una buona parte delle mie paure, dei miei timori a non urtare dolori e sensibilità, a non sembrare quello che, spesso, la gente pensa dei giornalisti, ossia che cerchino il dettaglio ‘sfizioso’, il macabro. Non sono perfetta e certo faccio errori anch’io, eccome se ne faccio, ma queste cose non le ho mai fornite: andrebbe contro quello che sono. Ho proprio un’allergia anche per termini come ‘spappolato’, che credo e spero di non aver mai usato nella mia vita giornalistica, ‘mattatoio’ o, ad esempio, ‘decapitato’ o ‘quasi decapitato’. L’omicidio di Gisella, pur se siano già passati quasi 10 anni, lo ricordo ancora molto bene, perché, per un caso fortuito (quella volta sì, altre volte eravamo arrivati prima grazie a ganci ‘coltivati’ negli anni), lo abbiamo appreso in pochi istanti, pur se io, con ben due telefonate rivelatrici, ancora stentavo a credere a qualcosa del genere in pieno centro.

Ero alle prese con un pezzo su un funerale che avevo seguito al mattino e ci stavo mettendo molto, perché era il saluto a una persona cui tenevo particolarmente, che conoscevo da sempre, padre di due miei amici, nonché compagni di scuola. A un tratto, proprio il figlio di questa persona mi ha chiamato, dicendomi: “Moni, non ne sono sicuro, ma qui in corso Cavour è successo qualcosa, c’è un telo steso e tanta Polizia”. Io, pensando fosse ancora scosso, ho titubato un po’ e ho continuato, ma solo per pochi istanti, a scrivere il pezzo sul suo papà.

Non era trascorso neppure un minuto che ecco il trillo di un collega del settimanale dove ho iniziato e dove lavoro tutt’ora, che mai ha seguito la cronaca: “Guarda che qui c’è qualcosa, credo una persona a terra e coperta da un telo”. Non potevo in quel momento muovermi o sarei già stata trafelata in direzione corso Cavour. Ho quindi allertato la redazione che qualcosa di grosso era avvenuto in centro. Nel frattempo ho contattato i miei ganci di allora, ma, niente, negavano fosse accaduto qualcosa. Anche il mio capo-servizio ha cercato altri ganci, quelli del giornale, e pure il fotografo che ne sapeva sempre tante, ma neppure loro sapevano.

I ganci avranno semplicemente negato perché era ancora troppo presto, il fotografo davvero non lo sapeva e si trovava altrove. Ancora 10 minuti e, Facebook purtroppo già c’era, ecco i primi post di gente allarmata e che domandava cosa fosse accaduto. A volte, con queste condivisioni, si creano solo allarmismi sul nulla: in quel caso purtroppo non è stato così. Io dovevo finire l’articolo sul funerale, così ci è andato il mio indimenticato capo, Paolo. A me è toccato l’inserimento di quanto accaduto sul sito, una breaking news come veniva definita all’epoca e ancora a tratti oggi. Nelle uscite sul cartaceo, poi, abbiamo alternato approfondimenti e articoli io e Paolo e poi a me il compito di seguire l’intero percorso giudiziario in Tribunale. Un delitto che, come ho avuto poi modo di raccontare poco meno di un anno dopo, ‘subdolamente’ chiamata sul palco di un evento contro la violenza sulle donne da colei che mi ha poi coinvolto nel libro in cui è apparsa questa mia riflessione sul giornalismo, mi ha colpito molto.

Non che gli altri delitti seguiti li abbia vissuti con meno partecipazione o con meno intensità e contenta di scriverli. Tutt’altro. Ma qui si parla di una donna, una giovane, uccisa per mano (così han confermato i tre gradi di giudizio) di colui che pensava di amare e con il quale aveva deciso di vivere. Una giovane con qualche difficoltà, ma legata alla vita e con cui, ho scoperto successivamente, avevamo amiche in comune. Una donna, una mamma, con un figlio adolescente e due più piccoli e due genitori che la amavano. Morta così, sola, sull’asfalto caldo di un corso cittadino in un orario pieno di gente fuori per lo shopping. Uscita già ferita dalla sua casa, probabilmente pensando di cercare aiuto in strada. A rendermi ancora più vicino a lei, poi, un elemento non importante nello scrivere un articolo, ma che sono comunque venuta a conoscere. Eravamo nate lo stesso giorno di fine novembre: di differenza solo un anno, io sono più grande di lei di 12 mesi esatti.

Quel giorno, tra il funerale di Ennio da raccontare (con ricordi che affioravano continuamente; lui che mi dava sempre materiale per raccontare storie positive) e gli aggiornamenti sul sito dell’omicidio, credo sia stato uno dei più difficili di tutto il mio percorso giornalistico. Non per i dettagli da raccogliere. Ormai non erano più i tempi della tv; ganci ne avevo e, dopo il primo diniego, la Polizia aveva confermato l’accaduto, fornendo altri dettagli per scrivere online e per la carta. Ma appunto per le emozioni che si erano susseguite e per i tanti pensieri che, riportando di situazioni così drammatiche, non possono che venirti in mente, immedesimandoti in un’amica, in una sorella, in una mamma, in un papà, in un fratello.

Senza contare che, con i social ormai onnipresenti, era un continuo alternarsi di commenti, a volte con qualche elemento che poteva spingerti a indagare quell’aspetto, la maggior parte delle volte anche assurdi, su Facebook. Non condanno i social, anche se non li apprezzo molto e, spesso, diventano una ‘droga’. A me è capitato, ora un po’ meno. Sono iscritta, ma perché, a volte, per lavoro, sono utili, a volte eh. Come la volta che qualcuno aveva scritto di una ‘presunta’ rapina in una farmacia, se non erro a Pernate, e, cercando subito la fonte ufficiale e qualche gancio, per capire quanto ci fosse di vero, siamo riusciti a inserirla sul sito prima di altre testate. E poi, quel pomeriggio, le chiamate di colleghi e amici, che ti scrivevano per saperne di più o per dirti che conoscevano la donna. Se fai la reporter, devi sapere che gli amici, ma anche semplici conoscenti, qualsiasi cosa vedano o sentano di strano, ti chiameranno per avere informazioni in anteprima. E devo dire che è anche capitato che, qualche volta, mi facessero arrivare prima ad alcune situazioni, segnalandomi magari cose che, dette così, sembravano non avere nulla di particolare, ma che poi, debitamente sondate, hanno portato a scoprire alcuni arresti ancor prima che la notizia ti venisse fornita nel giro di cronaca. O che fosse al centro, la mattina successiva, come era capitato ai tempi de La Prealpina, di una conferenza stampa in Questura.

Una storia, quella di Gisella, che, come ho detto, ho poi seguito per intero nel suo iter in Tribunale, conoscendo i genitori e il figlio adolescente della donna. E anche nelle aule di Palazzo Fossati i sentimenti provati non sono certo facili da raccontare. Occorre rimanere impassibili dinanzi ad accadimenti, a frasi che si ascoltano, a episodi che avvengono nei corridoi, incontri tra vittime e imputati, ed è dura. Impassibili o distaccati con un genitore, con un figlio, non si può essere in alcun modo. Almeno io non riesco. E come me altri colleghi. Ricordo ancora uno dei primi processi delicati seguiti, la mia prima Corte d’Assise, la morte della piccola Matilda a Roasio. In quell’occasione, in aula (per Gisella il compagno scelse di essere giudicato con rito abbreviato, quindi solo davanti a giudice e pubblico ministero), abbiamo ascoltato dettagli molto forti, a partire dai danni riportati dalla piccola a seguito di un calcio alla schiena. Difficile non rimanere colpiti e non osservare gli atteggiamenti, le parole, della mamma della bimba, che, in quel processo, era sul banco degli imputati. Era considerata lei l’omicida della piccola Mati. Ricordo che pensai più volte a chi potesse essere stato. Se lei (che è stata poi assolta in tutti i gradi) o l’altra sola persona presente quel giorno nell’abitazione dove Matilda morì, ossia il compagno della donna. Anche in questo caso c’è stata l’assoluzione, un delitto rimasto, dopo anni, senza colpevoli. Quando è stata letta la sentenza una persona che conoscevo di vista, e che era tra il pubblico, ha interpretato un mio gesto fatto al fotografo come un’esultanza per l’assoluzione. Sono rimasta malissimo. Non posso negare che qualche idea me l’ero fatta, che, per mie situazioni vissute, tendo a stare dalla parte delle madri (ma so anche valutare bene le cose), ma in quel momento non c’era certo un’esultanza. Da allora quasi non respiro alla lettura di una sentenza così delicata e, se devo dare un’indicazione al fotografo, mi faccio capire con gli occhi, così da non essere poi giudicata come quella che parteggia.

Tra le altre storie che mi hanno lasciato fatica e tanti timori nel raccontarlo c’è la vicenda di ‘Caro’, Carolina Picchio, la giovane che, il 5 gennaio 2013, vittima di cyberbullismo, ha deciso di togliersi la vita, gettandosi dalla finestra della sua casa. La notizia ha iniziato a diffondersi quando io ero già in giro per il mio quartiere. Era un giorno pre-festivo, un sabato, ma i miei ‘co-quartierini’ mi avevano già chiamato per il ‘solito’ incidente all’incrocio tra via Pigafetta e via Wild. Ero lì, quando dal cellulare mi è giunto un primo dispaccio di qualcosa di ben più grave accaduto sempre nel mio quartiere, solo qualche isolato più in là. Innegabile che ho lasciato tutto a metà, non dicendo nulla, o poco, ai residenti che erano lì per raccontarmi della pericolosità dell’incrocio e quant’altro.

Inizialmente, le cose non erano ancora emerse in tutta la loro tragicità, ancora non era affiorato che dietro questa scelta così drastica di una 14enne ci fosse una gogna mediatica, il cyber-bullismo. Ricordo lunghe chiamate con chi era di turno in redazione per capire se scriverne (era un suicidio) e se sì, come, con o senza nome e tanti altri dettagli che ci si pone, visto la minore età. Una giornata terminata a notte. Per la prima volta avevo conosciuto un nuovo social, Twitter, a cui non mi sarei mai iscritta se non avessi dovuto cercare alcuni tweet con al centro “Caro”. Un social di cui faticavo a capire qualcosa e dove ho passato tutta la giornata di sabato e poi parte della domenica, quando poi mi sono dedicata alla scrittura del pezzo, a dar conto di quanto fosse successo.

I contorni del bullismo, di un gesto determinato da una forte vergogna provata da Carolina per come l’avevano derisa sui social, postando sue foto e suoi video intimi, emerse in breve tempo. E così si pensa a come a volte strumenti che sembrano nati per aiutarci, per essere utili, come i social o la stessa rete, si trasformino in trappole, in strumenti che potenziano e deflagrano una presa in giro, un’offesa. Caro si era sentita in trappola e non aveva trovato altra soluzione che quel gesto disperato. Ho pensato ai suoi genitori, ai suoi amici, a me da ragazzina, a come avrei reagito dinanzi a qualcosa di così potente e più forte di me. I bulli c’erano anche all’epoca, per fortuna non c’erano i social. Ma ai miei tempi ci si fermava a uno zaino lanciato in un cortile di uno stabile accanto alla scuola, alle offese per il tuo essere non proprio Claudia Schiffer o ai tuoi chili in più. Eh sì, non sono sempre stata la ragazza mingherlina di ora, i primi due anni del liceo furono un po’ faticosi. E pensai subito a come le parole, spesso, magari dette senza intenzione di ferire o di determinare chissà cosa nella testa di un giovane, ma anche in quella di un adulto, un po’ più sensibile o in quel momento particolarmente debole, facciano più disastri di un’arma. La stessa Caro ha lasciato scritto “le parole fanno più male delle botte”. Se devo ricostruire la ragione del perché io, passando dalla seconda alla terza liceo, ero passata da circa 52 chili a 38 scarsi, il ricordo va a una battuta detta da una compagna di classe durante un’occupazione. Oggi, a così tanti anni da allora, credo che quel “ma che sedere hai” abbia creato in me un cortocircuito, che mi ha portato all’epoca a misurare tutto quanto mangiassi, anche le bevande, a fare sport non appena avessi finito di mangiare, palleggi, flessioni e quant’altro, a bandire anche i salatini dai miei cibi (di dolci non sono mai stata golosa).

Ecco le parole sì possono anche ferire. È questa la ragione per cui, in ogni articolo delicato (a volte anche in articoli di argomento frivolo o di settori che delicati non sembrano, dalla cronaca di un consiglio comunale a quella di una manifestazione) mi pongo trecento milioni di remore, di freni, di timori. Noi giornalisti dobbiamo stare attenti alle parole che utilizziamo, a ciò che scriviamo, che poi è il nostro strumento di lavoro. Non per evitare querele (quelle capita, so da colleghi a cui è successo, arrivino anche quando scrivi il giusto), ma per il rispetto della persona. Sinora mi è sempre stato detto che nei miei pezzi è sempre emerso grande cuore e mai una mancanza di tatto. Visto le ore che ci metto a scrivere alcuni di questi articoli (chissà come facevo quando lavoravo al quotidiano…), me lo auguro tanto.

A volte, come ho raccontato poco sopra, capita anche che non metta dettagli o curiosità che magari, se lo racconti a un collega o anche a un tuo amico, dicono “accipicchia e perché non l’hai scritta questa cosa?”. Sempre per quanto detto sopra, il rispetto. Per spiegare dovrei raccontare un’altra vicenda di cronaca seguita. Ci provo, senza entrare troppo nel dettaglio, anche se forse è facile arrivare a capire di cosa racconti. Mi è capitato di dover correre un sabato di qualche anno fa, appena lasciate giù le borse della spesa, su un omicidio in una zona periferica della città. Un giovane aveva ucciso il patrigno. Per lui, successivamente, l’accusa sarà di omicidio preterintenzionale e sarà condannato a 6 anni. Quel pomeriggio, tra il caldo e le corse, mi sembrava che in quella strada ci fosse qualcosa di strano o indicasse a me qualcosa, ma non capivo cosa. Qualcosa di strano, come qualcosa di già vissuto. L’ho compreso solo in serata, dopo essere stata ore insieme al collega de La Stampa e a una giovane collega allora del Novara Oggi ad ascoltare vicini di casa, a racimolare qualcosa dagli agenti della Questura intervenuti sul posto e dopo aver scritto un primo lancio per il sito e poi il pezzo più dettagliato. Un messaggio inatteso, che mi chiedeva se l’alloggio dove era accaduto il fatto fosse a un determinato piano e se a destra o a sinistra, mi ha fatto ricollegare tutto.

Ho chiesto conferma a chi mi stava scrivendo e, in un baleno, sono tornata indietro di decine e decine di anni. In quell’appartamento era già successo un delitto, io ero bambina, e aveva riguardato da vicino una persona che poi, nella mia vita, è diventata fondamentale, essendo tra i miei migliori amici. La curiosità era forte, direbbe qualcuno, ma non ho scritto questa cosa in alcun modo nel mio articolo. Certo c’era il timore che qualcun altro lo riportasse. Calcolando però che il collega di più lunga esperienza che era lì con me era mio coetaneo e che l’altra era ancor più giovane di noi due, mi sono detta che non c’era pericolo che qualcuno riportasse alla luce qualcosa di trent’anni prima. E certo non l’avrei fatto io, rinfrescando dolori a persone a me care (che già l’aver letto la notizia l’aveva comunque fatto). L’avrei fatto anche l’accaduto non avesse coinvolto persone a me conosciute. Sono sbagliata? Non lo so. Non posso neppure dire che dormo serena, perché sono la campionessa del mondo del pensa e ripensa.

La donna del “ma forse era meglio scrivessi così, forse era meglio scrivessi colà” e del far “impazzire” amici non del lavoro e amici del lavoro. Ma, ad ascoltare un po’ tutti, non son mai caduta nel sensazionalismo, nella notizia data alla ricerca di click o di lettori e ho sempre messo quella sensibilità che, nella vita, ho sempre un po’ odiato. Qualcosa che mi è capitato di raccogliere anche tra i lettori e questo, devo dire, che mi ha fatto piacere.

Ora meglio che chiuda il racconto, forse. Di vicende difficili da raccontare o che mi hanno portato a mille riflessioni, come anche a tanti percorsi per ottenere le giuste notizie da riportare ai lettori, ce ne sono state tantissime. Come non dimenticare la morte di Simona Melchionda, scomparsa da casa e poi ritrovata dopo settimane priva di vita, uccisa da chi non avresti mai pensato, un carabiniere (il suo ex). Una persona che dovrebbe difenderti e non certo ingannarti con un appuntamento e portarti nei pressi di un cimitero e qui ucciderti, gettandoti poi nelle acque del Ticino.

E poi un’altra storia. Una vicenda accaduta a pochi passi da casa, pur se quel giorno fossi in redazione in centro, perché era un giovedì, giorno di chiusura del giornale. L’omicidio del piccolo Leonardo. Che qualcosa fosse accaduto l’avevo intuito dalla tarda mattinata di quel 23 maggio di un po’ di anni fa da alcuni messaggi che mi erano giunti da amici. Ma non si comprendeva cosa ci fosse di vero e non si parlava di un bambino. Non ero tra l’altro riuscita a chiamare qualcuno per approfondire. Poi, a metà pomeriggio, la segnalazione del 118 che riportava di un bambino di neppure due anni soccorso in un’abitazione di Novara e giunto morto in ospedale. Stavo chiudendo alcune pagine e scrivendo uno degli ultimi pezzi e non ho potuto non bloccarmi dinanzi a quanto leggevo sul cellulare. Ho scritto velocemente la notizia per il sito e, con i colleghi, ho cercato di trovare uno spazio per inserire l’accaduto, pur col poco che ancora si sapeva, anche sul cartaceo dell’indomani. A giornale quasi chiuso e certa che non fossero uscite notizie circa le ragioni che avevano portato al decesso di Leo, ho iniziato una chiacchierata con un gancio, partita proprio dalla notizia del bimbo. Ricordo ancora quanto mi ha detto: “è successo praticamente a casa tua”. Subito ho capito che non voleva intendere nel mio condominio, ma comunque nel mio quartiere. In pochi istanti ho scoperto come tutto fosse accaduto sul corso dove abitavo. Al che ho insistito affinché mi dicesse il civico. Non l’avrei scritto, la pagina era ormai andata e sul sito non volevo in quel momento fare ulteriori aggiornamenti. Ma non so, forse avevo un presentimento. Appena me l’ha detto, mi sono vista lì. Un condominio che, tra gli 8 e credo i 16-17 anni, ho frequentato ogni giorno, perché lì abitava una delle mie migliori amiche con i suoi nonni. E in qualche modo l’amica passava ancora di lì. Non nego che l’ho subito chiamata. Era frastornata, spaventata e chiedeva a me se sapessi qualcosa di più. Il gancio mi aveva lasciato intendere quello che poi era emerso tra venerdì e sabato con la conferenza stampa in Procura, ossia che il bimbo era stato picchiato, ma ovviamente era presto, non si poteva dire. Era solo, in quel momento, un’ipotesi e neppure da scrivere in un articolo. Ecco quel fatto mi ha molto toccato, il condominio dei giochi da bambina con case delle Barbie distrutte e con i pezzi usati come spade a imitare Lady Oscar, il mio quartiere, già troppo spesso bistrattato ingiustamente; la mia amica, un bimbo piccolo.

Molti che passavano in zona e venivano additati come persone che non si erano accorte di nulla. Ho poi seguito tutto, dalla conferenza in Procura, dove sono emersi dettagli terribili, alla fiaccolata in centro sino ai funerali di Leonardino e al processo. Una storia davvero difficile da raccontare e che ha anche portato a riversare sui social odio su odio, cattiverie su cattiverie, a tal punto che per un po’ ho quasi voluto non pubblicare alcun pezzo per il sito.

Per chiudere davvero. È successo anche di essere ‘protagonista’ di due episodi di cronaca che ho poi dovuto raccontare sui fogli del giornale per cui scrivevo. Anzi, in un caso, sono stata chiamata, devo dire inizialmente un po’ spaventata, anche dalla Digos per spiegare quanto riportato in un articolo uscito su La Prealpina.

Qualche giorno prima avevo dovuto seguire il funerale di un giovane novarese, scomparso prematuramente e collaboratore della stilista inglese Vivienne Westwood. Il capo voleva che cercassi di capire se la stilista fosse giunta dall’Inghilterra per salutare il suo collaboratore. In chiesa, quella di S. Andrea, piuttosto piccola, non si riusciva quasi più a entrare. Io non sapevo manco che volto avesse costei (e il pezzo era nato all’improvviso, su una richiesta improvvisa, internet sul telefonino ancora non c’era). Con un’altra collega ci siamo dette: “Magari ha scritto qualcosa sul libretto delle firme, magari ha lasciato una firma”. Così, insieme, lo abbiamo sfogliato. Nessuna firma della stilista, ma avevamo invece trovato una frase in cui veniva minacciato il parroco. Lo avevo così riferito al mio capo, dopo essermi anche accertata che a Novara non c’era alcun segnale di Westwood. Lui mi disse di inserirlo nel pezzo. Eravamo usciti per primi, perché la collega lavorava a un settimanale e io era l’epoca in cui lavoravo al quotidiano. Detto, fatto, ed ecco la Polizia che mi chiamava. Avevo pensato fosse per la convocazione di una conferenza stampa e invece mi dissero che dovevo recarmi a non so più quale piano della Questura perché dovevano chiedermi delle cose. Avevo capito solo una volta lì che era per l’articolo e per quella frase trovata sul libretto delle firme. La seconda vicenda, invece, è stata davvero qualcosa che è successa davvero sotto casa. Come al solito stavo facendo notte a scrivere, quando, poco prima delle 2, ho avvertito un boato gigantesco. Mamma si è svegliata di soprassalto e così l’intero condominio e quelli vicini. Ci siamo precipitati tutti all’esterno, cercando di capire, guardando giù dal lato strada. Subito abbiamo pensato all’esplosione di una caldaia in qualche stabile vicino (da noi era tutto a posto) o a un grosso incidente. Abbiamo intuito come fosse invece qualcosa di diverso nel veder salire dal corso un’alta nube di fumo, da un locale in quel momento chiuso e che si trovava accanto al nostro condominio. In un attimo ecco i Vigili del fuoco e due volanti della Questura e quindi la Scientifica. Ci hanno chiesto di lasciare tutti gli appartamenti e scendere in strada. Ed eccoci su un corso Trieste totalmente deserto, vista l’ora, e al gelo, era metà gennaio di oltre 15 anni fa.

Qualcosa che ora racconto con un sorriso, perché fortunatamente nessuno si fece male e perché, con mia grande vergogna, tra gli intervenuti sul posto, c’era il dirigente della Squadra Mobile di allora, con cui mi sentivo un giorno sì e uno no (all’epoca per la cronaca per il quotidiano mi alternavo con un’altra collega). Mi ha subito detto con il suo forte accento campano: “Monica, e che fai qua?. Così veloce ti giungono le notizie e ci corri anche in piena notte?”. E io, in un tutone da casa, a metà tra un pigiama e una felpa da pilota di F1, e con un paio di ‘moppine’ (quelle pantofole che andavano tanto di moda e che avevano o la forma di animali o di qualche personaggio della Disney e non solo, credo in quel momento indossassi dei conigli rosa) ai piedi, gli ho risposto: “E che vuoi che faccio qui? Mi è esploso qualcosa sotto al balcone e i vigili del fuoco mi han buttato fuori casa con gli altri, al gelo”. Nel frattempo cercavo di nascondermi i piedi. Lasciamo stare gli altri evacuati, che guardavano strana sta ragazzotta (beh avevo già una trentina d’anni, ma ne mettevo anche allora 10 meno) che parlava con un poliziotto, che era chiaro a tutti fosse il capo.

L’indomani non sarebbe toccato a me il giro di nera, ma il boss aveva voluto che ne scrivessi io, avendola vissuta. E così eccomi pure a scrivere l’avventura di una notte, in compagnia, in strada, di Polizia e Vigili del fuoco. Le indagini avevano poi rivelato come si fosse trattato di un atto doloso (erano stati infatti trovati, tra le altre cose, i resti di una tanica di benzina).

Dimentico forse le prime udienze seguite in Tribunale, con che non sapevo bene neppure chi fosse il pm e chi un gip o un gup e cosa stesse bene accadendo, ma, con pazienza e tenacia, si è imparato anche quello. Quanto ai ganci, che citavo all’inizio di questo lungo racconto, alcuni li ho trovati io, altri mi hanno cercato loro, osservandomi nelle conferenze o nei pezzi che man mano uscivano sul giornale. E da allora, salvo pensionamenti o trasferimenti, non ne ho perso uno. Certo la cronaca è molto diversa da quando ho cominciato.

Il giro cronaca non si fa praticamente più e chiami solo se apprendi già di tuo qualcosa, per accertartene, per avere informazioni. Non si ‘indaga’ quasi neppure più come giornalisti, visto il cambiamento delle modalità. Pur se qualche strada per scoprire qualcosa c’è sempre. Tutto questo lungo racconto, con ricerche nella mia memoria di episodi, di storie, di sentimenti provati, di paure, per spiegare come i giornalisti non siano persone senza sentimenti come spesso molti pensano. E come non gioiscano dinanzi alle tragedie. Anche loro sono genitori, figli, fratelli, amici. Qualcuno ci sarà, a cui piacerà mettere in evidenza il raccapricciante, ma credo sia solo una minima parte di chi svolge questo lavoro, che io amo più di me stessa.

E sarà sempre quella ‘pecora nera’ che si trova in qualsiasi altra professione: una pecora nera che non deve, per questo, far catalogare tutti gli altri in maniera negativa.

Per me, ragazzina timidissima che si affacciava a questo lavoro, l’essere finita dapprima in video e, poi, essere catapultata nel trattare la nera, devo dire, che è stato quasi terapeutico. Anzi proprio il giornalismo è stato terapeutico. Non credo altro mi avrebbe potuto sbloccare alla stessa maniera. Anche se altro c’è ancora da fare e si deve migliorare.

La timidezza è stata frantumata, diciamo abbastanza: certo non ho più timore di andare in un negozio per comprare due panini. E io ero una conciata malissimo a timidezza. Quando andavo dai miei cugini, davo a tutti del lei e stavo sempre zitta. Non perché me la tirassi (non sarei io dicono), ma proprio perché ero timidissima. Ora, provare per credere, chiedete a loro, non mi fermano più. E ovviamente do del tu. Certo ho ancora molti timori se devo affrontare un’intervista cui tengo particolarmente, su un argomento importante o delicato, su un tema magari molto caro a me o con qualche intervistato che stimo particolarmente. Tipo che metto tre ore anche solo a mettere giù un eventuale sms per chiedere l’intervista o anche la mail.

Valuto ogni parola, temendo di sbagliare. E gli amici mi prendono per il naso con: “Ma Moni son oltre vent’anni ormai che fai questo lavoro, sei pure professionista, ti fai ancora di questi problemi? Vai, che non sbagli, sai bene come fare”. E la nera terapeutica? Mmm, difficile da dire. Mi ha fatto però capire come quella sensibilità che, per cose vissute, ho alta sin da piccola e che io ho odiato per decenni, in qualche modo è un punto di forza. Almeno in questo lavoro, almeno nel dover affrontare e raccontare certe tematiche. Occorre incanalarla nella giusta maniera e saperla gestire e tener a bada, invece, quando ti fa male, quando ti porta a vivere male una risposta, un gesto, una parola. Pertanto dico: grazie giornalismo, grazie mia grande passione. E se, invece, come dicevo a mamma a 16-17 anni, avessi fatto la poliziotta? Niente, non sarebbe sopravvissuta. Quando l’ho comunicato quasi sveniva. Del resto è accaduto lo stesso un anno e mezzo dopo (causa concomitanza con la morte di Ilaria Alpi) quando avevo virato sulla giornalista. Ma lì non è riuscita a fermarmi, pur se prima di intraprendere la mia strada, ho eseguito grandi piroette, dei giri immensi (pensai ad Architettura, seguii Chimica qualche mese e quindi Lettere conclusa nei tempi e un primo lavoro con il mio relatore della tesi). Ma, come canta Venditti, “certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”. Cronista per sempre.

Monica Curino

Quando una telefonata cambia la vita… per sempre

In evidenza

Troppo spesso tendiamo tutti a sottovalutare il rischio che il rispondere a una telefonata o a un messaggio al cellulare mentre si è alla guida possa comportare. Si pensa sempre, sbagliando, «tanto non mi succede nulla», «vuoi che non riesca a controllare bene anche la strada?» o ancora «tanto è solo un vocale, cosa vuoi che mi distragga, non è come digitare un testo». Altrettanto spesso, presi dalle nostre corse quotidiane, da vite sempre a mille, se non al limite, si tende a pensare che, quanto raccontato da giornali e tg, non possa mai riguardarci, non possa mai toccarci da vicino e davvero. Eppure non è così.

Senza contare che, a oggi, l’80% degli incidenti è dovuto all’utilizzo di smartphone alla guida.

Sino a qualche mese fa la vedevo un po’ anch’io così, non posso negarlo. Poi, per me, rispondere o mandare un messaggio, guidando, consente (usiamo ‘consentiva’) di ottimizzare, a volte, il carico di lavoro che ho per il giornale. Metto giù date di interviste, incontri per servizi, raccolgo informazioni. Ma è sbagliato. O si fa una cosa o l’altra. Piuttosto, se è così urgente qualcosa, ci si ferma, si parcheggia l’auto e o si chiama o si scrive un messaggio. Poi si riparte.

Eppure di storie di incidenti particolarmente gravi, legati anche all’utilizzo del telefonino, in 22 anni di giornali, ne ho dovute raccontare, scrivere. Ho anche partecipato a incontri di sensibilizzazione sul tema della sicurezza stradale, che, oltre a vedere l’obbligo delle cinture di sicurezza, del non mettersi alla guida in condizioni alterate, vede anche il divieto di utilizzare il telefonino mentre si è al volante. Incontri spesso ‘tosti’, ma che, pur condividendo le raccomandazioni di Polizia, Carabinieri e sanitari, non hanno mutato il mio modo alla guida.

Questo, almeno, sino ai primi di febbraio di quest’anno, quando l’ennesimo incontro seguito per il giornale di questo tipo mi ha colpito più del solito, lasciandomi dentro molto.

Nell’ascoltare le testimonianze di genitori che hanno perso i propri figli o per colpa di un cellulare o per qualcuno alla guida in stato alterato, ho sentito come un pugno allo stomaco, un gancio al volto. E faceva molto male. Probabilmente ha influito il fatto che, tra le testimonianze, ci fosse quella di un’amica che ho da qualche anno, che è sulla sedia a rotelle, ma di cui mai ho conosciuto le cause di questa condizione. Quel giorno, al Ravizza, scuola che ha ospitato l’incontro, le ho apprese: qualcuno che era alla guida in stato alterato già al mattino presto, che, con la propria auto, ha impattato con quella della mia amica, di Mary. Che, però, da quell’episodio, ha saputo reagire, e con una forza incredibile, diventando anche campionessa paralimpica di tiro con l’arco.

I relatori dell’incontro sulla sicurezza stradale al Ravizza

La mattinata è stato l’evento conclusivo di un ciclo di lezioni nelle scuole superiori sulla sicurezza stradale. A promuovere gli appuntamenti, dal titolo “La vita non si beve”, la Prefettura con il viceprefetto aggiunto Antonio Moscatello, con 118, Polizia e Carabinieri.

Dopo quell’incontro il mio rapporto con il cellulare alla guida è cambiato. Non posso dire di non averlo più usato, mentirei e non è qualcosa che amo fare, ma certo l”ho utilizzato molto meno. Le prime settimane appena avevo la tentazione di rispondere a qualche ‘bip’, di guardare la qualunque, lo rigettavo e, se avevo il telefonino nella tasca della giacca, lo buttavo sul sedile posteriore così da allontanare la tentazione.

Altre volte l’ho proprio posto nell’angolo più recondito del mio zaino o della mia borsa, ancora prima di salire in auto, per evitare.

Poi, ammetto, che qualche volta, dopo un mese, l’ho riusato, ma ancora oggi mi torna alla mente quella lezione a scuola e, quindi, su 10 volte che vorrei rispondere o vorrei usarlo, mi capita di farlo solo una volta. E punto a rendere questo a livello 0.

Nei primi giorni ho anche avuto alcuni incubi la notte. Sogni in cui mi capitava di avere un incidente particolarmente grave e mi soccorrevano amici che, conoscendo il mio, all’epoca, smodato uso del telefonino, erano sì preoccupati per le mie condizioni, ma, al contempo, commentavano ‘Era sicuramente con quel telefonino del cavolo’.

In quell’incontro, come anticipato, molti gli interventi. Tutti volti a far capire agli studenti, ma direi anche a qualcuno più attempato, come l’auto «sia come avere un’arma carica con sé. Occorre saperla utilizzare e, soprattutto, è necessario tenere sempre alta l’attenzione».

Queste le frasi del comandante della Polizia stradale di Novara, Riccardo Peviani, agli allievi.

Una mattinata intensa, durante la quale i ragazzi hanno potuto ascoltare gli esperti e apprendere l’importanza del rispetto delle regole.

Dall’allacciarsi le cinture di sicurezza, anche sui sedili posteriori (sì, anche qui è fondamentale, quanti incidenti abbiamo raccontato con persone ferite, se non decedute, anche sedute sui sedili dietro), al non guidare stando al telefonino, sino al non porsi al volante in condizioni alterate. O perché si è bevuto o perché si sono assunte sostanze stupefacenti.

«Piuttosto di mettervi alla guida così, fate guidare un amico che non ha bevuto o chiamate qualcuno a casa», hanno detto i relatori. Oltre a Peviani anche Il sottotenente dei Carabinieri, Ruggiero Penza, che ha illustrato come ci siano obblighi e regole da rispettare anche per i monopattini, un mezzo ormai utilizzato da tutti sulle strade.

La parte sicuramente più emotiva e che credo sia andata a buon segno tra i ragazzi è stata quella gestita dal 118, con Roberta Tacconi e Michela Agnesina.

La prima ha raccontato il funzionamento della centrale e delle procedure di primo soccorso, rilevando come sia importante, quando si chiama il 118. E come altrettanto sia fondamentale «fornire indicazioni corrette». Agnesina ha aggiunto: «non possiamo permetterci, quando interveniamo, di provare emozioni. In quegli istanti dobbiamo agire. Il brutto è poi il ritorno a casa, quando emergono tutte le emozioni. Faccio l’infermiera da quasi 30 anni e ancora non mi sono abituata a veder morire persone così giovani».

Ha poi introdotto due testimonianze video che hanno lasciato un segno forte tra tutti. A partire da quella di Mariangela Perna, novarese, su una carrozzina da anni, dopo essere stata investita da un automobilista ubriaco (la mia amica paralimpica). Un incidente che le ha cambiato la vita. Mariangela però non si è arresa. Ai ragazzi ha detto: «fate attenzione quando siete alla guida. Se si è al volante, non bastano due occhi. Non usate il cellulare».

Molto accorate le parole di Lucia e Franco Cibo Ottone, che hanno perso la loro Isabella in un incidente stradale nel marzo del 2017: «la vita è una sola, ragazzi – hanno detto agli studenti del Ravizza – rispettatela».

A chiudere l’incontro le parole di Agnesina agli studenti: «Non guardate alla Polizia e alle Forze dell’Ordine come a persone che vogliono ostacolarvi. Loro, sulla strada, sono i vostri migliori amici. È meglio che vi riportino a casa senza patente, ma sani, che, invece, portino nelle case le patenti, senza di voi».

Monica Fiocchi Curino

Bebè ha fretta di nascere: mamma partorisce in casa, a Novara, con l’aiuto del 118

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Il blog, se lo conoscete, è nato per raccontare le mie passioni e anche, e soprattutto, le notizie positive, le belle storie che si registrano a Novara e nel Novarese. Poi, da qualche tempo, presenta anche una parte, per ora piccola, visti gli impegni legati al giornale per cui lavoro, dedicata alla cronaca ‘nera’, settore che seguo da 22 anni. E che ho sempre alternato alle storie positive, alle associazioni.

Proprio per questa attenzione alle storie positive oggi voglio riportarvi una notizia molto bella che riguarda Novara.

Nella notte tra domenica 2 e lunedì 3 aprile, ormai alle prime ore dell’alba, erano le 5, un piccolino è venuto alla luce nella casa dove abitano la sua mamma e il suo papà.

E’ successo in via della Noce, nella zona di Sant’Antonio. A far partorire la donna nella sua abitazione il personale del 118. Quando i sanitari sono arrivati nella casa della donna, che ha 29 anni, il travaglio era così avanti che è stato necessario far partorire la giovane direttamente nella sua abitazione.

A nascere un maschietto. Tanto la mamma quanto il piccolo, come riferiscono dal 118, stanno bene.

Andrea Devicenzi: la forza di andare avanti

In evidenza

Oggi, al centro del nuovo articolo del blog, c’è la forza di volontà di una persona, Andrea Devicenzi, che, dinanzi all’amputazione di una gamba, per lui sportivo sin da bambino, non si è fermato, non si è in alcun modo abbattuto.

Ha saputo reagire e andare avanti, conquistando riconoscimenti, partecipando a gare al limite e, soprattutto, diventando un esempio per tanti, tantissimi, giovani. Mi sento di dire un esempio per tutti, perché troppo spesso, tutti, ci abbattiamo per cose di piccolo conto, ce la prendiamo, ci piangiamo addosso per delle inezie. E, invece, dovremmo capire quanto sono altre le ‘cose’ importanti della vita.

Devicenzi ha portato e porta in giro la sua esperienza ed è diventato, anche come professione, un vero e proprio motivatore per tutti, squadre di calcio, atleti, ragazzi nelle scuole.

L’ho incontrato 6 anni fa a un doppio evento promosso a Novara con gli studenti del Ciofs e della scuola media Immacolata. Un appuntamento che, come ha lasciato molto nei ragazzi, ha fatto altrettanto con me.

Un nuovo articolo, dunque, nel blog. Avevo detto, del resto, che non volevo lasciare abbandonato per troppo tempo questo spazio internet tutto mio. Anche perché mi offre un’occasione importante per esprimermi e andare oltre l’oggettività che, ovviamente, come è richiesto dal mio lavoro, cerco di mantenere sempre alta nei miei articoli per il giornale per cui lavoro, L’Azione.

L’incontro con gli studenti nel 2017

Un blog mi consente di mettere un po’ più di quello che sono io, di Monica. Non che ami raccontarmi, non sono una che vuole stare al centro dell’attenzione. È sufficiente chiedere a qualche amico per scoprire che, in compagnia, mi nascondo, che, in un’occasione pubblica, scappo. Fatta eccezione quando devo presentare i libri che ho voluto dedicare alle belle realtà della solidarietà novarese e per cui devo per forza farcela e parlare in pubblico.

LeintervistediMoc mi permette di dare più spazio alle mie passioni, a quei pezzi che amo fare, al di là di un ‘compito’ assegnato dalla testata giornalistica per cui lavoro o ho lavorato in passato.

Mi lascia raccontare con un po’ più di cuore quegli incontri che, in ventidue anni di giornalismo, hanno lasciato una grande traccia nell’anima, nel profondo.

Un uomo, Devicenzi, che è l’esempio di come, anche dinanzi alle difficoltà della vita, persino le più dure, le più toste da affrontare, ci si possa sempre rialzare. Anche dopo l’amputazione di una gamba a soli 17 anni.

Cremonese, 50 anni da compiere (li farà a luglio), nell’agosto del 1990, in sella alla motocicletta a lungo sognata, è rimasto vittima di un grave incidente, che gli ha causato l’amputazione della gamba sinistra.

Un evento tragico per tutti, certo difficile da accettare per una persona che praticava sport da quando aveva 5 anni, tra calcio, ciclismo, camminate e triathlon. E che, comunque, a riprova della sua grande forza d’animo, ha continuato a fare.

Un evento che, come spiegato agli studenti, gli ha cambiato innegabilmente la vita, ma al quale Devicenzi ha saputo reagire. «Una gamba se n’era andata – ha raccontato – ma non la voglia di vivere ogni giorno al massimo delle mie possibilità».

Oggi, Devicenzi è un performance coach, professionista che aiuta a raggiungere gli obiettivi, e formatore esperenziale. Lavora con le persone, guidandole, step dopo step, al raggiungimento dei propri obiettivi e a performance migliori.

Incontri che Devicenzi conduce in scuole, squadre sportive e aziende.

Dopo l’incidente del 1990 per lui inizia una nuova vita, che, negli anni, lo porta a imprese inimmaginabili anche per chi non ha menomazioni. Partecipa a gare di ciclismo per qualificarsi alle Paralimpiadi 2012, nel 2010 raggiunge, primo atleta amputato di gamba, il KardlungLa, in India, a quota 5.602 metri, un raid in autosufficienza sulla strada carrozzabile più alta del mondo in sella a una bici e poi ancora paratriathlon (nuoto, bici e corsa), con una medaglia di bronzo e una d’argento (la prima ai Campionati Europei in Israele del 2012, la seconda agli Europei in Turchia del 2013).

Arriva, così, a lasciare il suo lavoro da dipendente, diventando formatore e mental coach.

Nel 2014 inizia un’attività a favore dei ragazzi, che prosegue ancora oggi, nel 2023, come si può apprendere dal suo sito. Dà vita al primo Giro d’Italia formativo, rivolto ai giovani, «per renderli consapevoli – ci aveva raccontato – delle straordinarie capacità e talenti che hanno già dentro di loro». Nell’inverno dello stesso anno, in quest’ambito, nasce Progetto 22.

Al 2017 Devicenzi aveva incontrato decine di migliaia di ragazzi nelle scuole di tutta Italia. «Il nome del progetto – aveva spiegato – deriva dai 22 valori che cerco di raccontare e far vivere ai ragazzi a ogni incontro negli istituti scolastici. Parlo della mia storia, aiutandoli a interpretare gli eventi della loro vita in modo positivo, ascoltando se stessi, credendo nei propri mezzi. Non devono diventare schiavi di quelli che sono i modelli di oggi. Ognuno di noi è un essere unico e irripetibile, con i propri pregi e – aveva sottolineato – risorse straordinarie, troppe volte date per scontate».

Un progetto realizzato con Oso (Ogni sport oltre) della Fondazione Vodafone Italia e con sponsor, «che ci aiutano. Parleremo di ragazzi che ho incontrato nel mio percorso nelle scuole. A Novara ho parlato di Luca, studente del Ciofs, che ha vissuto la mia stessa esperienza, perdendo una gamba in un incidente con lo scooter qualche anno fa, e di ragazzi che hanno sofferto di anoressia e bulimia».

Il Ciofs aveva conosciuto Devicenzi quando uno dei ragazzi della scuola era rimasto vittima di un incidente, in cui aveva perso la gamba. L’atleta paralimpico si era messo immediatamente a disposizione, intervenendo a scuola con una mattinata incentrata su Progetto22».

Un incontro che ha lasciato una traccia importante nei ragazzi che l’hanno ascoltato.

Un esempio per tutti Devicenzi: «quando mi sono trovato amputato, ho pensato che, per ottenere successo nella mia vita, un successo sportivo, famigliare, lavorativo, non sarebbe stato il numero delle mie gambe a determinare questo, ma quanto avevo nella mia testa. Così sono partite le mie sfide. Nel 2010 – ci aveva raccontato – l’India mi ha aperto un mondo, cambiandomi per sempre, avvicinandomi ai percorsi di crescita personali e a queste avventure. Importanti sono stati gli amici, la famiglia, mia moglie Jessica, con cui ho avuto due splendide bambine, Giulia e Noemi. Non mi hanno mai fatto sentire diverso».

Una mattinata insolita che ha saputo coinvolgere gli studenti più di qualsiasi altra materia, perché ha permesso loro di mettersi a confronto con la vita vera e con un atleta e anche un compagno di scuola che, nonostante le difficoltà, gli ostacoli della vita, ce l’hanno fatta.

«Occorre avere delle priorità – aveva detto ai ragazzi – e perseguirle». Una mattinata ricca di emozioni.

Monica Fiocchi Curino

La divisa come una seconda pelle: l’esperienza di due poliziotte della Questura di Novara

In evidenza

A volte gli approfondimenti che inserisco sul mio blog, dove c’è Monica a tutto tondo, con le sue passioni, il suo lavoro (sì, mancano la cronaca nera e la giudiziaria, i miei settori per vent’anni e che ancora, a tratti, seguo, ma è una mia scelta; magari nascerà un altro blog dedicato), sono articoli già elaborati per i giornali con alcune aggiunte, con altre informazioni. Aggiunte, informazioni, nate dall’esperienza, da novità emerse successivamente. Non accadrà, salvo qualche aggettivo, qualche avverbio, qualche età per forza modificata, per quanto ‘posterò’ nella giornata di oggi.

Si tratta di un articolo, di un ampio servizio, realizzato per la Festa della Donna del marzo di esattamente due anni fa. Un servizio che ho amato svolgere, pur se sempre di corsa e con due tappe distinte in Questura (la base per questo approfondimento). E che racconta due donne, di età diverse, che vivono la divisa come una seconda pelle, che vivono l’impegno in Polizia come una vera e propria missione. Una delle due già era una mia conoscenza, l’altra l’ho conosciuta in quell’occasione, salvo esserci viste in precedenza sempre di corsa alle manifestazioni, quelle da me seguite per il giornale e da lei per il suo impegno come agente della Digos con i suoi colleghi. L’ho amato fare, questo servizio, per l’amore che nutro nei confronti delle Forze dell’Ordine, sempre in nostro aiuto, e anche perché, ormai non è più un segreto, è la prima professione, quella della poliziotta, che avrei voluto intraprendere. Avevo all’incirca 15-16 anni, ero un maschiaccio che amava le moto, in particolare le Guzzi, e che sognava di aiutare il prossimo entrando in Polizia.

Ma non c’era l’altezza in centimetri e, poi, una mamma sempre super apprensiva e altre ‘amenità’, hanno ‘tarpato’ le ali alla me giovane di allora. Passai per diverse idee sul cosa fare da grande, dalla piccola chimica all’architetto sino appunto, infine, all’amore infinito per il giornalismo. Ma senza mai dimenticare la Polizia, che ho potuto raccontare nelle operazioni di cronaca, ma anche con le tantissime attività portate avanti con i ragazzi o con gli approfondimenti con interviste ai diversi Questori che si sono alternati in città, da quando, nel lontano 2001, son partita con la mia avventura nel giornalismo. Ci sono poi tornata a pensare alla professione che volevo fare un tempo? Sì, quando fu tolta l’altezza, ma ormai avevo superato l’età per fare ingresso in Polizia. Comunque mi appassiono quando devo raccontarla, quando conosco nuovi agenti, uomini e donne, che danno tutto se stessi per gli altri. Ecco perché ho amato raccontare Maria Rosaria Delli Santi, 57 anni, e Sandra Mazza, 45 anni.

Ed ecco che ve le racconto.

Rosaria Delli Santi

Per lei la divisa da poliziotta è una seconda pelle, tanto da sentirsela addosso anche quando non la porta. La divisa l’ha accompagnata, nella cappella della Questura di Novara, anche quando si è sposata con un collega. È l’orgoglio «dell’essere al servizio della giustizia. Non c’è complimento più bello di quando mi dicono ‘come porti bene la divisa, te la senti proprio addosso’». Lei è la sovrintendente Maria Rosaria Delli Santi, prima donna poliziotta giunta a Novara nel maggio del 1987. Da allora è stata alle Volanti, alla Mobile, all’Ufficio di Gabinetto e ora è segretaria del Questore.

Quando ha deciso di entrare in Polizia?
«Sin da giovanissima desideravo dedicarmi a un lavoro che fosse di supporto alla giustizia. Così, nel 1981, ho partecipato al primo concorso aperto anche alle donne e sono passata. Ho seguito i corsi a Bolzano e a Pescara e sono entrata in Polizia il 6 ottobre 1986. In quell’occasione, con quel concorso, ci fu un importante ingresso di donne come agenti, il 30%. Il mio primo incarico è stato a Novara, dove sono tutt’ora».

Il Corpo di Polizia ha aperto alle donne quando ancora si pensava che le forze dell’ordine avessero solo un “volto” maschile. Ha avuto difficoltà?
«All’inizio alcuni colleghi erano diffidenti con un’agente donna: oggi non accade più. Dopo poco ho trovato collaborazione. Ero molto giovane e questo li ha portati a sostenermi. Molti colleghi maschi si sono ricreduti rispetto alle prime settimane in cui ero arrivata, scoprendo come anche noi donne potessimo dare una mano importante. Come anche la sensibilità femminile servisse in questa professione. Anzi è d’aiuto in ambiti come l’Ufficio Minori. L’inizio è stato sì difficile, ma poi ho ricevuto collaborazione e comprensione, sempre ricambiati. Quando sono stata alla Mobile,
che prevede un lavoro diverso dalla Volante, i colleghi mi hanno aiutato. Poi sono arrivate tante altre donne».


Rosaria Delli Santi

Il lavoro da poliziotta e la famiglia?
«Le difficoltà erano quelle che aveva qualsiasi donna che lavorava su turni. Conciliare la famiglia con il lavoro è complicato, ma è quanto accade con tutti coloro che fanno i turni. Temevo di sottrarre tempo alle mie figlie, ma
non è successo. È sufficiente organizzarsi. Certo da allora ci sono stati molti miglioramenti. A partire dagli strumenti a sostegno della donna. All’epoca non c’era ad esempio il congedo parentale».


Sono cambiati anche gli spazi della Questura.
«Sì. Quando arrivai in città era una ‘caserma’ prettamente pensata per i maschi. Negli anni è stata, invece, ampiamente adeguata alle nuove esigenze, anche con tanto di spogliatoi».

Sandra Mazza

Assistente capo, in Polizia dal 2003. È a Novara dal 2005, dove dapprima è stata impegnata alla Volante, sino
al 2013, e adesso alla Digos
. Un’attività delicata. Le eventuali difficoltà per una donna?
«Nel mio percorso personale in Polizia non ho mai avuto problemi. Con la Digos abbiamo un’attività che ci vede molto all’esterno. Dobbiamo avere la capacità di comunicare con le persone, di trovare la ‘chiave’ per parlare con loro. Che sia un manifestante o che sia un operaio che sta per perdere il lavoro. La nostra è un’opera di mediazione, parlando con l’operaio, così come con il datore di lavoro. E in questo l’essere donna aiuta».

Ha mai ricevuto offese come donna da manifestanti o tifosi?
«Al di là dell’immaginario collettivo, c’è rispetto. Mi è successo di intervenire per dialogare e non si sono segnalate difficoltà. Se si verifica qualche offesa non ce l’hanno con la persona, con la donna Sandra, ma in generale con la Polizia. È fondamentale come ci si pone come persona, come ci si pone con loro».

Il rapporto con i colleghi uomini. Ci sono state resistenze?
«No, in nessun modo. A parte qualche normale differenza di carattere all’inizio, come può capitare
con tutti, non ho mai registrato problemi. Certo io non sono stata una delle prime donne ad arrivare e, quindi, c’era già il ‘terreno’ creato da altre colleghe. Si lavora insieme, ci si aiuta. Nel mio percorso non ho mai vissuto problemi legati al mio essere donna».

Sandra Mazza

L’esperienza alle Volanti?
«Sia la Volante sia la Digos sono incarichi operativi, che ti portano a contatto con la gente. La Digos è mediazione, la Volante primo intervento. Il rapporto con i colleghi maschi, ad esempio, è proprio quello che si crea alle Volanti. Quando la gente chiede aiuto, il personale fa squadra, diventa una seconda famiglia, collabora, si sostiene. Con i colleghi incontrati alla Volante ho un rapporto splendido. Lì ho lasciato una parte del mio cuore».

La sensibilità femminile aiuta? Lavoro e famiglia?
«Ci sono alcuni interventi in cui la sensibilità di una donna aiuta molto. Penso agli interventi per liti in famiglia o anche con la presenza di minori. La donna vittima preferisce solitamente rapportarsi con un’agente donna. Ci sono comunque anche molti colleghi maschi con una pari sensibilità. Per quanto riguarda famiglia e lavoro è questione di organizzarsi. Sono mamma di una bimba di 10 anni e con un po’ di attenzione si riesce a fare tutto, sia il lavoro che amo, sia stare con la mia famiglia. Felice del percorso che ho fatto».
Monica Curino

In Zambia portando musica ai ragazzi di strada: l’esperienza di Massimo Fiocchi Malaspina e Lucrezia Drei

Oggi, in questo nuovo articolo del mio blog, voglio raccontarvi dell’esperienza vissuta da Massimo Fiocchi Malaspina, direttore d’orchestra novarese, ora direttore musicale di palcoscenico al teatro Regio di Parma, e dalla compagna, Lucrezia Drei, soprano, che, la scorsa estate, hanno trascorso quasi un mese tra i bambini e i ragazzi di strada dello Zambia, entrando in contatto con la povertà più vera, più dura. «Un luogo – mi ha raccontato Massimo Fiocchi – dove manca tutto e dove si è costretti a sniffare colla per non sentire la fame e il freddo. Un posto in cui la musica – ha poi aggiunto – diventa un linguaggio universale».

Un’esperienza, quella dei due musicisti, intensa e travolgente. Certo ricca di storie di vita, di momenti, attimi, vissuti, che Massimo e Lucrezia non dimenticheranno mai. Un’esperienza che racconto perché, da sempre, apprezzo chi ha il coraggio di mettersi in gioco per gli altri. Di prendere e partire per andare ad aiutare chi ha meno di noi. Una proposta che, qualche tempo fa, qualcuno, Giovanni Mairati di Casa Alessia, ha fatto anche a me (direzione Ecuador), ma sino a che non vincerò la paura dell’aereo sarà difficile. Quanto avrei voluto accettare, ma la paura è stata più grande. Ma chissà mai, magari in futuro. Del resto con Massimo avrò qualcosa in comune, no? Non portiamo a caso il medesimo cognome (anche se per me è quello di mamma). E spesso mi si dice che non so stare ferma senza fare qualcosa, senza dare vita a qualche iniziativa come lui.

Comunque, tornando a Massimo e Lucrezia. I due musicisti hanno portato nella capitale dello Zambia, a Lusaka, un laboratorio di canto corale per bimbi e ragazzi dai 7 ai 15 anni.

Un’esperienza che li ha portati a vedere situazioni terribili, ma anche straordinarie. «Un mondo – spiega Fiocchi Malaspina – che abbiamo appena sfiorato, dove manca tutto, ma in cui, per questo, si condivide con gioia la voce, le doti atletiche, il tempo trascorso insieme, come anche la voglia, di imparare».


Ma com’è nata l’idea di andare in Africa e di portare un laboratorio di canto? «Da tempo – rileva il direttore d’orchestra novarese – con Lucrezia pensavamo a un progetto con i bambini di quei Paesi. Il contatto è stata “Amani for Africa”, associazione laica milanese, che abbiamo conosciuto con un video su YouTube, postato da Pablo Trincia de “Le Iene”. Nel filmato si parlava di un progetto in Kenya per recuperare i bimbi di strada di Nairobi. A quel punto abbiamo contattato l’associazione con l’idea del laboratorio. Ci hanno risposto quasi subito. Erano interessati e ci hanno invitati a un campo di incontro in Zambia, a Mthunzi, dove esiste un centro di Amani, parallelo a quello di Nairobi, che raccoglie alcuni dei moltissimi bambini e ragazzi di strada di Lusaka. Un centro legato a Koinonia, una comunità di laici cristiani, impegnati nel sociale, una realtà fondata da Renato “Kizito” Sesana, padre comboniano di Lecco. Un uomo che è un esempio per quanto fa e per quanto ha realizzato in molti anni in Kenya, Zambia e in Sudan».

Il centro punta a dare una vita alternativa a quei bimbi e a quei ragazzi che sono gli ultimi tra gli ultimi, contrastando l’analfabetismo e allontanandoli dalla strada. «Ci sono assistenti sociali – riprende Fiocchi – che sono ex ragazzi di strada, che hanno studiato, sono formati e passano giornate in giro per Lusaka, cercando gli “street children”. Recuperano quelli che sembrano disposti a voler cambiare vita, compatibilmente con le risorse disponibili, che dipendono in parte anche dal sostegno di “Amani”. Danno loro un’occasione importante, li fanno studiare e li portano sino all’università, che in Zambia è molto costosa. C’è chi, abituato alla vita di strada, difficilmente si recupera – spiega il direttore d’orchestra – ma ci sono anche molti ragazzi che hanno potuto vivere una vita migliore grazie al centro».

Fiocchi e Drei, oltre a tenere il laboratorio di canto corale, per cui bambini e ragazzi sono stati entusiasti e collaborativi, hanno accompagnato gli assistenti sociali in strada. «Un’esperienza – rilevano entrambi – molto dura e devastante. Capisci davvero quanto sono lontani l’Occidente e la sua ricchezza, lontanissimi. Sono ragazzi che vivono in un Paese con straordinarie bellezze naturali, che però non sono accessibili, per i costi, ai suoi abitanti. Sono accessibili solo ai ricchi occidentali. Eppure, nonostante questa povertà infinita, non perdono la gioia di vivere, di andare avanti: cantano, ballano, hanno piacere a stare insieme, fanno acrobazie, scherzano».

Ragazzi che, come sottolinea Drei, hanno una grande creatività, tanto da arrivare a creare strumenti musicali dal nulla. «Non sanno leggere la musica – aggiunge Fiocchi, che ha da poco registrato un video con il Coro di Voci Bianche del Regio di Parma per un film di Marco Bellocchio – ma suonano gli strumenti che hanno a disposizione. Siamo stati anche in altri centri gestiti da Amani e in un centro d’accoglienza, dove i ragazzi ci hanno accolti come ci conoscessero da sempre». Drei: «abbiamo cantato, danzato e giocato con bambini che hanno storie devastanti alle spalle, ma vivono il loro presente e si dedicano a progetti futuri con intensità ed energia, quelle che, spesso – rileva Lucrezia – nel nostro mondo, perdiamo tra un impegno e una preoccupazione».
Monica Curino

Accanto ai malati di Aids per aiutarli a ripartire. La ‘mission’ di Casa Shalom

In evidenza

A Ponzana sono stata spesso in questi 21 anni di lavoro (ho iniziato questa professione solo un anno prima che Casa Shalom, la struttura che nelle campagne novaresi segue i malati di Aids, aprisse). Sono stata in visita per le tradizionali feste dell’Associazione Amici di Casa Shalom, gruppo di volontari che aiuta nella gestione della casa don Dino Campiotti, cui si deve la nascita di questa splendida realtà della solidarietà, e per alcune ricorrenze, come gli anniversari. L’ultimo solo qualche settimana fa, quando sono stati celebrati i primi vent’anni della struttura, aperta nell’aprile del 2002, ma con una genesi che risale sino al 1996.

Le occasioni che ho più amato, però, e che mi hanno dato tanto, a livello emotivo e poi di parole da trascrivere sui giornali per cui ho lavorato, sono state le due volte in cui ho proprio conosciuto alcuni ragazzi, uomini e donne dalla vita difficile, ‘tribolata’ e con mille tentativi per riprendersi, e parlato con loro. Alcuni, in particolare quelli che ho intervistato la prima volta, per “Il periodico novarese”, nella calda estate del 2006, con in sottofondo la tv che raccontava i gol della nostra nazionale, che vincerà poi quei mondiali, purtroppo non ci sono più, altri sono riusciti a farcela e sono ripartiti con il piede giusto con la vita. A quei ragazzi mi ero affezionata, mi aveva colpito molto Cri (Cristina), uno scricciolo (assieme non facevamo credo neanche 80 chili), ma con una grande forza di volontà, perché voleva farcela, pur se sapeva che era tutto molto difficile, che era caduta troppe volte e che ogni volta rialzarsi, come mi aveva detto, era sempre più dura. La seconda volta è stata più recente, era il 2017, e quegli uomini e quelle donne, quei ‘ragazzi’ che un po’ avevano perso la strada, sono ancora qui e si sono ripresi.

L’ultima volta ho incontrato anche Claudia, poco più di 50 anni, che ha iniziato con gli stupefacenti a 13 anni, «per trasgressione», mi aveva raccontato. «Ho capito che era un problema quando aspettavo mia figlia, che ora ha 15 anni e che spesso viene a trovarmi. Vorrei vederla di più, avere una casa mia dove stare con lei.  La amo più di me stessa, è una brava ragazza. Quando l’ho avuta, ho smesso di farmi e ho cercato di crescerla, ma ho dovuto darla in affido. Qualcosa che mi ha spinto sino al farmi del male da sola – ha poi aggiunto – Vorrei anche recuperare il rapporto con mio figlio più grande, che da poco mi ha reso nonna. Ho l’Aids, ma a Ponzana sto bene». E con Claudia, Pietro, che non ha l’Aids, ma ben ha compreso il significato e quanto vuole portare avanti Casa Shalom.

«Se sono qua – mi aveva raccontato, tra un sorriso e l’altro – devo ringraziare don Dino Campiotti. Lui mi ha fatto uscire dal carcere, consentendomi di trascorrere a Ponzana i domiciliari. Ero disperato. Se non ci fosse stato don Dino, non sarei più qui. Quello che vorrei far capire a chi sta fuori è che dovrebbero venire nella casa a fare i volontari. Dovrebbero vedere quello che si vive qui. Ci sono un calore e una luce straordinaria. Si sta bene e ci si aiuta».

Per tutte queste ragioni, per questo cuore che si riempie ad ascoltare e raccogliere queste storie di vita, non ho voluto mancare in alcun modo alla festa per i vent’anni della Casa, dove, come al solito, il quadriportico della struttura, come la cappella di San Martino, la serra, tutto quanto si trova accanto a Casa Shalom, mi hanno subito fatto dimenticare ogni minima preoccupazione che potessi avere prima di arrivare a Ponzana. In questo spazio si respira serenità o, come dice la parola stessa ‘Shalom’, pace. Una tappa a Casa Shalom che, questa volta, ha avuto anche il merito di rinsaldare un’amicizia. Sì, perché sono andata a Ponzana in compagnia di un’amica che non vedevo da tempo, quella che, quando si è bambini, si definisce ‘migliore amica’ o ‘amica del cuore’. Gli anni e le vicissitudini della vita ci avevano allontanato un po’, ma questa tappa insieme nelle campagne novaresi ha avuto il merito, oltre a darmi un sacco di serenità, di rinsaldare quell’amicizia. E non solo. Ho anche ritrovato Pietro, che, ora, vive da solo, ma non ha dimenticato l’aiuto di Casa Shalom, e continua a recarsi a Ponzana per dare una mano ai volontari, per dare il suo contributo.

Comunque eccoci a Ponzana, dove, a fare gli onori di casa, con operatori, educatori e volontari, è don Campiotti, che, subito, ha voluto raccontare di chi non c’è più. Tra loro «Angelo, accolto dal dio dei drogati, espressione che gli era familiare e che aveva preso a prestito dal mitico Fabrizio De André; Cricri, che aveva scelto il paradiso nella grande piantagione di ciliegi in fiore sulla collina. E poi… Maria, l’africana, ossessionata dal desiderio di tornare a casa; Alberto, ‘il veggente cieco’, che si illuminava per avere riscoperto la bellezza della vita e ancora Sergio, finissimo animatore di piano-bar, che sognava un concerto in cielo con tutti i suoi compagni di strada». Uomini e donne che non ci sono più, ma che continuano a vivere tra chi, operatori e volontari, non smette di lottare per ricordare che l’Aids, nonostante il silenzio che sembra essere calato sulla patologia, è ancora tra noi. Ben presente. Ha cambiato le sue modalità, ma c’è ancora, le persone continuano a infettarsi.

Questo il messaggio che il fondatore ha voluto lanciare nell’importante anniversario, «il problema c’è ancora e troppi ragazzi sono morti per un silenzio colpevole che continua, purtroppo, anche oggi». Si parla ancora troppo poco di Aids: «In tanti, nelle tv e nelle radio, faticano a raccontarlo, a ricordare anche solo la Giornata Mondiale contro un problema che non tocca solo le regioni subsahariane, ma anche l’Italia. Non è sufficiente, tra l’altro – aggiunge don Campiotti – ricordarsene solo il primo di dicembre, Giornata Mondiale contro l’Aids. Abbiamo a che fare con un silenzio ostinato, che coinvolge anche educatori e adulti, cui occorre opporsi, perché serve avere consapevolezza che l’Hiv-Aids è ancora presente e ogni anno migliaia di persone si infettano senza rendersene conto. Non sono più tossicodipendenti o omosessuali come all’inizio. Ora, a infettarsi, sono per lo più eterosessuali, tra i 15 e i 30 anni. Occorre, quindi – conclude don Dino – intervenire, sensibilizzare, parlarne».

Nel pomeriggio anche la possibilità di visitare la Cappella di San Martino di Ponzana, presente negli spazi di Casa Shalom e che vanta al suo interno straordinari affreschi risalenti al XIV secolo. A fare da ‘cicerone’ proprio don Campiotti. Per l’occasione, tra l’altro, è stato stampato il volume “Ponzana e il suo S. Martino” (Edizioni Shalom), a
cura di don Campiotti e con interventi di don Paolo Milani, direttore dell’Archivio diocesano e di Giovanna Mastrotisi, responsabile della Novaria restauri, che si è occupata dell’intervento nella cappella. C’è stato poi spazio per l’associazione Amici di Shalom, che, nata nel 2003, conta 150 iscritti ed è guidata da Elsa Occhetta. Una trentina i volontari attivi in aiuto della Casa. Durante il pomeriggio sono state raccolte donazioni a favore delle attività del gruppo e chi ha voluto ha potuto iscriversi all’associazione.

La casa-alloggio Shalom è stata inaugurata il 6 aprile 2002 dall’allora vescovo, monsignor Renato Corti. Una storia che risale sino al 1996, quando la Diocesi e l’Istituto di sostentamento del Clero, ciascuno per la propria parte, hanno deciso di cedere in comodato d’uso gli edifici e l’area circostante l’attuale casa all’associazione Comunità Villa Segù, realtà che, all’epoca, a Olengo, già si occupava di persone con problemi di tossicodipendenza e altra realtà il cui motore era don Dino Campiotti. «Da allora – spiega il sacerdote – sono un centinaio le persone che sono passate nella casa, fruendo dell’ospitalità e delle cure per riprendere il cammino della vita. Molte non sono più tra noi, ma ci hanno insegnato a non fingere indifferenza, a continuare l’impegno per i malati e per sensibilizzare sull’Hiv/Aids».

La Casa è diventata uno strumento dove il sostegno alla terapia, l’attenzione ai problemi psicologici individuali e la prospettiva di una ‘ripartenza’ per la vita hanno costituito i pilastri del cammino comunitario e del progetto educativo. «Gli ospiti ci sono indicati dalle Asl piemontesi. C’è chi è riuscito a ripartire nella vita, chi a trovare un lavoro. Chi non c’è più». Ci sono tanti ragazzi al cimitero di Novara, a quello di Casalino. A disposizione ci sono una decina di camere singole con servizi. Nel 2006, accanto alla casa madre, è sorta Casa Betania, che accoglie ospiti speciali, ossia persone che, concluso il cammino di base, stanno preparandosi a un inserimento nella vita regolare.

Monica Curino

A Novara la “Casa di Modesta” ridona una vita a chi per anni ha vissuto ai margini, agli ‘invisibili’

C’è chi per lunghi anni ha avuto per tetto solo il soffitto di un treno. Chi ha vissuto nei prefabbricati senza anima dell’ex Tav, in via Alberto da Giussano. Tutte ‘abitazioni’ di fortuna e non certo vere e proprie case dove poter dare vita a progetti, dove poter cercare di rimettersi in pista nella vita, di riprendere una strada da poter percorrere con sicurezza e tranquillità.

Immagine di repertorio

Ora tre di queste persone ‘invisibili’, perché così risultano alla società, grazie alla Comunità di Sant’Egidio di Novara, ma anche alla loro volontà di riprendersi, di ripartire, vivono in una vera casa, di quelle dove chi è più fortunato è solito tornare ogni giorno per ritrovare affetti, serenità e riposo.

Foto di repertorio

Questa è “Casa di Modesta”, un appartamento che, a Sant’Antonio, a Novara, ospita tre persone che prima cercavano un riparo per la notte tra treni e luoghi abbandonati della città. Tre ‘invisibili’ e che, adesso, hanno una casa e stanno seguendo un percorso per reinserirsi nella società. «La Casa – spiega Stefano Taverna della Comunità di Sant’Egidio – prende il nome da Modesta, anziana senza dimora morta alla stazione Termini di Roma nel 1983 priva di soccorsi. Il personale dell’ambulanza si rifiutò di raccoglierla perché sporca. E nasce – aggiunge – da un sogno: aiutare quelle persone che incontriamo per strada o alla mensa a uscire dalla precarietà. Un alloggio dove sperimentare la condivisione».

Foto di repertorio

Marco, uno degli attuali ospiti, ha 60 anni e non viveva in una casa da un decennio. Prima di finire in strada aveva avuto anche un lavoro, si occupava di vendere le materie prime per i prodotti di pasticceria e gelateria. «Sono di Angera, nel Varesotto. Avevo una vita agiata, poi, con il divorzio sono nati i problemi – racconta – Ho iniziato anche a bere e, quando è capitato, non c’ero più con la testa. Ora non tocco alcool da 3 anni. All’inizio mi sono trasferito a Meina. Successivamente non sono più riuscito a pagare l’affitto e sono stato accolto in una comunità a Cerano, qui nel Novarese».

Marco però non riusciva a vedere un futuro per sé, vedeva tutto buio e tra mille difficoltà. «Dopo aver parlato con il responsabile, annunciando la mia scelta, ho deciso di lasciare la comunità – spiega – Sono così arrivato in stazione a Novara, dove ho appreso di un luogo abbandonato in cui trovare riparo e dove sono andato, fermandomi qualche giorno. Poi è giunto il prefabbricato alla Tav – era il periodo più duro del Covid – dove sono rimasto 4 mesi. Finito l’allarme più forte sono dovuto uscire, perché non avevo la residenza. E così ecco altri 8 mesi in un posto abbandonato. Devo ringraziare Stefano e gli assistenti sociali – continua – che mi hanno dato una mano nell’ottenere la residenza. Sono così potuto tornare alla Tav, dove ho trascorso altri 7 mesi, sino a che Stefano non ha trovato quest’alloggio. Ero un invisibile, senza documenti, e non potevo avere accesso a nulla, proprio a nessun servizio. E pensare che per lavoro sono stato anche sino in Africa, precisamente in Marocco, dove avevo aperto un ristorante con piano bar. Ad aiutarmi sono stati Sant’Egidio e il Sert. È stata una gioia poter di nuovo stare in una casa. Ora cerco un lavoro. Spero che qualcuno possa aiutarmi».

Da sinistra a destra Francesca Colajanni, Marco e Stefano Taverna (foto Alessandro Visconti)

Marco è grato a chi lo sta sostenendo e una volta a settimana aiuta alla Casa Simeone e Anna della Comunità, dove sono accolti alcuni anziani. «Mi sembra giusto farlo per chi mi ha tirato fuori dai problemi in cui ero finito. Per ripartire ci deve essere la volontà di uscire, altrimenti non si riesce. Io volevo farcela e pian piano ce la sto facendo. Ora almeno vivo in una casa».

Con Marco ci sono altri due ospiti, uno di poco più giovane e un settantenne che ha sempre vissuto in strada, dormendo sui treni. Insieme si sostengono e ciascuno ha il suo spazio. «Sono persone – aggiungono Taverna e Francesca Colajanni, altra volontaria di Sant’Egidio – con cui instauriamo amicizia e fiducia. Uomini invisibili, perché da una vita senza documenti e dimenticati dalla società. Insieme cerchiamo di costruire un circolo virtuoso e di restituire loro ‘visibilità’, quella visibilità che consente loro di poter accedere ai servizi, a disporre di una casa e di molto altro». Un’abitazione, la “Casa di Modesta”, con tanto di balcone e terrazzino e dove tutti e tre stanno riprendendo in mano la propria vita, dormendo in un vero e proprio letto e mangiando e cenando in una casa.

Monica Curino

Bullismo e cyberbullismo: “non voltatevi dall’altra parte”

In evidenza

LE PAROLE FANNO PIÙ MALE DELLE BOTTE

“Le parole fanno più male delle botte”. Una frase diretta, dura, ma quanto mai vera, lasciata scritta da Carolina Picchio, novarese e prima vittima di cyberbullismo in Italia. La giovane, nel gennaio del 2013, a soli 14 anni, dopo essersi vista umiliata in rete, in particolare sui social, in un video e in alcune immagini dove era priva di coscienza, non ha trovato altra via d’uscita che togliersi la vita. “Caro”, come la chiamavano gli amici e i famigliari, era una ragazzina allegra e altruista, ma i commenti postati sotto a quel video, anche da parte di persone che non conosceva, sono stati troppo forti da poterli superare. Un monito, quel “Le parole fanno più male delle botte”, come anche un altro messaggio, altrettanto forte, “Spero che adesso siate più sensibili sulle parole…”, che rappresentano il ‘testamento’ di ‘Caro’ e con le quali voglio prendere il via per questo nuovo articolo del blog.

Un approfondimento che doveva essere pubblicato a dicembre poco dopo aver seguito per L’Azione un evento e aver effettuato in precedenza una serie di interviste a tema bullismo e cyberbullismo per rendere il servizio su quell’appuntamento, la presentazione del libro “Un colpevole silenzio” dell’avvocato Daniela Missaglia, più ricco di dettagli e con una disamina che andasse anche oltre il volume. Un libro che, tra l’altro, racconta la storia di un ragazzino di soli 13 anni, Giovanni, che, vittima a scuola dei bulli, per paura, per vergogna, non ne riesce a parlare con nessuno, neppure con la mamma e con la nonna. Confida tutti i soprusi cui è sottoposto a un piccolo diario, che viene trovato solo dopo la sua morte. Sì, perché anche Giovanni, come ‘Caro’, a un certo punto non regge più quelle parole, quelle angherie, quei maltrattamenti cui viene sottoposto dai compagni di scuola, e decide di togliersi la vita. A ritrovarlo, nella casa che amava, la casa delle vacanze, la nonna. Un volume che ha un’incredibile potenza.

Se posso permettermi un consiglio è quello, per tutti, di leggerlo. Io l’ho fatto nel periodo di Natale e fa riflettere: è un pugno nello stomaco per tutti, forte e diretto, un gancio al volto. Un libro per chi è genitore, per educatori, per insegnanti, formatori, animatori, davvero per tutti coloro che si rapportano quotidianamente con i ragazzi. Ma anche per chi non è solito avere a che fare con loro, perché il bullismo è anche quello nei confronti di persone adulte, che si pensa spesso abbiano i giusti strumenti per reagire, ma, talora, anche per loro, non è così. Occorre concretamente capire il reale valore delle parole.

Ecco dicevo che questo articolo doveva essere scritto e ampliato rispetto a come lo avevo allestito per il giornale a dicembre, ma si sa che qui il tempo latita, il lavoro ti rincorre sempre. Ampliarlo perché la sera della presentazione del volume, oltre a uscire cose che avevo raccolto in anticipo, è emerso anche molto altro. Sensazioni, umori. E ancora di più sono emersi durante la lettura del volume.

GIORNATA CONTRO IL BULLISMO E RIFLESSIONE DA “UN COLPEVOLE SILENZIO”

L’articolo arriva ora, a distanza di pochi giorni dalla Giornata contro il bullismo e il cyberbullismo del 7 febbraio e la Giornata della sicurezza in rete, dell’8, due eventi che, ormai, si protraggono per una settimana, pur se l’attenzione sui due temi va tenuta alta tutto l’anno. Perché proprio le storie di Carolina e di Giovanni evidenziano con forza come il bullismo vada contrastato ogni giorno, senza mai tacere o guardare dall’altra parte. Il cyberbullismo, inoltre, evidenzia come strumenti come la rete o i social, nati per aiutarci, per facilitare il ritrovarsi, spesso si trasformino in vere e proprie trappole. Da cui è difficile uscire, da cui è difficile riprendersi.

E parto proprio dall’appello che maggiormente è emerso in quel pomeriggio nel salone dell’Arengo del Broletto per la presentazione del libro dell’avvocato Missaglia. «Non voltatevi dall’altra parte, non rimanete a guardare fermi e impassibili davanti a campanelli d’allarme, anche banali. Occorre agire, intervenire». Nel bullismo, come in altre situazioni, l’indifferenza e il silenzio uccidono. «La responsabilità è di tutti. Genitori, compagni di scuola, compagni di squadra, amici». Giovanni, nel libro, è rimasto solo e inascoltato. Relatrici, ospiti del Circolo dei lettori, l’autrice e il Questore di Novara, Rosanna Lavezzaro, moderate dalla criminologa novarese Marilena Guglielmetti.

Se le parole fanno più male delle botte come scriveva Carolina, il silenzio e il voltarsi dall’altra parte o far finta di non vedere lo fa ancora di più. Fa sentire soli, una solitudine difficile da contrastare. E non ha girato lo sguardo altrove, una giovane che ho potuto conoscere proprio nella fase di realizzazione di questo servizio (scritto prima che l’appuntamento si svolgesse, come spesso capita, giusto le fotografie sono state realizzate in diretta), Giada Siddi. Una ragazza di quinta dell’Omar che, dinanzi a qualcosa che non quadrava, non ha atteso un attimo e si è attivata. Giada, come altri ragazzi della scuola diretta da Francesco Ticozzi, fa parte del Gruppo Noi, che, nell’istituto, si occupa di far fronte a episodi di bullismo che si manifestino tra i ragazzi. Molto attive, nel contrasto al fenomeno, sono anche le associazioni del territorio.

IL CORAGGIO DI AGIRE

Giada è riuscita, segnalando quanto scoperto, a far chiudere alcune pagine Telegram dove molti giovani scambiavano materiale pornografico e pedopornografico. «Uno scambio – mi ha spiegato quando l’ho intervistata al telefono – condotto per insultare, deridere e vendere immagini che ritraggono ragazze e ragazzi incoscienti, talora minorenni, che, nella maggior parte dei casi, non sanno di essere vittime». La giovane si è accorta di questi gruppi da un post scorto su Instagram, dove vedeva apparire una serie di schermate con messaggi agghiaccianti che rimandavano poi a Telegram. «Un social, questo – ha proseguito la giovane – dove ci sono meno probabilità di essere rintracciati e per questo, credo, usato per tali scopi, per azioni che vanno contro la decenza, l’etica e l’onestà. Pagine con persone che non tengono in minimo conto le paure degli altri, calpestando ogni diritto di un individuo». Altri erano a conoscenza di queste pagine, «ma nessuno ha fatto nulla. Mi hanno detto: “tanto è così da anni”». Giada, invece, ha agito. Dapprima ha condiviso alcuni post, sempre su Instagram, per far riflettere sulla tematica, «post cui non ho avuto alcuna risposta, nessuna reazione, il silenzio più totale».

Successivamente, parlandone anche a scuola, si è rivolta agli enti preposti. «Non potevo non fare qualcosa. Come membro di Noi, cerco di fare la differenza. Ho contattato la Polizia postale – ha raccontato – che ha raccolto quanto avevo visto. Dopo un mese mi hanno avvisato della chiusura delle pagine incriminate. Per me è stata una grande gioia. E poi una sensazione di liberazione da un peso, che, pur non avendomi toccato in prima persona, sentivo sulle spalle». Giada ha riferito poi la bella notizia ai compagni del Gruppo Noi, la felicità di essere «riuscita a fare la differenza».

Giada, alla presentazione del volume al Broletto, cui il Gruppo Noi era stato invitato dal Questore, non ha potuto esserci, ma un altro studente del Noi, Matteo Bolognini, ha letto il racconto della sua esperienza, colpendo il pubblico presente.

Un problema, il bullismo e il cyberbullismo, che, come ha rimarcato Guglielmetti, «ha diverse angolature e necessita di un approccio multidisciplinare». «E’ uno dei pochissimi libri – ha poi aggiunto il Questore, riferendosi al volume al centro del pomeriggio – che, negli ultimi tempi, pur col poco tempo a disposizione, mi ha portato a una lettura compulsiva. Un volume profondo e che esamina bene il rapporto madre-figlio. Un libro che ben rende il fenomeno del bullismo. Avrei solo cambiato il titolo in “Colpevoli silenzi”. Spesso ci si chiede se si fa tutto quello che si può per i propri figli, oberati come siamo dal lavoro e dalle incombenze. Dovremmo chiedere più spesso ‘come stai?’, ‘ti posso aiutare?’, ‘c’è qualcosa che non va?’».

GLI STRUMENTI PER FRONTEGGIARE IL FENOMENO

Lavezzaro è quindi passata a parlare degli strumenti che ha a disposizione la Polizia per fronteggiare bullismo e cyberbullismo. «A occuparsi del fenomeno, che in città ha visto i gravi episodi di Tommaso nel 2009 e di Carolina nel 2013 – ha spiegato – è il nostro Ufficio minori, il cui responsabile è Roberto Musco, da sempre attento alla tematica».

Due i piani di intervento. In primis un’azione preventiva e di sensibilizzazione all’interno delle scuole. Incontri e progetti che portiamo avanti grazie alla sinergia di insegnanti e dirigenti scolastici, che, in questi anni, hanno mostrato un’attenzione sempre più alta al problema. È molto il lavoro che conduciamo negli istituti scolastici di tutta la provincia». La seconda azione è costituita da uno strumento messo a disposizione dalla legge 71/2017 sul cyberbullismo, di cui è stata promotrice e prima firmataria l’ex senatrice novarese, Elena Ferrara, «ed è l’ammonimento. Un provvedimento mutuato – ha rilevato Lavezzaro – dagli interventi contro lo stalking e la violenza di genere. Uno strumento che ha un fine educativo e che può essere richiesto anche dalla stessa vittima, anche al di sotto dei 14 anni. Non ha valore penale. Si cerca di far capire al bullo, ammonendolo oralmente, il disvalore dell’azione compiuta e come questa sua azione, questo suo atteggiamento, possa avere gravi, se non gravissime, conseguenze sulla vittima».

Uno strumento che, però, per ora, come il Questore ha sottolineato anche in un più recente intervento, in occasione della tappa novarese della campagna “Una vita da social” in piazza Duomo venerdì 11 febbraio, sembra essere poco conosciuto o, comunque, poco richiesto.

«Ho disposto sinora un ammonimento a marzo e un altro nel 2019 – ha proseguito all’Arengo il Questore – Davvero molto pochi, se si valuta la situazione del fenomeno, le storie di cui spesso veniamo a conoscenza». In cinque anni, da quando la legge nata dalla vicenda di Carolina è entrata in vigore, in tutta Italia, sono stati solo 72 quelli richiesti. «Sono pochissimi – ha ribadito venerdì scorso – Voi tutti almeno una volta – ha detto parlando ai ragazzi che hanno partecipato all’iniziativa – avete conosciuto episodi di bullismo ai danni di qualche amico. Eppure non è mai venuto fuori, nessuno ce l’ha mai detto. In Piemonte sono stati 14 gli ammonimenti in questi 5 anni in cui il provvedimento è attivo. Uno strumento importante, ma che, e la cosa mi dispiace molto, non viene utilizzato o è poco conosciuto».

Gli strumenti, dunque, ci sono. E lo ha rimarcato anche l’avvocato Missaglia. «Forse c’è poca conoscenza di questi importanti mezzi, pur con le numerose campagne di sensibilizzazione che vengono portate avanti. Probabilmente è per questo che, spinta anche da episodi che ho dovuto seguire per professione, mi sono messa a scrivere questo libro. Un volume che ho iniziato e concluso durante il lockdown. Centrale è la questione dell’ascolto – ha aggiunto – I ragazzi tendono a non denunciare. Temono che dalla denuncia possa derivare qualcosa di più grave, di peggiore, ma così non è. Anzi occorre intervenire il prima possibile. I ragazzini, i branchi di bulli, non sanno cosa sia un reato. Sono per questo molti gli aspetti del fenomeno da approfondire. Tra l’altro, durante la pandemia, la piaga del bullismo e del cyberbullismo è cresciuta, i casi sono aumentati. Spesso manca anche un’adeguata formazione da parte di chi lavora con i ragazzi. Occorre coinvolgere maggiormente gli adulti. Anche perché – ha poi sottolineato – quando il problema del bullismo o di quello in rete emergono spesso la tragedia è già avvenuta».

Come è capitato con Carolina e con lo stesso protagonista del libro di Missaglia, ispirato a una storia vera. «I ragazzini, a quell’età – ha ancora spiegato – pensano di poter fare quel che vogliono ed ecco l’importanza della responsabilità degli adulti, dei genitori». In “Un colpevole silenzio” l’avvocato tratta le questioni della ‘culpa in vigilando’ e della ‘culpa in educando’, che si riferiscono alla responsabilità dei soggetti che devono sorvegliare i minori. Nella storia di Giovanni del libro si registrano una catena incessante di errori incredibili, con nessuno che si accorge di quanto sta avvenendo, pur con alcuni segnali, nel rendimento scolastico (con Giovanni che a scuola era sempre andato bene) come anche nella sua eccessiva magrezza, nel suo sguardo triste, diverso dal solito. Nel suo non voler più andare agli allenamenti di nuoto.

IL LAVORO CON LE FAMIGLIE

«A volte è davvero difficile intervenire. Occorre intercettare le famiglie, che è ciò che noi tentiamo sempre di fare. A volte – ha ripreso Lavezzaro – c’è un vuoto assoluto. Si cerca di far cambiare quel ragazzo “difficile”, ma la strada è complicata, ricca di ostacoli. Quando affido un ragazzo problematico a qualcuno, per recuperarlo, per aiutarlo a superare, deve essere un qualcuno dotato di un importante carisma o il ragazzino non ne avrà alcun beneficio. Ecco l’importanza del ruolo degli educatori e delle loro capacità». Il Questore ha accennato a un giovanissimo, a un ‘bulletto’, per il quale, per calmarlo e farlo riflettere, era dovuta intervenire anche lei. «Era stato molto ‘strafottente’, ci sbeffeggiava – ha raccontato – Ricordo di avergli detto che, avesse continuato a quel modo, ci saremmo sicuramente ritrovati. E in effetti così è stato. È risultato qualche tempo dopo coinvolto in una rapina. Serve un adulto di riferimento e capace di farsi seguire, ascoltare».

A farle eco Missaglia: «spesso i bulli arrivano da situazioni critiche, da vissuti di violenza assistita, che sicuramente segnano profondamente una vita, ma non è sempre così. Quello che è certo è che, ormai, tutto viene vissuto come virtuale, come artefatto. Non si rendono conto del danno che producono alle vittime. Almeno il 35% dei ragazzi – ha poi aggiunto, fornendo un dato – soffrono, sono colpiti, dal fenomeno del cyberbullismo. E i i genitori, sui quali occorre intervenire, in taluni casi, sono difficili da coinvolgere e quasi assenti».

L’IMPORTANZA DI EDUCATORI AUTOREVOLI

Occorre agire, come ha rilevato il Questore, «con una manovra a tenaglia. Servono docenti preparati, autorevoli, in grado di farsi ascoltare e di essere da esempio, da pungolo per i ragazzi». Il Questore, per spiegare l’importanza di un educatore carismatico e autorevole, ha raccontato una sua esperienza: «mio figlio, iscritto a una scuola superiore salesiana, spesso mi chiedeva di cambiargli istituto, perché voleva andare più spesso a sciare con gli amici. ‘Qui, invece – mi diceva – devo sempre studiare tanto e non posso’. Non gli ho cambiato scuola. Quando è uscito dal liceo, un suo docente gli ha detto ‘bravo’, ma che, per le sue capacità, avrebbe potuto fare molto di più. Probabilmente quella frase ha fatto scattare in lui qualcosa di importante. E un mese e mezzo fa si è laureato con il massimo dei voti. Mi ha detto ‘meno male non mi hai cambiato scuola’ e poi ha voluto assolutamente, prima dei festeggiamenti in famiglia, andare a trovare quel prof, informandolo di come era andata. Evidentemente era riuscito a pungerlo nell’orgoglio, qualcosa di quanto gli aveva detto durante gli anni del liceo. Ecco i docenti autorevoli e con carisma. Occorre investire sulla classe degli insegnanti». Una frase, un appello, quest’ultimo, ribadito anche dalla direttrice del Circolo dei lettori e già docente, Paola Turchelli.

NOTE A MARGINE SUL LIBRO “UN COLPEVOLE SILENZIO”

«La storia di Giovanni, raccolta da un’amica – ha spiegato l’autrice – mi ha fatto venire i brividi. Una storia nella quale non si poteva tornare indietro. Occorre un cambio radicale. O stai zitto o fai qualcosa. I compagni di scuola, gli insegnanti, tutti avrebbero dovuto parlare». Nella prima parte del volume si scopre chi è Giovanni con il racconto di chi gli ha voluto bene. Nella seconda parte del libro si mescolano giustizia e dolore e i tre personaggi, la mamma e la nonna del giovane e il giornalista, chiamato a occuparsi di quanto accaduto a Giovanni, a leggere quel diario straziante, decidono di agire. «Dalla mia professione avevo raccolto pagine di ragazzi bullizzati, materiale che ho utilizzato in questa parte – ha proseguito Missaglia – rendendolo fruibile a tutti nella forma di romanzo, per far riflettere, per cercare di impedire che altri fatti analoghi si ripetano. Nella prima parte ci sono stralci di dialoghi tra la mamma e la nonna. La seconda parte punta a riaprire il caso, affinché non si valuti quel gesto come un suicidio punto e basta. Non per avere un risarcimento, si chiede giustizia per riflettere, per capire cosa possa essere accaduto e appunto impedire che riaccada. Io credo poco alle statistiche, che lasciano il tempo che trovano. Il problema c’è, esiste e c’è anche del sommerso. Occorre partire dalla prevenzione sui bulli. Facendo capire loro, ai bulli, che, oltre a essere cattivi, sono anche ignoranti. Un’indagine giudiziaria, quella presente nel libro, che non riguarda solo i bulli, ma che coinvolge tutti quelli che avrebbero potuto dire, educare, ascoltare e fare di più».
Monica Fiocchi Curino

Quello che l’Africa ci può insegnare. Lo racconta don Dante Carraro, sacerdote, medico e direttore dei Medici con l’Africa Cuamm

Oggi, dopo gli ultimi articoli dedicati a iniziative messe in campo dalle Forze di Polizia per affrontare temi importanti come il contrasto alla violenza di genere e diffondere la cultura della legalità tra bambini e ragazzi, cambio argomento e racconto di un incontro vissuto per lavoro qualche settimana fa. Un appuntamento per la presentazione di un libro sull’Africa. Un continente che mi affascina sin da quando ero ragazzina, perché, pur con le tante difficoltà che, innegabilmente, incontra e vive, ha saputo sempre reagire e andare avanti.

Sin da piccolina ho potuto conoscere uomini e donne con esperienze missionarie. Dalla ‘mia’ suor Miriam, pianzolina all’epoca attiva nella parrocchia di Sant’Agabio, tutt’ora missionaria in Mali, alla mia miglior amica che, quando non aveva più di 18-19 anni, decise di seguire proprio suor Miriam e vivere un’esperienza significativa in Africa. E, poi, negli anni, un altro sacerdote, intervistato a fine 2020, mentre aveva fatto rientro a Novara, don Valeriano Barbero. Senza dimenticare Giovanni Mairati, mio amico da anni e, ormai, per me, “Il signor Giò” del mio primo libro, “Il diario della Casa dei Girasoli”. Lui, con Casa Alessia, ha coinvolto tantissime persone, giovani e meno giovani, a partire per l’Africa, precisamente per il Burundi, ma anche per l’India e per l’Ecuador, in Sud America, per aiutare gli altri, in particolare i bambini.

Un aiuto, un sostegno, che stava anche per travolgere me. Sì, non nego, che un’esperienza di questo tipo, prima o poi vorrei viverla. Ma lotto con una grande paura, quella dell’aereo. E con un’altra: quella del distacco, della lontananza dalle persone che amo. Ho sempre il timore (sì, direi davvero assurdo) che, mentre sono via o mentre vivo qualcosa che nessuno mai si aspetterebbe da me e di davvero insolito, possa succedere qualcosa a mia madre, ai miei amici. Gliel’ho anche detto, in passato: «mi piacerebbe tanto, Giò, partire con voi per qualche bel progetto con i piccoli di qualche Paese lontano», ma poi…. cosa canta Mina? “Parole, parole, parole”. Sarebbe sufficiente accantonare un po’ di timori, un po’ di paure, ma mica è facile. E a bordo di un aereo ci sono anche stata. Ben due volte, ma, dopo l’ultima, forse perché prima di partire per il rientro a Novara c’è stato un forte temporale, mai più un aereo.

Dopo tutto questo preambolo forse è bene partire con la cronaca della presentazione del libro sull’Africa, che qualche settimana fa mi ha colpito. Il libro è “Quello che possiamo imparare dall’Africa. La salute come bene comune”. Autore è don Dante Carraro, sacerdote, medico e direttore di Medici con l’Africa Cuamm. Il volume è stato scritto con Paolo Di Paolo e, pubblicato da Laterza, è stato presentato in Vescovado.

Già dal suo esordio don Dante mi ha catturato, perché ha detto qualcosa sull’Africa che, come ho raccontato più sopra, ben rende ciò che io stessa penso sul continente africano. «Nessuno racconta di un’Africa che aiuta l’Africa. Sui giornali – ha riferito – appare solo la narrazione di un continente in difficoltà, quello dilaniato, in molti suoi Paesi, dalla guerra. Ma in Africa c’è molto di più». A dialogare col sacerdote, in un viaggio alla scoperta dell’Africa e di quanto ci può insegnare, Beatrice Buratti, Paolo Pescio e Flavio Bobbio, cooperanti Cuamm delle nostre zone.
«Come Cuamm – ha poi continuato don Carraro – in questo momento stiamo lavorando molto in Sud Sudan. E tanti medici arrivano ad aiutarci dall’Uganda. Questo testimonia la vitalità dell’Africa, dove molti giovani sono orgogliosi di dare una mano al proprio Paese».

Un pomeriggio nel quale don Carraro, Buratti, originaria di Biella e ostetrica all’ospedale Maggiore di Novara, e il marito Pescio di Vercelli, ingegnere per una multinazionale, moderati da Bobbio, hanno raccontato la propria esperienza. In avvio di incontro un filmato di presentazione del Cuamm, che, nato nel 1950, opera ora in 8 Paesi africani. «Il mio innamoramento dell’Africa – ha spiegato don Carraro – parte molti anni fa. Il mio primo viaggio è del 1995. Un’esperienza che mi ha lasciato stordito. Il Mozambico è straordinario, sempre nuovo, sempre affascinante. Dopo il Mozambico sono stato in Etiopia e in Uganda». Un continente in cui ogni giorno la differenza è quella tra la vita e la morte. Il sacerdote ha ricordato la prima volta che ha visto morire un bimbo. «Sembrava sorridesse. Era, invece – ha aggiunto – un irrigidimento dei muscoli del volto. È morto a causa del tetano. Ecco, se pensassimo a questo, capiremmo tante cose. Da noi ci si lamenta continuamente e disponiamo di ogni cura, per il tetano e per tante altre malattie. Così non accade in Africa. Eppure nessuno si lamenta, nessuno si piange addosso». L’Africa «ci insegna che il lamento non serve. Quello che va fatto è passare dal lamento al rammendo, a pensare a come uscirne, a come poter andare avanti. L’Africa a me ha insegnato a provare a trovare strade nuove per dare valore a quanto ci sembrava perduto. Non solo. Mi ha insegnato – ha ancora detto – a mettere alla prova tutti gli schemi fissi, compreso un certo delirio di onnipotenza occidentale. In Africa ho imparato come la frugalità non è un limite, ma può trasformarsi in un’opportunità per far leva più sull’intelligenza e lo studio che non, invece, sul denaro».

Buratti e Pescio, tra l’altro, si sono conosciuti grazie all’impegno nei rispettivi centri missionari e anche a loro l’Africa ha dato molto. «Ci siamo conosciuti e fidanzati grazie all’esperienza missionaria – ha spiegato Pescio – Dopo pochi giorni Beatrice mi ha annunciato che sarebbe partita per un anno in Angola. Certo rimasi sorpreso, ma sono esperienze in cui crediamo entrambi. È poi tornata e ci siamo sposati e, dopo, è nato nostro figlio Giacomo. Per noi l’Africa è tutto», tanto è vero che poi la coppia è tornata in Angola, precisamente a Chiulo, anche con il figlio.

«Volevamo restituire all’Africa quanto ci ha dato – ha aggiunto Buratti – Un continente dove la mia professione è fondamentale. In Italia è facile trovare un pediatra, un’ostetrica, non accade così in Africa, dove tutto è più difficile, dove manca tutto». Il Cuamm e i suoi tanti missionari fanno questo, mettono al centro la persona e si occupano dell’accesso alle cure per tutti, bambini come adulti.
Monica Curino