In questo lungo agosto – mai un mese estivo mi è sembrato così infinito, e pensare che ho vissuto una delle vacanze di maggior durata della mia vita, ben 10 giorni interi per ricaricare un po’ le pile e, soprattutto, anima e corpo – è come se ho voglia solo di scrivere.
Sì, che ne avrò da scrivere da lunedì 26 agosto, quando riaprirà i battenti il giornale per cui lavoro ormai da 23 anni. Ma il blog, come il terzo libro che sto portando avanti, sono una scrittura diversa. Riflessiva, introspettiva a volte, che fa del bene a me e che mi porta appunto a riflettere, pensare e scandagliare.

Questo sarà probabilmente l’articolo più lungo mai postato sul blog e dove racconto la mia professione, quella di giornalista, e come l’ho vissuta e la vivo da sempre. Sin da quel lontano gennaio del 2001, quando mi trovai catapultata in casa parrocchiale a Sant’Agabio, per scrivere e controllare le ‘bozze’ della pagina parrocchiale de L’Azione, quella che all’epoca si chiamava “La Campana”. E che poi mi ha portato dapprima in tv a VideoNovara e quindi a L’Azione centrale (dove sono tutt’ora), al Corriere di Novara sino al 2019, al Novara Oggi, a Radio Abc, ora Radio Onda, alla Prealpina, dove iniziai a occuparmi con forza di cronaca nera, e anche a Tele MonteRosa. Dal momento che sarà lungo, proverò a porre molte fotografie e a inserire una serie di capitoletti.

Per scriverlo prendo buona parte del testo con cui ho partecipato, nel 2021, a un volume voluto dalla mia direttrice al Corriere di Novara, Serena Fiocchi, “Cronaca mia”. Una serie di storie vere raccontate da 34 giornalisti in maniera meno da giornale e più da vera e propria esperienza. Insomma come si sono vissute storie raccolte, come è stato raccogliere le informazioni per un pezzo e quant’altro. Ecco, si parte.
Quando l’idea che da grande avrei fatto la giornalista sembrava prendere forma, dopo un iniziale lavoro in Università con il mio relatore della tesi, non mi sarei mai immaginata di finire in video. E questo pur se i giornalisti che più apprezzavo all’epoca erano, principalmente, giornalisti televisivi. Impensabile Monica in video, neppure per scommessa. Figurarsi: con quella timidezza che mi accompagnava da sempre. E che ancora mi accompagna. Un po’ meno, ma c’è. Mi sarei vista semplicemente in una redazione a scrivere, raccogliere notizie, anche uscendo e incontrando persone, portando a casa interviste, svolgendo approfondimenti, ma lontanissima da una telecamera. E invece, a parte l’avvio cartaceo, e all’epoca quasi casuale, per la pagina parrocchiale de L’Azione nel gennaio 2001, due giorni di lavoro concreto a Video Novara, nel luglio dello stesso anno, ed eccomi gettata, praticamente senza preavviso, a leggere il tg della sera. Era un lontanissimo luglio di 23 anni fa.

E l’indomani primo servizio con cameraman e primo stand up, ossia il pormi davanti alla telecamera e in pochi secondi presentare quello che stavamo seguendo. Con una voglia matta di scappare a casa o di mettermi semmai dall’altra parte della telecamera, a sostenerla, a imbracciarla. E questa non è stata la sola situazione anomala e impensata in cui mi sono imbattuta agli inizi di questo lavoro, che adoro e di cui credo non riuscirei mai a fare a meno. Ovviamente una professione da portare avanti con il rispetto del lettore e di chi si intervista e delle persone coinvolte in quanto, a volte, ci si trova a raccontare storie e vicende molto dure, tragiche e delicate.

Già era una rivoluzione andare in video a leggere notizie e lanciare servizi, ma non meno straordinario, per come immaginavo il mio lavoro, è stato il dover subito prendere in mano un settore particolarmente delicato come la cronaca nera: sparatorie, rapine, incidenti, sequestri di persone, omicidi. E, soprattutto, quanto ne conseguiva, con sentimenti, angosce da riuscire a raccontare senza ferire nessuno e rispettando il dolore, situazioni delicate a cui porre attenzione. E anche in questo caso andando contro a un’altra mia ‘debolezza’: un’altissima sensibilità. Che, spesso, mi porta, oltre a percepire più intensamente una parola o uno sguardo (a volte direi con delle vere e proprie paranoie), anche a valutare più del dovuto un termine da utilizzare, da scrivere.
I giornalisti sono ‘artigiani della parola’, che in ogni pezzo, dalla nera alla cultura, scelgono con cura i termini da impiegare, ma diciamo che, nella ‘nera’, è ancor più forte quest’attenzione. Lasciamo stare quando si devono raccontare fatti così crudi e che, in alcuni casi, riportano alla memoria situazioni vissute. Come può capitare a tutti.

Eppure è quanto è successo. Sino ad allora mi ero occupata di scuole del mio quartiere, di parrocchie e di iniziative promosse a S. Agabio. Ma al sabato di quella prima settimana in tv, ecco che la collega più esperta, quella che svolgeva questo lavoro già da diversi anni, mi lasciava un elenco, parlandomi di ‘giro cronaca’. Tradotto: una serie di telefonate da effettuare, da Polizia a Carabinieri, passando per tutte le Polizie stradali, i Vigili del fuoco e il 118. Obiettivo? Sapere se fosse successo qualcosa, qualche incidente, qualche episodio, da fornire poi nel tg successivo, o quello delle 14 o quello delle 19,30. Due le tornate da fare, almeno secondo le basi di allora, a mattino e a sera. Poi, negli anni a venire (perché quel settore diventò, in particolare con l’esperienza al quotidiano La Prealpina e al Corriere di Novara, la mia ‘specializzazione’), con maggior conoscenza di come funzionavano certi meccanismi, la tornata è stata posta anche a metà pomeriggio o alla sera ti trovavi a rincorrere la notizia per confezionare un servizio decente.

Ho iniziato come una studentessa disciplinata e, a un certo orario, ecco le telefonate e via via le crocette su quelle fatte, con accanto delle piccole note se per caso ci fosse stato qualcosa. Oppure le corse in regia se ci fosse stato qualcosa di grosso e da preparare subito.
In quei quasi due anni di tv, a dire il vero, non mi sono mai occupata di casi gravi. Credo solo rapine e qualche importante operazione delle Forze dell’Ordine illustrata nelle tradizionali conferenze stampa. Sì due casi si erano verificati, ma in uno, una lite con un giovane ucciso al Veglione di Capodanno in un paese dell’Est Sesia, ero lontana da Novara e mi sono dovuta occupare degli sviluppi al ritorno, senza viverla sul campo (i siti web non c’erano ancora o erano pochissimi, altrimenti avrei dovuto inserire il pezzo da Firenze). In un altro, invece, erano ormai i miei ultimi giorni in tv, anche in quell’episodio un omicidio, un cittadino albanese accoltellato in un parcheggio di corso della Vittoria nell’aprile 2003. E anche qui, mancando quel giorno diversi colleghi, ero riuscita ad andare a fare delle riprese quando tutto era ormai concluso. Avevo perso ciò per cui, negli anni futuri, con l’esperienza al quotidiano e anche al trisettimanale (poi tornato bisettimanale) e al suo sito web, avrei invece ogni volta, spesso con sentimenti alterni, vissuto. Ossia sul posto in pochi minuti e di fronte la scena del crimine con Forze dell’Ordine, magistrato di turno, medico legale, soccorsi, famigliari di eventuali vittime e spesso tanti curiosi. All’epoca, quindi, una ripresa della zona dove era accaduto il fatto e, poi, una telefonata in Questura per raccogliere qualche informazione e allestire il pezzo per il tg.

In poche settimane mi ero accorta che la ‘nera’, però, così, non era fatta bene. Non che si sviluppassero servizi con imprecisioni, ma spesso si giungeva dopo, si apprendevano le notizie dal giornale del giorno dopo e, quindi, si cercava di recuperare.
Per come la vivevo io, che ho sempre voluto fare bene, al limite della fobia, era qualcosa di grave (la tv deve essere immediatezza, come lo è ora un sito web, deve quindi uscire prima di un cartaceo) e mi domandavo come mai, pur avendo seguito alla lettera ogni numero di quell’elenco, non avessimo saputo qualcosa. Sembrava come aver vissuto, il giorno precedente, su un altro pianeta. Soprattutto quando era avvenuto qualcosa di eclatante. Gli incidenti, quelli sì, li avevamo sempre. A meno che accadessero a tg in onda. Ma altre cose, dalla rapina a situazioni più gravi, mancavano.
È stato in quel momento che ho scoperto termini come ‘ganci’ e ‘informatori’, ossia contatti non ufficiali, ma comunque appartenenti alle Forze dell’Ordine e non solo. Persone che, se hai con loro un buon rapporto e si fidano di come riporti e rispetti i fatti, ti segnalano in tempo reale fatti di cronaca che stanno accadendo. Dalla rapina del giorno sino a inchieste giudiziarie.

Ho iniziato così a farmi più furba e a cercare di costruirmi anch’io, nelle poche volte che uscivamo dalla tv per conferenze o qualche intervista, alcuni ganci. Ovviamente, poi, dovevi ottenere una conferma ufficiale. Ma, una volta che avevi anche una piccola informazione, era più facile farsi dire qualcosa. Spesso poi scattava anche una vera e propria partita a scacchi, a mosse, tra te e la Forza dell’Ordine ufficiale con cui parlavi. Ne ricordo tante, anche solo per un furto. Altre volte, invece, c’è stato il ricorrere a veri contorsionismi o al dover scrivere senza una conferma ufficiale, ma comunque riportando fatti di cui si era sicuri al 100%. Ovviamente usando i condizionali e le attenzioni del caso. E riuscendo a dare quello che in gergo giornalistico è un ‘buco’. Qualcosa che il ‘rivale’, gli altri giornali, non aveva.

Insomma, tornando ai tempi in cui per la prima volta mi sono avvicinata alla cronaca, non volevo più mancare una notizia. Volevo capire come mai a noi dicessero “Tutto tranquillo, non c’è nulla” e ad altri, non a tutti, giungessero tutte le notizie.
Una situazione che, come anticipato, era solo un’indicazione non di preferenze da parte delle Forze dell’Ordine, ma di colleghi che, con più esperienza, avevano contatti diversi da quelli ufficiali, e non si fermavano dinanzi a un semplice “non c’è nulla”. Soprattutto se avevano avuto qualche ‘soffiata’ da qualche gancio, carabiniere, poliziotto, avvocato o altro che fosse.
Così ho iniziato il mio completo immergermi nel giornalismo di nera. Ancor di più dopo aver chiuso il capitolo della tv, dove per la ‘cronaca’ ho seguito per lo più conferenze stampa e poco altro. In Tribunale non si andava (anzi mi era capitato di raccogliere qualcosa, chiamando un collega che già frequentava le aule di Palazzo Fossati) e i giri di cronaca sì davano frutto, ma non come mi è capitato poi dopo.
Ho continuato così con il mio impegno a L’azione, dove avevo iniziato, e, nel frattempo, è arrivata forse l’esperienza più importante della mia vita professionale di quel periodo, allora ancora come collaboratrice esterna. Quella del quotidiano in una testata storica del Varesotto e con una redazione a Verbania e corrispondenti da Novara, La Prealpina.
Era l’agosto del 2003 e, tra assenze legate alle ferie estive e altre necessità, ecco ritrovarmi ancora a dover scrivere di nera… Un’amica suora, negli anni successivi (tra Prealpina, OkNovara e Corriere di Novara la nera era diventata la mia quotidianità), è giunta anche a definirmi, anche in pubblico!, ‘la donna della nera’. Questo perché, quando mi chiamava, ero sempre alle prese con qualche brutto episodio di cronaca, impegnata a cercare conferme e a raccogliere voci, ma io non ho mai amato quest’espressione. Ricordo ancora l’avvocato che, a Palazzo Fossati, dinanzi a noi tre giornalisti di giudiziaria, faceva il verso dei corvacci. Mai e poi mai. Io no! Me ne occupavo, così aveva voluto il destino, ma la frase non mi piaceva, sapeva, ecco sì, di ‘corvaccio’, di qualcuno che attendeva il delitto, l’incidente. E questo non lo sono mai stata. Non ho mai voluto che accadesse qualcosa per poterne scrivere. Né mi sono mai annoiata se non capitavano situazioni gravi, pur se a volte succedeva che qualche capo ti chiedesse «ma qualche atto vandalico, qualche cassonetto bruciato?». Una richiesta a cui io, un po’ arrabbiata, ricordo che rispondevo: «se vuoi, scendo sotto casa e ne brucio tre!».

Okay che, per un certo periodo in gioventù, oltre al giornalismo, avevo pensato anche a voler diventare da grande un’agente di Polizia, ma, anche lo fossi diventata, non avrei mai voluto che accadessero fatti tragici, anche se sapevo certamente che avrebbe potuto esserci l’eventualità. Avrei voluto solo essere, come lo sono i nostri poliziotti (come pure i carabinieri), in aiuto alla gente. Per me, pur con l’assillo del giro cronaca, del chiamare i ganci, del cercare di non prendere buchi e al più di darli (che era poi sempre un merito), le pagine del giornale si potevano riempire con altre notizie, altrettanto forti, ma belle. Come pure di altre vicende, politiche, culturali, di costume. Non doveva servire per forza il ‘fattaccio’.
Comunque, pronti e via. Terzo giorno di lavoro al quotidiano, obiettivo fare bene e mai sbagliare neppure una virgola (sono così, purtroppo), ed ecco il brutto episodio di nera. Una vicenda nella quale ho anche ottenuto un dettaglio in più rispetto ad altri. Un grosso incidente tra Novara e Vercelli con due morti, due giovanissimi. Una notizia che, complici lunghe code sulla strada con tanto di segnalazioni in redazione e sul mio telefonino (quei due ganci che ero riuscita a costruirmi in tv) e un giro cronaca eseguito a pochi istanti dallo scontro, siamo riusciti a prendere in tempo. Raccogliendo tanto i nomi delle vittime quanto qualche altra informazione. Quel giorno, però, quel mio primo pezzo ‘tosto’ di cronaca per un quotidiano cartaceo e storico non è stato certo semplice da scrivere. E non per la fatica del dover recuperare i nomi, qualcosa di mai semplice e per cui, sovente, occorre chiamare numeri che mai avrei pensato in vita mia o, persino, passare in obitorio. Cosa, quest’ultima, che io ho sempre rifiutato di fare. L’ho sempre vista come una violenza nei confronti dei famigliari, pur se mai ho condannato chi lo fa. Il lavoro uno lo porta avanti come vuole: per me era qualcosa di troppo forte, che andava oltre il mio essere. La volta che la redazione me lo ha chiesto quasi in maniera obbligata, ricordo di aver fatto finta di andare, gironzolando all’esterno senza entrare. Il cuore andava a mille per quella mamma e quel papà che piangevano un ragazzo. Così avevo recuperato i nomi in altro modo, faticando di più, ma, per come la vivo io, rispettando un dolore.

No, non era stato difficile scriverlo per la ricerca dei nomi o dei dettagli, quelli li avevo raccolti più o meno tutti in un’oretta. Ma perché quella strada l’avevo percorsa per quasi 5 anni, due volte al giorno, recandomi alla mia Università. In un attimo mi sono giunte alla memoria le serate in cui rientravo con una fitta nebbia e gli incidenti che anche all’epoca, ancora non conscia completamente di cosa avrei voluto fare della mia vita, accadevano in quella zona.
Poi, una volta raccolte le età delle due vittime, il cuore si chiudeva di più, perché erano poco più che ventenni. E in un attimo, come avverrà tanti anni dopo (ormai professionista e da tempo a scrivere di nera, era metà dicembre del 2016, quando tre studentesse persero la vita in un incidente a Suno), il pensiero è andato a un compagno di classe mai dimenticato della mia quinta liceo. Anche lui scomparso in un incidente a pochi giorni dal Natale. Sono stati tanti i sentimenti e i ricordi che mi hanno attraversato la mente mentre scrivevo quel primo pezzo di nera, interrotti ogni tanto da qualche sms (eh sì c’erano gli short message service, altro che Whatsapp, e io ancora non li sapevo ben usare… se penso al rapporto di dopo coi telefonini….) che aggiornava sulla dinamica del sinistro.

Alla memoria subito quel lunedì a scuola con i professori che cercavano di sostenere noi ragazzini di 17-19 anni massimo, che ancora non credevamo all’accaduto, pur se il banco vuoto era lì in tutta la sua evidenza. E la domenica l’avevamo trascorsa attaccati a una cornetta del telefono a piangere tra noi. Mi sono ricordata la mamma e il papà, che, con altre due amiche e compagne di scuola, eravamo andate a trovare: un dolore indicibile e mai scomparso. Ho cercato così, come ho sempre poi cercato di fare, di fornire le informazioni più corrette, senza soffermarmi in dettagli inutili, in quei particolari raccapriccianti che mai ho amato leggere anche quando questa professione non era neppure nei miei sogni. Cercando di essere solo una narratrice del fatto, oggettiva, ma pur sempre con una forte dose di sensibilità.
Impossibile non mettere un po’ di se stessi quando si raccontano fatti che ti riportano alla memoria situazioni che hai vissuto. Un pezzo, quel giorno, che, a detta dei miei responsabili e dei lettori, ha poi reso l’accaduto senza indugiare in nessun dettaglio macabro e fornendo maggiori informazioni di altri pezzi che erano usciti su altre testate. Più difficile è stato il pezzo per il giorno successivo, quando andavano ricordati i due ragazzi, cercando chi li avesse conosciuti. Amici, compagni di università, compagni della squadra di calcio in cui uno dei due militava e, come spesso viene richiesto, i famigliari. Ecco questa è una cosa a cui mai sono riuscita a piegarmi o ad abituarmi e adattarmi. Mi sono sempre rifiutata (ovviamente al capo dicevo che li avevo cercati) di chiamare i genitori in situazioni di questo tipo. Sarò sbagliata io, ma mi sembrava, e sembra tutt’ora, una mancanza di rispetto, un indagare troppo in un dolore privato. Mi sollecitavano a farlo, che sarebbe andato tutto bene. “Hai un’attenzione e una delicatezza fuori dal normale, figurati se li offendi o li ferisci”, mi dicevano (speriamo sia vero…), ma io, comunque, non cedevo. Certo è capitato lo abbia fatto, ma solo quando la cronaca di nuovo mi ha coinvolto, toccandomi da vicino, come quando un’amica di infanzia, per un malore improvviso, è morta dopo essere andata a scegliere le bomboniere per il suo matrimonio. Il giorno stesso ne ha scritto un collega, perché tutto era successo in una zona che seguiva lui, il giorno dopo è toccato a me, perché l’amica abitava a Novara ed era cresciuta nel mio quartiere. E allora non potevo fare diversamente. Di lei potevo scrivere a occhi chiusi, anche se erano tanti anni che non ci vedevamo, ma le condoglianze alla sua nonna, alla sua mamma e al suo papà, proprio perché li conoscevo, non potevo non farle. E così eccomi ad alzare la cornetta e a farmi anche raccontare di Alessia. È capitato così forse altre due volte in vent’anni di lavoro e in un caso erano trascorse almeno due settimane. Altrimenti io sono sempre ‘transitata’ dai migliori amici, da qualche collega, da un cugino, da un compagno di squadra, ‘evitando’ accuratamente mamme e papà. Qualcosa, il bloccarsi dal chiamare un genitore, che, forse, per un cronista di nera, può sembrare una pecca, un difetto. Con il passare dei mesi e degli anni mi sono, invece, accorta che così non è.

È capitato che qualche genitore chiamasse successivamente in redazione per ringraziarci di come avessimo ricordato il figlio e del fatto di non averli chiamati, almeno nell’immediatezza. Certo si mette più tempo nel preparare un pezzo cercando amici, compagni di scuola di un tempo, fidanzati, ma i pezzi li ho poi sempre prodotti. E così è stato quel giorno. Tra l’altro senza le facilitazioni di oggi, che quasi tutti sono iscritti a un social e dove si possono trovare informazioni, passioni e molto altro su Facebook.
Quelli erano altri anni. Si andava di suole consumate, andando sul posto dell’incidente, e di schede telefoniche del cellulare da decine di euro altrettanto consumate anche in poche ore, cercando chi potesse raccontarti un po’ di quei due ragazzi. Il tutto con ritmi indiavolati, rimandando ogni altro aspetto della tua vita. Il giorno dopo il pezzo è risultato completo, pur evitando la chiamata ai parenti più stretti. Da allora ho sempre fatto così.
Questo il mio primo giorno di cronista di nera per una testata cartacea, tra l’altro per un quotidiano. Da allora di giorni così ne ho vissuti molti altri. Giorni da contorsionista, con impegni famigliari da far conciliare e pranzi e cene abbandonati con le corse su rapine, dirottamenti di bus (come è successo nel 2007), sequestri, operazioni anti-droga e omicidi. Ai ritmi, pur con comprensibili litigi con mia madre (che continua a lamentarsi, ma sbaglia lei), mi sono presto abituata (non sono mai stata una tanto ferma). Un po’ meno alla crudezza e all’atrocità di alcuni episodi che ho dovuto raccontare e che si sono intrecciati, a volte, a giornate già per me critiche.

Tra i primi episodi, quelli con contorsionismi e avventure quasi funamboliche, il cercare di arrivare a fare le riprese per un incidente stradale fortunatamente non grave. Un sinistro che aveva bloccato l’accesso a Novara (in questo caso ero ancora in tv). Quella strada l’ho raggiunta solo scalando una montagnetta, che ora non esiste più. Avevo abbandonato l’auto della tv sotto a un ponte e vai di ‘scalata’. Oppure la tentata rapina con spari e colluttazione tra Forze dell’Ordine e malviventi a un supermercato della mia zona, in un sabato sino ad allora tranquillo. Stavamo cenando ed ecco la segnalazione di due ganci e di qualche residente (sì ormai mi ero creata un bel giro di contatti di cui mi fidavo e che si fidavano di me). Mi sono affacciata al balcone e, vedendo le luci dei lampeggianti, ho abbandonato la bistecca che stavo addentando e sono corsa sul posto. Dove sono poi rimasta sino alle 23 circa, parlando con i Carabinieri e con alcuni dei ragazzi impegnati nella Giornata della Colletta Alimentare, presenti nel supermercato durante la tentata rapina. Senza contare le corse in auto con il titolare del sito con cui all’epoca collaboravo non appena appresa l’informazione del furto della salma di Mike Bongiorno dal cimitero di Dagnente. Lui guidava verso la località dell’Aronese e io al telefono, sballottolata qua e là nell’abitacolo per la velocità con cui andava, a raccogliere aggiornamenti e a cercare di metterli online con il cellulare.
Poi, una volta sul posto, a prepararsi in men che non si dica a fare uno stand up e a fronteggiare ancora la mia timidezza dopo anni che non ne facevo più uno (l’esperienza con OkNovara arriva ad almeno 10 anni da quella in tv). E poi, quando al piccolo cimitero erano arrivati altri colleghi e le tv nazionali, a fare a sportellate, io mingherlina, per raccogliere altre interviste.
Ricordo anche, pur se non con tutti i dettagli, perché se il quotidiano per cui ho lavorato ha chiuso la redazione di Verbania-Novara una dozzina di anni fa, gli anni che sono trascorsi sono tanti, alcune situazioni in cui quasi, perché le Forze dell’Ordine non si sbottonavano, mi sono messa a ‘indagare’ io. Per carità non volevo certo rubare il lavoro a professionisti che ho sempre stimato, ma dovevo portare a casa un risultato e scrivere un pezzo con tutte le informazioni corrette. Ed eccomi, per ottenere l’identità di una persona, al portone di una casa di corso Torino, dopo che una donna era stata trovata priva di vita a terra tra via Perazzi e via Santorre di Santarosa una domenica. Gli stessi Carabinieri non avevano potuto risalire rapidamente all’identità, perché la donna, deceduta per un improvviso infarto, era uscita di casa senza documenti. Aveva con sé solo un mazzo di chiavi. Non ricordo il dettaglio che mi ha portato alla zona dove alla fine la signora abitava, qualcosa che mi avevano certamente riferito i militari, che però appunto non fornivano il nome. So che non mi avevano indicato né il civico né che abitasse in corso Torino, ma lì mi ero trovata e una serie di elementi mi avevano fatto arrivare a dove abitava e a leggere un cognome sul citofono, che, pur se con la targhetta un po’ rovinata, aveva combaciato con altri elementi. In quel modo avevo saputo il nome.
Per raccontarvi meglio dovrei chiedere al mio ‘Guru’, un collega più grande di me e cui chiedo sempre consigli. La sera del giorno in cui era uscito l’articolo (il 2 gennaio di 12 anni fa) avevo cenato con lui, che, ascoltando il mio racconto, mi disse che avevo avuto grande intuito. Purtroppo non ricordo cosa fosse quel guizzo che mi aveva condotto all’androne di quella casa. Un episodio simile anche quando, in pochi giorni, a Novara, si era registrato il caso di una donna che ha ammesso di essere stata lei ad aver abbandonato qualche mese prima delle ossa umane nella chiesetta del cimitero, ossa che sarebbero appartenute a un suo parente e che lei pare avesse trafugato dal cimitero di Vercelli; pochi giorni dopo una donna si è tolta la vita in un canale della città. Una vicenda era seguita dalla Polizia, una dai Carabinieri.
I due nomi delle donne sembravano molto simili e qualcosa, non solo a me, non tornava. Ma per credo un paio di giorni le due vicende sono parse separate. Poi, a un tratto, ricordo di aver insistito con l’allora referente dell’Arma (tipo di averlo chiamato trenta volte in un giorno, no così mai, non l’ho mai fatto, ma 3-4 volte sì, ben distanziate le telefonate sia chiaro), che ha voluto fare un’ulteriore verifica ed ecco che le due donne erano in realtà una sola. Il giorno dopo eravamo stati poi i soli ad avere e a dare la notizia. E poi le corse e il rischio di perdersi in mezzo alle campagne, come quando, tutta trafelata perché ero in una conferenza stampa altrove, ossia in Provincia (beh la ‘nera’ quando succede è ovvio che ti veda immersa altrove, non puoi prepararti prima), mi sono messa sulla mia Fiestina per raggiungere un posto, tra Landiona e Arborio, dove era stata trovata un’auto bruciata con all’interno, purtroppo, un cadavere. E il mio capo di allora a farmi fretta per arrivare sul posto il prima possibile.
Ringrazio ancora oggi il mio padrino del battesimo, che, landionese doc, mi ha dato una mano a giungere sul posto. Altrimenti non c’era TomTom che potesse aiutare. Questi sono solo alcuni dei casi che rientrano in quelli vissuti correndo come una Formula Uno e con ‘avventure’ rocambolesche, ma non sono meno quelli che, molti dei quali sicuramente vissuti altrettanto di corsa, hanno anche visto emozioni contrastanti e un grande dolore nel dover raccontarli, come era stata la vicenda dei due ragazzi deceduti nell’incidente di quel mio primo giorno di nera al quotidiano o quello in cui ho dovuto ricordare un’amica dei tempi dei miei 14 anni.

Ne ho in mente tanti. A partire da un omicidio-suicidio di due anziani avvenuto nel mio quartiere, nel palazzo dove all’epoca abitavano persone che conoscevo e occasione in cui nella notte, strano per me, continuavo a rigirarmi nel letto, come quasi a presagire che fosse accaduto qualcosa. Un giorno quello, tra l’altro, in cui la nera aveva movimentato molto Novara, perché qualcos’altro di grave era accaduto, negli stessi istanti, a Galliate.
A occuparmi della vicenda nel capoluogo io, a Galliate un’altra collega. Non è stato facile parlare di quanto accaduto, un dramma della solitudine, del dolore, che meritava delicatezza e rispetto. Certo mi ha fatto effetto, giungendo lì, la gente che mi salutava. Ammetto che preferisco arrivare nei luoghi in cui avvengono situazioni così tristi da perfetta sconosciuta, come se nessuno mi conoscesse, a parte (altrimenti mi caccerebbero) le Forze dell’Ordine. Me ne sto sempre in disparte. Orecchie alzate, occhi sull’attenti, ma senza intralciare il lavoro di chi indaga (intervengo giusto quando li vedo mollare un istante ciò che stanno svolgendo) o mancare di rispetto al dolore dei famigliari. Però era il mio quartiere e, per molti, ‘ero la giornalista, quella che era stata in tv’ (ancora oggi, quando lo dicono, mi fa strano, mi fa effetto. Ma anche quando qualche amico mi presenta come ‘la giornalista’. Io voglio essere solo Monica) e così, quel giorno, al mio nome, si è voltato anche il responsabile della Scientifica.
È stato in quest’occasione che mi sono accorta di come, spesso, mi ponga troppi problemi, di come soppesi ogni minima parola, ogni virgola. Anche quando il pezzo è stato ben valutato ed è stato rispettato tutto. Qualcosa che, tra l’altro, da molti è visto positivamente. Penso anch’io così, ma vi assicuro che, quando mi metto, diventa qualcosa di molto negativo: con paranoie che durano giorni. Quel giorno quasi volevo dire al mio capo che non avrei voluto più fare la nera. Ma corri di qua corri di là e con i ganci che ti eri creata che ti chiamavano un giorno sì e un giorno sì, ormai era la mia vita. Certo ho dovuto cercare di farmi una bella corazza.
Credo che tra i dolori più assurdi o tra gli episodi che più mi hanno colpito, a volte anche per dettagli che esulano dalla cronaca, ci siano l’omicidio di Gisella, morta in strada in un corso Cavour pieno di gente in giro in una calda giornata estiva, era il 2016, e la morte di Carolina. Vicende e pezzi in cui ho messo una buona parte delle mie paure, dei miei timori a non urtare dolori e sensibilità, a non sembrare quello che, spesso, la gente pensa dei giornalisti, ossia che cerchino il dettaglio ‘sfizioso’, il macabro. Non sono perfetta e certo faccio errori anch’io, eccome se ne faccio, ma queste cose non le ho mai fornite: andrebbe contro quello che sono. Ho proprio un’allergia anche per termini come ‘spappolato’, che credo e spero di non aver mai usato nella mia vita giornalistica, ‘mattatoio’ o, ad esempio, ‘decapitato’ o ‘quasi decapitato’. L’omicidio di Gisella, pur se siano già passati quasi 10 anni, lo ricordo ancora molto bene, perché, per un caso fortuito (quella volta sì, altre volte eravamo arrivati prima grazie a ganci ‘coltivati’ negli anni), lo abbiamo appreso in pochi istanti, pur se io, con ben due telefonate rivelatrici, ancora stentavo a credere a qualcosa del genere in pieno centro.
Ero alle prese con un pezzo su un funerale che avevo seguito al mattino e ci stavo mettendo molto, perché era il saluto a una persona cui tenevo particolarmente, che conoscevo da sempre, padre di due miei amici, nonché compagni di scuola. A un tratto, proprio il figlio di questa persona mi ha chiamato, dicendomi: “Moni, non ne sono sicuro, ma qui in corso Cavour è successo qualcosa, c’è un telo steso e tanta Polizia”. Io, pensando fosse ancora scosso, ho titubato un po’ e ho continuato, ma solo per pochi istanti, a scrivere il pezzo sul suo papà.
Non era trascorso neppure un minuto che ecco il trillo di un collega del settimanale dove ho iniziato e dove lavoro tutt’ora, che mai ha seguito la cronaca: “Guarda che qui c’è qualcosa, credo una persona a terra e coperta da un telo”. Non potevo in quel momento muovermi o sarei già stata trafelata in direzione corso Cavour. Ho quindi allertato la redazione che qualcosa di grosso era avvenuto in centro. Nel frattempo ho contattato i miei ganci di allora, ma, niente, negavano fosse accaduto qualcosa. Anche il mio capo-servizio ha cercato altri ganci, quelli del giornale, e pure il fotografo che ne sapeva sempre tante, ma neppure loro sapevano.
I ganci avranno semplicemente negato perché era ancora troppo presto, il fotografo davvero non lo sapeva e si trovava altrove. Ancora 10 minuti e, Facebook purtroppo già c’era, ecco i primi post di gente allarmata e che domandava cosa fosse accaduto. A volte, con queste condivisioni, si creano solo allarmismi sul nulla: in quel caso purtroppo non è stato così. Io dovevo finire l’articolo sul funerale, così ci è andato il mio indimenticato capo, Paolo. A me è toccato l’inserimento di quanto accaduto sul sito, una breaking news come veniva definita all’epoca e ancora a tratti oggi. Nelle uscite sul cartaceo, poi, abbiamo alternato approfondimenti e articoli io e Paolo e poi a me il compito di seguire l’intero percorso giudiziario in Tribunale. Un delitto che, come ho avuto poi modo di raccontare poco meno di un anno dopo, ‘subdolamente’ chiamata sul palco di un evento contro la violenza sulle donne da colei che mi ha poi coinvolto nel libro in cui è apparsa questa mia riflessione sul giornalismo, mi ha colpito molto.

Non che gli altri delitti seguiti li abbia vissuti con meno partecipazione o con meno intensità e contenta di scriverli. Tutt’altro. Ma qui si parla di una donna, una giovane, uccisa per mano (così han confermato i tre gradi di giudizio) di colui che pensava di amare e con il quale aveva deciso di vivere. Una giovane con qualche difficoltà, ma legata alla vita e con cui, ho scoperto successivamente, avevamo amiche in comune. Una donna, una mamma, con un figlio adolescente e due più piccoli e due genitori che la amavano. Morta così, sola, sull’asfalto caldo di un corso cittadino in un orario pieno di gente fuori per lo shopping. Uscita già ferita dalla sua casa, probabilmente pensando di cercare aiuto in strada. A rendermi ancora più vicino a lei, poi, un elemento non importante nello scrivere un articolo, ma che sono comunque venuta a conoscere. Eravamo nate lo stesso giorno di fine novembre: di differenza solo un anno, io sono più grande di lei di 12 mesi esatti.
Quel giorno, tra il funerale di Ennio da raccontare (con ricordi che affioravano continuamente; lui che mi dava sempre materiale per raccontare storie positive) e gli aggiornamenti sul sito dell’omicidio, credo sia stato uno dei più difficili di tutto il mio percorso giornalistico. Non per i dettagli da raccogliere. Ormai non erano più i tempi della tv; ganci ne avevo e, dopo il primo diniego, la Polizia aveva confermato l’accaduto, fornendo altri dettagli per scrivere online e per la carta. Ma appunto per le emozioni che si erano susseguite e per i tanti pensieri che, riportando di situazioni così drammatiche, non possono che venirti in mente, immedesimandoti in un’amica, in una sorella, in una mamma, in un papà, in un fratello.
Senza contare che, con i social ormai onnipresenti, era un continuo alternarsi di commenti, a volte con qualche elemento che poteva spingerti a indagare quell’aspetto, la maggior parte delle volte anche assurdi, su Facebook. Non condanno i social, anche se non li apprezzo molto e, spesso, diventano una ‘droga’. A me è capitato, ora un po’ meno. Sono iscritta, ma perché, a volte, per lavoro, sono utili, a volte eh. Come la volta che qualcuno aveva scritto di una ‘presunta’ rapina in una farmacia, se non erro a Pernate, e, cercando subito la fonte ufficiale e qualche gancio, per capire quanto ci fosse di vero, siamo riusciti a inserirla sul sito prima di altre testate. E poi, quel pomeriggio, le chiamate di colleghi e amici, che ti scrivevano per saperne di più o per dirti che conoscevano la donna. Se fai la reporter, devi sapere che gli amici, ma anche semplici conoscenti, qualsiasi cosa vedano o sentano di strano, ti chiameranno per avere informazioni in anteprima. E devo dire che è anche capitato che, qualche volta, mi facessero arrivare prima ad alcune situazioni, segnalandomi magari cose che, dette così, sembravano non avere nulla di particolare, ma che poi, debitamente sondate, hanno portato a scoprire alcuni arresti ancor prima che la notizia ti venisse fornita nel giro di cronaca. O che fosse al centro, la mattina successiva, come era capitato ai tempi de La Prealpina, di una conferenza stampa in Questura.
Una storia, quella di Gisella, che, come ho detto, ho poi seguito per intero nel suo iter in Tribunale, conoscendo i genitori e il figlio adolescente della donna. E anche nelle aule di Palazzo Fossati i sentimenti provati non sono certo facili da raccontare. Occorre rimanere impassibili dinanzi ad accadimenti, a frasi che si ascoltano, a episodi che avvengono nei corridoi, incontri tra vittime e imputati, ed è dura. Impassibili o distaccati con un genitore, con un figlio, non si può essere in alcun modo. Almeno io non riesco. E come me altri colleghi. Ricordo ancora uno dei primi processi delicati seguiti, la mia prima Corte d’Assise, la morte della piccola Matilda a Roasio. In quell’occasione, in aula (per Gisella il compagno scelse di essere giudicato con rito abbreviato, quindi solo davanti a giudice e pubblico ministero), abbiamo ascoltato dettagli molto forti, a partire dai danni riportati dalla piccola a seguito di un calcio alla schiena. Difficile non rimanere colpiti e non osservare gli atteggiamenti, le parole, della mamma della bimba, che, in quel processo, era sul banco degli imputati. Era considerata lei l’omicida della piccola Mati. Ricordo che pensai più volte a chi potesse essere stato. Se lei (che è stata poi assolta in tutti i gradi) o l’altra sola persona presente quel giorno nell’abitazione dove Matilda morì, ossia il compagno della donna. Anche in questo caso c’è stata l’assoluzione, un delitto rimasto, dopo anni, senza colpevoli. Quando è stata letta la sentenza una persona che conoscevo di vista, e che era tra il pubblico, ha interpretato un mio gesto fatto al fotografo come un’esultanza per l’assoluzione. Sono rimasta malissimo. Non posso negare che qualche idea me l’ero fatta, che, per mie situazioni vissute, tendo a stare dalla parte delle madri (ma so anche valutare bene le cose), ma in quel momento non c’era certo un’esultanza. Da allora quasi non respiro alla lettura di una sentenza così delicata e, se devo dare un’indicazione al fotografo, mi faccio capire con gli occhi, così da non essere poi giudicata come quella che parteggia.

Tra le altre storie che mi hanno lasciato fatica e tanti timori nel raccontarlo c’è la vicenda di ‘Caro’, Carolina Picchio, la giovane che, il 5 gennaio 2013, vittima di cyberbullismo, ha deciso di togliersi la vita, gettandosi dalla finestra della sua casa. La notizia ha iniziato a diffondersi quando io ero già in giro per il mio quartiere. Era un giorno pre-festivo, un sabato, ma i miei ‘co-quartierini’ mi avevano già chiamato per il ‘solito’ incidente all’incrocio tra via Pigafetta e via Wild. Ero lì, quando dal cellulare mi è giunto un primo dispaccio di qualcosa di ben più grave accaduto sempre nel mio quartiere, solo qualche isolato più in là. Innegabile che ho lasciato tutto a metà, non dicendo nulla, o poco, ai residenti che erano lì per raccontarmi della pericolosità dell’incrocio e quant’altro.
Inizialmente, le cose non erano ancora emerse in tutta la loro tragicità, ancora non era affiorato che dietro questa scelta così drastica di una 14enne ci fosse una gogna mediatica, il cyber-bullismo. Ricordo lunghe chiamate con chi era di turno in redazione per capire se scriverne (era un suicidio) e se sì, come, con o senza nome e tanti altri dettagli che ci si pone, visto la minore età. Una giornata terminata a notte. Per la prima volta avevo conosciuto un nuovo social, Twitter, a cui non mi sarei mai iscritta se non avessi dovuto cercare alcuni tweet con al centro “Caro”. Un social di cui faticavo a capire qualcosa e dove ho passato tutta la giornata di sabato e poi parte della domenica, quando poi mi sono dedicata alla scrittura del pezzo, a dar conto di quanto fosse successo.
I contorni del bullismo, di un gesto determinato da una forte vergogna provata da Carolina per come l’avevano derisa sui social, postando sue foto e suoi video intimi, emerse in breve tempo. E così si pensa a come a volte strumenti che sembrano nati per aiutarci, per essere utili, come i social o la stessa rete, si trasformino in trappole, in strumenti che potenziano e deflagrano una presa in giro, un’offesa. Caro si era sentita in trappola e non aveva trovato altra soluzione che quel gesto disperato. Ho pensato ai suoi genitori, ai suoi amici, a me da ragazzina, a come avrei reagito dinanzi a qualcosa di così potente e più forte di me. I bulli c’erano anche all’epoca, per fortuna non c’erano i social. Ma ai miei tempi ci si fermava a uno zaino lanciato in un cortile di uno stabile accanto alla scuola, alle offese per il tuo essere non proprio Claudia Schiffer o ai tuoi chili in più. Eh sì, non sono sempre stata la ragazza mingherlina di ora, i primi due anni del liceo furono un po’ faticosi. E pensai subito a come le parole, spesso, magari dette senza intenzione di ferire o di determinare chissà cosa nella testa di un giovane, ma anche in quella di un adulto, un po’ più sensibile o in quel momento particolarmente debole, facciano più disastri di un’arma. La stessa Caro ha lasciato scritto “le parole fanno più male delle botte”. Se devo ricostruire la ragione del perché io, passando dalla seconda alla terza liceo, ero passata da circa 52 chili a 38 scarsi, il ricordo va a una battuta detta da una compagna di classe durante un’occupazione. Oggi, a così tanti anni da allora, credo che quel “ma che sedere hai” abbia creato in me un cortocircuito, che mi ha portato all’epoca a misurare tutto quanto mangiassi, anche le bevande, a fare sport non appena avessi finito di mangiare, palleggi, flessioni e quant’altro, a bandire anche i salatini dai miei cibi (di dolci non sono mai stata golosa).
Ecco le parole sì possono anche ferire. È questa la ragione per cui, in ogni articolo delicato (a volte anche in articoli di argomento frivolo o di settori che delicati non sembrano, dalla cronaca di un consiglio comunale a quella di una manifestazione) mi pongo trecento milioni di remore, di freni, di timori. Noi giornalisti dobbiamo stare attenti alle parole che utilizziamo, a ciò che scriviamo, che poi è il nostro strumento di lavoro. Non per evitare querele (quelle capita, so da colleghi a cui è successo, arrivino anche quando scrivi il giusto), ma per il rispetto della persona. Sinora mi è sempre stato detto che nei miei pezzi è sempre emerso grande cuore e mai una mancanza di tatto. Visto le ore che ci metto a scrivere alcuni di questi articoli (chissà come facevo quando lavoravo al quotidiano…), me lo auguro tanto.
A volte, come ho raccontato poco sopra, capita anche che non metta dettagli o curiosità che magari, se lo racconti a un collega o anche a un tuo amico, dicono “accipicchia e perché non l’hai scritta questa cosa?”. Sempre per quanto detto sopra, il rispetto. Per spiegare dovrei raccontare un’altra vicenda di cronaca seguita. Ci provo, senza entrare troppo nel dettaglio, anche se forse è facile arrivare a capire di cosa racconti. Mi è capitato di dover correre un sabato di qualche anno fa, appena lasciate giù le borse della spesa, su un omicidio in una zona periferica della città. Un giovane aveva ucciso il patrigno. Per lui, successivamente, l’accusa sarà di omicidio preterintenzionale e sarà condannato a 6 anni. Quel pomeriggio, tra il caldo e le corse, mi sembrava che in quella strada ci fosse qualcosa di strano o indicasse a me qualcosa, ma non capivo cosa. Qualcosa di strano, come qualcosa di già vissuto. L’ho compreso solo in serata, dopo essere stata ore insieme al collega de La Stampa e a una giovane collega allora del Novara Oggi ad ascoltare vicini di casa, a racimolare qualcosa dagli agenti della Questura intervenuti sul posto e dopo aver scritto un primo lancio per il sito e poi il pezzo più dettagliato. Un messaggio inatteso, che mi chiedeva se l’alloggio dove era accaduto il fatto fosse a un determinato piano e se a destra o a sinistra, mi ha fatto ricollegare tutto.
Ho chiesto conferma a chi mi stava scrivendo e, in un baleno, sono tornata indietro di decine e decine di anni. In quell’appartamento era già successo un delitto, io ero bambina, e aveva riguardato da vicino una persona che poi, nella mia vita, è diventata fondamentale, essendo tra i miei migliori amici. La curiosità era forte, direbbe qualcuno, ma non ho scritto questa cosa in alcun modo nel mio articolo. Certo c’era il timore che qualcun altro lo riportasse. Calcolando però che il collega di più lunga esperienza che era lì con me era mio coetaneo e che l’altra era ancor più giovane di noi due, mi sono detta che non c’era pericolo che qualcuno riportasse alla luce qualcosa di trent’anni prima. E certo non l’avrei fatto io, rinfrescando dolori a persone a me care (che già l’aver letto la notizia l’aveva comunque fatto). L’avrei fatto anche l’accaduto non avesse coinvolto persone a me conosciute. Sono sbagliata? Non lo so. Non posso neppure dire che dormo serena, perché sono la campionessa del mondo del pensa e ripensa.
La donna del “ma forse era meglio scrivessi così, forse era meglio scrivessi colà” e del far “impazzire” amici non del lavoro e amici del lavoro. Ma, ad ascoltare un po’ tutti, non son mai caduta nel sensazionalismo, nella notizia data alla ricerca di click o di lettori e ho sempre messo quella sensibilità che, nella vita, ho sempre un po’ odiato. Qualcosa che mi è capitato di raccogliere anche tra i lettori e questo, devo dire, che mi ha fatto piacere.
Ora meglio che chiuda il racconto, forse. Di vicende difficili da raccontare o che mi hanno portato a mille riflessioni, come anche a tanti percorsi per ottenere le giuste notizie da riportare ai lettori, ce ne sono state tantissime. Come non dimenticare la morte di Simona Melchionda, scomparsa da casa e poi ritrovata dopo settimane priva di vita, uccisa da chi non avresti mai pensato, un carabiniere (il suo ex). Una persona che dovrebbe difenderti e non certo ingannarti con un appuntamento e portarti nei pressi di un cimitero e qui ucciderti, gettandoti poi nelle acque del Ticino.
E poi un’altra storia. Una vicenda accaduta a pochi passi da casa, pur se quel giorno fossi in redazione in centro, perché era un giovedì, giorno di chiusura del giornale. L’omicidio del piccolo Leonardo. Che qualcosa fosse accaduto l’avevo intuito dalla tarda mattinata di quel 23 maggio di un po’ di anni fa da alcuni messaggi che mi erano giunti da amici. Ma non si comprendeva cosa ci fosse di vero e non si parlava di un bambino. Non ero tra l’altro riuscita a chiamare qualcuno per approfondire. Poi, a metà pomeriggio, la segnalazione del 118 che riportava di un bambino di neppure due anni soccorso in un’abitazione di Novara e giunto morto in ospedale. Stavo chiudendo alcune pagine e scrivendo uno degli ultimi pezzi e non ho potuto non bloccarmi dinanzi a quanto leggevo sul cellulare. Ho scritto velocemente la notizia per il sito e, con i colleghi, ho cercato di trovare uno spazio per inserire l’accaduto, pur col poco che ancora si sapeva, anche sul cartaceo dell’indomani. A giornale quasi chiuso e certa che non fossero uscite notizie circa le ragioni che avevano portato al decesso di Leo, ho iniziato una chiacchierata con un gancio, partita proprio dalla notizia del bimbo. Ricordo ancora quanto mi ha detto: “è successo praticamente a casa tua”. Subito ho capito che non voleva intendere nel mio condominio, ma comunque nel mio quartiere. In pochi istanti ho scoperto come tutto fosse accaduto sul corso dove abitavo. Al che ho insistito affinché mi dicesse il civico. Non l’avrei scritto, la pagina era ormai andata e sul sito non volevo in quel momento fare ulteriori aggiornamenti. Ma non so, forse avevo un presentimento. Appena me l’ha detto, mi sono vista lì. Un condominio che, tra gli 8 e credo i 16-17 anni, ho frequentato ogni giorno, perché lì abitava una delle mie migliori amiche con i suoi nonni. E in qualche modo l’amica passava ancora di lì. Non nego che l’ho subito chiamata. Era frastornata, spaventata e chiedeva a me se sapessi qualcosa di più. Il gancio mi aveva lasciato intendere quello che poi era emerso tra venerdì e sabato con la conferenza stampa in Procura, ossia che il bimbo era stato picchiato, ma ovviamente era presto, non si poteva dire. Era solo, in quel momento, un’ipotesi e neppure da scrivere in un articolo. Ecco quel fatto mi ha molto toccato, il condominio dei giochi da bambina con case delle Barbie distrutte e con i pezzi usati come spade a imitare Lady Oscar, il mio quartiere, già troppo spesso bistrattato ingiustamente; la mia amica, un bimbo piccolo.
Molti che passavano in zona e venivano additati come persone che non si erano accorte di nulla. Ho poi seguito tutto, dalla conferenza in Procura, dove sono emersi dettagli terribili, alla fiaccolata in centro sino ai funerali di Leonardino e al processo. Una storia davvero difficile da raccontare e che ha anche portato a riversare sui social odio su odio, cattiverie su cattiverie, a tal punto che per un po’ ho quasi voluto non pubblicare alcun pezzo per il sito.
Per chiudere davvero. È successo anche di essere ‘protagonista’ di due episodi di cronaca che ho poi dovuto raccontare sui fogli del giornale per cui scrivevo. Anzi, in un caso, sono stata chiamata, devo dire inizialmente un po’ spaventata, anche dalla Digos per spiegare quanto riportato in un articolo uscito su La Prealpina.
Qualche giorno prima avevo dovuto seguire il funerale di un giovane novarese, scomparso prematuramente e collaboratore della stilista inglese Vivienne Westwood. Il capo voleva che cercassi di capire se la stilista fosse giunta dall’Inghilterra per salutare il suo collaboratore. In chiesa, quella di S. Andrea, piuttosto piccola, non si riusciva quasi più a entrare. Io non sapevo manco che volto avesse costei (e il pezzo era nato all’improvviso, su una richiesta improvvisa, internet sul telefonino ancora non c’era). Con un’altra collega ci siamo dette: “Magari ha scritto qualcosa sul libretto delle firme, magari ha lasciato una firma”. Così, insieme, lo abbiamo sfogliato. Nessuna firma della stilista, ma avevamo invece trovato una frase in cui veniva minacciato il parroco. Lo avevo così riferito al mio capo, dopo essermi anche accertata che a Novara non c’era alcun segnale di Westwood. Lui mi disse di inserirlo nel pezzo. Eravamo usciti per primi, perché la collega lavorava a un settimanale e io era l’epoca in cui lavoravo al quotidiano. Detto, fatto, ed ecco la Polizia che mi chiamava. Avevo pensato fosse per la convocazione di una conferenza stampa e invece mi dissero che dovevo recarmi a non so più quale piano della Questura perché dovevano chiedermi delle cose. Avevo capito solo una volta lì che era per l’articolo e per quella frase trovata sul libretto delle firme. La seconda vicenda, invece, è stata davvero qualcosa che è successa davvero sotto casa. Come al solito stavo facendo notte a scrivere, quando, poco prima delle 2, ho avvertito un boato gigantesco. Mamma si è svegliata di soprassalto e così l’intero condominio e quelli vicini. Ci siamo precipitati tutti all’esterno, cercando di capire, guardando giù dal lato strada. Subito abbiamo pensato all’esplosione di una caldaia in qualche stabile vicino (da noi era tutto a posto) o a un grosso incidente. Abbiamo intuito come fosse invece qualcosa di diverso nel veder salire dal corso un’alta nube di fumo, da un locale in quel momento chiuso e che si trovava accanto al nostro condominio. In un attimo ecco i Vigili del fuoco e due volanti della Questura e quindi la Scientifica. Ci hanno chiesto di lasciare tutti gli appartamenti e scendere in strada. Ed eccoci su un corso Trieste totalmente deserto, vista l’ora, e al gelo, era metà gennaio di oltre 15 anni fa.
Qualcosa che ora racconto con un sorriso, perché fortunatamente nessuno si fece male e perché, con mia grande vergogna, tra gli intervenuti sul posto, c’era il dirigente della Squadra Mobile di allora, con cui mi sentivo un giorno sì e uno no (all’epoca per la cronaca per il quotidiano mi alternavo con un’altra collega). Mi ha subito detto con il suo forte accento campano: “Monica, e che fai qua?. Così veloce ti giungono le notizie e ci corri anche in piena notte?”. E io, in un tutone da casa, a metà tra un pigiama e una felpa da pilota di F1, e con un paio di ‘moppine’ (quelle pantofole che andavano tanto di moda e che avevano o la forma di animali o di qualche personaggio della Disney e non solo, credo in quel momento indossassi dei conigli rosa) ai piedi, gli ho risposto: “E che vuoi che faccio qui? Mi è esploso qualcosa sotto al balcone e i vigili del fuoco mi han buttato fuori casa con gli altri, al gelo”. Nel frattempo cercavo di nascondermi i piedi. Lasciamo stare gli altri evacuati, che guardavano strana sta ragazzotta (beh avevo già una trentina d’anni, ma ne mettevo anche allora 10 meno) che parlava con un poliziotto, che era chiaro a tutti fosse il capo.
L’indomani non sarebbe toccato a me il giro di nera, ma il boss aveva voluto che ne scrivessi io, avendola vissuta. E così eccomi pure a scrivere l’avventura di una notte, in compagnia, in strada, di Polizia e Vigili del fuoco. Le indagini avevano poi rivelato come si fosse trattato di un atto doloso (erano stati infatti trovati, tra le altre cose, i resti di una tanica di benzina).
Dimentico forse le prime udienze seguite in Tribunale, con che non sapevo bene neppure chi fosse il pm e chi un gip o un gup e cosa stesse bene accadendo, ma, con pazienza e tenacia, si è imparato anche quello. Quanto ai ganci, che citavo all’inizio di questo lungo racconto, alcuni li ho trovati io, altri mi hanno cercato loro, osservandomi nelle conferenze o nei pezzi che man mano uscivano sul giornale. E da allora, salvo pensionamenti o trasferimenti, non ne ho perso uno. Certo la cronaca è molto diversa da quando ho cominciato.
Il giro cronaca non si fa praticamente più e chiami solo se apprendi già di tuo qualcosa, per accertartene, per avere informazioni. Non si ‘indaga’ quasi neppure più come giornalisti, visto il cambiamento delle modalità. Pur se qualche strada per scoprire qualcosa c’è sempre. Tutto questo lungo racconto, con ricerche nella mia memoria di episodi, di storie, di sentimenti provati, di paure, per spiegare come i giornalisti non siano persone senza sentimenti come spesso molti pensano. E come non gioiscano dinanzi alle tragedie. Anche loro sono genitori, figli, fratelli, amici. Qualcuno ci sarà, a cui piacerà mettere in evidenza il raccapricciante, ma credo sia solo una minima parte di chi svolge questo lavoro, che io amo più di me stessa.
E sarà sempre quella ‘pecora nera’ che si trova in qualsiasi altra professione: una pecora nera che non deve, per questo, far catalogare tutti gli altri in maniera negativa.
Per me, ragazzina timidissima che si affacciava a questo lavoro, l’essere finita dapprima in video e, poi, essere catapultata nel trattare la nera, devo dire, che è stato quasi terapeutico. Anzi proprio il giornalismo è stato terapeutico. Non credo altro mi avrebbe potuto sbloccare alla stessa maniera. Anche se altro c’è ancora da fare e si deve migliorare.
La timidezza è stata frantumata, diciamo abbastanza: certo non ho più timore di andare in un negozio per comprare due panini. E io ero una conciata malissimo a timidezza. Quando andavo dai miei cugini, davo a tutti del lei e stavo sempre zitta. Non perché me la tirassi (non sarei io dicono), ma proprio perché ero timidissima. Ora, provare per credere, chiedete a loro, non mi fermano più. E ovviamente do del tu. Certo ho ancora molti timori se devo affrontare un’intervista cui tengo particolarmente, su un argomento importante o delicato, su un tema magari molto caro a me o con qualche intervistato che stimo particolarmente. Tipo che metto tre ore anche solo a mettere giù un eventuale sms per chiedere l’intervista o anche la mail.
Valuto ogni parola, temendo di sbagliare. E gli amici mi prendono per il naso con: “Ma Moni son oltre vent’anni ormai che fai questo lavoro, sei pure professionista, ti fai ancora di questi problemi? Vai, che non sbagli, sai bene come fare”. E la nera terapeutica? Mmm, difficile da dire. Mi ha fatto però capire come quella sensibilità che, per cose vissute, ho alta sin da piccola e che io ho odiato per decenni, in qualche modo è un punto di forza. Almeno in questo lavoro, almeno nel dover affrontare e raccontare certe tematiche. Occorre incanalarla nella giusta maniera e saperla gestire e tener a bada, invece, quando ti fa male, quando ti porta a vivere male una risposta, un gesto, una parola. Pertanto dico: grazie giornalismo, grazie mia grande passione. E se, invece, come dicevo a mamma a 16-17 anni, avessi fatto la poliziotta? Niente, non sarebbe sopravvissuta. Quando l’ho comunicato quasi sveniva. Del resto è accaduto lo stesso un anno e mezzo dopo (causa concomitanza con la morte di Ilaria Alpi) quando avevo virato sulla giornalista. Ma lì non è riuscita a fermarmi, pur se prima di intraprendere la mia strada, ho eseguito grandi piroette, dei giri immensi (pensai ad Architettura, seguii Chimica qualche mese e quindi Lettere conclusa nei tempi e un primo lavoro con il mio relatore della tesi). Ma, come canta Venditti, “certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”. Cronista per sempre.
Monica Curino


















































