A volte gli approfondimenti che inserisco sul mio blog, dove c’è Monica a tutto tondo, con le sue passioni, il suo lavoro (sì, mancano la cronaca nera e la giudiziaria, i miei settori per vent’anni e che ancora, a tratti, seguo, ma è una mia scelta; magari nascerà un altro blog dedicato), sono articoli già elaborati per i giornali con alcune aggiunte, con altre informazioni. Aggiunte, informazioni, nate dall’esperienza, da novità emerse successivamente. Non accadrà, salvo qualche aggettivo, qualche avverbio, qualche età per forza modificata, per quanto ‘posterò’ nella giornata di oggi.
Si tratta di un articolo, di un ampio servizio, realizzato per la Festa della Donna del marzo di esattamente due anni fa. Un servizio che ho amato svolgere, pur se sempre di corsa e con due tappe distinte in Questura (la base per questo approfondimento). E che racconta due donne, di età diverse, che vivono la divisa come una seconda pelle, che vivono l’impegno in Polizia come una vera e propria missione. Una delle due già era una mia conoscenza, l’altra l’ho conosciuta in quell’occasione, salvo esserci viste in precedenza sempre di corsa alle manifestazioni, quelle da me seguite per il giornale e da lei per il suo impegno come agente della Digos con i suoi colleghi. L’ho amato fare, questo servizio, per l’amore che nutro nei confronti delle Forze dell’Ordine, sempre in nostro aiuto, e anche perché, ormai non è più un segreto, è la prima professione, quella della poliziotta, che avrei voluto intraprendere. Avevo all’incirca 15-16 anni, ero un maschiaccio che amava le moto, in particolare le Guzzi, e che sognava di aiutare il prossimo entrando in Polizia.
Ma non c’era l’altezza in centimetri e, poi, una mamma sempre super apprensiva e altre ‘amenità’, hanno ‘tarpato’ le ali alla me giovane di allora. Passai per diverse idee sul cosa fare da grande, dalla piccola chimica all’architetto sino appunto, infine, all’amore infinito per il giornalismo. Ma senza mai dimenticare la Polizia, che ho potuto raccontare nelle operazioni di cronaca, ma anche con le tantissime attività portate avanti con i ragazzi o con gli approfondimenti con interviste ai diversi Questori che si sono alternati in città, da quando, nel lontano 2001, son partita con la mia avventura nel giornalismo. Ci sono poi tornata a pensare alla professione che volevo fare un tempo? Sì, quando fu tolta l’altezza, ma ormai avevo superato l’età per fare ingresso in Polizia. Comunque mi appassiono quando devo raccontarla, quando conosco nuovi agenti, uomini e donne, che danno tutto se stessi per gli altri. Ecco perché ho amato raccontare Maria Rosaria Delli Santi, 57 anni, e Sandra Mazza, 45 anni.
Ed ecco che ve le racconto.
Rosaria Delli Santi
Per lei la divisa da poliziotta è una seconda pelle, tanto da sentirsela addosso anche quando non la porta. La divisa l’ha accompagnata, nella cappella della Questura di Novara, anche quando si è sposata con un collega. È l’orgoglio «dell’essere al servizio della giustizia. Non c’è complimento più bello di quando mi dicono ‘come porti bene la divisa, te la senti proprio addosso’». Lei è la sovrintendente Maria Rosaria Delli Santi, prima donna poliziotta giunta a Novara nel maggio del 1987. Da allora è stata alle Volanti, alla Mobile, all’Ufficio di Gabinetto e ora è segretaria del Questore.
Quando ha deciso di entrare in Polizia? «Sin da giovanissima desideravo dedicarmi a un lavoro che fosse di supporto alla giustizia. Così, nel 1981, ho partecipato al primo concorso aperto anche alle donne e sono passata. Ho seguito i corsi a Bolzano e a Pescara e sono entrata in Polizia il 6 ottobre 1986. In quell’occasione, con quel concorso, ci fu un importante ingresso di donne come agenti, il 30%. Il mio primo incarico è stato a Novara, dove sono tutt’ora».
Il Corpo di Polizia ha aperto alle donne quando ancora si pensava che le forze dell’ordine avessero solo un “volto” maschile. Ha avuto difficoltà? «All’inizio alcuni colleghi erano diffidenti con un’agente donna: oggi non accade più. Dopo poco ho trovato collaborazione. Ero molto giovane e questo li ha portati a sostenermi. Molti colleghi maschi si sono ricreduti rispetto alle prime settimane in cui ero arrivata, scoprendo come anche noi donne potessimo dare una mano importante. Come anche la sensibilità femminile servisse in questa professione. Anzi è d’aiuto in ambiti come l’Ufficio Minori. L’inizio è stato sì difficile, ma poi ho ricevuto collaborazione e comprensione, sempre ricambiati. Quando sono stata alla Mobile, che prevede un lavoro diverso dalla Volante, i colleghi mi hanno aiutato. Poi sono arrivate tante altre donne».
Rosaria Delli Santi
Il lavoro da poliziotta e la famiglia? «Le difficoltà erano quelle che aveva qualsiasi donna che lavorava su turni. Conciliare la famiglia con il lavoro è complicato, ma è quanto accade con tutti coloro che fanno i turni. Temevo di sottrarre tempo alle mie figlie, ma non è successo. È sufficiente organizzarsi. Certo da allora ci sono stati molti miglioramenti. A partire dagli strumenti a sostegno della donna. All’epoca non c’era ad esempio il congedo parentale».
Sono cambiati anche gli spazi della Questura. «Sì. Quando arrivai in città era una ‘caserma’ prettamente pensata per i maschi. Negli anni è stata, invece, ampiamente adeguata alle nuove esigenze, anche con tanto di spogliatoi».
Sandra Mazza
Assistente capo, in Polizia dal 2003. È a Novara dal 2005, dove dapprima è stata impegnata alla Volante, sino al 2013, e adesso alla Digos. Un’attività delicata. Le eventuali difficoltà per una donna? «Nel mio percorso personale in Polizia non ho mai avuto problemi. Con la Digos abbiamo un’attività che ci vede molto all’esterno. Dobbiamo avere la capacità di comunicare con le persone, di trovare la ‘chiave’ per parlare con loro. Che sia un manifestante o che sia un operaio che sta per perdere il lavoro. La nostra è un’opera di mediazione, parlando con l’operaio, così come con il datore di lavoro. E in questo l’essere donna aiuta».
Ha mai ricevuto offese come donna da manifestanti o tifosi? «Al di là dell’immaginario collettivo, c’è rispetto. Mi è successo di intervenire per dialogare e non si sono segnalate difficoltà. Se si verifica qualche offesa non ce l’hanno con la persona, con la donna Sandra, ma in generale con la Polizia. È fondamentale come ci si pone come persona, come ci si pone con loro».
Il rapporto con i colleghi uomini. Ci sono state resistenze? «No, in nessun modo. A parte qualche normale differenza di carattere all’inizio, come può capitare con tutti, non ho mai registrato problemi. Certo io non sono stata una delle prime donne ad arrivare e, quindi, c’era già il ‘terreno’ creato da altre colleghe. Si lavora insieme, ci si aiuta. Nel mio percorso non ho mai vissuto problemi legati al mio essere donna».
Sandra Mazza
L’esperienza alle Volanti? «Sia la Volante sia la Digos sono incarichi operativi, che ti portano a contatto con la gente. La Digos è mediazione, la Volante primo intervento. Il rapporto con i colleghi maschi, ad esempio, è proprio quello che si crea alle Volanti. Quando la gente chiede aiuto, il personale fa squadra, diventa una seconda famiglia, collabora, si sostiene. Con i colleghi incontrati alla Volante ho un rapporto splendido. Lì ho lasciato una parte del mio cuore».
La sensibilità femminile aiuta? Lavoro e famiglia? «Ci sono alcuni interventi in cui la sensibilità di una donna aiuta molto. Penso agli interventi per liti in famiglia o anche con la presenza di minori. La donna vittima preferisce solitamente rapportarsi con un’agente donna. Ci sono comunque anche molti colleghi maschi con una pari sensibilità. Per quanto riguarda famiglia e lavoro è questione di organizzarsi. Sono mamma di una bimba di 10 anni e con un po’ di attenzione si riesce a fare tutto, sia il lavoro che amo, sia stare con la mia famiglia. Felice del percorso che ho fatto». Monica Curino
Forse i tanti anni vissuti come animatrice in oratorio. Forse il tempo trascorso a seguire bambini e ragazzi di vicini di casa, quando mamma e papà non c’erano, mi hanno portato a essere particolarmente sensibile alla situazione dei giovani, dei ragazzi. E questo pur non avendo figli e non facendo l’insegnante di professione. Forse, visto l’aspetto giovanile che tutti mi indicano, mi sento ancora una di loro? O forse sento ancora vicine alcune problematiche che bimbi, ragazzi e giovani vivono e stanno ancor di più vivendo ora dopo questi quasi tre anni che tutto hanno fermato, che tutto hanno messo come ‘in stand-by’. Una situazione difficile per noi adulti, figurarsi per chi si è trovato dinanzi a tutti questi cambiamenti, a questo vivere come in una bolla, impossibilitati a fare qualsiasi cosa, senza gli idonei strumenti.
Per questa ragione ho accolto positivamente quando il giornale per cui lavoro, L’Azione, mi ha chiesto un approfondimento sul tema dei giovani, sul come stanno, su quanto desiderano, sul come hanno vissuto questi anni e, adesso, questa ripartenza. Un approfondimento per il quale ho sentito più voci, da docenti e dirigenti d’istituto a sacerdoti, passando per gli stessi ragazzi. Certo la parte che ha fatto maggiormente emergere la condizione giovanile di oggi è quella in cui ho potuto intervistare psicologi, psicoterapeuti ed educatrici. Ne è uscito un quadro interessante, di ragazzi che hanno delle difficoltà, soprattutto nel relazionarsi con gli altri, ma che cercano comunque di ripartire, di riprendersi da questi 3 anni di zero relazioni, di tutto fermo.
Quello che è uscito, come anticipato, è che i giovani, isolati a lungo davanti solo allo schermo di un pc, non sono più in grado di costruire rapporti. O, quantomeno, faticano e non poco. Accade, soprattutto, per i più piccoli, per i ragazzi delle elementari e delle medie, ma la situazione non lascia certo esenti i ragazzi delle superiori. Nell’ultimo periodo, inoltre, possibile conseguenza di questo biennio di stop, che tutto ha stravolto, sono in forte aumento le richieste d’aiuto di giovani e giovanissimi.
In particolare, spiega Sara Vescera, medico psicoterapeuta dello staff di “Sbulloniamo Insieme”, associazione e sportello d’ascolto attivo contro bullismo e cyberbullismo, «si registrano casi di disturbi alimentari, che interessano un po’ tutte le fasce d’età giovanile, e disturbi dell’umore. Non mancano segnalazioni – aggiunge – di disturbi del comportamento. Tutte situazioni che, dopo la pandemia, sono andate peggiorando. Sono diversi anche gli episodi di autolesionismo. Una situazione che, certo, preoccupa e sulla quale hanno influito i lunghi periodi di isolamento durante la fase più critica della pandemia, ma anche la chiusura degli istituti scolastici». Le scuole, infatti, sono strumenti importanti e fondamentali per i ragazzi, luoghi dove ci si forma e dove nascono le prime amicizie, le prime relazioni della vita. «Con la loro chiusura – riprende Vescera – si è ‘fermato’ non solo un luogo di educazione, ma anche un posto dove si imparano competenze, dove si impara a costruirle. Alcune competenze, a quell’età, non ci sono ancora. E la loro assenza non può che determinare problemi, creare situazioni di difficoltà ai bambini come anche ai ragazzi. A tutti loro è capitato, durante la pandemia, di provare sentimenti, emozioni – prosegue la psicoterapeuta – che non potevano controllare, che non sapevano spiegare. Hanno trascorso ore e ore davanti al pc e questo ha portato anche a un sensibile aumento dei casi di dipendenza da internet, social e videogames».
Come medico attivo anche al 118 Vescera conferma anche una crescita «di casi di violenza, di aggressività, con protagonisti giovani e giovanissimi. Diverse le chiamate che riceviamo alla centrale in tal senso». È poi cresciuto «l’abuso di droghe, a cui i ragazzi ricorrono non per evadere, ma per lenire il disagio che vivono». Difficile indicare una fascia d’età che più abbia risentito della pandemia o che ora segnali problemi. Certamente i ragazzi delle medie, «l’età adolescenziale, che è il periodo che segna l’inizio dello sviluppo delle competenze sociali».
SARA VESCERA
Da qui l’importanza di agire nelle scuole, sin dalla primaria. Un’azione che “Sbulloniamo Insieme”, guidata da Michela Agnesina e con un team composto anche da educatrici e avvocati, porta avanti sin dalla sua nascita. «Noi – spiega Alessandra Porzio, educatrice dell’associazione – entriamo da tempo nelle scuole, in particolare elementari e medie, con progetti e iniziative per aiutare i ragazzi. Hanno davvero bisogno di aiuto, necessitano di adulti che possano accompagnarli, seguirli e aiutarli, soprattutto dopo quanto vissuto col Covid. Sono molti gli strascichi che viviamo quando entriamo in classe. I bambini hanno ancora un po’ di chiusura nell’aprirsi con l’altro, preferiscono quasi rimanere in una vita parallela, nella vita virtuale, che è quella poi che hanno vissuto nei due anni di pandemia. Hanno perso la capacità di relazionarsi con i compagni. Vediamo che fanno davvero fatica. Hanno perso l’abitudine a fare quello che, prima, era quotidianità». Nelle aule il team di “Sbulloniamo” riscontra, poi, come, da parte dei ragazzi, «esista un forte bisogno di uno spazio dove dialogare. Loro vivono le emozioni o a zero o a mille. O sono felicissimi o abbattuti. Hanno bisogno, in questo, la mediazione di un adulto. Non è tutto bianco, come non è tutto nero. Noi li aiutiamo a decodificare le emozioni che provano. Hanno una forte necessità di essere ascoltati. Del resto, in questi due anni, alcuni si sono ritrovati da bambini ad adolescenti e il passo non è da poco. Noi adulti abbiamo le competenze per affrontare quanto ha comportato il Covid, loro – rileva Porzio – no. Dobbiamo farci raccontare cosa hanno vissuto e dire loro che ora si deve tornare alla vita vera».
ALESSANDRA PORZIO
Certo, rispetto allo scorso anno, rileva Rossella Grandi, psicologa, che opera nelle scuole anche a contrasto della dispersione scolastica, «la situazione è migliorata. Già il poter vedersi senza mascherina significa tanto. Ricordo casi di attacchi di panico, di disturbi alimentari, ma soprattutto nel 2021. Sembra i ragazzi stiano gradualmente riabituandosi. Certo occorre sempre mettersi in ascolto dei ragazzi». Per affrontare il disagio «serve – conclude Vescera – potenziare i punti d’ascolto e far capire alle famiglie che esistono realtà e servizi che possono accompagnarle».
I ragazzi, come ha aggiunto don Simonpietro De Grandis, coadiutore alla parrocchia di San Martino, mostrano «comunque una grande voglia di impegnarsi, di fare bene, come anche di stare insieme e di promuovere iniziative per gli altri, per la comunità. In oratorio ho un maggior numero di animatori ora del periodo pre Covid. Certo c’è l’altro aspetto, quello della crescita di problemi come ansia e disturbi alimentari», ma questa voglia di impegnarsi fa ben sperare.
DON SIMONPIETRO DE GRANDIS
E i ragazzi stessi cosa vogliono, cosa chiedono ai grandi? Cosa pensano del fatto che, la maggior parte delle volte, finiscono sui giornali e in tv per situazioni negative? Gli studenti dell’Omar sono sicuri: chiedono un dialogo sincero con gli adulti e spazi dove incontrarsi, ma anche comprensione e autorevolezza. Richieste che fanno agli adulti per essere accompagnati in quel difficile mestiere che è diventare uomini e donne.
Sono ragazzi e ragazze che non guardano più la tv, che non si interessano di politica, «perché ogni partito scredita l’altro e non mette in luce le proprie proposte» e che si informano su internet. «Un dialogo con gli adulti – spiega Luca Denetto – è fondamentale, perché il Covid ci ha lasciato molte difficoltà. Un dialogo – prosegue – che possa aiutarci. Noi giovani non siamo quelli che vediamo sui giornali, etichettati come ‘mele marce’. È sgradevole vedersi dipinti così. Sono solo una minima parte i ragazzi autori di azioni poco edificanti, che partecipano ai rave o si macchiano di reati. Non si nasce cattivi, lo si diventa. È poi utile uno spazio dove avere uno scambio tra noi ragazzi e dove gli adulti possano fornire la loro esperienza». Cristian Pennacchio fa parte del Gruppo Noi, che nella scuola diretta da Francesco Ticozzi aiuta i compagni a far fronte al bullismo: «I problemi emersi ora tra i giovani derivano dal post Covid. Qualcosa che ha cambiato tutto, che ha rivoluzionato le nostre vite. Occorre cercare di tornare a prima. Non sono stati anni da buttare, ma dobbiamo farne tesoro. La pandemia ha messo in ginocchio le relazioni. Io sono estroverso, ma sono stati comunque anni duri». Federico Mondello: «quando c’è stata la pandemia, ero alle medie da poco e non conoscevo nessuno. L’isolamento ha acuito questa situazione e non ho potuto fare amicizie. Ma se ragiono adesso il Covid mi ha fatto ragionare. Ora mi sento bene e sono più aperto. Io ho trovato una valvola di sfogo con un nuovo hobby: creo portachiavi. Si possono superare queste situazioni e ritrovare se stessi, imparando cose nuove e chiedendo aiuto ai grandi». «Quello che mi manca oggi è più comprensione – dice Francesco Grasso – più autorevolezza e chiare regole da rispettare. Queste ultime, ovviamente, che siano motivate. Serve a niente porre dei paletti se non si spiega a noi giovani il perché viene fatto. Ecco spiegato il motivo per il quale, in qualsiasi ambito, tanti eccedono, vanno oltre senza ben capire qual è il limite da non superare». Anche le forme di bullismo sono una brutta bestia da gestire e domare. «Tante volte – confermano Morgana Godio, anche lei del Gruppo Noi, e Chiara Cristianelli – non si riesce a comprendere che anche quello che si ritiene un ‘semplice scherzo’ può essere percepito in modo diverso dalla persona che lo subisce. È lì, in quel momento, che va fermata la battuta. Occorre aver più sensibilità verso gli altri e valutare in anticipo quali effetti potrebbe generare una parola o un’azione spesso fuori luogo. Sotto questo aspetto anche la scuola potrebbe migliorare la situazione dotandosi di personale formato ad assicurare un supporto psicologico a quanti ne hanno realmente bisogno».
Altro punto delicato e importante, da sempre e ancor di più in questo periodo successivo alla pandemia, è la famiglia. «In casa io ho da sempre un confronto molto aperto – aggiunge Mattia Tucci – sarà forse per questo che non avverto particolari mancanze. Sono un amante della libertà, dei viaggi. Mi piace scoprire, conoscere, apprezzare. Faccio volontariato ormai da qualche anno in Croce Rossa. Poco alla volta, dopo un inizio complicato per qualche pregiudizio di troppo rispetto alla mia giovane età, mi sono sentito parte di un bel gruppo. Inclusione, accettazione, buone maniere verso gli altri non dovrebbero mai mancare». Monica Curino
Oggi, in questo nuovo articolo del mio blog, voglio raccontarvi dell’esperienza vissuta da Massimo Fiocchi Malaspina, direttore d’orchestra novarese, ora direttore musicale di palcoscenico al teatro Regio di Parma, e dalla compagna, Lucrezia Drei, soprano, che, la scorsa estate, hanno trascorso quasi un mese tra i bambini e i ragazzi di strada dello Zambia, entrando in contatto con la povertà più vera, più dura. «Un luogo – mi ha raccontato Massimo Fiocchi – dove manca tutto e dove si è costretti a sniffare colla per non sentire la fame e il freddo. Un posto in cui la musica – ha poi aggiunto – diventa un linguaggio universale».
Un’esperienza, quella dei due musicisti, intensa e travolgente. Certo ricca di storie di vita, di momenti, attimi, vissuti, che Massimo e Lucrezia non dimenticheranno mai. Un’esperienza che racconto perché, da sempre, apprezzo chi ha il coraggio di mettersi in gioco per gli altri. Di prendere e partire per andare ad aiutare chi ha meno di noi. Una proposta che, qualche tempo fa, qualcuno, Giovanni Mairati di Casa Alessia, ha fatto anche a me (direzione Ecuador), ma sino a che non vincerò la paura dell’aereo sarà difficile. Quanto avrei voluto accettare, ma la paura è stata più grande. Ma chissà mai, magari in futuro. Del resto con Massimo avrò qualcosa in comune, no? Non portiamo a caso il medesimo cognome (anche se per me è quello di mamma). E spesso mi si dice che non so stare ferma senza fare qualcosa, senza dare vita a qualche iniziativa come lui.
Comunque, tornando a Massimo e Lucrezia. I due musicisti hanno portato nella capitale dello Zambia, a Lusaka, un laboratorio di canto corale per bimbi e ragazzi dai 7 ai 15 anni.
Un’esperienza che li ha portati a vedere situazioni terribili, ma anche straordinarie. «Un mondo – spiega Fiocchi Malaspina – che abbiamo appena sfiorato, dove manca tutto, ma in cui, per questo, si condivide con gioia la voce, le doti atletiche, il tempo trascorso insieme, come anche la voglia, di imparare».
Ma com’è nata l’idea di andare in Africa e di portare un laboratorio di canto? «Da tempo – rileva il direttore d’orchestra novarese – con Lucrezia pensavamo a un progetto con i bambini di quei Paesi. Il contatto è stata “Amani for Africa”, associazione laica milanese, che abbiamo conosciuto con un video su YouTube, postato da Pablo Trincia de “Le Iene”. Nel filmato si parlava di un progetto in Kenya per recuperare i bimbi di strada di Nairobi. A quel punto abbiamo contattato l’associazione con l’idea del laboratorio. Ci hanno risposto quasi subito. Erano interessati e ci hanno invitati a un campo di incontro in Zambia, a Mthunzi, dove esiste un centro di Amani, parallelo a quello di Nairobi, che raccoglie alcuni dei moltissimi bambini e ragazzi di strada di Lusaka. Un centro legato a Koinonia, una comunità di laici cristiani, impegnati nel sociale, una realtà fondata da Renato “Kizito” Sesana, padre comboniano di Lecco. Un uomo che è un esempio per quanto fa e per quanto ha realizzato in molti anni in Kenya, Zambia e in Sudan».
Il centro punta a dare una vita alternativa a quei bimbi e a quei ragazzi che sono gli ultimi tra gli ultimi, contrastando l’analfabetismo e allontanandoli dalla strada. «Ci sono assistenti sociali – riprende Fiocchi – che sono ex ragazzi di strada, che hanno studiato, sono formati e passano giornate in giro per Lusaka, cercando gli “street children”. Recuperano quelli che sembrano disposti a voler cambiare vita, compatibilmente con le risorse disponibili, che dipendono in parte anche dal sostegno di “Amani”. Danno loro un’occasione importante, li fanno studiare e li portano sino all’università, che in Zambia è molto costosa. C’è chi, abituato alla vita di strada, difficilmente si recupera – spiega il direttore d’orchestra – ma ci sono anche molti ragazzi che hanno potuto vivere una vita migliore grazie al centro».
Fiocchi e Drei, oltre a tenere il laboratorio di canto corale, per cui bambini e ragazzi sono stati entusiasti e collaborativi, hanno accompagnato gli assistenti sociali in strada. «Un’esperienza – rilevano entrambi – molto dura e devastante. Capisci davvero quanto sono lontani l’Occidente e la sua ricchezza, lontanissimi. Sono ragazzi che vivono in un Paese con straordinarie bellezze naturali, che però non sono accessibili, per i costi, ai suoi abitanti. Sono accessibili solo ai ricchi occidentali. Eppure, nonostante questa povertà infinita, non perdono la gioia di vivere, di andare avanti: cantano, ballano, hanno piacere a stare insieme, fanno acrobazie, scherzano».
Ragazzi che, come sottolinea Drei, hanno una grande creatività, tanto da arrivare a creare strumenti musicali dal nulla. «Non sanno leggere la musica – aggiunge Fiocchi, che ha da poco registrato un video con il Coro di Voci Bianche del Regio di Parma per un film di Marco Bellocchio – ma suonano gli strumenti che hanno a disposizione. Siamo stati anche in altri centri gestiti da Amani e in un centro d’accoglienza, dove i ragazzi ci hanno accolti come ci conoscessero da sempre». Drei: «abbiamo cantato, danzato e giocato con bambini che hanno storie devastanti alle spalle, ma vivono il loro presente e si dedicano a progetti futuri con intensità ed energia, quelle che, spesso – rileva Lucrezia – nel nostro mondo, perdiamo tra un impegno e una preoccupazione». Monica Curino
A Ponzana sono stata spesso in questi 21 anni di lavoro (ho iniziato questa professione solo un anno prima che Casa Shalom, la struttura che nelle campagne novaresi segue i malati di Aids, aprisse). Sono stata in visita per le tradizionali feste dell’Associazione Amici di Casa Shalom, gruppo di volontari che aiuta nella gestione della casa don Dino Campiotti, cui si deve la nascita di questa splendida realtà della solidarietà, e per alcune ricorrenze, come gli anniversari. L’ultimo solo qualche settimana fa, quando sono stati celebrati i primi vent’anni della struttura, aperta nell’aprile del 2002, ma con una genesi che risale sino al 1996.
Le occasioni che ho più amato, però, e che mi hanno dato tanto, a livello emotivo e poi di parole da trascrivere sui giornali per cui ho lavorato, sono state le due volte in cui ho proprio conosciuto alcuni ragazzi, uomini e donne dalla vita difficile, ‘tribolata’ e con mille tentativi per riprendersi, e parlato con loro. Alcuni, in particolare quelli che ho intervistato la prima volta, per “Il periodico novarese”, nella calda estate del 2006, con in sottofondo la tv che raccontava i gol della nostra nazionale, che vincerà poi quei mondiali, purtroppo non ci sono più, altri sono riusciti a farcela e sono ripartiti con il piede giusto con la vita. A quei ragazzi mi ero affezionata, mi aveva colpito molto Cri (Cristina), uno scricciolo (assieme non facevamo credo neanche 80 chili), ma con una grande forza di volontà, perché voleva farcela, pur se sapeva che era tutto molto difficile, che era caduta troppe volte e che ogni volta rialzarsi, come mi aveva detto, era sempre più dura. La seconda volta è stata più recente, era il 2017, e quegli uomini e quelle donne, quei ‘ragazzi’ che un po’ avevano perso la strada, sono ancora qui e si sono ripresi.
L’ultima volta ho incontrato anche Claudia, poco più di 50 anni, che ha iniziato con gli stupefacenti a 13 anni, «per trasgressione», mi aveva raccontato. «Ho capito che era un problema quando aspettavo mia figlia, che ora ha 15 anni e che spesso viene a trovarmi. Vorrei vederla di più, avere una casa mia dove stare con lei. La amo più di me stessa, è una brava ragazza. Quando l’ho avuta, ho smesso di farmi e ho cercato di crescerla, ma ho dovuto darla in affido. Qualcosa che mi ha spinto sino al farmi del male da sola – ha poi aggiunto – Vorrei anche recuperare il rapporto con mio figlio più grande, che da poco mi ha reso nonna. Ho l’Aids, ma a Ponzana sto bene». E con Claudia, Pietro, che non ha l’Aids, ma ben ha compreso il significato e quanto vuole portare avanti Casa Shalom.
«Se sono qua – mi aveva raccontato, tra un sorriso e l’altro – devo ringraziare don Dino Campiotti. Lui mi ha fatto uscire dal carcere, consentendomi di trascorrere a Ponzana i domiciliari. Ero disperato. Se non ci fosse stato don Dino, non sarei più qui. Quello che vorrei far capire a chi sta fuori è che dovrebbero venire nella casa a fare i volontari. Dovrebbero vedere quello che si vive qui. Ci sono un calore e una luce straordinaria. Si sta bene e ci si aiuta».
Per tutte queste ragioni, per questo cuore che si riempie ad ascoltare e raccogliere queste storie di vita, non ho voluto mancare in alcun modo alla festa per i vent’anni della Casa, dove, come al solito, il quadriportico della struttura, come la cappella di San Martino, la serra, tutto quanto si trova accanto a Casa Shalom, mi hanno subito fatto dimenticare ogni minima preoccupazione che potessi avere prima di arrivare a Ponzana. In questo spazio si respira serenità o, come dice la parola stessa ‘Shalom’, pace. Una tappa a Casa Shalom che, questa volta, ha avuto anche il merito di rinsaldare un’amicizia. Sì, perché sono andata a Ponzana in compagnia di un’amica che non vedevo da tempo, quella che, quando si è bambini, si definisce ‘migliore amica’ o ‘amica del cuore’. Gli anni e le vicissitudini della vita ci avevano allontanato un po’, ma questa tappa insieme nelle campagne novaresi ha avuto il merito, oltre a darmi un sacco di serenità, di rinsaldare quell’amicizia. E non solo. Ho anche ritrovato Pietro, che, ora, vive da solo, ma non ha dimenticato l’aiuto di Casa Shalom, e continua a recarsi a Ponzana per dare una mano ai volontari, per dare il suo contributo.
Comunque eccoci a Ponzana, dove, a fare gli onori di casa, con operatori, educatori e volontari, è don Campiotti, che, subito, ha voluto raccontare di chi non c’è più. Tra loro «Angelo, accolto dal dio dei drogati, espressione che gli era familiare e che aveva preso a prestito dal mitico Fabrizio De André; Cricri, che aveva scelto il paradiso nella grande piantagione di ciliegi in fiore sulla collina. E poi… Maria, l’africana, ossessionata dal desiderio di tornare a casa; Alberto, ‘il veggente cieco’, che si illuminava per avere riscoperto la bellezza della vita e ancora Sergio, finissimo animatore di piano-bar, che sognava un concerto in cielo con tutti i suoi compagni di strada». Uomini e donne che non ci sono più, ma che continuano a vivere tra chi, operatori e volontari, non smette di lottare per ricordare che l’Aids, nonostante il silenzio che sembra essere calato sulla patologia, è ancora tra noi. Ben presente. Ha cambiato le sue modalità, ma c’è ancora, le persone continuano a infettarsi.
Questo il messaggio che il fondatore ha voluto lanciare nell’importante anniversario, «il problema c’è ancora e troppi ragazzi sono morti per un silenzio colpevole che continua, purtroppo, anche oggi». Si parla ancora troppo poco di Aids: «In tanti, nelle tv e nelle radio, faticano a raccontarlo, a ricordare anche solo la Giornata Mondiale contro un problema che non tocca solo le regioni subsahariane, ma anche l’Italia. Non è sufficiente, tra l’altro – aggiunge don Campiotti – ricordarsene solo il primo di dicembre, Giornata Mondiale contro l’Aids. Abbiamo a che fare con un silenzio ostinato, che coinvolge anche educatori e adulti, cui occorre opporsi, perché serve avere consapevolezza che l’Hiv-Aids è ancora presente e ogni anno migliaia di persone si infettano senza rendersene conto. Non sono più tossicodipendenti o omosessuali come all’inizio. Ora, a infettarsi, sono per lo più eterosessuali, tra i 15 e i 30 anni. Occorre, quindi – conclude don Dino – intervenire, sensibilizzare, parlarne».
Nel pomeriggio anche la possibilità di visitare la Cappella di San Martino di Ponzana, presente negli spazi di Casa Shalom e che vanta al suo interno straordinari affreschi risalenti al XIV secolo. A fare da ‘cicerone’ proprio don Campiotti. Per l’occasione, tra l’altro, è stato stampato il volume “Ponzana e il suo S. Martino” (Edizioni Shalom), a cura di don Campiotti e con interventi di don Paolo Milani, direttore dell’Archivio diocesano e di Giovanna Mastrotisi, responsabile della Novaria restauri, che si è occupata dell’intervento nella cappella. C’è stato poi spazio per l’associazione Amici di Shalom, che, nata nel 2003, conta 150 iscritti ed è guidata da Elsa Occhetta. Una trentina i volontari attivi in aiuto della Casa. Durante il pomeriggio sono state raccolte donazioni a favore delle attività del gruppo e chi ha voluto ha potuto iscriversi all’associazione.
La casa-alloggio Shalom è stata inaugurata il 6 aprile 2002 dall’allora vescovo, monsignor Renato Corti. Una storia che risale sino al 1996, quando la Diocesi e l’Istituto di sostentamento del Clero, ciascuno per la propria parte, hanno deciso di cedere in comodato d’uso gli edifici e l’area circostante l’attuale casa all’associazione Comunità Villa Segù, realtà che, all’epoca, a Olengo, già si occupava di persone con problemi di tossicodipendenza e altra realtà il cui motore era don Dino Campiotti. «Da allora – spiega il sacerdote – sono un centinaio le persone che sono passate nella casa, fruendo dell’ospitalità e delle cure per riprendere il cammino della vita. Molte non sono più tra noi, ma ci hanno insegnato a non fingere indifferenza, a continuare l’impegno per i malati e per sensibilizzare sull’Hiv/Aids».
La Casa è diventata uno strumento dove il sostegno alla terapia, l’attenzione ai problemi psicologici individuali e la prospettiva di una ‘ripartenza’ per la vita hanno costituito i pilastri del cammino comunitario e del progetto educativo. «Gli ospiti ci sono indicati dalle Asl piemontesi. C’è chi è riuscito a ripartire nella vita, chi a trovare un lavoro. Chi non c’è più». Ci sono tanti ragazzi al cimitero di Novara, a quello di Casalino. A disposizione ci sono una decina di camere singole con servizi. Nel 2006, accanto alla casa madre, è sorta Casa Betania, che accoglie ospiti speciali, ossia persone che, concluso il cammino di base, stanno preparandosi a un inserimento nella vita regolare.
C’è chi per lunghi anni ha avuto per tetto solo il soffitto di un treno. Chi ha vissuto nei prefabbricati senza anima dell’ex Tav, in via Alberto da Giussano. Tutte ‘abitazioni’ di fortuna e non certo vere e proprie case dove poter dare vita a progetti, dove poter cercare di rimettersi in pista nella vita, di riprendere una strada da poter percorrere con sicurezza e tranquillità.
Immagine di repertorio
Ora tre di queste persone ‘invisibili’, perché così risultano alla società, grazie alla Comunità di Sant’Egidio di Novara, ma anche alla loro volontà di riprendersi, di ripartire, vivono in una vera casa, di quelle dove chi è più fortunato è solito tornare ogni giorno per ritrovare affetti, serenità e riposo.
Foto di repertorio
Questa è “Casa di Modesta”, un appartamento che, a Sant’Antonio, a Novara, ospita tre persone che prima cercavano un riparo per la notte tra treni e luoghi abbandonati della città. Tre ‘invisibili’ e che, adesso, hanno una casa e stanno seguendo un percorso per reinserirsi nella società. «La Casa – spiega Stefano Taverna della Comunità di Sant’Egidio – prende il nome da Modesta, anziana senza dimora morta alla stazione Termini di Roma nel 1983 priva di soccorsi. Il personale dell’ambulanza si rifiutò di raccoglierla perché sporca. E nasce – aggiunge – da un sogno: aiutare quelle persone che incontriamo per strada o alla mensa a uscire dalla precarietà. Un alloggio dove sperimentare la condivisione».
Foto di repertorio
Marco, uno degli attuali ospiti, ha 60 anni e non viveva in una casa da un decennio. Prima di finire in strada aveva avuto anche un lavoro, si occupava di vendere le materie prime per i prodotti di pasticceria e gelateria. «Sono di Angera, nel Varesotto. Avevo una vita agiata, poi, con il divorzio sono nati i problemi – racconta – Ho iniziato anche a bere e, quando è capitato, non c’ero più con la testa. Ora non tocco alcool da 3 anni. All’inizio mi sono trasferito a Meina. Successivamente non sono più riuscito a pagare l’affitto e sono stato accolto in una comunità a Cerano, qui nel Novarese».
Marco però non riusciva a vedere un futuro per sé, vedeva tutto buio e tra mille difficoltà. «Dopo aver parlato con il responsabile, annunciando la mia scelta, ho deciso di lasciare la comunità – spiega – Sono così arrivato in stazione a Novara, dove ho appreso di un luogo abbandonato in cui trovare riparo e dove sono andato, fermandomi qualche giorno. Poi è giunto il prefabbricato alla Tav – era il periodo più duro del Covid – dove sono rimasto 4 mesi. Finito l’allarme più forte sono dovuto uscire, perché non avevo la residenza. E così ecco altri 8 mesi in un posto abbandonato. Devo ringraziare Stefano e gli assistenti sociali – continua – che mi hanno dato una mano nell’ottenere la residenza. Sono così potuto tornare alla Tav, dove ho trascorso altri 7 mesi, sino a che Stefano non ha trovato quest’alloggio. Ero un invisibile, senza documenti, e non potevo avere accesso a nulla, proprio a nessun servizio. E pensare che per lavoro sono stato anche sino in Africa, precisamente in Marocco, dove avevo aperto un ristorante con piano bar. Ad aiutarmi sono stati Sant’Egidio e il Sert. È stata una gioia poter di nuovo stare in una casa. Ora cerco un lavoro. Spero che qualcuno possa aiutarmi».
Da sinistra a destra Francesca Colajanni, Marco e Stefano Taverna (foto Alessandro Visconti)
Marco è grato a chi lo sta sostenendo e una volta a settimana aiuta alla Casa Simeone e Anna della Comunità, dove sono accolti alcuni anziani. «Mi sembra giusto farlo per chi mi ha tirato fuori dai problemi in cui ero finito. Per ripartire ci deve essere la volontà di uscire, altrimenti non si riesce. Io volevo farcela e pian piano ce la sto facendo. Ora almeno vivo in una casa».
Con Marco ci sono altri due ospiti, uno di poco più giovane e un settantenne che ha sempre vissuto in strada, dormendo sui treni. Insieme si sostengono e ciascuno ha il suo spazio. «Sono persone – aggiungono Taverna e Francesca Colajanni, altra volontaria di Sant’Egidio – con cui instauriamo amicizia e fiducia. Uomini invisibili, perché da una vita senza documenti e dimenticati dalla società. Insieme cerchiamo di costruire un circolo virtuoso e di restituire loro ‘visibilità’, quella visibilità che consente loro di poter accedere ai servizi, a disporre di una casa e di molto altro». Un’abitazione, la “Casa di Modesta”, con tanto di balcone e terrazzino e dove tutti e tre stanno riprendendo in mano la propria vita, dormendo in un vero e proprio letto e mangiando e cenando in una casa.
“Le parole fanno più male delle botte”. Una frase diretta, dura, ma quanto mai vera, lasciata scritta da Carolina Picchio, novarese e prima vittima di cyberbullismo in Italia. La giovane, nel gennaio del 2013, a soli 14 anni, dopo essersi vista umiliata in rete, in particolare sui social, in un video e in alcune immagini dove era priva di coscienza, non ha trovato altra via d’uscita che togliersi la vita. “Caro”, come la chiamavano gli amici e i famigliari, era una ragazzina allegra e altruista, ma i commenti postati sotto a quel video, anche da parte di persone che non conosceva, sono stati troppo forti da poterli superare. Un monito, quel “Le parole fanno più male delle botte”, come anche un altro messaggio, altrettanto forte, “Spero che adesso siate più sensibili sulle parole…”, che rappresentano il ‘testamento’ di ‘Caro’ e con le quali voglio prendere il via per questo nuovo articolo del blog.
Un approfondimento che doveva essere pubblicato a dicembre poco dopo aver seguito per L’Azione un evento e aver effettuato in precedenza una serie di interviste a tema bullismo e cyberbullismo per rendere il servizio su quell’appuntamento, la presentazione del libro “Un colpevole silenzio” dell’avvocato Daniela Missaglia, più ricco di dettagli e con una disamina che andasse anche oltre il volume. Un libro che, tra l’altro, racconta la storia di un ragazzino di soli 13 anni, Giovanni, che, vittima a scuola dei bulli, per paura, per vergogna, non ne riesce a parlare con nessuno, neppure con la mamma e con la nonna. Confida tutti i soprusi cui è sottoposto a un piccolo diario, che viene trovato solo dopo la sua morte. Sì, perché anche Giovanni, come ‘Caro’, a un certo punto non regge più quelle parole, quelle angherie, quei maltrattamenti cui viene sottoposto dai compagni di scuola, e decide di togliersi la vita. A ritrovarlo, nella casa che amava, la casa delle vacanze, la nonna. Un volume che ha un’incredibile potenza.
Se posso permettermi un consiglio è quello, per tutti, di leggerlo. Io l’ho fatto nel periodo di Natale e fa riflettere: è un pugno nello stomaco per tutti, forte e diretto, un gancio al volto. Un libro per chi è genitore, per educatori, per insegnanti, formatori, animatori, davvero per tutti coloro che si rapportano quotidianamente con i ragazzi. Ma anche per chi non è solito avere a che fare con loro, perché il bullismo è anche quello nei confronti di persone adulte, che si pensa spesso abbiano i giusti strumenti per reagire, ma, talora, anche per loro, non è così. Occorre concretamente capire il reale valore delle parole.
Ecco dicevo che questo articolo doveva essere scritto e ampliato rispetto a come lo avevo allestito per il giornale a dicembre, ma si sa che qui il tempo latita, il lavoro ti rincorre sempre. Ampliarlo perché la sera della presentazione del volume, oltre a uscire cose che avevo raccolto in anticipo, è emerso anche molto altro. Sensazioni, umori. E ancora di più sono emersi durante la lettura del volume.
GIORNATA CONTRO IL BULLISMO E RIFLESSIONE DA “UN COLPEVOLE SILENZIO”
L’articolo arriva ora, a distanza di pochi giorni dalla Giornata contro il bullismo e il cyberbullismo del 7 febbraio e la Giornata della sicurezza in rete, dell’8, due eventi che, ormai, si protraggono per una settimana, pur se l’attenzione sui due temi va tenuta alta tutto l’anno. Perché proprio le storie di Carolina e di Giovanni evidenziano con forza come il bullismo vada contrastato ogni giorno, senza mai tacere o guardare dall’altra parte. Il cyberbullismo, inoltre, evidenzia come strumenti come la rete o i social, nati per aiutarci, per facilitare il ritrovarsi, spesso si trasformino in vere e proprie trappole. Da cui è difficile uscire, da cui è difficile riprendersi.
E parto proprio dall’appello che maggiormente è emerso in quel pomeriggio nel salone dell’Arengo del Broletto per la presentazione del libro dell’avvocato Missaglia. «Non voltatevi dall’altra parte, non rimanete a guardare fermi e impassibili davanti a campanelli d’allarme, anche banali. Occorre agire, intervenire». Nel bullismo, come in altre situazioni, l’indifferenza e il silenzio uccidono. «La responsabilità è di tutti. Genitori, compagni di scuola, compagni di squadra, amici». Giovanni, nel libro, è rimasto solo e inascoltato. Relatrici, ospiti del Circolo dei lettori, l’autrice e il Questore di Novara, Rosanna Lavezzaro, moderate dalla criminologa novarese Marilena Guglielmetti.
Se le parole fanno più male delle botte come scriveva Carolina, il silenzio e il voltarsi dall’altra parte o far finta di non vedere lo fa ancora di più. Fa sentire soli, una solitudine difficile da contrastare. E non ha girato lo sguardo altrove, una giovane che ho potuto conoscere proprio nella fase di realizzazione di questo servizio (scritto prima che l’appuntamento si svolgesse, come spesso capita, giusto le fotografie sono state realizzate in diretta), Giada Siddi. Una ragazza di quinta dell’Omar che, dinanzi a qualcosa che non quadrava, non ha atteso un attimo e si è attivata. Giada, come altri ragazzi della scuola diretta da Francesco Ticozzi, fa parte del Gruppo Noi, che, nell’istituto, si occupa di far fronte a episodi di bullismo che si manifestino tra i ragazzi. Molto attive, nel contrasto al fenomeno, sono anche le associazioni del territorio.
IL CORAGGIO DI AGIRE
Giada è riuscita, segnalando quanto scoperto, a far chiudere alcune pagine Telegram dove molti giovani scambiavano materiale pornografico e pedopornografico. «Uno scambio – mi ha spiegato quando l’ho intervistata al telefono – condotto per insultare, deridere e vendere immagini che ritraggono ragazze e ragazzi incoscienti, talora minorenni, che, nella maggior parte dei casi, non sanno di essere vittime». La giovane si è accorta di questi gruppi da un post scorto su Instagram, dove vedeva apparire una serie di schermate con messaggi agghiaccianti che rimandavano poi a Telegram. «Un social, questo – ha proseguito la giovane – dove ci sono meno probabilità di essere rintracciati e per questo, credo, usato per tali scopi, per azioni che vanno contro la decenza, l’etica e l’onestà. Pagine con persone che non tengono in minimo conto le paure degli altri, calpestando ogni diritto di un individuo». Altri erano a conoscenza di queste pagine, «ma nessuno ha fatto nulla. Mi hanno detto: “tanto è così da anni”». Giada, invece, ha agito. Dapprima ha condiviso alcuni post, sempre su Instagram, per far riflettere sulla tematica, «post cui non ho avuto alcuna risposta, nessuna reazione, il silenzio più totale».
Successivamente, parlandone anche a scuola, si è rivolta agli enti preposti. «Non potevo non fare qualcosa. Come membro di Noi, cerco di fare la differenza. Ho contattato la Polizia postale – ha raccontato – che ha raccolto quanto avevo visto. Dopo un mese mi hanno avvisato della chiusura delle pagine incriminate. Per me è stata una grande gioia. E poi una sensazione di liberazione da un peso, che, pur non avendomi toccato in prima persona, sentivo sulle spalle». Giada ha riferito poi la bella notizia ai compagni del Gruppo Noi, la felicità di essere «riuscita a fare la differenza».
Giada, alla presentazione del volume al Broletto, cui il Gruppo Noi era stato invitato dal Questore, non ha potuto esserci, ma un altro studente del Noi, Matteo Bolognini, ha letto il racconto della sua esperienza, colpendo il pubblico presente.
Un problema, il bullismo e il cyberbullismo, che, come ha rimarcato Guglielmetti, «ha diverse angolature e necessita di un approccio multidisciplinare». «E’ uno dei pochissimi libri – ha poi aggiunto il Questore, riferendosi al volume al centro del pomeriggio – che, negli ultimi tempi, pur col poco tempo a disposizione, mi ha portato a una lettura compulsiva. Un volume profondo e che esamina bene il rapporto madre-figlio. Un libro che ben rende il fenomeno del bullismo. Avrei solo cambiato il titolo in “Colpevoli silenzi”. Spesso ci si chiede se si fa tutto quello che si può per i propri figli, oberati come siamo dal lavoro e dalle incombenze. Dovremmo chiedere più spesso ‘come stai?’, ‘ti posso aiutare?’, ‘c’è qualcosa che non va?’».
GLI STRUMENTI PER FRONTEGGIARE IL FENOMENO
Lavezzaro è quindi passata a parlare degli strumenti che ha a disposizione la Polizia per fronteggiare bullismo e cyberbullismo. «A occuparsi del fenomeno, che in città ha visto i gravi episodi di Tommaso nel 2009 e di Carolina nel 2013 – ha spiegato – è il nostro Ufficio minori, il cui responsabile è Roberto Musco, da sempre attento alla tematica».
Due i piani di intervento. In primis un’azione preventiva e di sensibilizzazione all’interno delle scuole. Incontri e progetti che portiamo avanti grazie alla sinergia di insegnanti e dirigenti scolastici, che, in questi anni, hanno mostrato un’attenzione sempre più alta al problema. È molto il lavoro che conduciamo negli istituti scolastici di tutta la provincia». La seconda azione è costituita da uno strumento messo a disposizione dalla legge 71/2017 sul cyberbullismo, di cui è stata promotrice e prima firmataria l’ex senatrice novarese, Elena Ferrara, «ed è l’ammonimento. Un provvedimento mutuato – ha rilevato Lavezzaro – dagli interventi contro lo stalking e la violenza di genere. Uno strumento che ha un fine educativo e che può essere richiesto anche dalla stessa vittima, anche al di sotto dei 14 anni. Non ha valore penale. Si cerca di far capire al bullo, ammonendolo oralmente, il disvalore dell’azione compiuta e come questa sua azione, questo suo atteggiamento, possa avere gravi, se non gravissime, conseguenze sulla vittima».
Uno strumento che, però, per ora, come il Questore ha sottolineato anche in un più recente intervento, in occasione della tappa novarese della campagna “Una vita da social” in piazza Duomo venerdì 11 febbraio, sembra essere poco conosciuto o, comunque, poco richiesto.
«Ho disposto sinora un ammonimento a marzo e un altro nel 2019 – ha proseguito all’Arengo il Questore – Davvero molto pochi, se si valuta la situazione del fenomeno, le storie di cui spesso veniamo a conoscenza». In cinque anni, da quando la legge nata dalla vicenda di Carolina è entrata in vigore, in tutta Italia, sono stati solo 72 quelli richiesti. «Sono pochissimi – ha ribadito venerdì scorso – Voi tutti almeno una volta – ha detto parlando ai ragazzi che hanno partecipato all’iniziativa – avete conosciuto episodi di bullismo ai danni di qualche amico. Eppure non è mai venuto fuori, nessuno ce l’ha mai detto. In Piemonte sono stati 14 gli ammonimenti in questi 5 anni in cui il provvedimento è attivo. Uno strumento importante, ma che, e la cosa mi dispiace molto, non viene utilizzato o è poco conosciuto».
Gli strumenti, dunque, ci sono. E lo ha rimarcato anche l’avvocato Missaglia. «Forse c’è poca conoscenza di questi importanti mezzi, pur con le numerose campagne di sensibilizzazione che vengono portate avanti. Probabilmente è per questo che, spinta anche da episodi che ho dovuto seguire per professione, mi sono messa a scrivere questo libro. Un volume che ho iniziato e concluso durante il lockdown. Centrale è la questione dell’ascolto – ha aggiunto – I ragazzi tendono a non denunciare. Temono che dalla denuncia possa derivare qualcosa di più grave, di peggiore, ma così non è. Anzi occorre intervenire il prima possibile. I ragazzini, i branchi di bulli, non sanno cosa sia un reato. Sono per questo molti gli aspetti del fenomeno da approfondire. Tra l’altro, durante la pandemia, la piaga del bullismo e del cyberbullismo è cresciuta, i casi sono aumentati. Spesso manca anche un’adeguata formazione da parte di chi lavora con i ragazzi. Occorre coinvolgere maggiormente gli adulti. Anche perché – ha poi sottolineato – quando il problema del bullismo o di quello in rete emergono spesso la tragedia è già avvenuta».
Come è capitato con Carolina e con lo stesso protagonista del libro di Missaglia, ispirato a una storia vera. «I ragazzini, a quell’età – ha ancora spiegato – pensano di poter fare quel che vogliono ed ecco l’importanza della responsabilità degli adulti, dei genitori». In “Un colpevole silenzio” l’avvocato tratta le questioni della ‘culpa in vigilando’ e della ‘culpa in educando’, che si riferiscono alla responsabilità dei soggetti che devono sorvegliare i minori. Nella storia di Giovanni del libro si registrano una catena incessante di errori incredibili, con nessuno che si accorge di quanto sta avvenendo, pur con alcuni segnali, nel rendimento scolastico (con Giovanni che a scuola era sempre andato bene) come anche nella sua eccessiva magrezza, nel suo sguardo triste, diverso dal solito. Nel suo non voler più andare agli allenamenti di nuoto.
IL LAVORO CON LE FAMIGLIE
«A volte è davvero difficile intervenire. Occorre intercettare le famiglie, che è ciò che noi tentiamo sempre di fare. A volte – ha ripreso Lavezzaro – c’è un vuoto assoluto. Si cerca di far cambiare quel ragazzo “difficile”, ma la strada è complicata, ricca di ostacoli. Quando affido un ragazzo problematico a qualcuno, per recuperarlo, per aiutarlo a superare, deve essere un qualcuno dotato di un importante carisma o il ragazzino non ne avrà alcun beneficio. Ecco l’importanza del ruolo degli educatori e delle loro capacità». Il Questore ha accennato a un giovanissimo, a un ‘bulletto’, per il quale, per calmarlo e farlo riflettere, era dovuta intervenire anche lei. «Era stato molto ‘strafottente’, ci sbeffeggiava – ha raccontato – Ricordo di avergli detto che, avesse continuato a quel modo, ci saremmo sicuramente ritrovati. E in effetti così è stato. È risultato qualche tempo dopo coinvolto in una rapina. Serve un adulto di riferimento e capace di farsi seguire, ascoltare».
A farle eco Missaglia: «spesso i bulli arrivano da situazioni critiche, da vissuti di violenza assistita, che sicuramente segnano profondamente una vita, ma non è sempre così. Quello che è certo è che, ormai, tutto viene vissuto come virtuale, come artefatto. Non si rendono conto del danno che producono alle vittime. Almeno il 35% dei ragazzi – ha poi aggiunto, fornendo un dato – soffrono, sono colpiti, dal fenomeno del cyberbullismo. E i i genitori, sui quali occorre intervenire, in taluni casi, sono difficili da coinvolgere e quasi assenti».
L’IMPORTANZA DI EDUCATORI AUTOREVOLI
Occorre agire, come ha rilevato il Questore, «con una manovra a tenaglia. Servono docenti preparati, autorevoli, in grado di farsi ascoltare e di essere da esempio, da pungolo per i ragazzi». Il Questore, per spiegare l’importanza di un educatore carismatico e autorevole, ha raccontato una sua esperienza: «mio figlio, iscritto a una scuola superiore salesiana, spesso mi chiedeva di cambiargli istituto, perché voleva andare più spesso a sciare con gli amici. ‘Qui, invece – mi diceva – devo sempre studiare tanto e non posso’. Non gli ho cambiato scuola. Quando è uscito dal liceo, un suo docente gli ha detto ‘bravo’, ma che, per le sue capacità, avrebbe potuto fare molto di più. Probabilmente quella frase ha fatto scattare in lui qualcosa di importante. E un mese e mezzo fa si è laureato con il massimo dei voti. Mi ha detto ‘meno male non mi hai cambiato scuola’ e poi ha voluto assolutamente, prima dei festeggiamenti in famiglia, andare a trovare quel prof, informandolo di come era andata. Evidentemente era riuscito a pungerlo nell’orgoglio, qualcosa di quanto gli aveva detto durante gli anni del liceo. Ecco i docenti autorevoli e con carisma. Occorre investire sulla classe degli insegnanti». Una frase, un appello, quest’ultimo, ribadito anche dalla direttrice del Circolo dei lettori e già docente, Paola Turchelli.
NOTE A MARGINE SUL LIBRO “UN COLPEVOLE SILENZIO”
«La storia di Giovanni, raccolta da un’amica – ha spiegato l’autrice – mi ha fatto venire i brividi. Una storia nella quale non si poteva tornare indietro. Occorre un cambio radicale. O stai zitto o fai qualcosa. I compagni di scuola, gli insegnanti, tutti avrebbero dovuto parlare». Nella prima parte del volume si scopre chi è Giovanni con il racconto di chi gli ha voluto bene. Nella seconda parte del libro si mescolano giustizia e dolore e i tre personaggi, la mamma e la nonna del giovane e il giornalista, chiamato a occuparsi di quanto accaduto a Giovanni, a leggere quel diario straziante, decidono di agire. «Dalla mia professione avevo raccolto pagine di ragazzi bullizzati, materiale che ho utilizzato in questa parte – ha proseguito Missaglia – rendendolo fruibile a tutti nella forma di romanzo, per far riflettere, per cercare di impedire che altri fatti analoghi si ripetano. Nella prima parte ci sono stralci di dialoghi tra la mamma e la nonna. La seconda parte punta a riaprire il caso, affinché non si valuti quel gesto come un suicidio punto e basta. Non per avere un risarcimento, si chiede giustizia per riflettere, per capire cosa possa essere accaduto e appunto impedire che riaccada. Io credo poco alle statistiche, che lasciano il tempo che trovano. Il problema c’è, esiste e c’è anche del sommerso. Occorre partire dalla prevenzione sui bulli. Facendo capire loro, ai bulli, che, oltre a essere cattivi, sono anche ignoranti. Un’indagine giudiziaria, quella presente nel libro, che non riguarda solo i bulli, ma che coinvolge tutti quelli che avrebbero potuto dire, educare, ascoltare e fare di più». Monica Fiocchi Curino
Oggi, dopo gli ultimi articoli dedicati a iniziative messe in campo dalle Forze di Polizia per affrontare temi importanti come il contrasto alla violenza di genere e diffondere la cultura della legalità tra bambini e ragazzi, cambio argomento e racconto di un incontro vissuto per lavoro qualche settimana fa. Un appuntamento per la presentazione di un libro sull’Africa. Un continente che mi affascina sin da quando ero ragazzina, perché, pur con le tante difficoltà che, innegabilmente, incontra e vive, ha saputo sempre reagire e andare avanti.
Sin da piccolina ho potuto conoscere uomini e donne con esperienze missionarie. Dalla ‘mia’ suor Miriam, pianzolina all’epoca attiva nella parrocchia di Sant’Agabio, tutt’ora missionaria in Mali, alla mia miglior amica che, quando non aveva più di 18-19 anni, decise di seguire proprio suor Miriam e vivere un’esperienza significativa in Africa. E, poi, negli anni, un altro sacerdote, intervistato a fine 2020, mentre aveva fatto rientro a Novara, don Valeriano Barbero. Senza dimenticare Giovanni Mairati, mio amico da anni e, ormai, per me, “Il signor Giò” del mio primo libro, “Il diario della Casa dei Girasoli”. Lui, con Casa Alessia, ha coinvolto tantissime persone, giovani e meno giovani, a partire per l’Africa, precisamente per il Burundi, ma anche per l’India e per l’Ecuador, in Sud America, per aiutare gli altri, in particolare i bambini.
Un aiuto, un sostegno, che stava anche per travolgere me. Sì, non nego, che un’esperienza di questo tipo, prima o poi vorrei viverla. Ma lotto con una grande paura, quella dell’aereo. E con un’altra: quella del distacco, della lontananza dalle persone che amo. Ho sempre il timore (sì, direi davvero assurdo) che, mentre sono via o mentre vivo qualcosa che nessuno mai si aspetterebbe da me e di davvero insolito, possa succedere qualcosa a mia madre, ai miei amici. Gliel’ho anche detto, in passato: «mi piacerebbe tanto, Giò, partire con voi per qualche bel progetto con i piccoli di qualche Paese lontano», ma poi…. cosa canta Mina? “Parole, parole, parole”. Sarebbe sufficiente accantonare un po’ di timori, un po’ di paure, ma mica è facile. E a bordo di un aereo ci sono anche stata. Ben due volte, ma, dopo l’ultima, forse perché prima di partire per il rientro a Novara c’è stato un forte temporale, mai più un aereo.
Dopo tutto questo preambolo forse è bene partire con la cronaca della presentazione del libro sull’Africa, che qualche settimana fa mi ha colpito. Il libro è “Quello che possiamo imparare dall’Africa. La salute come bene comune”. Autore è don Dante Carraro, sacerdote, medico e direttore di Medici con l’Africa Cuamm. Il volume è stato scritto con Paolo Di Paolo e, pubblicato da Laterza, è stato presentato in Vescovado.
Già dal suo esordio don Dante mi ha catturato, perché ha detto qualcosa sull’Africa che, come ho raccontato più sopra, ben rende ciò che io stessa penso sul continente africano. «Nessuno racconta di un’Africa che aiuta l’Africa. Sui giornali – ha riferito – appare solo la narrazione di un continente in difficoltà, quello dilaniato, in molti suoi Paesi, dalla guerra. Ma in Africa c’è molto di più». A dialogare col sacerdote, in un viaggio alla scoperta dell’Africa e di quanto ci può insegnare, Beatrice Buratti, Paolo Pescio e Flavio Bobbio, cooperanti Cuamm delle nostre zone. «Come Cuamm – ha poi continuato don Carraro – in questo momento stiamo lavorando molto in Sud Sudan. E tanti medici arrivano ad aiutarci dall’Uganda. Questo testimonia la vitalità dell’Africa, dove molti giovani sono orgogliosi di dare una mano al proprio Paese».
Un pomeriggio nel quale don Carraro, Buratti, originaria di Biella e ostetrica all’ospedale Maggiore di Novara, e il marito Pescio di Vercelli, ingegnere per una multinazionale, moderati da Bobbio, hanno raccontato la propria esperienza. In avvio di incontro un filmato di presentazione del Cuamm, che, nato nel 1950, opera ora in 8 Paesi africani. «Il mio innamoramento dell’Africa – ha spiegato don Carraro – parte molti anni fa. Il mio primo viaggio è del 1995. Un’esperienza che mi ha lasciato stordito. Il Mozambico è straordinario, sempre nuovo, sempre affascinante. Dopo il Mozambico sono stato in Etiopia e in Uganda». Un continente in cui ogni giorno la differenza è quella tra la vita e la morte. Il sacerdote ha ricordato la prima volta che ha visto morire un bimbo. «Sembrava sorridesse. Era, invece – ha aggiunto – un irrigidimento dei muscoli del volto. È morto a causa del tetano. Ecco, se pensassimo a questo, capiremmo tante cose. Da noi ci si lamenta continuamente e disponiamo di ogni cura, per il tetano e per tante altre malattie. Così non accade in Africa. Eppure nessuno si lamenta, nessuno si piange addosso». L’Africa «ci insegna che il lamento non serve. Quello che va fatto è passare dal lamento al rammendo, a pensare a come uscirne, a come poter andare avanti. L’Africa a me ha insegnato a provare a trovare strade nuove per dare valore a quanto ci sembrava perduto. Non solo. Mi ha insegnato – ha ancora detto – a mettere alla prova tutti gli schemi fissi, compreso un certo delirio di onnipotenza occidentale. In Africa ho imparato come la frugalità non è un limite, ma può trasformarsi in un’opportunità per far leva più sull’intelligenza e lo studio che non, invece, sul denaro».
Buratti e Pescio, tra l’altro, si sono conosciuti grazie all’impegno nei rispettivi centri missionari e anche a loro l’Africa ha dato molto. «Ci siamo conosciuti e fidanzati grazie all’esperienza missionaria – ha spiegato Pescio – Dopo pochi giorni Beatrice mi ha annunciato che sarebbe partita per un anno in Angola. Certo rimasi sorpreso, ma sono esperienze in cui crediamo entrambi. È poi tornata e ci siamo sposati e, dopo, è nato nostro figlio Giacomo. Per noi l’Africa è tutto», tanto è vero che poi la coppia è tornata in Angola, precisamente a Chiulo, anche con il figlio.
«Volevamo restituire all’Africa quanto ci ha dato – ha aggiunto Buratti – Un continente dove la mia professione è fondamentale. In Italia è facile trovare un pediatra, un’ostetrica, non accade così in Africa, dove tutto è più difficile, dove manca tutto». Il Cuamm e i suoi tanti missionari fanno questo, mettono al centro la persona e si occupano dell’accesso alle cure per tutti, bambini come adulti. Monica Curino
Qualche giorno fa scrivevo così su Facebook: “Di mattinate come queste ne servirebbero molte di più. Che persona straordinaria don Luigi Ciotti. Sono passate poco più di 8 ore da quando è finito l’incontro, ma ho ancora qui, nella testa, nel cuore soprattutto, tutto quanto ha detto”. Nel post, come mio solito, avevo scritto anche altro. Quel di più, che rimanda in qualche modo a me, alla mia vita, quel di più che ho sempre qualche timore a rivelare, a scoprire. Nulla di cui vergognarsi, tutt’altro, ma penso sempre di essere sbagliata o, comunque, di sbagliare a vivere così intensamente certi incontri, certi eventi, certe iniziative che il lavoro mi porta a seguire e, in questo caso, sento di poter dire davvero ‘mi dona’.
E allora partiamo. Pronti a raccontare una due giorni, mercoledì primo e giovedì 2 dicembre, che è stata in grado di coinvolgere 1.200 bambini e ragazzi, moltissimi operatori della Polizia di Stato, 25 associazioni del territorio e non solo. Due giorni voluti e promossi dalla Polizia di Stato di Novara e che ha visto la concreta collaborazione della scuola, del Comune e dell’Ufficio scolastico provinciale. Protagonisti l’Istituto superiore Bellini-Nervi per una mattinata con don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e presidente di Libera contro le mafie, e l’Istituto Comprensivo Bellini (scuola materna, scuola elementare e scuola media) con 25 stand di associazioni nelle strade intorno ai plessi scolastici. Una doppia iniziativa che ha avuto lo scopo di promuovere tra i più giovani la cultura della legalità, del rispetto delle regole, del senso civico. E questo è quanto è successo.
È stata soprattutto, come riferito dal Questore Rosanna Lavezzaro, «una grande iniezione di legalità». Un’iniezione di legalità che ha fatto centro anche tra i più grandi. Non solo tra i ragazzi dell’Istituto Bellini-Nervi, ma anche tra docenti, giornalisti e altri adulti, che hanno potuto ascoltare le parole di don Ciotti e, in più occasioni, commuoversi.
Ad aprire la mattinata il dirigente scolastico Leonardo Giuseppe Brunetto, che ha rimarcato l’importanza dell’incontro, e il Questore Lavezzaro, che, dopo un breve saluto, ha mostrato ai ragazzi un estratto dal film “Baby gang”, che racconta di alcuni giovanissimi che, nella periferia romana, finiscono con il delinquere. Un video molto duro, con un giovane che perde la vita e un altro che finisce in carcere, che ha lasciato sicuramente il segno tra gli studenti (600 nella palestra di via Liguria, altri 600 collegati in Dad). «Vi ho voluto mostrare questo filmato – ha detto il Questore – non per dire che voi siete quei ragazzi là. Di sicuro non andate a sparare alle persone, non avete uno skimmer. Questo è per mostrarvi il paradosso, una scelta che quei ragazzi hanno compiuto e che è uscita fuori dal loro controllo, senza più alcun legame con la realtà. Questo il messaggio. Prima di arrivare a quella scena, a quel finale, questi ragazzi si erano messi in qualcosa di più grande di loro, attuando una scelta sbagliata, una scelta dalla quale non sono più riusciti a uscire».
Non hanno potuto fare una scelta diversa «o uscirne, perché – ha aggiunto Lavezzaro, rivolgendosi agli studenti – non avevano alle spalle famiglie, professori, amici, che li aiutassero. Sono stati più sfortunati di voi. Facciamo attenzione a non creare facili giustificazioni, a dare scusanti inutili. Ciò che non è corretto e va contro le regole non va giustificato. Questi ragazzi hanno sbagliato perché hanno voluto tutto e subito, in modo facile e senza fatica. Sembravano spavaldi, ma avete visto l’ultima scena? Con il ragazzo in carcere disperato. Ci sono scelte da cui non si riesce a tornare indietro. Mi sento di dirvi di portare avanti scelte giuste e consapevoli. Sento di dirvelo più come mamma che come Questore di Novara. Sappiate sfruttare al meglio le occasioni che la vita vi riserva. Uscendo da quest’incontro avrete un insegnamento che porterete con voi nel tempo. Fate fruttare positivamente quest’incontro».
Don Ciotti ha, quindi, coinvolto e spronato i ragazzi con la sua grande capacità comunicativa e raccontando la sua storia. Ha parlato di responsabilità da assumersi, del valore delle parole, delle parole da non dire. Li ha invitati a essere protagonisti «del cambiamento. Ricordatevi, però, che è il ‘noi’ che vince, il lavorare insieme con gli altri». Il sacerdote, che prima di iniziare l’incontro non ha mancato di salutare a uno a uno la maggior parte dei ragazzi, ha esordito sottolineando l’importanza degli istituti professionali. «Siate orgogliosi di far parte di questa scuola – ha detto – Anch’io, quando ero ragazzo, frequentavo una scuola professionale per ottenere il diploma in telefonia e telegrafia».
Ha poi ha raccontato la sua storia di immigrato a 6 anni, «quando – ha spiegato – abbiamo dovuto abbandonare il cuore delle Dolomiti e trasferirci a Torino, nel quartiere Crocetta. La mia famiglia era molto povera. Papà aveva trovato un lavoro qui in Piemonte, faceva il manovale, ma non aveva trovato una casa per tutti noi. L’impresa per cui lavorava – ha proseguito don Ciotti – gli disse di utilizzare una baracca del cantiere. Quella baracca, una di quelle dove si stava costruendo il futuro Politecnico, diventò così la nostra abitazione». Negli anni «papà da manovale passò a muratore e, quindi, a capomastro». E ancora, raccontando di se stesso, lasciando un’importante lezione ai ragazzi: «Mamma prendeva i vestiti usati dalla San Vincenzo. Li lavava e sistemava sempre. Si può essere poveri, ma dignitosi».
E poi un fatto che, in prima elementare, ha cambiato la vita al sacerdote. «A scuola mi sentivo diverso – ha rivelato ai ragazzi – perché i miei genitori non potevano fornire anche a me fiocco e grembiule come alle mie sorelle. Ero il solo che non li aveva in tutto l’istituto, una scuola della Torino bene. I bambini mi guardavano in maniera diversa. Un giorno, poi, la maestra, mentre altri compagni disturbavano, se la prese a malo modo con me, che non avevo fatto nulla. Mi disse: “Ma che cosa vuoi tu montanaro!”. Io mi sentii ancora una volta diverso, povero e le lanciai contro un calamaio, raggiungendole il vestito. Fui espulso dalla scuola e accompagnato a casa dal bidello. Piangevo – ha proseguito don Ciotti – perché sapevo di aver fatto qualcosa che non avrei dovuto fare. Un gesto sicuramente sbagliato. Mamma, pur capendo che avevo voluto difendere le mie origini, la nostra dignità, mi diede una dura lezione. ‘Non si risponde alla violenza, anche solo verbale, con altra violenza’. Fui isolato anche dagli altri bambini, i genitori li tenevano lontani da me. In prima elementare ero diventato il bambino cattivo da cui stare alla larga». E qui sta la lezione per tutti, ragazzi come adulti: «A volte occorre distinguere, capire e non fermarci alle apparenze di un gesto. È un grande atto d’amore, se una persona sbaglia, aiutarla a prendere coscienza delle proprie responsabilità, delle proprie fragilità, senza però giustificarla». Anche perché il male di oggi è la “paccaterapia”, così l’ha definita don Ciotti, ossia «la pacca sulle spalle, con genitori che con questa modalità giustificano tutto e anzi se la prendono, sovente, con i professori. Questo non serve a nessuno. Ciascuno deve prendersi le proprie responsabilità».
Il sacerdote è passato poi a raccontare l’incontro che a 17 anni ha deciso per sempre il suo futuro, la sua vita. «Prendevo spesso il tram e, passando in un punto di Torino, vedevo sempre seduto su una panchina con tre cappotti addosso per coprirsi un uomo intento a leggere. Da subito mi colpì. Sottolineava tutto quanto leggeva, pur nelle difficoltà non aveva perso la voglia di conoscere. Era quello che oggi viene definito un ‘senzatetto’, un ‘barbone’. Volevo capire perché fosse sempre solo. Un giorno mi decisi, scesi dal tram e lo raggiunsi». Era un ex medico molto stimato «di un paesone del Nord Italia, che, dopo una dura tempesta, la morte della famiglia in un incidente stradale, era caduto in depressione. Per diversi giorni cercai di instaurare con lui un rapporto, ma niente. Avevo pensato anche che fosse sordo. Ricordate, ragazzi, è molto importante l’ascolto, il creare una relazione. In lui vidi gli occhi della disperazione. Fu proprio lui che, segnato duramente dalla vita, mi indicò alcuni ragazzi dall’altra parte della strada, in un bar. Ragazzi che si ‘sballavano’. “Vedi cosa fanno?”, mi disse. Erano giovani che mescolavano alcool e medicinali, perdendosi. A Torino l’eroina, a quei tempi, non era ancora arrivata. Quell’ex medico mi esortò a intervenire: “Vai e fai qualcosa per quei ragazzi. Io sono malato e non posso aiutarli“».
Detto, fatto. Un giorno don Ciotti non trovò più il ‘senzatetto’ sulla panchina, quel medico non c’era più, ma ormai per lui quell’invito, quell’appello, era diventato un impegno, una missione. «Quell’incontro non poteva finire così. Da lì è iniziato tutto, dovevo fare qualcosa per le persone ai margini, in difficoltà, sole. Partì così il gruppo Abele e poi tante altre esperienze. Ovviamente qualcosa che ho fatto non da solo, ma con gli altri. Ribadisco che è il ‘noi’ il motore di tutto».
Il sacerdote ha parlato anche di mafia e di Giovanni Falcone: «Lo conobbi a un corso di formazione per le Forze di Polizia su droghe e dipendenze a Gorizia. Accadeva due mesi prima della strage di Capaci. Al termine di quella giornata intensa ci abbracciammo, rimandandoci a un caffè o a Roma o a Palermo. Non riuscimmo a mantenere questa promessa. Il giorno della strage, tra l’altro, mi trovavo in Sicilia per un corso». Ed ecco l’invito «a non lasciare sole quelle scuole, quelle città. Quello delle mafie, a oggi, è un problema trasversale – ha aggiunto – che tocca ogni regione. La mafia è ormai ben presente anche al Nord: dove ci sono i soldi, dove ci sono gli affari, arrivano i tentacoli delle mafie. Don Luigi Sturzo, già nel 1900, diceva che le mafie hanno piedi in Sicilia e forse testa a Roma. Proprio dopo Capaci nacque l’idea di Libera. Un impegno che portiamo tutt’ora avanti. La strada è tortuosa e lunga e la mafia ha anche cercato di uccidermi, ragione per cui ho la scorta. Ma non ci arrendiamo e occorre che tutti si faccia la nostra parte. Occorre una “rivolta” dei cittadini, delle coscienze. Smettiamola di fare i professionisti della lamentela e pensiamo a cosa possiamo fare di più noi concretamente, al fianco delle istituzioni. Il contrasto alle mafie non può essere demandato alle Forze dell’Ordine soltanto. Deve coinvolgere noi tutti. Non possiamo fare da spettatori se vogliamo cambiare le cose». E ancora: «La scuola è un valore, eppure siamo agli ultimi posti in tema di povertà educativa. Una società che non investe sui giovani non è una buona società. Dobbiamo investire su loro».
Un ultimo appello, infine, rivolto ai ragazzi, a tutti: «Non sprechiamo la nostra vita. Non possiamo vivere di questi telefonini, tutti di corsa, tutto veloce. Si perde il senso critico. Dobbiamo, invece, recuperare le relazioni, parlare. Le parole sono importanti. Usiamole, dicendo però quelle giuste. Le parole, infatti, possono dividere, ma possono anche unire ed essere meravigliose, essere d’aiuto e di sostegno. Parliamo tra di noi, confrontiamoci».
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Giovedì 2, poi, ecco l’appuntamento per i più piccoli, a Sant’Agabio. 600 i ragazzi presenti, tra bimbi della materna e ragazzini delle elementari e delle medie. Centocinquanta operatori di Polizia e di associazioni coinvolti e 25 stand lungo via De Amicis, via Vallauri e via della Riotta. Tre gli stand della Polizia, con personale della Questura, della Polizia stradale e del Nucleo Cinofili. Presenti anche, per tutta la giornata, gli stand di Alpini Gruppo di Trecate, Asl 13, Aib Piemonte, Cassiopea, Casa Alessia, Anmil (Associazione Nazionale fra lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro), Gruppo Noi dell’Omar (contro il bullismo), Polizia locale, Sbulloniamoci sportello contro il bullismo, Istituto Comprensivo Bellini con tutte le sue scuole (presente la dirigente Maria Caterina Barberis), Comunità Educativa Giovanile, Centro per le famiglie Comune di Novara, Giustizia Riparativa, Croce Rossa Italiana-Comitato di Novara, 118, Falegnameria sociale Fadabrav, Fai, Igor Volley, Libera, Liberazione e Speranza, Lilt, Associazione di pubblica assistenza Novara Soccorso, il Progetto per Tommaso, la Protezione Civile-Gruppo Scorpion Novara, la Comunità di Sant’Egidio.
Tutti pronti dal mattino per spiegare ai bambini e ai ragazzi attività e importanza del rispetto delle regole, del rispetto dell’altro. Un’occasione in cui i ragazzi hanno potuto anche salire in sella alle motociclette della Polizia stradale e a bordo delle auto della Polizia di Stato, come anche della Polizia locale. Ad allietare la giornata intervalli musicali a cura della sezione musicale dell’Istituto Comprensivo Bellini, con i ragazzi diretti dai docenti di musica.
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Un concerto che, sul sagrato della chiesa, sulle note de “L’amico è” di Dario Baldan Bembo, ha entusiasmato tutti, ragazzi, famiglie, autorità comprese: assessori (presenti Giulia Negri per l’Istruzione, Raffaele Lanzo per la Polizia locale e Luca Piantanida per le Politiche sociali), sindaco e Questore hanno battuto il tempo e intonato il celebre brano sull’amicizia.
«Un momento di aggregazione per i ragazzi – ha riferito il Prefetto Francesco Garsia – molto importante. Avete potuto conoscere tante associazioni e Forze di Polizia». Il sindaco Alessandro Canelli: «grazie alla Questura per questa giornata, che vi avvicina – ha detto ai ragazzi – alle istituzioni che lavorano per noi e per voi». Il Questore Lavezzaro: «Un’iniziativa, una mattinata affinché siate cittadini più consapevoli, più responsabili. Oggi abbiamo la scuola fuori dalla scuola. I ragazzi ascoltano, seguono, si interessano, purché chi parla loro si sappia far ascoltare. Un grazie per come avete partecipato. E raccontate qualcosa ai vostri genitori di questa giornata». Il grazie per la giornata anche dalla preside del comprensivo Bellini e da Roberto Musco della Polizia, che si è occupato dell’organizzazione dell’evento. «Grazie al supporto fornito dalla scuola – ha detto – Una giornata per tutti voi, per diventare cittadini consapevoli».
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Davanti alla sede del Bellini, in via Vallauri, alcuni ragazzi hanno letto brani tratti da un libro sul tema del bullismo insieme all’ex senatrice Elena Ferrara, cui si deve la legge contro il cyberbullismo, di cui è stata prima firmataria.
Questore e Prefetto sono poi stati accompagnati in un tour per tutti gli stand, fermandosi anche a quello del Gruppo Noi dell’Omar. In quest’occasione il Questore ha invitato i ragazzi al Salone dell’Arengo del Broletto per la presentazione, giovedì 16 dicembre alle 18, del libro “Un colpevole silenzio” di Daniela Missaglia. Un libro che racconta la storia di un giovanissimo vittima di bullismo.
Giovedì ricorreva il 25 Novembre, Giornata Internazionale per l’Eliminazione della violenza contro le donne. Una Giornata per sensibilizzare nei confronti di un fenomeno che, pur con le tante campagne messe in atto da Istituzioni, Forze dell’Ordine e associazioni e con l’impegno costante alla prevenzione e al contrasto da parte delle Forze di Polizia, non accenna a diminuire, a rallentare. Ne sono una dimostrazione gli ultimi episodi avvenuti in questi giorni nel nostro Paese. In Italia, da inizio anno, sono state 109 le vittime, un femminicidio ogni tre giorni, questo il triste record del 2021. Un argomento che, come credo tutte le donne, sento molto. Un po’ anche per situazioni vissute negli anni da due carissime amiche, un po’ per situazioni, fortunatamente lontane, vissute anche in prima persona. Situazioni, vicende che, pur se risalenti a decenni fa, lasciano sempre strascichi e ferite che difficilmente si rimarginano, se non molto lentamente. Avrai sempre quel tarlo, quel qualcosa che ti trascini dentro e di cui non riesci a liberarti totalmente, neanche se circondata da persone che ti amano, che ti vogliono bene: paura dell’altro, scarsa fiducia nel prossimo, se non anche in te stessa. Un tarlo che ti trascini dietro soprattutto se la violenza è quella cui si assiste quando si è ragazzi, se non anche bimbi. Un fenomeno che lascia, oltre alla vittima del “momento”, altre vittime, che dovranno vivere il dopo, il silenzio di non avere più una madre, una figlia, una sorella, un’amica. “Il silenzio di chi rimane”, come il titolo di un convegno promosso proprio in questi giorni a Novara dalla Uil.
Il convegno promosso dalla Uil di Novara
In quasi 21 anni di professione giornalistica sono diversi gli episodi di femminicidi di cui mi sono occupata, dalla cronaca stretta del momento alla sua evoluzione processuale. E ogni volta, recandomi sul luogo, provando sentimenti difficili da raccontare e una grande tristezza per una vita spezzata, mi sono chiesta come potesse essere successo, come potesse un amore, che dovrebbe essere ciò che c’è di più bello al mondo, trasformarsi, per gelosia, per voglia di possesso, per un’incomprensione, per una separazione che non si accetta, in una tragedia, nella morte di chi si amava. Due le vicende che più mi hanno colpito. Quella, nel 2010, di Simona Melchionda, la giovane di Oleggio, scomparsa e ritrovata dopo un mese, uccisa dal suo ex compagno, un carabiniere, Luca Sainaghi. Assassinata con un colpo di pistola e gettata nel Ticino in piena. E quella di Gisella Purpura, morta in strada, in un corso Cavour affollato di gente in una calda giornata di luglio del 2016, dopo essere stata ferita gravemente in casa con un coltello dal compagno Bilel Ilahi.
Episodi che, come detto poco sopra, lasciano molto dolore in chi resta. Perché l’assenza di una mamma, di una figlia, di una sorella, sarà sempre difficile da colmare. Una persona che si è amata, che ha fatto parte a lungo della nostra vita, o anche per breve tempo, ma in un rapporto intenso e sincero, non si dimenticherà mai. E altrettanto, altre tracce, altri ‘scavi’ nell’anima, lasciano anche le violenze vissute, viste, sentite in casa e che, ‘fortunatamente’, non hanno portato a una vittima.
Palazzo Fossati, sede del Tribunale di Novara
LE INIZIATIVE
A Novara e nel Novarese sono molte le iniziative messe in campo da anni per prevenire, contrastare e sensibilizzare sul tema. Da questo punto di vista, istituzioni, Forze dell’Ordine, associazioni sono ogni giorno in prima linea. Non solo il 25 Novembre, perché l’attenzione va tenuta alta sempre, 365 giorni l’anno. Proprio giovedì, in Questura, è stata inaugurata una stanza-rosa, uno spazio dedicato alle donne vittime di violenza che arrivano nei locali di piazza del Popolo per denunciare una situazione di abusi, in alcuni casi abusi che vanno avanti da anni e che la vittima non ha denunciato per paura, per vergogna o, anche, per non vedere naufragare un progetto di vita insieme. Per continuare a tenere unita la famiglia per i figli. Una stanza dedicata all’ascolto delle donne maltrattate o, comunque, di persone vulnerabili. Nome del progetto “Una stanza tutto per sé”. «Nella stanza – come ha spiegato il Questore, Rosanna Lavezzaro – non c’è una scrivania, ma ci sono un tavolino rotondo e un divanetto. Una scelta ben precisa per evitare di mettere soggezione alla donna che passa da noi a fare denuncia. Non va creato un distacco, ma vicinanza. Una donna, quella che si reca a fare denuncia, che già vive una situazione difficile, sentendo quel momento come il fallimento di una vita. Con questi arredi abbiamo voluto ricreare un ambiente famigliare, alleggerendo la donna di ogni tensione».
Lo spazio che accoglie “Una stanza tutta per sé”
La stanza nasce grazie all’apporto del Soroptimist Club Novara, guidato dalla presidente Giovanna Broggi, club che in questi giorni ha promosso anche alcuni incontri con i ragazzi del Ciofs di Novara con relatori il colonnello dei Carabinieri Eliseo Mattia Virgillo e l’avvocato Carla Casalis. Lo spazio ha lo scopo, hanno riferito Lavezzaro e Broggi, «di sostenere la donna nel delicato momento della denuncia degli abusi subiti, nel percorso verso il rispetto e la dignità della persona. Per rendere più semplice raccontare – hanno aggiunto – quello che ha vissuto, per infonderle tranquillità e coraggio».
I DATI
I dati, come riportato poco sopra con i numeri a livello nazionale, sono sempre preoccupanti. E anche Novara fa segnare numeri da non sottovalutare. Nel 2020 in Procura sono stati iscritti 262 fascicoli nell’ambito del Codice rosso, che raggruppa reati come maltrattamenti, violenza sessuale e stalking. Come anche 16 ‘modelli 45’, ossia quelli che riguardano fatti che non costituiscono reato, ma che vanno valutati con attenzione, «perché – ha spiegato il sostituto procuratore Chantal Dameglio durante la consueta riunione del Protocollo antiviolenza, che raduna tutte le realtà coinvolte nel sostenere e tutelare le vittime di violenza – potrebbero nascondere situazioni delicate». Fondamentale, come riferito dalla stessa Dameglio, è il dialogo con la donna, l’ascolto della vittima. Un ascolto che, nella stanza allestita al quinto piano della Questura, con vista sulla Cupola, è totalmente garantito. Tra i dati su cui riflettere, sempre forniti durante la riunione del Protocollo dalla consigliera provinciale alle Pari opportunità, Elena Foti, in riferimento alle donne che si sono rivolte all’ampia rete di aiuto esistente sul territorio novarese (due Centri antiviolenza, Comuni, Centro servizi pari opportunità della Provincia e i vari Consorzi), il numero di minori coinvolti in queste situazioni di violenza, ben 191. Bambini, ragazzi, che hanno visto mamma e papà litigare anche pesantemente.
La Procura di Novara
“Una stanza tutta per sé” ha visto fornire lo spazio dalla Questura e gli arredi dal Soroptimist, che ha fatto anche un altro dono importante alla Polizia di Stato novarese. Una valigetta con tutto il kit occorrente per registrare, con appositi programmi video, le deposizioni e le denunce, così che la donna maltrattata non debba sottoporsi alla dolorosa ripetizione del racconto delle umiliazioni subite, facendo fede quanto dichiarato nella saletta durante la registrazione. La donna si sente così accolta, ascoltata, compresa e tutelata.
La valigetta con tutto l’occorrente per le registrazioni donata alla Questura dal Soroptimist (nella foto la presidente Giovanna Broggi)
Ed è anche seguita da personale specializzato, quello della Seconda sezione della Squadra Mobile, implementata negli ultimi mesi da 4 a 6 operatori e che, da gennaio a novembre, ha lavorato su 57 procedimenti legati al Codice rosso. Un potenziamento del personale proprio perché, come ha spiegato il Questore, «occorre attenzione, ascolto, delicatezza. Sono interventi lunghi e delicati, per cui necessita grande precisione. Sono molte le persone da ascoltare e gli agenti devono anche saper capire quando siamo di fronte a una denuncia strumentale». Un mezzo, quello della valigetta, fondamentale anche poi nel corso del processo che verrà istruito in Tribunale. Spesso capita che la vittima, per paura, per timore, in aula, torni sui suoi passi, ritratti. Ma con gli audio e i video tutto sarà cristallizzato e ci sarà un aiuto maggiore al lavoro degli operatori di Polizia e alle stesse vittime.
Altri scatti dall’inaugurazione della stanza rosa in Questura
GLI STRUMENTI
Strumenti e iniziative, dunque, fondamentali e che ci sono, esistono, come anche gli strumenti in mano alle Forze dell’Ordine per reprimere. Strumenti che sono graduali: dall’ammonimento del Questore al divieto di avvicinamento sino all’allontanamento dalla casa di famiglia. Nonostante questo sono ancora tantissime le donne che non denunciano o che lo fanno tardivamente, solo quando iniziano a temere anche per i propri figli. «Negli ultimi 3 anni in Italia l’88% delle donne maltrattate, anche in casi gravi conclusi con un omicidio – ha raccontato sempre il Questore in un incontro al Coccia – non hanno mai prima denunciato. Chi maltratta non parte alzando le mani. Non comincia mai con uno schiaffo». Una frase, quest’ultima, che il Questore ‘prende a prestito’ da una battuta di un personaggio della serie tv Netflix “La casa di carta”, ossia l’ispettrice di Polizia Raquel Murillo, che, al bar con colui che più in là scoprirà essere il Professore, ossia l’ideatore della rapina alla Zecca di Spagna, spiegando la sua situazione di maltrattamenti, rivela, a un uomo quasi incredulo (difficile credere a un’agente di Polizia che subisca vessazioni): “Non inizia mai con uno schiaffone”.
L’ispettore Murillo e il Professore nella scena in cui lei racconta di essere vittima di violenze
In quella stessa parte della serie sempre Murillo rivelerà: “è come scendere le scale un poco per volta, come in certi film dell’orrore e qualcuno scende in cantina e c’è qualcuno che ti dice ‘non scendere, non devi farlo’. E invece lo fai. E così mi ha picchiato la prima volta, la seconda, la terza. E così abbiamo divorziato”. E anche l’ispettrice non denuncia. Teme di non essere creduta, visto che il maltrattante è un poliziotto come lei e uno dei più stimati del reparto. Denuncerà solo quando inizierà a temere per la sorella, con la quale l’ex inizia un rapporto sentimentale. E invece denunciare è fondamentale, non va sottovalutato. «Fidatevi delle Forze dell’Ordine, affidatevi. Vi daremo sempre ascolto – ha più volte riferito in occasioni pubbliche il Questore – Troppo spesso le donne perdonano, offrono un’altra chance, pensano di essere loro nel torto e ascoltano consigli di amici o vicini di casa. Parlatene con noi, venite da noi. Abbiamo il personale per ascoltarvi, accompagnarvi, seguirvi. È difficile altrimenti aiutarvi. Abbiate coraggio e fidatevi di noi».
L’ASCOLTO
L’ascolto, dunque, è fondamentale. Spesso una donna vittima di violenza si confida più facilmente con un estraneo che non con una persona amica e conosciuta da anni o con un famigliare, coi quali proverebbe vergogna, anche perché certamente sono persone che conoscono anche il lui della storia. Questo è quanto accaduto anche a Murillo, che era al terzo incontro col Professore, ma che non conosceva assolutamente. Professore al quale dirà “Ho una 9 millimetri infilata nella fondina, ma la verità è che non so come prendermi cura di me stessa”.
Ecco perché è importante che Novara sia apripista in Piemonte per il progetto #SicurezzaVera, che ha lo scopo di rendere i pubblici esercizi non solo un punto di incontro in totale sicurezza ma anche un presidio di legalità contro la violenza di genere. Un progetto che interesserà 20 città italiane, Novara è l’ottava in cui parte, e che è stato presentato qualche settimana fa all’Arengo. L’iniziativa si attua grazie alla sinergia avviata col protocollo siglato tra Fipe, Federazione degli esercizi pubblici, e Polizia di Stato. #SicurezzaVera nasce da un’idea del gruppo delle donne imprenditrici di Fipe Confcommercio. Una campagna di informazione e sensibilizzazione. Gli agenti tengono corsi agli addetti di bar, ristoranti e pub, per indicare loro come intervenire correttamente di fronte a episodi di violenza di genere e, soprattutto, come riconoscere e gestire una situazione di pericolo.
Così i locali pubblici si trasformeranno in punti di riferimento per chi avrà bisogno di aiuto. Valentina Picca Bianchi, presidente nazionale del gruppo donne Fipe: «un progetto che necessita dell’apporto di tutti. Confrontandoci – ha spiegato – abbiamo notato come, spesso, ci si trovi dinanzi, anche nei locali, ad attenzioni non desiderate. Così è nato il progetto. I locali pubblici, grazie alla Polizia, sapranno riconoscere l’emergenza, allertando i poliziotti. Grazie all’alto numero di locali pubblici sul territorio potremo costituire una significativa rete di presidio e prevenzione». Il Questore Lavezzaro: «il tema della violenza di genere è attuale e trasversale. Non risparmia nessuna categoria professionale ed economica. Occorrono sinergie e progetti di prevenzione. Più attori mettiamo in campo – ha aggiunto – più facilmente riusciremo a intercettare segnali di disagio e a intervenire. Devono però essere attori preparati». Alla Polizia, quindi, il compito di formare il personale dei locali pubblici, titolari come dipendenti, «con incontri e video, in cui presenteremo i mezzi a disposizione. A loro toccherà poi la segnalazione».
La presentazione dell’iniziativa #SicurezzaVera
#SicurezzaVera potrà costituire un importante radar sul territorio, perché «davanti a un caffè – ha ribadito il Questore – chi sta vivendo un’esperienza di violenza è più propenso ad aprirsi, a confidarsi, rispetto ad altri contesti». «Un progetto importante – ha commentato il prefetto Francesco Garsia – contro un fenomeno ben presente. #SicurezzaVera potrà dare una mano a far emergere le situazioni nascoste». Il progetto è stato delineato tra gli altri anche da Massimo Sartoretti, presidente Fipe Alto Piemonte, Elia Impaloni, del Centro antiviolenza, e Ivan De Grandis per la Provincia. La campagna ha il nome di una donna, Vera, che in germanico significa protezione, difesa; una donna che ha il diritto di vivere, crescere e camminare in sicurezza.
Un argomento articolato, dalle mille sfaccettature, quello della violenza sulle donne, per sconfiggere il quale si sta facendo molto. Ma che porta, visti i risultati che non cambiano o mutano molto lentamente, a dover fare ancora tanto. Serve un cambiamento culturale da parte di tutti, un processo culturale che spinga la donna a non provare vergogna, a non sentirsi in colpa e così a denunciare quanto vive, e che porti però anche l’uomo a capire come la donna non sia qualcosa di sua proprietà, ad accettare che quella persona lo voglia allontanare da sé. Come ha riferito il procuratore capo della Repubblica, Giuseppe Ferrando, all’inaugurazione della stanza rosa, «non si tratta solo di repressione, punto nel quale siamo già a una fase avanzata. E’ necessario puntare sulla prevenzione, un aspetto che deve arrivare a coinvolgere famiglia, scuole, l’intera società».
L’incontro in Prefettura sul tema della violenza alle donne con riflessione da parte degli studenti della Consulta provinciale
Un processo, dunque, culturale, di educazione «sentimentale, relazionale – ha aggiunto in un’altra occasione di questi giorni Lavezzaro, in un incontro con gli studenti della Consulta provinciale – di educazione al rispetto. Molto, inoltre, occorre fare sul maltrattante, sul ‘sex offender’. A Vercelli – ha aggiunto Lavezzaro – esiste una parte del carcere dedicata ai ‘sex offender’. Un progetto ha portato a chiedere loro se avevano capito il perché si trovavano lì. Oltre l’80% ha detto di ‘no’, quasi fosse normale picchiare la compagna. Dopo qualche mese e l’avanzamento di progetti e laboratori e interventi con loro il 75% diceva di aver capito la gravità dei propri comportamenti. Se non comprendiamo da dove si origina, non riusciremo a interrompere il fenomeno. Sono convinta – ha concluso – che occorra intervenire su più aspetti, dalla denuncia al cambio di passo culturale al lavoro anche con i maltrattanti. Dobbiamo arrivare a non leggere più, al prossimo 25 Novembre, 109 femminicidi».
Seimila malati in Italia, 1.500 nuove diagnosi ogni anno e un centinaio di malati tra le province di Novara e del Verbano Cusio Ossola. Sono i numeri della Sclerosi laterale amiotrofica (Sla), conosciuta anche come morbo di Lou Gehrig, dal nome di un giocatore di baseball, la cui malattia, nel 1939, sollevò l’attenzione pubblica. Una malattia neurodegenerativa che non ha ancora una cura. E che, negli ultimi anni, ha visto abbassarsi l’età delle persone colpite, andando a toccare anche molte donne e molti giovani, persone tra i 40 e i 50 anni.
Sono i dati forniti da Fulvia Massimelli, novarese, da maggio presidente nazionale di Aisla, l’Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica, all’ultima conviviale dell’Ucid (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti).
Massimelli, commercialista, è volontaria dal 1999 dell’associazione, nata proprio a Novara nel 1983. Durante la serata, introdotta dal presidente Ucid Paolo Cattaneo, la presidente, oltre a illustrare i dati della malattia e i numeri di Aisla, che conta 2.400 soci e dal 2003 vanta un importante centro d’ascolto, ha spiegato cosa significhi essere un malato di Sla. «Seguiamo persone – ha esordito – che soffrono di una patologia seria. Uomini e donne in cui, nonostante una malattia così invalidante, il desiderio di vita resta intatto. Veri e propri guerrieri che non si arrendono mai». Partendo dalla condizione vissuta da tutti in questi due anni di Covid, Massimelli ha reso l’idea di come si senta un malato. «In questo periodo ci siamo resi conto, a causa delle mascherine che indossiamo, dell’importanza dell’aria che respiriamo. Abbiamo anche capito quanto possiamo essere vulnerabili e molto fragili. Queste sono condizioni in cui il malato di Sla vive ogni giorno. Sono persone – ha aggiunto – particolarmente fragili, ma anche molto coraggiose. La malattia colpisce le cellule nervose preposte al controllo dei muscoli volontari, i motoneuroni. La Sla è, infatti, definita anche come la malattia del motoneurone. Si registra in questo modo una progressiva diminuzione della capacità di movimento».
Gradualmente non si riesce più a parlare, a nutrirsi, a respirare. Si perde completamente la propria autonomia. «La Sla stravolge completamente la vita del malato e della sua famiglia. Si resta prigionieri di un corpo inerte, mantenendo però inalterate le capacità cognitive: una sensazione terribile. I malati provano sentimenti, ma non possono comunicare».
Per la cura servono strumenti complessi, un pc per comunicare, un ventilatore per respirare, un apparecchio per essere nutriti e, soprattutto, cure specialistiche continuative, che, per un malato grave, arrivano a costare anche 150mila euro l’anno. Come detto una patologia che coinvolge anche i famigliari, con grandi responsabilità, notti insonni e, spesso, perdita del lavoro. «Aisla offre assistenza gratuita ai malati. Vogliamo stimolare la loro voglia alla vita: dobbiamo accompagnarli per farli vivere dignitosamente. Il centro della nostra attività è la persona. Guardiamo agli aspetti sanitari, ma anche – conclude Massimelli – a quelli umani ed etici, alla fraternità».